Moonlight's Creed (Original Series)

Episodio 2×13

Present #2018: Hamilton




Lasciare il mio loft per quello delle Guerriere fu inevitabile ancor più perchè a quanto pare occupare una casa di qualcun’altro era illegale, come lo era prendere qualsiasi cosa di cui avessi bisogno o volessi senza pagare… a questo si aggiungevano una lista di regole ed imposizioni che con fatica stavo apprendendo. La mia no nera cattiveria, nè tanto meno menefreghismo, ma abitudine. Quando vivevi tutta la vita nella condizione che dovevi attaccare, rubare ed occupare per sopravvivere veniva naturale continuare con questo atteggiamento.
Quel loft era poi oggettivamente molto più grande e bello di quello ove stavo, era luminoso e mi dava un’idea di serenità e sicurezza a cui non ero abituata. Il braccio era ancora ferito motivo per cui era stata Nike ad aiutarmi a portare i pochi bagagli che avevo e sistemarmi. La camera che mi era stata riservata aveva addirittura un letto…
“E’ per me?” chiesi quasi con un’innocenza che non mi apparteneva, mentre lei scoppiando a ridere mi guardò poggiata allo stipite della porta.
“Ehm… ovvio… come l’armadio, la scrivania e qualsiasi cosa che qui dentro vedi… cavolo deve davvero fare schifo la realtà da cui vieni…”
“Non immagini nemmeno quanto…” sospirai quando sedendomi sul bordo del letto presi a saltarvi appena sopra tanto per capire quanto fosse comodo e cavolo non mi ero mai avvicinata tanto a qualcosa di così lussuoso, solo nella casa che aveva occupato, ma lì era diverso, me l’ero preso nessuno mi aveva dato nulla.
“Ricordo che da bambina forse avevo un luogo che chiamato casa… un focolare caldo e comodo, ma non lo ricordo…” le raccontai trovandomi ancora a disagio a stare lì con loro e dover convivere con persone che non volevano uccidermi nel sonno o rubarmi qualcosa appena mi sarei girata.
La convivenza non fu facile soprattutto perchè c’era Selene che si occupava costantemente a darmi regole da seguire, ordini a cui rispettare e facendo da fare. Non capivo ancora il suo atteggiamento, non capivo nemmeno se avevamo un rapporto e a rendere tutto più difficile c’era Aphrodite che non perdeva occasione di tiri mancini nei miei confronti come versare il caffè che mi ero appena preparata, passarmi le sue faccende domestiche o accidentalmente farmi venire l’acqua ghiacciata quando mi lavavo. Anche Ares non era da meno, anche se il suo modo di mostrare il suo disappunto nell’avermi lì si dimostrava con indifferenza ed ancor peggio allenamenti disumani… Selene era dell’idea che dovevo venir disciplinata anche nel combattimento e chi meglio se a farlo era la Duchessa di Marte? Il Ducato della Guerra? Sia mai, era una dittatrice e non c’era giorno che non finissi più stanca del giorno precedente.
A mediare c’era la tenerezza di Athena, che si stava occupando della mia istruzione e di insegnarmi gli usi e costumi di quel pianeta, e Nike che cercava di passarmi il suo fervore nella giustizia anche con piccoli gesti quotidiani come mostrandomi la gioia nel sorriso di un bambino aiutandolo o al contempo il senso di pace che dava consegnare un criminale alla legge.
Solo con lei ed Athena potevo godere di momenti inaspettati come un gelato in centro o una giornata di shopping, cose banali che mi parevano lussi inimmaginabili, a volte era come vivere in un sogno ed aver paura di svegliarsi per scoprirsi brutalmente torturata in una buia ed umida cella.
Quel giorno però non c’era loro ad allietarmi e tanto meno le altre due a vessarmi, c’era solo Selene che pensierosa leggeva un libro seduta sul rientro della finestra della sua camera, era così serena e normale con i pantaloni della tuta rosa ed una semplice t-shirt. Era inaspettato vederla così “normale” ed ancora non ci ero abituata, come ancora nessuna delle due pareva sapere come comportarsi. Non era facile. Nè per me. Nè per lei.
Ecco perchè dopo essermi fermata ad osservarla evitai di rimanere lì ad oltranza e feci per andarmene se non fosse che ormai lei si era accorta di me.
“Oh… Pandia… non ti avevo visto…”
“Ehm… no… niente… scusami tu non volevo disturbarti…”
“Nessun disturbo stavo solo leggendo… niente…”
Sia io che lei ci trovammo a sorriderci un po’ forzatamente e distogliere lo sguardo prima di soffermarmi sulla collana che aveva sempre indosso, ciò che ardentemente avevo cercato da che ero arrivata.
“Forse è meglio che vado… non so a… magari ad allenarmi approfittando che non c’è Ares a pressarmi… i suoi allenamenti sono… tosti…” e quella parola era un eufemismo.
Non mi era sfuggito che il libro che stava leggendo, ciò che preferì tentare di nascondermi, fu il diario di sua madre. Sapevo che da lei aveva ereditato la preveggenza e probabilmente attraverso le sue parole stava cercando conforto ed aiuto a gestirlo… il suo non volerla citare era forse un tentativo di evitare un nuovo conflitto tra noi… ma ero dell’idea che ormai tutto ciò che dovevamo dirci ce lo eravamo detto… Quel che era successo era successo e noi non avremmo mai avuto il potere per cambiarlo…

Alzai lo sguardo e Pandia era lì. Mi ficcai le unghie nel palmo della mano per nascondere la mia sorpresa.
Il suo modo di muoversi, senza fare il minimo rumore, mi innervosiva mio malgrado, ed era capitato svariate volte, in quei giorni, di trovarla dietro un angolo mentre non stava facendo niente di particolare, oppure scorgerla dove mai avrei pensato che fosse.
Questo accadeva anche se c’era sempre una di noi che a turno si occupava di sorvegliarla, con la scusa di insegnarle qualcosa oppure di tenerle compagnia. Anche io mi ero presa parte di quell’incarico, e i miei sforzi puntavano a farle adeguare il suo comportamento indisciplinato ad un contegno più civile; dovevo impartirle delle lezioni che molto assomigliavano a dei predicozzi morali, e guardandomi da fuori, io per prima mi trovavo abbastanza insopportabile.
Anche se i fatti che erano accaduti mi avevano messo duramente alla prova, ero comunque lieta di aver avuto ragione su Pandia: il suo cuore era puro, le sue intenzioni onorevoli, e se peccava in moralità, c’erano comunque buone possibilità che migliorasse. La avrei aiutata io, ne sentivo l’obbligo. Era mia sorella.
La verità però era che stavo avendo molta difficoltà nel costruire un rapporto con lei. Le basi su cui si fondava erano molto precarie, dato che pesavano su di noi le azioni dei nostri genitori.
Non avevo accettato con acriticità ciò che Pandia mi aveva raccontato su nostro padre, ma avevo fatto delle ricerche, avevo parlato con altri esuli, avevo cercato di rintracciare la verità attraverso i miei ricordi prima della distruzione dell’Impero, e avevo soprattutto iniziato a leggere e rileggere il diario di mia madre.
Mi era stato consegnato da uno dei servitori di corte, che lo aveva salvato in maniera rocambolesca tra le rovine del nostro palazzo, e per lungo tempo lo avevo tenuto chiuso in una scatola, come una reliquia, con l’intenzione di non violare il ricordo della mia amatissima madre leggendo i suoi sentimenti più intimi.
La comparsa di Pandia mi aveva costretto a ricorrere anche a quella risorsa. Con apprensione avevo cominciato a sfogliare quelle pagine ricoperte della grafia femminile ed elegante di mia madre.
Molti dei suoi pensieri erano dedicati ai figli, registrando i nostri percorsi di crescita e le sue speranze per i ruoli che avremmo dovuto affrontare nel futuro da regnanti che ci sarebbe spettato.
Numerose pagine erano dedicate agli avvenimenti di corte, ai festeggiamenti o agli incontri ufficiali che avevano luogo nella sala del trono, ai rapporti diplomatici e politici con i rappresentanti degli altri pianeti.
Alcune pagine erano dedicate al rapporto con nostro padre, suo fratello.
Quelle parole furono le più difficili da leggere. Piansi spesso, perché per la prima volta gettavo uno sguardo autentico sul rapporto che li legava. In pubblico e davanti a noi figli si erano sempre mostrati innamorati ed in armonia ma, come se lo sentissi dalla viva voce di mia madre, compresi quanto al contrario il loro rapporto fosse stato molto più complicato di quello che sembrava.
Anche se amava intensamente mio padre, tra loro due si frapponevano molte cose non dette, taciute, come se lei dovesse ubbidire e fosse sottomessa al potere del suo consorte. In alcune frasi, in particolare, si capiva chiaramente quanto soffrisse nel dover tacere e far finta di niente davanti a certe azioni di mio padre.
La cosa più importante che scoprii fu che, a differenza di quanto avevo sempre pensato, grazie al dono della preveggenza mia madre aveva visto l’attacco e la distruzione che avrebbero colpito l’Impero e le sue Colonie ad opera di Eris.
Lo aveva saputo.
Sapeva che il nostro tempo sarebbe finito, che il caos avrebbe spazzato via la nostra civiltà e gran parte di noi.
E pur sapendolo, non aveva potuto fare nulla per evitarlo, perché il futuro era scritto nella pietra, ed era immutabile.
L’unico suo tentativo fu di cercare di salvare i suoi figli, e di poter lasciare ai superstiti un seme di speranza per la ricostruzione che avrebbe potuto esserci.
I suoi piani fallirono con i miei fratelli. Con me ebbe successo. Fu lei ad organizzare per me il viaggio sul pianeta isolato e proibito chiamato Terra dai suoi abitanti, lei sabotò la mia navicella, affinché rimanessi bloccata in quel luogo sicuro… fu addirittura lei ad organizzare le mie ricerche, e a mandare la squadra delle mie sorelle a cercarmi, ottenendo nel contempo che si salvassero anche loro.
Rimasi scioccata nell’apprenderlo, e per giorni interi non riuscii a farne parola con nessuno.
La comparsa di Pandia mi indusse a nascondere velocemente il diario, anche se sapevo bene che a quegli occhi attenti e vigili come quelli di un gatto non fosse sfuggita la cosa. Non aveva importanza, il messaggio era che il fatto di averla accolta nel nostro gruppo non voleva dire che tutte le porte erano già accessibili per lei. Lo sarebbero state, naturalmente, ma a tempo debito.
Dopo uno scambio banale di parole, Pandia uscì dalla mia camera e tornò in salotto.
Davvero avrei dovuto impegnarmi un po’ di più con lei, per farle capire che non aveva bisogno di continuare a vivere sulla difensiva, e che Ares, Aphrodite, Athena e Nike cercavano tutte, a loro modo, di aiutarla ed allenarla per farla diventare sotto tutti gli aspetti una guerriera. Avevamo bisogno di lei, come lei di noi.
Mi alzai dal divanetto, sospirando. Volevo togliermi fisicamente e mentalmente di dosso quella cappa di malinconia e tristezza che mi dava sempre la lettura del diario di mia madre. Mi diressi verso il mio bagno privato, con la voglia di concedermi una doccia bollente. Avevo sentito rientrare una delle mie sorelle, quindi sapevo che Pandia sarebbe stata in buone mani con lei.
Mi tolsi velocemente i vestiti e sganciai la catenina con il cristallo d’argento, poggiandolo con cura sulla mensola. Mi crogiolai qualche minuto sotto il getto abbondante, e quando uscii dalla doccia mi avvolsi nell’asciugamano.
Rimasi ferma, perplessa, in mezzo alla stanza, con l’acqua che colava e formava una piccola pozza in mezzo ai miei piedi.
C’era qualcosa di stonato, e non riuscivo a capire di cosa si trattasse.
Quando l’occhio mi cadde sulla mensola vuota, mi sfuggì un gemito.




Non mi sentivo fiera del mio gesto anche perchè a prescindere di ciò che di me si pensava e forse che io stesso credevo, non mi piaceva dover fare qualcosa del genere a chi tutto sommato si era preso cura di me e mi aveva dato cose che nemmeno lontanamente avevo immaginato avere un giorno.
Anche Selene, nonostante la sua pesantezza e rigidità si era dimostrava comprensiva e motivo per cui anche una volta preso il Cristallo d’Argento non ero scappata via, ma semplicemente mi ero diretta sul tetto del palazzo. Avevo bisogno di sapere, di conoscere e sapendo che lei non me lo avrebbe mai dato di sua spontanea volontà ero dovuta ricorrere ad un gesto di cui non andavo fiera.
Tenevo in mano quel piccolo oggetto e mi stupivo del potere che possedeva, sentivo l’energia di Nemesi scorrere in me, mentre chiudendo gli occhi mi rivolsi all’unica persona amica che in quei lunghi anni avevo avuto, colei che era quasi stata una madre per me.
Ricordavo che mi era apparsa in sogno poco dopo la morte di mia madre e da allora non aveva smesso di apparirmi sia che io la chiamassi o meno, anche lei spesso mi riprendeva, mi sgridava e cercava di tenermi sulla “retta via” e sempre lei aveva risposto a tutte le domande della mia vita. Era la Custode del Tempo. La Guerriera solitaria.
Fu in quel momento mentre ad occhi chiusi mi concentravo che riuscì a portava la mia mente lì dove la vidi, avvolta nelle nebbie del tempo, con in mano il suo scettro ed un sorriso materno ad accogliermi.
“Non dovevi rubarle il Cristallo…” fu la prima cosa che mi disse, mentre io stringendolo ancora tra le mani lo guardavo un po’ a disagio.
“L’ho solo preso in prestito Persephone… volevo solo… solo sentire il suo potere… sapere se davvero con esso posso ricostruire il mio mondo…”
“Il vostro mondo…” mi riprese lei, mentre io mordendomi l’interno della guancia mi facevo piccola, con lo sguardo basso ed il senso di colpa crescente.
“Il tuo scopo è nobile Pandia, tuttavia potrà essere tale solo se tu e Selene lo raggiungerete insieme… vedi voi non siete due identità distinte e separate, ma due figlie del tempo che dopo una lunga separazione sono state ricongiunte… ci sarà ricostruzione se e quando ci sarà riconciliazione tra voi…”
“In poche parole se non siamo in grado di creare un rapporto tra noi non potremmo mai aspirare a creare nuovamente un rapporto con il nostro mondo…” sintetizzai non sentendomi nemmeno troppo sorpresa di una verità che forse avevo sempre saputo.
Persephone mi sorrise assentendo ed io capì ciò che già sapevo, come sempre però avevo avuto bisogno di lei che me lo ricordasse. La ringraziai malinconia chiedendomi se mai un giorno avrei incontrato colei che era stata per me più come un angelo custode, una presenza onirica e mai tangibile.
Quando riaprì gli occhi la luce del sole me li fece richiudere per un attimo per quanto forte fosse, non prima che tornando a guardare il Cristallo d’Argento tra le mie mani mi decisi di tornare indietro e rimetterlo dov’era, magari anche prima che Selene si accorgesse che l’avevo preso, ma quando mi voltai divenni pallida in volto a trovarmi Aphrodite di fronte. Le braccia conserte al petto e lo sguardo soddisfatto di chi pareva felice di avermi colto con le mani nella marmellata.
“Lo sapevo…”
“No aspetta ascoltami, non è come pensi… lo stavo rimettendo al suo posto… te lo giuro…”
“Disse colei che è stata colta sul fatto… Non dovevamo fidarci di te ed ora, forse, Selene mi darà ascolto…”

Un tempo ero stata definita la dea dell’amore, provenivo da un pianeta che lo aveva elevato quasi su ogni altra cosa, dunque forse, da me, sarebbe stato semplice aspettarsi maggiore comprensione, un atteggiamento più mite e propenso al dialogo, se non altro. Avrei dovuto mostrarmi paziente e disponibile, lasciarla ambientare, secondo canoni del tutto inesatti e semplicistici, avrei dovuto perdonare Pandia, addirittura —— chi altri se non io, dopotutto, avrebbe potuto? Eppure non rientrava nelle mie capacità attuali e, del resto, dubitavo fortemente vi sarebbe mai rientrato. Quando mi capitava di posare lo sguardo su di lei, anche solo di sfuggita, nel passarle vicino nel corridoio, tutto ciò che vedevo era il volto sudato e pallido di Altair, ad un passo da un destino peggiore della morte, un baratro che aveva minacciato di inghiottirlo per sempre, non certo il fatto che — a quanto pareva — stesse provando a rimediare ai propri errori, nè che si portasse dietro le cicatrici di una vita terribilmente difficile. In altre circostanze, magari, le avrei teso la mano, avrei cercato di stabilire un ponte tra noi, con il tempo, ma attualmente mi trovavo a stento in grado di rimanere nella stessa stanza insieme a lei per più di qualche, soffocante, minuto. Non le avevo rivolto una sola parola, effettivamente, da che era giunta nel nostro loft —— scelta, quella di ospitarla, che non mi faceva sentire affatto serena, ma alla quale non mi ero opposta, unicamente per Selene, per rispetto nei suoi confronti e nelle sue decisioni. Probabilmente ero, ed a buon vedere, condizionata in maniera irrimediabile dalle circostanze tutt’altro che liete durante le quali ci eravamo conosciute, tuttavia temevo darle una seconda opportunità potesse rivelarsi dannoso. Mi ero promessa, dunque, di tenerla d’occhio, di rimanere ben allerta e di non abbassare la guardia per nessun motivo, quando lei era in casa. Ciò ne risultava, naturalmente, in un umore per niente calmo, a maggior ragione perchè non mi dava modo di concentrarmi come avrei voluto sui preparativi per il matrimonio tra me ed Altair. E dunque sì, benchè ne andassi segretamente non troppo fiera, avevo spesso sfogato la mia frustrazione su di lei, attraverso gesti indiretti, di natura dispettosa e passivo aggressiva —— sarei dovuta essere migliore di così, ne ero consapevole, eppure quella situazione stava avendo la meglio sui miei nervi.
( . . . ) Quel giorno, dopo essere rientrata, passai sul tetto quasi per caso, con la mezza idea di controllare qualche pianta ed invece mi trovai davanti Pandia, con in mano il cristallo, colta sul fatto, senza via di scampo. Non fu un vero e proprio sorriso, a comparirmi sulle labbra, la piega presa da esse era tutta energia nervosa, un’euforia formata da rabbia mai sopita del tutto e la convinzione di essere dalla parte della ragione. Avevo le prove che cercavo, finalmente.
« Mi dispiace —— per Selene, non fraintendere. Ci credeva davvero, ti ha difesa con ostinazione. »
Il nome di sua sorella, infatti, fu il primo che chiamai, in modo da richiamare la sua attenzione e, con essa, quella delle altre




Come riassumere in poche parole l’ultimo periodo?
Ah sì: di merda.
Da quando Eris era stata sconfitta, niente, e dico niente mi aveva fatto passare quel maledetto malumore.
E come potrebbe? Problemi su problemi avevano complicato e rovinato la pace che eravamo riusciti a conquistare con tanta difficoltà. Primo su tutti il fatto che, dopo la dipartita della mi adorata sorellina, quel maledetto di Cormak si era volatilizzato come un fantasma – a cui non riuscivo a fare a meno di pensare ogni secondo della giornata, riuscendo a torturarmi anche con la sua assenza-, per poi riapparire -da quello che mi avevano detto Aphrodite e Nike dopo aver ritrovato Altair- al fianco di Pandia.
Ed ecco la seconda fonte di stress. Quella maledetta mocciosa. Non la sopportavo. Il desiderio di farla volare dal tetto del loft in una palla di fuoco alla prima occasione era forte e sicuramente avrei avuto l’approvazione di Aphrodite. Entrambe non accettavamo che si fosse insinuata come una serpe fra noi, e ancora di più il fatto che le altre, in particolare Nike e Athena, tentassero in tutti i modi di farla sentire a casa, di integrarla e pretendevano che Aphrodite ed io facessimo lo stesso.
Certo, è più che naturale porgere l’altra guancia a chi ha tentato di uccidermi senza un maledetto motivo. Il colmo era che avevo persino l’impressione che mi biasimassero per il mio atteggiamento.
Eppure ormai avrebbero dovuto sapere con chi avevano a che fare. Non ero diventata il capo della Guardia Imperiale e definita dea della guerra per nulla.
Significa che quando voglio posso essere sanguinaria, estremamente violenta, rabbiosa, irritabile e molto, molto permalosa e vendicativa- lati del mio carattere da cui in genere dipendono le altre reazioni.
Quindi, sapendo tutto ciò, come avevano potuto anche solo pensare che io, dopo che sono stata ferita da quella lì, avrei potuto perdonarla e soprattutto aiutarla?
In più, anche se non lo avrei mai ammesso ad anima viva, mi dava estremamente fastidio il pensiero che l’avevamo trovata a confabulare con Shay…
Ma alla fine mi avevano costretta ad addestrarla. E fu così che un’ideina molto sadica iniziò a formarsi nella mia mente.
(…)
Ero appena tornata a casa da lavoro- una delle poche distrazioni che avevo- e stavo già pensando a quali torture, no… volevo dire esercizi, far fare a Pandia, quando sentii la voce di Aphrodite provenire dal tetto.
C’era qualcosa che non andava.
Mollai la borsa a terra e scattai verso le scale.
Arrivata sul tetto vidi Aphrodite, con aria decisamente sicura e soddisfatta, fronteggiare Pandia.
Dietro di me sentii arrivare anche Athena e Nike e, voltandomi un attimo verso di loro, notai i loro sguardi sbigottiti.
Tornai a guardare Pandia e solo in quel momento, vedendo cosa aveva fra le mani, compresi il motivo del buonumore di Aphrodite.
Un ghigno che non tentai nemmeno di nascondere mi increspò le labbra.
Bingo.
Incrociai le braccia al petto e mi schiarii la voce.
“A quanto pare il lupo perde il pelo ma non il vizio.” le dissi con tono provocatorio e decisamente soddisfatto.
Finalmente il mio malumore sembrava essere momentaneamente scomparso.

Sin da quando avevo messo piede in quella landa desolata, che mi avevano detto si chiamasse Alaska, il mio odio e risentimento verso quel Pianeta era stato un continuo crescendo. E sapevo che il tutto fosse dovuto a quelle insulse Guerriere e ancor di più all’impostora di Selene. Il modo in cui si atteggiava, la limpidezza con cui credeva d’agire in nome del suo ruolo, avevano soltanto aumentato l’isteria che mi attanagliava… Soprattutto dopo la bruciante sconfitta subita durante il nostro ultimo incontro, che mi aveva portata a perdere Ruben, il mio adorato fratello adesso in mano loro.
Per quanto il nostro popolo fosse caratterizzato dalla freddezza e il distacco nei gesti, in me ardevano fin troppi sentimenti, e se da una parte ero spinta dalla volontà di meritarmi la fiducia di Endymion; dall’altra non potevo starmene ferma, come una vittima degli eventi, che subiva senza remore gli affronti di quelle ragazzine. La mia impulsività, avrebbe presto preso il sopravvento, se nessuno avesse fatto qualcosa per porre rimedio a ciò che era accaduto. Rivolevo indietro mio fratello, volevo appropriarmi del Cristallo d’Argento e concedere finalmente al mio sposo ciò che gli spettava di diritto. Con me al suo fianco, come Regina indiscussa del Black Moon.
Ma Endymion, caratterizzato dalla sua fredda e composta posatezza, non faceva altro che far ribollire maggiormente in me quella forma di nevrosi; che presto mi avrebbe spinta a un altro atto sconsiderato.
Dopo il fallimento e la perdita del suo Generale dell’Esercito, mio marito se possibile aveva preso a rendermi ancor meno partecipe dei suoi piani, escludendomi come se fossi una comune popolana e trattandomi con ostentata freddezza. Non capiva, non riusciva a intuire, che ogni mia azione era spinta dalla volontà di avvantaggiare lui? Volevo dargli tutto ciò che meritava, ogni cosa che gli apparteneva, spodestando Wiseman dal suo fianco e guadagnandomi quella stima che gli avrebbe permesso di rendermi degna e adatta all’adempimento di compiti delicati e importanti.
E invece mi ignorava, non mi rendeva partecipe, mi tagliava fuori come se fossi contaminata da un’infezione che avrebbe potuto avvelenare la sua aura di flemma.
Avrei potuto dare di matto. Se non avessimo agito e subito, avrei scatenato una tale energia oscura da inghiottire quel futile Pianeta. Se bisognava ancora aspettare, per ottenere il favore della sorte, avrei nuovamente agito senza il minimo scrupolo. E stavolta non ci sarebbe stato Ruben a far da parte razionale.
Quasi come un richiamo fisiologico, l’opportunità di riprendermi la dovuta rivincita capitò senza il minimo preavviso. Improvvisamente, bloccata nella mia prigione di ghiaccio, percepii qualcosa. Il Cristallo d’Argento doveva essere stato attivato. Quella sensazione di potere che emanava, seppur a distanza, e la tiepida possibilità oggettiva di agire, di fare qualcosa; mi spinsero finalmente a compiere l’irreparabile. Così come Wiseman mi aveva indirizzata con un portale al Covo di quelle Guerriere, iniziai a far scorrere in me l’energia oscura, canalizzandola e lasciandola emergere così da poterne aprire uno indirizzato alla fonte del potere emanato dal Cristallo d’Argento.
Immaginai di riemergere nuovamente in quel loro antro, ma una volta varcato il Portale mi ritrovai in un posto del tutto nuovo. Con una compagnia che fece fremere ancor di più il seme dell’insania instillato talmente in profondità nel mio essere, che avrei esultato di gioia se solo avessi potuto eliminare finalmente Selene e le sue adorate amichette. Ma per una volta, ideai un piano che non avrei fallito, nel breve attimo che seguì la mia comparsa alla spalle di quella stupida ragazzina che stringeva fra le mani il fantomatico Cristallo.
Avvantaggiata dall’arrivo inaspettato, non persi tempo e m’inebriai del mio potere, lasciandomi avvolgere dalla mia scarica e indirizzando una raffica di energia saettante e oscura verso i tre ostacoli che avrebbero intralciato il mio piano. Non volevo sapere, né mi interessava scoprire il perché fosse nella mani di Pandia, ma oltre a portare il Cristallo d’Argento con me stavolta, avrei obbligato chiunque tenesse prigioniero Ruben a ridarmelo indietro. E sapevo anche come fare.
” La magnanimità con cui vi ho trattato la volta scorsa, non si ripresenterà! ” urlai mossa dall’ira, premunendomi di non lasciare incolume nemmeno la piccola Pandia, che se fossi riuscita a bloccare nella mia stretta invisibile avrei obbligato a rendermi il Cristallo. Soltanto entrando in possesso di quello, avrei attuato la seconda parte del mio piano: catturando le Guerriere, avrei amorevolmente chiesto un semplice scambio, loro in cambio di mio fratello. Ovviamente, le avrei eliminate comunque tutte, ma a tempo debito. Non avrei rischiato invano la vita di Ruben.
” Il Cristallo, mocciosa! Dammelo e forse, non ti spezzerò quel collo delicato! ” sibilai inviperita, ma non potevo sapere che altre di quelle stupide combattenti avrebbero fatto la loro comparsa.




Ero esausta. Avevo girato come una trottola impazzita per tutta Toronto. Non per chissà cosa, solamente per rilassarmi e smaltire del tutto lo stress accumulato negli ultimi giorni.
Sicuramente parlare con Connor della gravidanza e di tutti i miei dubbi e paure al riguardo -più che leciti, visto e considerato che su Mercurio si diventava genitori diversamente rispetto alla Terra?- aveva diminuito notevolmente il mio nervosismo, facendomi tornare l’Athena di sempre.
O quasi. Ecco perchè avevo girato mezza città: per svagarmi e passare qualche ora nella più assoluta leggerezza in libreria, comprando vari libri che avevo adocchiato già da un po’ -ormai mi ero riletta tutta la mia libreria almeno sette volte, avevo bisogno di novità-, e in una delle tante gallerie d’arte di Toronto.
Non potevo farci nulla, ogni volta che mi sentivo turbata dovevo immergermi nell’arte, studiarla, ammirarla in tutta la sua bellezza. Era come guardare delle fotografie del proprio passato. Avevo avuto la fortuna concessa a pochi di vedere e influenzare le epoche che si sono susseguite nei secoli e osservarne le opere d’arte mi dava un senso di déjà-vu, di nostalgia ma anche di pace indescrivibile. Era anche uno dei pochi modi in cui potevo sentirmi nuovamente vicina ai miei genitori e ai loro insegnamenti. L’arte riusciva sempre a riportarmi alla calma. Mi faceva stare bene.
Quindi sì, ero stanca quando tornai a casa, ma anche felice e rilassata.
Entrai nel loft insieme a Nike, che avevo incontrato davanti all’ascensore, e parlando del più e del meno per poco non cascai a terra.
“Sbaglio o è la borsa di Ares?”
“Sempre la solita! Una volta che non spargesse il suo disordine ovunque!”
Stavo per raccoglierla, quando la voce alterata di Aphrodite attirò la nostra attenzione.
Ci scambiammo uno sguardo d’intesa prima di affrettarci a raggiungere il tetto.
Quello che trovammo ci lasciò senza parole.
Pandia, con il Cristallo in mano, era braccata da Ares e Aphrodite.
Dovevo ammettere che ero delusa.
Non mi fidavo ancora di Pandia, però avevo tentato di metterla a suo agio, aiutarla ad abituarsi alla nuova realtà in cui si era ritrovata a vivere, tutto ciò con il desiderio di potermi fidare di lei prima o poi, di darle quell’appoggio, quel senso d’appartenenza, quell’ancora di salvezza che le era stata negata con la morte di sua madre.
Forse mi ero immedesimata troppo in lei.
Avevo rivisto la me di tanto tempo fa, quella rimasta orfana del suo pianeta, senza casa nè famiglia. Non mi sarei mai comportata come ha fatto lei in passato, ma se non ci fossero state coloro che ora chiamo sorelle non so cosa ne sarebbe stato di me.
Volevo darle la stessa opportunità.
Proprio per questo mi feriva ancora di più quello che avevo appena visto.
Stavo per intervenire e tentare di raffreddare un po’ la situazione, quando da un portale apparso all’improvviso uscì Hybris. Approfittando dell’effetto sorpresa attaccò Aphrodite, Ares e Pandia con una scarica di energia oscura.
Non ha visto me e Nike. Perfetto.
Scattai e piazzandomi fra lei e le mie compagne innalzai un muro di ghiaccio che prese il colpo al posto nostro.
Nello stesso istante in cui avevo agito, anche Nike aveva fatto la sua mossa attaccando Hybris, approfittando del fatto che quest’ultima si era appena accorta della nostra presenza.
Ero delusa da Pandia, ma, pensandoci meglio, tutte noi abbiamo fatto errori e avventatezze -Ares in primis-, quindi chi eravamo noi per giudicarla?
L’avrei protetta ad ogni costo. Era mio, anzi, nostro dovere come Guerriere proteggere il Cristallo e chiunque avesse bisogno di aiuto, a maggior ragione in quel caso, visto che, volente o nolente, lei era la nostra Principessa.
Ma soprattutto, l’avrei protetta perchè lo volevo io.

In quegli ultimi giorni mi sembrava d’aver acquisito una strana leggerezza. Forse il tutto era dovuto al chiarimento avvenuto fra me ed Edward, col fatto che avesse acconsentito al nostro matrimonio, mi sentivo come se finalmente qualcosa stesse andando per il verso giusto. Ovviamente, questo comportava un mio ritorno ai doveri, il che voleva dire tenere d’occhio Pandia e condividere con le mie sorelle l’appartamento a Toronto. Se io avevo concesso alla ragazzina una “seconda chance”, lo stesso non poteva dirsi delle altre però… Soltanto Athena, forse era della mia stessa idea. Per quanto riguardava Ares e Aphrodite invece, stavano mettendo a dura prova la nuova arrivata. Non che potessi dargli tutti i torti o rimproverarle, ognuna aveva le proprie motivazioni e indole da seguire, ma se avessero continuato a cercare di spezzarla, probabilmente sarei intervenuta per mettere fine a quell’assalto gratuito.
Pandia era ancora un’enigma, sebbene avessi cercato di immedesimarmi nel suo racconto e ciò che l’aveva spinta ad agire in quel modo fin dal suo arrivo, non credevo giusto l’atteggiamento che stavano adottando con lei. Per di più, avevamo avuto la prova che fosse realmente chi diceva di essere… Ed essendo la sorellastra della nostra ormai Imperatrice, credevo assurdo che perfino Selene non cercasse di compiere qualche passo in sua direzione. Con tutto il rispetto e l’affetto che riversavo verso di lei, l’intera situazione sembrava andare al di fuori del suo controllo ormai…
Mi stavo recando proprio al nostro appartamento, dopo aver passato qualche oretta fuori a comprare qualcosa, mi ritrovai nell’ingresso e su per l’ascensore in compagnia di Athena. Mentre chiacchieravamo del più e del meno, ero tentata di spifferarla della mia proposta ad Edward e il suo acconsentire, ma seppur entusiasta non volevo perdermi nuovamente in quei pensieri “romantici”. Per di più, ebbi appena il tempo di mettere piede in casa, per capire che qualcosa non andasse. La borsa di Ares gettata sul pavimento, passò immediatamente in secondo piano quando sentimmo il richiamo di Aphrodite. La mia reazione e quella di Athena furono immediate, ci ritrovammo a risalire verso la fonte della voce, ritrovandoci a correre per raggiungere il tetto… Dove ci attendeva un situazione a dir poco demoralizzante.
Tre delle mie compagne accerchiavano Pandia, che aveva fra le mani il Cristallo d’Argento, in quella che sembrava una condizione che la dichiarava colpevole. Non volevo e non potevo giunger subito a conclusioni, ma l’arrivo tempestivo di un’ennesima figura, sbucata fuori da un portale mi destabilizzò ancor di più. Hybris era apparsa, di nuovo senza il minimo preavviso e soprattutto carica del suo risentimento incomprensibile e l’odio oscuro che riversò verso le mie consorelle.
Il tempestivo intervento di Athena al mio fianco, riuscì a riequilibrare le loro sorti da quell’attacco, così senza esitare l’imitai ma in maniera offensiva. Avevo già provato ad affrontare la rinomata Regina di Haumea, sapevo di non essere alla sua altezza, ma colpirla senza il minimo preavviso con una delle mie scariche mi avrebbe permesso di distarla perlomeno per un attimo. Concentrai la mia energia e lasciandola esplodere, la manipolai così che una raffica elettrostatica colpisse la nostra assalitrice, che di tutta risposta – nonostante la sorpresa – riuscì a difendersi generando quella sua assurda sfera protettiva. Perlomeno, aveva lasciato andare Pandia e continuando a sputare veleno e sentenziare la nostra dipartita, iniziò a generare esattamente come l’ultima volta dei tentacoli dai bagliori sinistri con tutta l’intenzione di imprigionarci tutte.
” Capirete, finalmente di cosa è capace la Regina di Haumea! ” era un agglomerato di rabbia, collera, forza cupa e distruzione. Nulla in confronto all’attacco che avevamo subito a Nanda Parbat, e sapevo inconsciamente che tutto fosse dovuto al fatto che avessimo catturato il suo adorato fratellino, che con quella sua manifestazione d’onnipotenza mi provò ancor di più. Eravamo in vantaggio numerico, ma lei era tenebra, enigmaticità e intangibilità pura.
” I miei attacchi non la scalfiscono nemmeno! ” urlai in direzione di Athena, cercando di distrarre ancora la Regina, consapevole che solo Selene avrebbe forse potuto eguagliarla. Ma senza il Cristallo d’Argento, come avrebbe fatto?




“Mi dispiace —— per Selene, non fraintendere. Ci credeva davvero, ti ha difesa con ostinazione”
Scossi il capo all’affermazione di Aphrodite sentendosi immensamente a disagio, non era mai stato da me sentirmi in difficoltà a proteggermi, ma era la prima volta che mi trovavo in una situazione per cui le apparenze ingannavano la realtà.
Tutto appariva sbagliato ad occhio esterno, quando forse se anche loro avessero parlato con Persephone… avrebbero capito che forse non era stato bello prendere il Cristallo d’Argento in prestito senza avvisare, ma che di quello si trattava. Non volevo rubare e tanto meno usare contro di loro…
“Non mi ascolti allora! Aphrodite senti almeno cosa ho da dire prima di…”
“A quanto pare il lupo perde il pelo ma non il vizio.”
Stavo ancora finendo la frase quando l’arrivo di Ares mi mise ancor più in agitazione, delle due uniche Guerriere con cui potevo affrontarmi in quel momento non ci voleva che fossero proprio le uniche due disposte a tutto tranne che a volermi dare una chance.
Presi a scuotere il capo con vigore, all’orlo delle lacrime per la semplice frustrazione di non aver avuto ancor modo di spiegarmi ed ancor peggio di essere ascoltata.
“Dovevo avvisare Selene che prendevo il Cristallo, è vero, ma stavo appunto tornando giù a darglielo quando tu…” dissi indicando Aphrodite “… mi hai attaccato senza nemmeno darmi modo di spiegarti… avrei accettato dopo il tuo rimprovero, giustamente, ma invece hai preferito saltarmi alla gola! L’ho preso solo per comunicare con casa… tutto qui…”
Le lacrime mi stavano solcando il viso mettendomi in una posizione che odiavo, ora dovevo apparire ancor più una stupida ragazzina ai loro occhi, capricciosa e senza la minima responsabilità quando invece era da che stavo con loro che stavo cercando di cambiare. Di migliorare e diventare più disciplinata. Tuttavia ogni mio sforzo di spiegarmi venne interrotto dall’urlo isterico di Hybris che era proprio l’ultima persona che speravo arrivasse in quel momento.
“Il Cristallo, mocciosa! Dammelo e forse, non ti spezzerò quel collo delicato!”
“Vieni a prendertelo!” la sfidai mentre con il dorso della mano libera mi asciugai gli occhi e con l’altra strinsi il Cristallo ben decisa a proteggerlo da lei, tuttavia prima che potessi fare qualcosa Athena, che era appena sopraggiunta con Nike, si mise di fronte a me alzando un muro di ghiaccio che ci protesse tutti dall’attacco di Hybris. Nello stesso momento anche Nike entrò in azione ed insieme a lei, una dopo l’altra, anche Aphrodite ed Ares. Tutti impegnandosi a proteggere il Cristallo e me, cosa che mi fece sentire ancora più in colpa e decisa a fare qualcosa per cambiare le sorti dello scontro.
Fu la mia decisione e coraggio che fece brillare il Cristallo tra le mani e grazie alla forza immensa dello stesso unita alla Pietra di Luna che portavo incastonata nell’anello che indossavo riuscì a rendere inerme Hybris che improvvisamente si trovò senza i suoi poteri.
Stavo quasi per gioire se non fosse stato che un suo attacco di energia oscura improvvisamente mi lasciò senza forse, avevo bisogno dell’energia luminosa dell’ambiente circostante per attingere a pieno ai miei poteri e così facendo anche la mia resistenza venne meno facendomi cadere a terra in ginocchio e causando che il Cristallo mi scivolò dalle mani. Da lì in poi fu il caos. Tutte corsero per essere le prime a prenderlo, mentre Hybris attaccava senza sosta le Guerriere me compresa, l’unico motivo per cui mi salvai dal suo tentativo di rapirci tutte (facendoci scomparire insieme a lei) fu che per usufruire di quell’attacco Hybris aveva tolto la sua cupola di energia oscura intorno a me e tornando ad assorbire l’energia luminosa che mi circondava riuscì a divenire intangibile il tempo necessario per vedere lei e le Guerriere sparire ed impedirle di portar via anche me…

Il tempo di realizzare chi ci fosse dietro alla sparizione del Cristallo, che udii degli urli e dei rumori di scontri provenire dal piano di sopra, il tetto del nostro attico.
Potevo immaginare quello che stava succedendo: una o più delle mie sorelle stavano cercando di impedire a Pandia di volatilizzarsi con uno degli oggetti più potenti dell’intero Universo.
Due sentimenti, entrambi spiacevoli da provare, visto il mio temperamento incline alla concordia e all’armonia, si agitavano nel mio cuore: il più cocente era sicuramente quello della delusione.
Nei giorni passati Pandia sembrava, pur con tutti le riserve del caso, intenzionata a cambiare il suo atteggiamento nei nostri confronti e a rinunciare ad ottenere i suoi obiettivi senza tenere in considerazione altro che quelli.
In questo periodo molto difficile per tutte avevo visto la speranza nascere e crescere nel mio cuore, notando alcuni piccoli, impercettibili segni che il cambiamento stava avvenendo. Ma il momento in cui mi ero accorta del furto ogni mia illusione si era scontrata con la realtà.
Pandia non sarebbe cambiata MAI.
La rabbia per quella scoperta era comunque quasi pari alla delusione: più volte le mie compagne mi avevano messa in guardia dal pericolo di mostrarmi troppo debole nei confronti di altre persone, per via dei toni concilianti e miti che spesso usavo.
Nonostante i loro avvertimenti, non erano riuscite a convincermi che vedere sempre la parte positiva degli altri fosse una debolezza da nascondere o da eliminare; ero convinta si trattasse invece di una forma di forza spirituale da coltivare e da usare il più possibile.
Invece, con Pandia più che con chiunque altro, avevo sbagliato ad affidarmi alle mie convinzioni, di ostinarmi nella ricerca dei buoni intenti nelle sue azioni.
Attraversai di corsa il salone, salendo le scale che conducevano al tetto con il cuore in gola.
La confusione si faceva maggiore man mano che mi avvicinavo: udivo più voci, ma i timbri erano talmente alterati che distinguevo a fatica le persone; forse riconoscevo Ares, forse Pandia…
La scena a cui assistetti una volta giunta a destinazione assomigliava più ad un incubo, avrei voluto che lo fosse.
In uno di quei portali che ormai avevamo imparato a considerare come una minaccia enorme, vidi scomparire la Regina Nera e le mie adorate compagne, tutte quante.
Non riuscii a muovere un passo. Mi pareva di aver perso ogni singola goccia di sangue, e nel mio petto avvertivo una voragine di dolore e di incredulità che minacciava di inghiottirmi. Rimasi a fissare per diversi secondi il punto in cui era appena terminato lo scontro, poi notai un movimento lì vicino: era Pandia che si stava rialzando da terra. In mano teneva qualcosa.
Si girò verso di me, e quello che più mi colpì furono i suoi occhi, dilatati dallo spavento e dall’orrore. Lo stesso che provavo io. Ma condividere gli stessi sentimenti non mi aiutò a sentirla più vicina a me.
Avvertivo piuttosto che qualcosa di tremendo stava crescendo dentro di me, come un’onda di mare velenoso che avvicinandosi alla spiaggia acquisiva potenza e velocità.
Sentivo le gambe rigide e poco rispondenti alla mia volontà, e quando la raggiunsi, Pandia mi restituì il Cristallo, appoggiandolo sul palmo aperto della mia mano. La sensazione di sentire nuovamente la presenza e il contatto telepatico di Nemesi mi provocò un piccolo sollievo nell’oceano di sofferenza che stavo provando.
”Mi… mi dispiace… io non volevo rubartelo, l’ho solo preso in… prestito, per mettermi in contatto con una persona per me importante… te lo avrei riportato subito dopo…”
Un singhiozzo soffocato mi sfuggì dalle labbra, ma quello fu anche il momento in cui la marea giunse a riva, e travolse tutti gli argini e le remore che avrei potuto opporre alla rabbia.
Alzai il braccio e la schiaffeggiai con forza, una volta. Pandia barcollò, e nonostante la sua pelle ambrata spiccarono da subito i segni rossi del colpo sulla guancia.
La mia voce uscì fredda e remota, come se giungesse da intere galassie di distanza:
”Sei una bambina egoista e capricciosa, non ti meriti un grammo della mia fiducia! Questo è il modo in cui intendi aiutare il nostro popolo?”
Tenendo stretto al petto il Cristallo, le voltai le spalle, e ritornai sui miei passi.
Un’idea inconcepibile stava formandosi nella mia mente. Non avrei voluto dover compiere quel passo, ma un unico pensiero mi stava martellando impietoso.
Non c’è altro modo…

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