Maisie Richardson-Sellers
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Shethority: “The Skin I’m In” by Maisie Richardson-Sellers

🇬🇧”The Skin I’m In” by Maisie Richardson-Sellers, to read the full article in English click here.




Il mio primo ricordo riguardo alla presa di coscienza di che colore fosse la mia pelle risale a quando avevo circa 4 anni. Ricordo di aver guardato il mio braccio un giorno ed essermi sorpresa nel capire che quel colore non sarebbe mai cambiato, che sarebbe rimasto sempre lo stesso. Per un attimo mi ha confuso, poi ho preso una matita ed ho continuato a disegnare. I miei capelli erano vaporosi in classico stile afro ed a volte erano ornati con perline e fiori. Ero molto vicino ai miei cugini da entrambi i lati della famiglia e ricordo che quando avevo 5 anni i miei cugini neri cominciarono a sottolineare con un sorriso quanto fossi “bianca”. Cominciai a prendere coscienza che dunque non ero nè nera nè bianca, ma non era importante. Mi amavo a prescindere da questo ed ero felice.

shethority

I miei genitori volevano che avessi la migliore istruzione possibile e così mi iscrissero in una favolosa privata primary school (dai 3 ai 13 anni) che mi ha insegnato molto. Tuttavia come succede spesso nelle scuole private i miei coetanei erano prevalentemente bianchi. Insegnanti, studenti e genitori di colore erano sempre una minoranza. I miei capelli afro erano incontrollabili e nonostante i miei amici li amassero io iniziai a diventare gelosa delle mie coetanee e dei loro capelli lisci o leggermente ondulati, così che la mia sensazione di essere “anormale” iniziò a crescere. Con il passare degli anni capì che io non rientravo nei canoni di bellezza di nessuno ragazzo e ragazza e questo disagio venne alimentato in modo sottile dalla società britannica, dove i genitori e i loro figli se ne uscivano con domande tipo “ma da dove vieni veramente?”, quando la risposta era semplice: ero inglese. Ero nata e cresciuta a Londra e non avevo mai visto la Guyana, luogo di nascita di mia madre, ma io ero “colorata” dunque voleva dire automaticamente che io dovessi venire da un posto che non fosse la Gran Bretagna, la patria che mi aveva dato i natali ed in cui avevo trascorso tutta la mia vita.




Anche l’high school a cui andai era privata, in questo caso femminile, e frequentata prevalentemente da studentesse bianche con una piccola percentuale di ragazze asiatiche e del mio stesso anno solo tre ragazze nere.
Ricordo che iniziai a chiedere a mia madre di disciplinare i miei capelli in trecce, ma anche per sopprimere il loro volume e così integrarmi meglio. Tuttavia la cosa che mi sorprese è che qui al contrario i bianchi mi consideravano una “bounty” (come la famosa caramella, bianca dentro, ma nera fuori) e i neri mi consideravano “troppo bianca”. Ciò mi confuse perchè se da una parte mi sentivo come se tradissi le radici nere di mia madre, dall’altra ne ero compiaciuta. Durante quegli anni non ebbi nemmeno un insegnante o un amico nero, dunque gli unici neri con cui interagivo erano i membri della mia famiglia. A 16 anni trattai chimicamente i miei capelli così che il mio volume afro fosse ridotto, i miei riccioli si definissero e se volevo potevo anche lisciarli. Fu strano, ma la possibilità di gestire per la prima volta i miei capelli da sola mi fece sentire più libera, più vicina allo standard di bellezza occidentale e per questo mi sentivo finalmente desiderabile per la società.

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All’università di Oxford su oltre 120 studenti del mio anno all’Hertford College non c’era una sola persona di colore. Nei miei tre anni di studi non ho mai incontrato un solo professore nero. Per la prima volta il mio essere “diversa” risaltò totalmente divenendo un fascino esotico per alcuni ed un feticcio per altri. Ragazzi e ragazze si complimentavano con me per la mia pelle e le mie stranezze (ma questa è un’altra storia), tuttavia nonostante questo ho continuato ad essere perseguitata dai commenti sul mio essere “bianca”. Sul come apparivo esotica all’esterno, ma bianca culturalmente e comporta mentalmente. Questo mi confondeva anche se molti di questi commenti erano detti affettuosamente o con un sorriso. Sono sempre stata amica di persone estremamente liberali e di mentalità aperta. Persone che ammiro, persone che mi sfidano e mi fanno crescere, persone che erano disgustate dal razzismo e dall’ingiustizia e che vogliono rendere il mondo un posto migliore. Ho una madre nera ed un padre bianco e sono stata cresciuta da entrambi. Ma venivo chiamata “bianca” perchè non rientravo nello stereotipo che della persona di colore avevano. Mi sono sempre identificata come una razza mista ed ho sempre parlato con orgoglio delle mie radici del Guyana. Non ho mai detto di essere più bianca o più nera. E ridevo o sorridevo silenziosamente nel mio crescente disagio.




Riguardandomi indietro non mi è difficile rimanere delusa da me stessa. La mia vergogna sul mio colore di pelle, sull’essere me stessa. E’ difficile pensarmi così ignorante e persino codarda. Sono cresciuta in una società “imbiancata”. Le fiabe che ho letto, i cartoni animati che ho visto, i poster che ho attaccato alle pareti, gli insegnanti che ho ammirato, la musica che ho ascoltato, le celebrità che ho amato, i romanzi di cui mi sono innamorata. Sono stata esposta tutta la vita, negli anni più formativi, ad un educazione bianca e quindi come potevo non pensare che essere bianca era preferibile? Do la colpa a ciò che mi ha circondato? Do la colpa alla discriminazione socio-economica per la mancanza di diversità all’interno delle migliori scuole? Biasimo me stessa per aver creduto a quello che mi è stato detto?
E’ da quando ho lasciato l’università che lavoro per disfare questo condizionamento che ho sviluppato con un orgoglio intenso del mio colore di pelle e della mia etnia. Ho cercato un incredibile gruppo eterogeneo di amici che mi educano costantemente con le loro prospettive, idee ed esperienze. Sono in procinto di far crescere i miei capelli naturali per la prima volta in 10 anni e ogni nuovo riccio ribelle mi riempe di stupore per la sua forza e bellezza, ma devo ancora combattere per il mio orgoglio. Non è coltivato, insegnato o pubblicizzato nella società. Ho ancora messo una parrucca liscia o ondulata in ogni show televisivo in cui sono stata. Ho ancora molta strada da fare per riempire i buchi della mia educazione. Ho ancora dei momenti in cui mi sento “non abbastanza nera”.
Presumo ancora che le persone vedano il mio colore prima di ogni altra cosa. La nostra società non è mai stata quella che favorisce le persone diverse ed è esattamente questo il motivo per cui una loro rappresentazione all’interno di tutte le forme di media è importante. Non solo le minoranze etniche, ma anche le persone LGBTQ e quelle diversamente abili perchè vedersi riflessi fa percepire che le loro storie contano ed insegna alle maggioranze a comprendere ciò.
L’insegnamento di diverse correnti di pensiero circa la storia è fondamentale.
Avere classi miste è fondamentale.
Avere rappresentazioni on screen di vario genere è fondamentale.
Abbiamo così tanto da imparare dalle vite e dalle menti degli altri, dalle loro tragedie e dai loro successi.
Abbiamo il potere di offrire ad un bambino la possibilità di crescere fiero della sua identità ed inorgoglito delle sue differenze.

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