Moonlight's Creed (Original Series)

Episodio 2×12

Present #2018: Florence




“Connor per tutti gli Dei ascoltami… ti prego…” la voce di Athena mi arrivò esasperata alle orecchie, mentre io nell’armeria di Nanda Parbat mi muovevo svelto ed attento sulle armi da prendere e portare con me nel viaggio che con Edward avevamo concordato.
Era passata una circa settimana dall’attacco del Black Moon uno nel quali Ezio sembrava più strano del solito, le Guerriere si concentravamo a trovare un accordo su cosa fare con Pandia e nel mentre si cercava di trarre informazioni da Ruben che pareva una statua di marmo, insensibile a qualsiasi pressione e deciso a non pronunciare parola.
Intanto i turni alle “porte” erano serrati, da quando la difesa del Cristallo era stata tolta eravamo più vigili che mani senza contare che nel mentre c’era una nuova recluta in movimento e i movimenti Templari erano più silenziosi che mai, il che non era un buon segno.
Tante cose a cui pensare e poche piste e capivo che a tutto questo aggiungere il fatto che io ed Edward avevamo chiesto ad Altair il permesso di una missione privata non fosse il massimo, ma alla fine aveva acconsentito…
Ero stato io a spiegargli le ragione, a parlargli di Atlas e come comunque la stessa avrebbe potuto essere fruttuosa anche per la Confraternita, chissà che non avremmo scoperto qualcosa che ancora non sapevamo sui Templari fin troppo silenziosi di quei tempi.
Qualcosa mi diceva che forse Haytham avrebbe potuto essere un aiuto in quella circostanza perchè ero certo che il Black Moon fosse un nemico per noi tanto che per loro. A tutto questo poi c’era da aggiungerci Athena sempre più strana nell’ultimo periodo quanto in procinto di dirmi sempre qualcosa…
“Lo farei amor mio, ma non è il momento… abbiamo appena scoperto di un viaggio sospetto di Atlas a Firenze, in solitaria… è l’opportunità che con Edward aspettavamo per avvicinarlo… da solo” dissi fermandomi nel bel mezzo della stanza, lì dove lei mi fissava. Lo sguardo basso ed una mano sul ventre che fece scivolare con fare leggermente sconsolato. Un tiepido sorriso le nacque sul viso quando avvicinandomi mi poggiò una mano sulla gota scuotendo il capo.
“Ehm ok… non ti preoccupare, lo capisco… ne riparliamo quando torni ok?”
“Però lo facciamo davvero mh? Sono giorni che ti vedo strana ed ogni volta che tentiamo di affrontare il discorso sul perchè o tu o io abbiamo un impellenza che ce lo impedisce…” asserrì sinceramente preoccupato quando prendendole la mano tra le mie ne portai il dorso alla bocca e vi posai un bacio sopra, non prima di allontanarmi quel tanto a caricarmi arco e faretra in spalla e preparami a capire. Il cappuccio ben abbassato sul viso, fu però quando feci per andarmene che Athena mi strinse un braccio e costringendomi a voltarmi mi baciò con urgenza. Lo fece stringendosi a me, mentre io un po’ confuso e preoccupato ricambiai.
Feci per dire qualcosa una volta staccati, ma lei con il viso ancora ad un centimetro dal mio mi posò un dito sulle labbra ricordandomi che non era il momento.
“Vai…” mi sussurrò ed io lo feci, non prima di assicurarmi con un ultimo sguardo che stette davvero bene.

Dopo quello che era accaduto con Endymion era successo il caos: Adrian non mi toglieva gli occhi di dosso, mio padre mi teneva sempre al suo fianco per potermi sempre controllare ed io ero più confuso che mai. Non mi ero mai posto molte domande sulle mie origini quanto più alle strane abilità che possedevo, come il poter comunicare telepaticamente con le Erinni… davo tutto ciò per scontato.
Era chiaro che la mia azione, seppur involontaria e nata dall’unico desiderio di essere d’aiuto, aveva invece creato una reazione a catena disastrosa, dove mio padre era costretto a passare giorno e notte a tener d’occhio McKay per assicurarsi che non facesse male ne a me ne a mia madre. Temeva che l’altro uomo potesse scoprirla e che quindi sopratutto le ricerche per risvegliarla sarebbero cessate.
La Trinity passava molto più tempo del dovuto alla Loggia ed Adrian non faceva altro che cercare un solo singolo motivo per metterla sottosopra e distruggere la mia famiglia.
Non potevo permetterlo, dovevo rimediare assolutamente a ciò che, seppur per il bene, avevo fatto.
Ero triste, arrabbiato e confuso mentre quella mattina lo raccontai a mia madre, quasi prostrato accanto al suo letto. Anche le Erinni erano lì, sul trespolo sopra il quale erano solite passare le loro giornate. La loro fedeltà a mia madre era ammirevole, e non abbandonavano mai il suo capezzale se non per aiutare me o mio padre.
Fu Megera, la più spigolosa delle tre, a volare d’un tratto sulla mia spalla e a beccarmi appena la guancia, là dove una lacrima era scesa, attirando la mia attenzione.
«Giovane Principe, non sprecare le tue lacrime per quello sciocco umano, non quando potresti distruggerlo con un solo schiocco di dita…» Le sue parole mi fecero sollevare lo sguardo su di lei, mentre Aletto correva in mio soccorso posandosi sull’altra mia spalla.
«Megera! Lascialo stare!»
«Perché mai? Ha ragione!» Si mise in mezzo Tisifone, ancora immobile sul trespolo, ma con lo sguardo nero fisso su di me. «Merita sapere la verità ormai! Merita sapere che lui è in grado di risvegliare sua madre!»
Scattai immediatamente in piedi allibito e stupito, mentre Megera parve quasi ghignare soddisfatta e Aletto abbassava il capo. E fu proprio a lei che mi rivolsi.
«Perché non me lo hai detto? Perché non me lo avete mai detto!» Sbottai, mentre le lacrime riprendevano copiose a solcarmi il volto.
«Perchè non eri pronto mio Principe, ma adesso che le tua abilità si sono rivelate… ora è il momento…» Parlò ancora Megera.
Mi sedetti sul letto accanto a mia madre, posando la testa sulle mani quasi a volermi rannicchiare, e cercai di rimettere ordine nei mei pensieri vorticanti.
Se mia madre si fosse risvegliata non solo avrei potuto rendere fiero mio padre mostrandogli che ero in grado di riunire la nostra famiglia, ma oltretutto i miei genitori di nuovo insieme sarebbero stati in grado di impedire ad Adrian o chiunque altro di separarci ancora, di distruggere i Templari e tutto ciò che con fatica nei secoli avevano costruito.
Dopo minuti che parvero ore mi rialzai, con le gambe leggermente tremanti ma una nuova determinazione nel cuore.
Conferii fugacemente con le Erinni nella stanza di mia madre, scoprendo che il primo passo sarebbe stato rubare un libro alla Trinity, operazione non facile ma al contempo agevolata dalla loro presenza alla Loggia che lasciava sguarnita la loro base.
Sorrisi deciso e, posando un bacio sulla fronte di mia madre, le promisi che la prossima volta che sarei tornato a visitarla sarebbe stato per poterla conoscere una volta per tutte.

La Trinity School distava solo 40 minuti d’auto dalla Loggia, ma considerando che ero controllato a vista, papà non voleva che la lasciassi. Pensavo di improvvisare con la scusa delle scuderie per poi da lì cercare di lasciare la tenuta, ma fu proprio mentre ci stavo pensando che nuovamente le Erinni vennero in mio soccorso.
Alle tre bastò accerchiarmi con la loro presenza, allargare le ali e con quel gesto venir circondato da un denso fumo nero che quando si dipanò mi fece scoprire con stupore di trovarmi nel grande parco della scuola.
«C-Come… Come avete fatto?» Pronunciai incredulo, mentre mi affrettavo a nascondermi dietro un muretto per riorganizzare le idee.
«Non come, ma grazie a chi? Solo tua madre era stata in grado fino a questo momento di manipolare la nostra energia per spostarsi, ma adesso anche tu lo sei.» Mi rispose Tisifone, mentre tutte e tre mi seguivano saltellando con la loro andatura da corvo.
«M-Ma io non ho fatto nulla… avete fatto tutto voi!» Continuai sussurrando, incapace di realizzare ciò che era appena successo.
«Lo hai desiderato, lo hai voluto, volevi essere qui… è la tua natura che ti permette di riuscirci.»
Non ero sicuro di capire esattamente cosa intendessero, ma capii che il tempo a disposizione per quelle domande non era abbastanza, almeno non in quel momento. Ci avrei pensato poi. Ora dovevo capire come entrare e dove cercare il libro.
Da quello che sapevo la sede principale della Trinity era al Vaticano, mentre in giro per il mondo possedevano scuole che fungevano apparentemente come istituti privati cattolici, mentre in realtà fungevano anche da luoghi di indottrinamento e reclutamento oltre che come covi.
Confondermi con gli studenti al suo interno non fu per nulla difficile, così alla prima occasione buona sgusciai al piano inferiore, lì dove tutto era così bianco ed anonimo da rendere quel luogo un vero e proprio labirinto, lo stesso in cui mi districai senza farmi scoprire solo grazie alla guida delle Erinni.
Fu allora che voltando per l’ennesima volta a sinistra superai una porta che portava la dicitura “Solo Personale Autorizzato” che mi fece ritrovare in una stanza buia. L’unica luce proveniva dal lucernario rotondo sul soffitto, che richiamava il Pantheon, che rischiarava la stanza circolare in egual modo ricolma, in un tripudio di legno ed oro, di libri lungo le alte pareti e reliquie esposte.
Ci sarei potuto morire lì dentro a cercare, ma furono le mie fedeli compagne ancora una volta a voltare alte ed insieme recuperare un libro che faticosamente presero e portarono a me, posandolo tra le mie mani.
Sgranai gli occhi, sfogliandolo brevemente con riverenza ed emozione.
«Il Libro dei Morti? Wow!» Amavo molto la mitologia, qualunque essa fosse, e quelle storie che seppur fallaci in un certo qual senso sentivo mie.
«Un momento… Come è possibile? Perché riesco a leggerlo?» Dissi aggrottando le sopracciglia e rigirandomi il libro fra le mani, come a vole carpire il mistero di quelle pagine ingiallite neanche fosse un aggeggio meccanico da studiare: vedevo i geroglifici con i quali era riempito e non riuscivo a credere di essere in grado di capirli, chiari e semplici.
«Oh giovane Principe, se solo fossi a conoscenza di tutto ciò che sai fare.» Aletto mi beccò giovialmente.
Senza perdere ulterior tempo, infilai il libro nella tracolla di cuoio che portavo in spalla, pronto a seguirle. Avevano parlato di Firenze ed io non avevo posto domande. Mi fidavo ciecamente di loro, forse per ingenuità, ma forse anche per la grande motivazione che mi muoveva e la loro saggezza che le aveva spinte a servire per così tanti secoli mia madre.
Tuttavia viaggiare con i poteri da lì era impossibile, a loro dire all’interno della Trinity dovevano esserci barriere anti magiche che interferivano con quei processi, perciò dovevamo tornare nel parco alla maniera in cui eravamo arrivati, così percorsi a ritroso tutta la strada.
Disgraziatamente, proprio a due passi dal grande portale d’uscita in stile gotico, mi scontrai con una ragazza.
Con un gemito di sorpresa, per il contraccolpo tutti i libri che trasportava le caddero di mano. Il mio istinto mi urlò di anarmene a gambe levate, ma questo avrebbe di sicuro attirato attenzioni di troppo, e dovevo continuare a confondermi nell’ambiente, così mi chinai ad aiutarla. Indossava la divisa della scuola ed aveva lunghi capelli neri e lisci, con occhi scuri quasi come quelli delle Erinni. Rimase stranamente sorpresa quando notò darle una mano, ma non proferì parola per tutto il tempo.
«Scusami ancora…» Dissi un poco incerto, non abituato a rivolgermi ad estranei e sopratutto distratto dal mio deiderio di uscire di lì il prima possibile.
«Oh… f-figurati…» La giovane parve più a disagio di me, oltre che stupita. Ciò mi lasciò interdetto quando rialzandoci in piedi le porsi l’ultimo libro che le mancava.
«Ho detto qualcosa di sbagliato?» Mi sfuggì, mentre inclinavo un sopracciglio.
«Oh no, no… è solo che… che non sono abituata a tanta gentilezza… normalmente tutti fingono che non esisto… mai nessuno si era fermato ad aiutarmi prima d’ora…» Disse lentamente con malinconia, dopo tante pause come se non fosse sicura delle sue parole. Sorrise con il capo basso, prima di piegarlo un poco curiosa.
«Non ti ho mai visto! Sei un nuovo studente?»
«Ehm… io… forse. Cioè non lo so, mio padre è venuto a parlare oggi… spero mi prendano.» Improvvisai, sperando di non mettermi in difficoltà da solo: non ero certo lì per conversare, pensai mentre continuavo involontariamente a guardare verso l’uscita alle sue spalle.
«Lo spero anche io! Sono Rhea comunque e… bhe… spero di rivederti…»
«Atlas.» Dissi semplicemente, stringendo con gesto rapido la mano che mi porse, anche se non ero per nulla interessato a fare la conoscenza di chicchessia. Quando le nostre mani si toccarono accadde però qualcosa di strano: i suoi occhi per un secondo parvero diversi, come posseduti da una entità antica, e poi quando io troncai il contatto tutto tornò normale creando un certo disagio, che si interruppe solo quando con un cenno del capo la oltrepassai velocemente a passo di marcia ritrovandomi finalmente all’esterno.
«Svelte, andiamo a Firenze! Abbiamo già perso abbastanza tempo.» Esclamai, impaziente di lasciarmi quel luogo alle spalle e di continuare il mio viaggio. Il mio obiettivo era uno solo: riunire la mia famiglia. Non mi interessava nient’altro.




”Ma sei certo delle tue informazioni? Sei sicuro che si tratti del figlio di Haytham?”
Era già la seconda volta che esponevo i miei dubbi a mezza voce, con un’irritazione ed un risentimento crescente. Connor fece un lieve cenno di assenso con il capo, ma il dubbio ce l’aveva anche lui, eccome!
Gli assassini italiani che avevano il compito di scovare per noi il nostro obiettivo erano sicuri del fatto loro, quindi non si poteva teorizzare uno scambio di persona, nonostante la nostra incredulità.
Se le notizie che avevamo erano corrette, il nuovo figlio di Haytham avrebbe dovuto avere meno di due anni di vita, e non essere già un adolescente…
Fatto sta che era da quasi un’ora che seguivamo per le vie rumorose di Firenze un ragazzino alto ed efebico, quasi effeminato, con una chioma argentea che spiccava per la sua unicità. Del padre, nemmeno l’ombra.
Mentre pianificavamo la missione, mi ero chiesto spesso come sarebbe stato incontrare di nuovo mio figlio, dopo tutti questi anni. Mi ero chiesto come sarebbe potuta andare la cosa. Mi ero anche preparato ad uno scontro in grande stile: per quel poco che mi conoscevo, sapevo che non sarei stato in grado di dimostrargli le cose buone che pensavo di lui, ma solo di dare voce al rancore e alla rabbia che mi causava il sapere di aver fallito con lui.
”L’avrà adottato, questo è poco ma sicuro!” Sibilai con disprezzo.
Un’occhiata infastidita di Connor mi convinse a soprassedere alla questione, almeno per il momento.
D’improvviso rimasi accecato da un lampo di luce. I miei sensi si allertarono, e mi preparai a reagire, nonostante le macchie scure che fluttuavano davanti ai miei occhi. Imprecai in gallese.
La voce calma di Connor mi fermò: ”Sono dei turisti. Stanno dicendo che assomigliamo a qualche attore famoso, è per questo che ci vogliono fotografare…”
Mi girai verso di loro mostrando il mio peggior cipiglio: non avevo bisogno di una provocazione, una scusa anche banale era sufficiente per sfogare su qualcuno, su chiunque, il nervosismo e la collera che provavo da quando ero partito da Nanda Parbat.
Purtroppo quegli imbecilli con la macchina fotografica e i calzini bianchi con i sandali si dileguarono in pochi istanti. Commentai acido: ”Ma non volevano il mio autografo? Eppure dovrei esserci, in qualche libro di storia…”
Per fortuna, quella massa cosmopolita di persone non ci stava creando solo dei fastidi, bensì delle opportunità: seguire il nostro obiettivo era relativamente facile nella confusione, e vedemmo che diverse volte anche lui venne fermato, più che altro da ragazzine, che sembravano attirate dal suo strano aspetto.
Dopo i vicoli stretti e quasi bui, ci trovammo in una piazza ampia, inondata dalla luce.
”Il nostro obiettivo sta entrando nella Basilica di Santa Croce, una chiesa dell’ordine francescano risalente al tredicesimo secolo… Qui vi è sepolto Niccolò Machiavelli, uno dei Gran Maestri della Confraternita italiana”
Roteai gli occhi.“Magnifico! Ho con me un Baedeker invece di un compagno di missione! Quale comodità!”
Continuammo a seguirlo a distanza di sicurezza – la sua testa argentata era fin troppo visibile, e si capiva che non temeva minimamente di poter essere pedinato, quando superò la cappella dei Pazzi (ulteriore nota storica di Connor) e si addentrò in un piccolo cimitero, quasi nascosto alla vista. Vi si entrava da un cancello male in arnese, i rampicanti secolari che lo ricoprivano fungevano molto probabilmente da sostegno; molte delle lapidi erano scheggiate e illeggibili, a occhio e croce era stato utilizzato diverse centinaia di anni fa. Attualmente era solo più un rudere dimenticato e quasi soffocato dalla vegetazione.
Una piccola costruzione si distingueva sul fondo: doveva essere una tomba di qualche famiglia importante, ormai dimenticata anche quella.
L’inferriata che chiudeva il tempietto si aprì malamente, cigolando sui cardini, ma il rumore si perse nel pomeriggio assolato. Il ragazzo si inoltrò all’interno senza alcuna esitazione. Attendemmo appostati alcuni minuti, senza più vederlo riemergere dalla penombra.
Guardai Connor accigliato: ”Abbiamo notizie di possibili tombe degli Assassini, qui a Santa Croce?”
”No, lo escludo. Ma lì dentro c’è comunque più di quanto sembri… dobbiamo entrare anche noi!”
Feci un grugnito: ”Lo immaginavo, maledizione!”
Ci inoltrammo nel camposanto, riparandoci alla vista in mezzo ai cespugli.

Capivo il fastidio di Edward ed il suo disagio, ma ciò non voleva dire che potessi accettarlo.
Insieme a lui stavamo seguendo una pista più che certa seppur ciò non toglieva che alcuni dei suoi dubbi stavano iniziando anche ad essere i miei.
Dietro i cespugli in cui eravamo osservai quel giovane apparentemente così esile e fragile muoversi tuttavia con una decisione che mi portò a rivedere in lui un po’ un mio giovane me stesso dopo la morte di mia madre. Ero inesperto e non avevo la minima idea di cosa avrei dovuto affrontare, delle sfide che avrei dovuto vincere e degli ostacoli che sarei stato costretto a superare eppure avevo lasciato la mia comfort zone e mi ero avventurato in un modo nuovo con in mano l’unica cosa che avevo: me stesso.
Lui mi stava dando l’impressione di fare lo stesso e seppur non capivo quanto potesse centrare con mio fratello ogni dubbio venne sciolto quando lo vidi interagire con i corvi che sempre avevamo visto in compagnia di Eris.
Edward, come me, si irrigidì e passandosi una mano tra i capelli biondi esclamo: “No… non può essere…”
“Non può essere Atlas…” gli feci eco.
Di lui conoscevo il nome e nient’altro e molte volte mi ero immaginato come avesse potuto essere, come sarebbe stato conoscerlo e sentirmi fratello per la prima volta, ma in quel momento l’unica cosa a cui riuscivo a pensare era che per l’ennesima volta niente era andato come dovrebbe. Io che avevo conosciuto mio padre quando ormai ero troppo grande, non potevo essere arrivato in ritardo… non di nuovo…
“Forse non dovremmo stupirci Connor… non quando Haytham ha unito la sua vita con quella vipera che abbiamo fatto fuori…”
Edward sputò quelle parole quasi con disgusto, nonostante anche lui stesse con un’aliena come me, aveva una certa morale. Una per la quale un neonato non diventa un adolescente in poco più di qualche mese…
“N-Non capisco… p-pensavo che… che può non fosse possibile… i-insomma… non può essere…”
Non capivo se quello lo dicevo per quello che stavo vedendo, per il fatto che riguardasse mio fratello oppure perchè l’idea che il mio desiderio di diventare padre avrebbe potuto scontrarsi con quella scioccante verità.
Ogni mio dubbio e paura però dovette venir messo da parte quando Atlas entrò nella cripta ed Edward dandomi un piccolo colpetto sulla spalla mi invitò a seguirlo. Fu uscendo dal nostro nascondiglio e raggiungere la cappella che entrambi ci scontrammo con l’ennesima sorpresa. L’ennesima che ci irrigidì.
“Cazzo!” imprecò Edward tra i denti, mentre io con sguardo fisso e serio cercavo di mettere insieme i pezzi di ciò che stavo vedendo e che non aveva alcun senso.
“Non ho la minima idea di come Atlas possa aver a che fare con gli Auditore, ma dobbiamo scoprirlo… siamo arrivati fin qui e non possiamo tirarci indietro…”
“Non sono certo di volerlo scoprire…”
Ci guardammo l’un l’altro, entrambi sapevamo che a prescindere di ciò che volevamo eravamo troppo vicini alla verità per tirarci indietro.




L’incontro con quella giovane che si chiamava Rhea mi aveva scombussolato più di quanto volessi amettere, non era stato un incontro casuale o almeno era quello che percepivo. In lei mi sebrava di aver letto quasi il mio stesso livello di incertezza e mancanva di consapevolezza.
Sapevo di non essere un ragazzo normale, papà me lo aveva raccontanto così come io avevo iniziato a percepirlo per cose che facevo. Cose che davo per scontate prima di comprendere che fossero uniche e dunque meglio tener nascoste. Lo stesso valeva per lei, era stato come guardarmi allo specchio.
Inutile dire che adesso però la mia mente era concentra unicamente sulla missione e così ben accompagnato dalle Erinni, che volavano alte nel cielo, mi divincolai tra la folla di turisti dell’afosa Firenze fino a raggiungere la mia meta.
La mia mente era totalmente occupata dai miei obiettivi, non c’era spazio per altri inutili pensieri.
Il cimitero era molto antico, ed il tempo e l’incuria avevano lasciato che le erbacce avessero la meglio sulle tombe.
Non ero per nulla una persona impressionabile, anzi probabilmente l’opposto, ma quel luogo mi creava suggestione. Mentre solcavo il terreno silenzioso, così in contrasto con la folla che solo qualche svolta prima imperversava nelle strade, sfioravo con muta reverenza i luoghi di riposo delle persone lì collocate.
Mi ridestai dai miei pensieri quando le Erinni volarono verso di me attente, come se la presenza di qualcuno o qualcosa le preoccupasse.
Mi fermai, e guardandole chiese loro mentalmente se ci fosse qualche problema, ma preferirono tacere. Mi invitarono però a seguirle fin quando non ci trovammo di fronte ad un imponente mausoleo, uno che riportava sulla sommità un nome che conoscevo bene.
«Auditore?» Chiesi, rivolto più a me stesso che ai corvi, bloccandomi sull’uscio.
Perchè ero stato portato lì? Come poteva la cappella di famiglia di uno degli Assassini più conosciuti aiutarmi a risvegliare mia madre?
Indugiai, mentre Tisifone atterrava su una mia spalla, così come Aletto sull’altra e Megera si posava sul mio capo. La loro posizione triangolare creò un disegno magico che mi rese partecipe di alcuni dei ricordi più belli che avevano di mia madre. Ricordi di cui sia io che mio padre non eravamo a conoscenza, e di cui avevo solo brevi reminiscenze di quando da bambino le Erinni li facevano scorrere in me per addormentarmi con almeno l’ombra della presenza di Eris.
Mia madre che forgiava l’alabarda con cui l’amazzone Pentesilea combatté nella guerra per la salvaguardia del pianeta… Mia madre che rimproverava Dioniso dei suoi ozi e lo esortava a riprendere la battaglia con la Duchessa di Venere… Mia madre che aiutava Efesto a forgiare la collana di Armonia… Mia madre, ancella sottomessa ed umiliata di Selene.
E poi quell’immagine: mia madre alla presenza del giovane Federico Auditore, ed una forza invisibile legarli.
Mi ripresi come d’improvviso da quello stato di veglia lucida ancor più ammirato dalla donna che mi aveva dato la vita, continuando con rabbia a non comprendere il modo in cui gli altri la vedevano e la detestavano.
Però ora tutto mi era più chiaro e la conferma delle Erinni mi spinse a continuare.
Sapevo cosa cercare, chi cercare e con l’ingrediente segreto in possesso delle Erinni ed il Libro dei Morti in mano mia, ero pronto ad entrare finalmente in azione.

L’aria all’interno della tomba era pesante, soffocante, aumentava la spiacevole sensazione di non dover essere lì in quel momento.
Connor ed io non avemmo però altra scelta che seguire il ragazzo; non usammo alcuna fonte luminosa per evitare di essere scoperti, quindi procedevamo quasi a tentoni, nell’oscurità resa meno fitta dalla luce della torcia che lui aveva in mano.
Percorremmo lo stretto corridoio che si inoltrava nelle viscere del sottosuolo una volta terminata una stretta scala di pietra, con i gradini in parte sbriciolati dall’azione del tempo. Secondo i miei calcoli eravamo arrivati fin sotto la basilica; il mio timore era che il passaggio si riunisse a delle catacombe labirintiche che ci avrebbero fatto perdere il nostro obiettivo sul più bello. Invece, giungemmo silenziosi come felini alla fine della strada.
Il ragazzo si era fermato, tranquillo come un innocente, davanti ad una tomba. Dal nascondiglio che ci eravamo trovati non riuscivo a leggere l’iscrizione sul sarcofago di pietra, ma comunque tutta la situazione non prometteva nulla di buono.
Cosa poteva essere nascosto in questo stramaledetto posto? Perché Auditore non ne aveva mai fatto parola? Lo maledissi più e più volte, dato che ero sempre più certo che fosse colpa sua, che avesse nascosto qui un Frutto dell’Eden o chissà cos’altro, ed ora i Templari avevano deciso di recuperarlo. Gli avrei voluto rifare la faccia a cazzotti per la sua arroganza, anche se negli ultimi periodi avevo deciso di concedergli la possibilità di meritarsi il mio rispetto, dopo le sue azioni ad Acri…
Nel frattempo, cercavo di ottenere ulteriori informazioni per poter capire meglio: nella poca luce, provai ad interpretare le incisioni sulla tomba dietro la quale mi ero nascosto. Decifrai una M elaborata, poi una A… quella successiva forse era una R, ma la pietra era troppo sgretolata. Sotto invece, riuscii a leggere chiaramente MADRE ADORATA. Doveva trattarsi della famiglia del Mentore. Mi prese un forte disagio, come se assistessi ad una scena privata di qualcuno, senza essere stato invitato a farlo. Era una sensazione stramba a maggior ragione considerato il mio carattere, dato che l’attenzione per simili delicatezze non faceva parte delle mie corde.
Misi da parte le considerazioni inutili per il momento, perché Atlas si era riscosso dalla sua immobilità, e aveva cominciato a parlare in un modo che sulle prime mi parve sconnesso, poi compresi che si trattava di una lingua che non era sicuramente umana. Quei suoni mi fecero rizzare i capelli in testa. Erano innaturali, immondi, carichi di oscurità.
Feci per alzarmi ed intervenire, senza sapere neanche cosa avrei dovuto affrontare, ma con la consapevolezza che bisognasse interrompere quel rito. Connor mi fermò con un gesto, anche lui nascosto dietro un’altra tomba dirimpetto alla mia, nello stretto corridoio.
Digrignai i denti contrariato, e feci un gesto brusco al mio compagno. Cosa dovevamo aspettare? Non era da pazzi concedere al ragazzo il tempo per evocare l’entità qui nascosta, che gli avrebbe dato manforte durante lo scontro che ci sarebbe stato tra breve? Perché, anche se Connor era venuto qui con i migliori istinti fraterni, io non ero della sua stessa idea…
Attesi ancora qualche secondo. La cantilena saliva di tono, raggiungendo picchi che rischiavano di far sanguinare i timpani. Forse erano effetti ottici, ma avrei giurato che dal libro che il ragazzo stava tenendo in mano si cominciasse a sprigionare una debole luce.
Appollaiati sopra di lui, come a formare un triangolo, stavano quei tre uccellacci, gli occhi come biglie nere. Se fossi riuscito a schivare i loro artigli e i loro becchi affilati, gli avrei tirato il collo con immenso piacere.
Guardai nuovamente Connor, fulminandolo con lo sguardo. Il rituale stava per finire, non so come ma ne ero certo. Ed era tutto sbagliato, era tutto un grosso, fottutissimo errore. Lo sentivo con ogni fibra del mio corpo. Avevo la maglietta appiccicata alla pelle, il sudore freddo che la ricopriva era strano, dato che in quella tomba l’aria era senza umidità e non calda.
Feci al mio compagno un cenno di avviso, portando la mano al collo per comunicargli che tutta la storia doveva finire lì. Non mi preoccupai della sua risposta.
Mi alzai in piedi, usando un tono di voce secco e tagliente per attirare l’attenzione di Atlas ed interrompere la sua concentrazione.
”Ehi! Atlas… Kenway!”
Chissà perché, odiavo l’abbinamento del mio nome a quello dello strano ragazzo…
Comunque, la mia esibizione riuscì solo ad avere l’attenzione dei corvi. Male.
Avrei dovuto passare alle maniere più decise. Mossi solo un passo verso il ragazzo, quando venni sfiorato da tre lampi fruscianti.
Intravidi delle colombe bianche, prima che una luce accecante nascondesse la scena ai miei occhi.




Quando balzai in avanti deciso a fermare Edward mi resi conto che era troppo tardi, così che affiancandolo per la prima volta il mio sguardo scuro e riservato si incontrò con quello di mio fratello, innaturalmente grande. Atlas che fino a quel momento aveva guardato con un certo disprezzo e timore Edward parve illuminarsi d’immenso quando mi vide ed i nostri sguardi si legarono trovando una familiarità ed un legame che pareva avessimo da sempre.
Quell’istante così corto, ma per me così lungo, cessò d’improvviso quando l’arrivo di tre colombe bianche mi lasciò perplesso. Le stesse che in un lampo di luce bianca si trasformarono in tre bellissime figure etere dalla così bianca da apparire innaturale quanto per vai dei riflessi dorati come i loro capelli ed gli occhi della stessa tonalità del miele.
Erano vestite con lunghe tuniche bianche, quasi clericarli, che però non rinnegavano una certa grazia quanto una certa combattività. Io ed Edward ci facemmo rigidi come fusi non sapendo cosa aspettarci da quelle presenza improvvise, ma la loro voce arrivò alle nostre menti delicata e soprattutto amichevole.
“Siamo le Esperidi… guardiane Frutti dell’Eden… siamo Aretusa, Eritea ed Egle ed abbiamo fatto una promessa… ma nessuno risveglierà il Guardiano…”
Si fecero guardinghe in una posizione di difesa nei nostri confronti, ma di attacco verso Atlas e quello mi mise a disagio. Ai miei occhi era semplicemente un ragazzino che non sapevo se sarebbe stato in grado di proteggersi e loro degli esseri Immortali che minacciavano di ucciderlo.
Mi mossi deciso a prendere posizione ed evitare il peggio, ma lo sguardo confuso del mio giovane fratello fu oscurato da un ombra nera. I tre corvi erano saliti in sua difesa ed anch’essi avevano preso forma umana mostrandosi come streghe dai lunghi capelli neri, gli occhi iniettati di oscurità ed abiti logori e decadenti come i loro aspetti tetri e grigiastri.
Come le Esperidi anch’esse parlano mentalmente, ma se tra loro i due schieramenti di donne potevano sentirsi, noi solo le Esperidi potevamo udire così come Atlas poteva fare con le Erinni.
“Giovane Principe non badare a noi, porta a termine il rito… noi ti proteggeremo…”
Ciò che notai fu solo lo sguardo preoccupato e triste di Atlas prima che oscurità e luce si scontrarono in un combattimento senza esclusioni di colpi, uno nel quale anche io ed Edward tentammo di divincolarci con il desiderio di raggiungere il giovane dall’altra parte, ma ad ogni nostro tentativo un colpo ben assestato da parte di una delle Erinni ce lo impedì.
Potevo combattere, usare tutte le mie abilità e le mie armi eppure le Erinni non erano miniamente avvicinabili ad un nemico alla mia portato in quanto ogni mio colpo andava a vuoto nonostante tutta la precisione con il quale potevo assestarlo.
Dall’altra parte intravidi Atlas che nel buio della catacomba tirò fuori dal suo zainetto una clessidra, l’appoggiò a terra mentre con la stessa cura poggiò anche il libro che poco prima aveva letto al suo fianco. Guardando i due oggetti Atlas tirò un lungo sospiro pieno d’ansia, prima di voltarsi verso lo scontro ed incontrare il mio sguardo.
“Atlas qualsiasi cosa tu pensi sia giusta fare… non farlo…” gli urlai occupato com’ero a combattere, ma in egual modo raggiungerlo. Lui parve titubante eppure scuotendo il capo mi dava l’impressione di essere triste… forse triste che io non lo comprendessi.
“Connor avrei voluto conoscerti in un contesto diverso, ma sono sicuro che tu possa capirmi… tu che se avessi l’opportunità di salvare tua madre lo faresti… papà me lo ha raccontanto sai? Mi ha detto di come la sua morte sia stata brutale ed ingiusta e di come ti ha ferito…”
Sgranai gli occhi incredulo, una dell’Erinni fece per colpirmi, ma per qualche ragione non lo fece come se avesse ricevuto un ordine. Fu allora che Atlas mi raggiunse ed inginocchiandosi di fronte a me, con gli occhi ricolmi di lacrime pronunciò quelle parole piene di affetto e comprensione. Ero sicuro della sua bontà, seppur proprio per via della stessa temevo nelle sue azioni…
“L’amore di un figlio è incondizionato, lo comprendo… ma Atlas, te ne prego… ti supplico… non fare qualsiasi cosa ti abbiano detto da fare… perchè non salverà tua madre… getterà solo il mondo nell’oscurità…”

Vedere Connor inginocchiato di fronte a me, così vicino, mi procurava uno strano misto di emozione e timore reverenziale
Avevo agognato così tanto incontrarlo che ora non sembrava essere vero, seppur da nostro padre avevo appreso che ci sarebbero state cose che non sarebbe stato in grado di capire. Ma io ero lì anche per quello, per dimostrare a lui quanto a tutti gli altri che mia madre non era solo la donna che avevano conosciuto e che per la nostra famiglia… si, che c’era una possibilità… Sorrisi così a Connor, speranzoso, per poi essere subito trafitto dal senso di colpa.
«Mi spiace fratello mio, avrei così tante cose da dirti… Io… non vorrei farti questo, ma… non posso fermarmi ora. Anche papà avrebbe cercato di farmi cambiare idea, ma posso farcela. Sistemerò tutto!»
Connor aprì la bocca e fece per alzarsi, ma rimase come congelato sul posto esattamente com’era successo con l’uomo misterioso che aveva tentato di uccidere Adrian, anche lui non poté più muoversi.
Una volta finito lo avrei liberato e si sarebbe reso conto che tutto quello che avevo fatto sarebbe stato per noi… per tutti noi…
Mi lasciai lo scontro alle spalle cercando di non voltarmi per non mostrare il mio volto preoccupato a Connor e apparire più risoluto, e prendendo in mano la clessidra di mia madre la ruppi con decisione sopra la tomba per la quale ero lì: quella di Federico Auditore. Nemmeno io credevo possibile ciò che le Erinni mi avevano confidato, ma se lui era il Guardiano allora sarei stato io ad assicurarmi che compisse il suo destino.
La sabbia argentea vibrò intorno al sarcofago, illuminandone l’antico marmo scolpito, mentre riprendendo il Libro dei Morti proseguii il rituale.
Era in egiziano antico ed ancora mi emozionava la consapevolezza di riuscire a capirlo e leggerlo, ma ormai avevo quasi terminato.
Le Erinni erano intente a difendermi senza esclusione di colpi, ma questo non impedì ad Aletto di riuscire a raggiungermi per consegnarmi l’ultimo ingrediente necessario: l’ultimo respiro di Auditore. Fu un soffio che dalle labbra della strega uscì e serpeggiò come un’aura spettrale fino alla tomba, filtrando al suo interno dalla fessura laterale.
Di colpo tutto tremò per un istante, e poi fu immobilità di nuovo.
Rimasi immobile trattenendo il fiato in attesa di una qualsiasi cosa che mi avrebbe indicato il successo della mia missione, ma il nulla mi fece cadere nello sconforto.
Non potevo aver fallito. Non potevo aver deluso la mia famiglia.
Voltandomi verso Connor con i pensieri più bui che mi vorticavano nella mente cercai quasi il suo conforto, mentre liberandolo dalla morsa che lo aveva immobilizzato lo vidi corrermi incontro.
«Dobbiamo andare via!» Esclamò, afferrandomi per le spalle e avvicinandomi a lui.
«No! Non posso! Non posso aver fallito… No!» Risposi, quasi gridando con voce rotta dal pianto e copiose lacrime mi solcavano le guance. Scivolai a terra, mentre inconsapevolmente lo abbracciavo disperato come se fosse un’ancora. Quando Connor tentò di sollevarmi i miei tentativi di impedirglielo furono deboli, e finii con l’abbandonarmi contro di lui, singhiozzando senza riuscire a contenermi. Potevo sentire il mio volto arrossarsi dalla vergogna di mostrare la mia estrema debolezza, ma quei pensieri non si fermavano.
La delusione che avevo provocato, vedere finalmente mio fratello ma non come avrei voluto, la consapevolezza di non poter mai rivedere mia madre, la mia ingenuità ed incapacità… era tutto vano, ero più debole di quanto pensavo, inutile, un peso.
Mentre mi trasportava, Connor urlò ad Edward di lasciare perdere lo scontro e seguirci ,mentre Aletto si parò di fronte a noi decisa a liberarmi, ma si bloccò quando con un pensiero sconnesso le comunicai di lasciar perdere, e nemmeno le Esperidi riuscirono a raggiungere il sarcofago. Tutto iniziò a tremare e crollare intorno a noi, come se le catacombe stesse volessero seppellirci.




Mi ero attardato. Non si trattava di un contrattempo, ma di una mia scelta, anche se avventata. Non volevo andarmene senza vedere se da quella tomba sarebbe uscito qualcosa, o qualcuno.
Nel mentre, la battaglia tra le due fazioni continuava violenta, non si notavano nei loro attacchi alcun cedimento, le loro forze si equivalevano in una maniera tale che nessuno avrebbe potuto mai prevalere.
Mi ero ben guardato dall’intervenire in difesa o in supporto delle dee bianche, non ero così stupido da non intuire che in quello scontro tra titani mi avrebbero schiacciato come un moscerino, e non ero così assetato di gloria da morire in questo particolare momento della mia vita.
Tenevo gli occhi fissi sulla tomba, quindi, anche se alle volte i movimenti delle guerriere davanti a me erano così fulminei che quasi si tramutavano in un muro oscurante.
Purtroppo il mio tempo lì sotto stava per scadere. Aveva cominciato a cascare dal soffitto una polvere fastidiosa, che stava saturando l’aria. Entro breve, avrebbero cominciato a cadere anche le pietre, ed io avrei rischiato di fare la fine del topo.
Una delle Esperidi si girò verso di me, parlandomi con quella voce fredda che mi arrivava dritta dritta nel cervello: ”Vai via da qui, umano, questo non è più posto per voi!”
Prima di alzare i tacchi, gettai un’ultima occhiata al coperchio del sarcofago, perché non volevo arrendermi all’evidenza, ed ebbi soddisfazione.
Cominciai a correre quando vidi che la pesante lastra stava scorrendo di lato. Pregai che tutto crollasse, che tutto venisse seppellito.
I boati ed i clangori continuavano a far tremare tutto, ma la luce che quegli esseri emanavano mi permetteva di vedere gli ostacoli che mi si paravano davanti.
Evitai per un soffio un masso che crollò fragorosamente: colpì la mia spalla ed il braccio solo di striscio, ma il suo peso era tale che mi sbilanciò, facendomi rovinare a terra. Altri crolli si susseguirono immediatamente dopo, e cercai di ripararmi con il braccio sano dalla pioggia di macerie che quasi mi seppellirono. Urlai dal dolore: ero stato colpito anche ad una gamba, ma dopo diversi tentativi spostai la pietra che me la bloccava.
Ero accecato, e faticavo a respirare quell’aria sporca. Nella penombra irreale, il ciondolo che portavo sempre con me brillò debolmente, a poca distanza dal mio naso. La catenina si era spezzata quando ero stato colpito, ma per mia immensa fortuna lo avevo visto prima di perderlo, perché era la cosa che più tenevo al mondo, e sarei tornato indietro a qualsiasi costo pur di recuperarlo.
Il ciondolo che mi donò Nike, all’inizio della nostra storia d’amore. Sembrava una rosa, rappresentava invece il cuore di un gioviano. Il dono più prezioso che avrebbe mai potuto farmi.
Lo raccolsi con le mani che tremavano, e mi rialzai più che altro grazie alla forza di volontà. Non potevo morire lì, lei mi stava aspettando. Lei mi aveva chiesto di sposarla. Io lo volevo con tutto me stesso.
Il tragitto per tornare alla luce del sole fu lungo più di quanto ricordassi, ma alla fine risalii i gradini diroccati quasi correndo, nonostante il tormento che mi dava la gamba, reggendomi alla parete che tremava.
Crollai sulla lapide più vicina, tossendo ed ansimando. La spalla mi pulsava sempre più forte. Mi pulii la faccia con un braccio, per togliermi lo sporco, strofinandomi gli occhi che bruciavano. Alle mie ferite non potevo pensare in quel momento, perché non volevo distogliere lo sguardo dall’entrata del tempietto.
Dopo un ultimo, assordante crollo, ci fu silenzio. Il combattimento era terminato, i colpi squassanti non si avvertivano più. Chi avesse vinto, non potevamo saperlo, ma dopo istanti interminabili, volarono fuori le tre colombe bianche; si alzarono nel cielo, e sparirono velocemente alla nostra vista.
Mi passai una mano tra i capelli, incredulo ma speranzoso che quello fosse l’epilogo di tutto.
Gemetti, notando un movimento nell’atrio polveroso. NO.
L’ultima figura che uscì da quella tomba ormai in rovina fu un ragazzo, dal fare molto disorientato. Si guardava lentamente attorno come se facesse fatica a capire dove si trovasse, e perché.
Era molto giovane, poteva avere pressapoco vent’anni. Aveva il pallore di chi è stato a lungo senza vedere la luce del sole, e i suoi abiti ridotti a stracci sembravano essere stati molto lussuosi, un tempo.
Una certa aria di famiglia mi tolse anche gli ultimi brandelli di fiducia che mi ostinavo ad avere.
”Oh, cazzo…”

L’aria che mi entrava a forza nei polmoni mi fece mancare il respiro. Il cuore batteva frenetico, facendomi sussultare, come se si fosse rianimato in quel momento. Spalancai gli occhi di scatto, trovando solo il buio a farmi compagnia.
Che diavolo è successo? Dove diamine sono? Per quanto sono rimasto svenuto?
Sentivo l’aria che avevo ricominciato a respirare mancarmi nuovamente. Mi accorsi solo in quel momento di essere sdraiato, chiuso in quella che sembrava una cassa di marmo.
Devo uscire! Voglio uscire!
Usai tutta la forza che avevo per spostare il pesante coperchio e mi buttai letteralmente fuori.
Pochi fasci di luce che filtravano dall’esterno illuminavano debolmente quel luogo. Mi guardai intorno: tutto attorno a me era distrutto. Ovunque mi voltassi vedevo solo macerie e detriti.
Più tentavo di capirci qualcosa e più che non ci riuscivo. Come avevo fatto a finire lì sotto?
Mi voltai nella direzione da cui ero appena uscito e mi si ghiacciò il sangue nelle vene. Ero più che certo che quello fosse un sarcofago in marmo. Sopra c’erano delle lettere incise ormai rovinate, ma bastò riconoscerne poche per capire che il nome impresso su quella tomba era il mio.
Ero sconvolto e ancora più confuso. Io, morto? Ma se stavo respirando? Era un brutto scherzo, un piano architettato da qualcuno, non sapevo come altro spiegare quellla situazione assurda.
Facendo più attenzione mi accorsi che sulla lastra c’erano altre scritte, più nitide e meno rovinate.
29 DICEMBRE 1476.
Una fitta alla testa mi colpì alla sprovvista, costringendomi a rannicchiarmi su me stesso, prendendomi il capo fra le mani e stringendo convulsamente.
No… no, no, NO!
Solo in quel momento ricordai tutto, come se qualcuno mi infilasse a forza nella testa quei ricordi così dolorosi da farmi nuovamente male come la prima volta.
La cattura, la prigionia, l’accusa di tradimento, l’esecuzione in Piazza della Signoria, mio padre, Petruccio… loro dove erano?
L’aria iniziò a mancarmi di nuovo, ricordandomi la fin troppo familiare sensazione di avere un cappio al collo.
Iniziai a tossire disperato in cerca d’ossigeno.
Mi guardai sempre più sconvolto e confuso attorno, e solo allora le vidi. Quelle attorno a me non erano solo macerie, erano tombe.
Le loro tombe.
Mia madre, mio padre, Petruccio.
Ezio e Claudia? Che diamine era successo? Quanto era passato?
Violenti singhizzi mi scossero, facendomi tremare. Urlai disperato e terrorizzato.
Morirò… morirò ancora…
Ma io non voglio morire, non così, non di nuovo!
Tentai più volte di mettermi in piedi, rovinando a terra ogni volta. Le gambe erano deboli e il dolore era lancinante ogni volta che provavo ad alzarmi, come se mi ficcassero piccole lame ovunque. Ma lo ignorai. Se volevo uscire, se volevo vivere, non potevo farmi fermare da una cosa del genere.
Mi feci strada fra le macerie, rischiando più volte di venir schiacciato da altri crolli. L’unico indizio per trovare l’uscita era la luce che si faceva sempre più forte e presente man mano che avanzavo in quel labirinto mortale.
Dopo quella che mi sembrò un’eternità finalmente la vidi. Con un ultimo sforzo spinsi la pietra che ostruiva il passaggio e rimasi accecato dalla luce del sole per qualche istante.
Misi finalmente a fuoco e capii, mio malgrado, che tutta quella situazione era la pura e maledetta verità.
Ero appena sbucato in un cimitero dalla cripta della mia famiglia.
Alzai lo sguardo verso il cielo sopra quella che riconobbi subito come Santa Croce -almeno sono ancora a Firenze-, attirato da uno strano rumore e quello che vidi mi lasciò di stucco.
Uno strano uccello -non sapevo nemmeno se definirlo tale- attraversava il cielo ad alta velocità.
Ma quanto tempo è passato?
Riportai la mia attenzione al cimitero e solo in quel momento mi accorsi di non essere solo.
Tre uomini dall’aspetto bizzarro mi stavano osservando perplessi e sconvolti.
Quello sconvolto dovevo essere io, mica loro! Indossavano abiti strani e capelli a dir poco discutibili, due di loro erano persino armati dalla testa ai piedi.
Più tentavo di capirci qualcosa e più che tutto mi sembrava più contorto e senza senso.
Stanco di ragionare su cose che tanto non avrei capito sul momento mi lasciai andare, sedendomi a terra senza forze.
Ma perché a me?




Avevo il cuore in gola mentre impolverato e spossato stavo a terra ad osservare tutto di fronte a me crollare: le catacombe, il Guardiano, ogni speranza di salvare mia madre e riunire la mia famiglia… era stato tutto vano.
Tossii con la gola che bruciava e il viso rigato da lacrime che sapevano di amarezza e delusione.
Connor era al mio fianco, non si era mosso, e quando lo vidi preoccuparsi per me mi si scaldò il cuore, nonostante avessi come la consapevolezza che le Erinni, le mie migliori amiche e guardiane, erano morte.
Non volevo credere che potesse essere vero, ma quando non le avevo viste uscire dalle catacombe ne avevo avuto la certezza. Eravamo strettamente legati, dal mio primo respiro a questo mondo, e non percepivo più i loro pensieri o la loro forza vibrare intorno a me: la loro aura si era spenta.
Mi piegai in avanti, rotto dal dolore, e mi morsi la mano per soffocare i singhiozzi e restare in silenzio. Avevo decisamente già dato troppo spettacolo della mia debolezza e insicurezza, sopratutto ad Edward che immaginavo già cosa pensava di me.
Connor, fermandomi appena notato il sangue che scorreva dalla ferita che mi ero provocato ma che a stento sentivo pulsare di dolore, mi abbracciò cullandomi tra le sue braccia. Per un momento mi abbandonai contro di lui, sospirando, sperando di sparire in quel momento per non dover affrontare ancora il mondo che mi circondava.
Fu in quel silenzio irreale che l’arrivo improvviso di un uomo cambiò tutto.
Mi scostai appena da Connor per vedere meglio colui che era emerso dalle macerie, con la bocca spalancata dalla sorpresa, e voltandomi verso mio fratello gli rivolsi la stessa espressione come per accertarmi che l’avesse visto anche lui, mentre la speranza sbocciava nel mio cuore e quasi mi si torceva lo stomaco.
«C-Come è… possibile…» Biascicò Connor tra l’orridito e lo spaventato. Con la coda dell’occhio vidi Edward, che altri non era che mio nonno alla fin fine, scattare in assetto di difesa con le armi sfoderate.
«N-No… No! Fermi, fermi!» Urlai balzando in piedi e mettendomi fra loro ed Auditore con le braccia spalancate, come uno scudo. Non potevo permettere a nessuno di compiere gesti avventati.
«Scansati da quell’abominio!» Tuonò Edward mentre con un’ombra nello sguardo faceva un passo avanti.
Qualcosa nella mia mente scattò. Mi asciugai gli occhi e serrai la mascella.
Con lui non sentivo quel legame che invece con Connor e mio padre percepivo, era come se semplicemente fosse un estraneo.
Una risata amara e senza emozione mi nacque dal centro del petto, e fissai le mie iridi di colpo gelide nelle sue.
«Allora potresti affermare lo stesso su di te, o ritieni normale vivere così a lungo, caro nonno?» Risposi, con una determinazione che non sapevo di possedere. «Tu non capisci… e non potrai mai capire. Non hai mai lottato come me, mio padre o Connor per questa famiglia… la nostra, che ti piaccia o no.»
Papà non mi aveva mai voluto raccontare molto di lui, ma io avevo fatto le mie ricerche ed avevo saputo di come aveva abbandonato sua moglie, di come si era riunito a sua figlia solo perché rimasta orfana, o di come si era arreso con mio padre come un codardo.
«Non sei mai stato parte di questa famiglia, non avresti neanche il diritto di fiatare!» Esclamai alla fine, mentre una rabbia sepolta tornava in superficie, tagliente, anche se sapevo perfettamente che non avrebbe capito, che avrebbe continuato a campare nelle sue convinzioni e scusanti.
Edward digrignò i denti e mi si sarebbe avventato contro, confermando ciò che pensavo, se non fosse stato per Connor che lo fermò prima che lo facessi io stesso con un semplice battito di ciglia. Tra i due iniziò una sorta di scontro in cui mio fratello usava tutte le sue forze per calmarlo e lui per liberarsi e scagliarsi su di me ad armi protese.
«Vieni con me!»Dissi voltandomi verso Auditore, che confuso si guardava attorno. Gli rivolsi un flebile sorriso e cercai di essere il più educato possibile, per quanto la situazione critica lo permettesse. Lui alzò lo sguardo verso Edward e Connor e, pur riconoscendo in parte le loro vesti di Assassino, parve qualcosa in loro farlo diffidare. Sarà stato l’aspetto da furfante di mio nonno o i tratti fin troppo esotici di mio fratello, ma infine tornò a guardarmi concedendomi un piccolo cenno d’assenso.
«Mi spiegherai che razza di scherzo è questo?» Disse, con voce roca.
«Farò molto di più: ti racconterò cosa è successo alla tua famiglia.» Gli risposi, prendendogli la mano. Perché, alla fine, non era forse quella la ragion d’essere per tutti noi? La forza e la determinazione che muoveva ogni nostra azione?
Connor incrociò il mio sguardo e, impallidendo, fece un passo in avanti. Sapevo che avrebbe voluto fermarmi, cercare di parlarmi, se solo le circostanze e lo stato di agitazione di Edward glielo avessero permesso.
Mi sentii pervadere dalla malinconia, che gli espressi piegando il capo da un lato e guardandolo con tutta la tenerezza dei miei anni.
«Speravo che tu saresti venuto con me, fratello mio… Mi piacerebbe rivederti presto, in altre circostanze…» Gli rivolsi un sorriso triste, e poi finalmente i miei poteri, come sprigionati dall’ombra della morte delle Erinni, presero il sopravvento e un fumo nero circondò sia me che Federico, riportandoci a casa… ad Hamilton…

Guardammo immobili ed annichiliti le volute di fumo nero diradarsi, rivelando il loro segreto: di Atlas e di Auditore non ne era rimasta traccia.
Ansimavo per la lotta che avevo sostenuto con Connor: ci eravamo sempre equivalsi per forza e abilità, ma io ero ferito, e lui mi aveva facilmente impedito di fare ciò che doveva essere fatto.
Eravamo ancora così, avvinghiati. Lo strattonai per liberarmi, e immediatamente dopo gli centrai la mandibola con un pugno. Il mio attacco fu penosamente fiacco, perché avevo usato il braccio leso. Strinsi la spalla con l’altra mano, mordendomi le labbra per mascherare il dolore.
Questo non mi calmò, ne tanto meno frenò la mia lingua.
”Perché lo hai fatto? Perché mi hai fermato? PERCHE’?”
Urlavo per la rabbia, ma non era sufficiente a sfogare quello che stava bruciandomi nel cervello. I muscoli del collo erano tesi allo spasimo, ed io mi sentivo soffocare come se una mano invisibile me lo stesse stringendo.
Connor mi fissò lievemente smarrito, poi si riprese, e parlò con voce ferma e lenta, quasi fossi un bambino a cui stava spiegando una cosa ovvia: ”Atlas è mio fratello. Forse per te non è una cosa rilevante, e me lo hai dimostrato da quando abbiamo iniziato la missione, ma per me lo è, eccome!”
”In una cosa hai ragione. Non mi importa se è sangue del mio sangue, non mi importa se è giovane e pieno di buone intenzioni, non mi importa un accidente, e sai il motivo? E’ un Templare, come suo… padre!”
Sputai le ultime parole, la gola quasi chiusa e bruciante. ”Agisce per realizzare piani e progetti che combattiamo da millenni, perché siamo Assassini, perdio!”
Mi avvicinai a lui, e gli puntai un dito al petto: ”Connor, io e te siamo Assassini! Abbiamo fatto un giuramento! Può essere dura da affrontare questa verità, ma è così!”
Alzai le braccia al cielo, dimenticandomi della spalla, ed una lama infuocata mi attraversò il torace.
”Ha riportato in vita un morto! Come è riuscito a farlo, te lo sei chiesto? Chi è in realtà questo ragazzo?”
Non replicò. Era una risposta che non voleva dare e, a ben pensarci, neppure io ci tenevo tanto, a sentirla. Avevamo altri problemi su cui ragionare.
”E poi chi ha riportato in vita… il fratello degli Auditore…”
Mi passai una mano sul viso, avvilito, poi lo fissai nuovamente con astio: ”Come facciamo a spiegare al Mentore che ora il fratello è uno zombie in mano ai Templari, e noi che abbiamo avuto la possibilità di impedirlo non lo abbiamo fatto?”
Abbassai il tono, la voce roca: ”Anche se eri venuto qui per incontrare tuo fratello, e forse per salvarlo, quando abbiamo capito che stava per portare a termine un obiettivo che avrebbe favorito l’Ordine dei Templari, avevamo l’obbligo di fermarlo, ad ogni costo! Anche se questo voleva dire lasciarci la pelle! Dovevamo uccidere quel mostro, che ora potrebbe essere ovunque, alla mercé dei nostri nemici, che chissà cosa gli staranno raccontando… e solo noi siamo i responsabili di questo… Abbiamo infranto il Credo…”
Scossi la testa, prendendo un respiro. Più pensavo al casino in cui ci trovavamo, più avrei voluto non accettare mai la richiesta che mio nipote mi aveva fatto dopo lo scontro a Nanda Parbat. Non mi pareva il momento di aggiungere anche le questioni personali, ma avevo acconsentito principalmente nella speranza di riuscire a recuperare con lui un rapporto più caloroso, e forse mi ero anche illuso di riavvicinarmi ad Haytham in qualche modo; ero stato stupido. Totalmente stupido.
Ormai le cose erano così rovinate che ci sarebbe voluto un miracolo per raddrizzarle.




Nonostante tutte le mie buone intenzioni le parole di Edward mi colpirono in volto molto più violentemente del suo pugno, mi fecero piegare in avanti e poggiare un albero vicino quasi come se mi mancasse l’aria e non sapessi dove aggrapparmi per ritrovarla.
La verità era che la situazione con Atlas era molto più grave di quanto volessi ammettere, che le domande che su di lui avrei dovuto pormi le stavo rinnegando, ignorando e cacciando con tutte le mie forze quando invece avrebbero dovuto spaventarmi e confondermi… perchè di cose strane ne avevo viste nei miei lunghi anni di vita, ma sconfiggere la morte era… era disumano… anche a Nanda Parbat possedevamo una fonte che permetteva tale miracolo, ma non l’avevamo mai usata e l’unica volta che questa regola era stata infranta, con Nike, ella aveva avuto la forza di affrontare tutto ciò senza perdere il senno e l’anima solo per la sua natura non umana… Ma dopo allora avevamo giurato solennemente, tutti, Guerriere ed Assassini che mai e poi mai l’avremo utilizzato di nuovo la fonte per tale scopo.
Atlas non aveva avuto bisogno nemmeno di quello, aveva fatto con le sue sole forze e poteri ed aveva agito senza paura, senza fermarmi a pensare quanto blasfeme fossero le sue azioni… Tutto ciò quindi mi riportava ad Edward, alle sue parole, alle sue accuse che mi colpirono così forte da farmi scivolare con la schiena contro il tronco dell’albero fino a terra, sull’erba arida… mi guardai intorno scosso prima di prendermi il capo tra le mani…
Pensavo ad Auditore, pensavo ai suoi fratelli pensavo al Credo e tutto mi rimbombava dentro come una predica senza fine, una che più avrei voluto non ascoltare e più invece mi assordava.
Ora anche Edward era poggiato ad un albero, di fronte al mio, ed ancora in piedi guardava arrabbiato la cripta caduta e la totale desolazione intorno a noi. Non c’erano stati nè vinti nè vincitori, semplicemente c’era stato un cambiamento nel corso naturale negli eventi uno troppo grande da sapere come affrontare…
“D-Dovremmo dirlo… a… al M-Mentore… e… e sua s-sorella…” balbettare non era da me ed in quel momento non lo facevo nè per codardia, nè per debolezza, ma solo perchè ero così sotto choc da non riuscire a mantenere il corpo fermo e tanto meno la voce.
“Ovvio che dovremo Connor… mi chiedo solo come…” furono le uniche parole che Edward mi concesse ormai troppo stanco per urlarmi addosso, mentre guardandomi mi fece cenno con il capo di seguirlo. Non c’era più ragione di rimanere lì. Era ora di tornare a casa…

Era notte fonda quando tornammo al Covo. Il nostro rientro era stato piuttosto silenzioso e carico di pensieri. Io e Connor non ci eravamo quasi rivolti la parola, ma non era per qualche rancore che covavamo reciprocamente; più che altro eravamo sprofondati ognuno nelle proprie cupe riflessioni.
Mi dispiaceva per lui; il fallimento della missione era da attribuire ad entrambi, ma lui aveva un altro rospo, molto più duro da mandare giù. Atlas aveva avuto belle parole per suo fratello, ma poi, nei fatti, era come se gli avesse sbattuto una porta in faccia.
Nel tentativo di aiutarlo gli dissi: ”Andiamo a riposarci qualche ora, ne abbiamo bisogno entrambi. Non penso che cambierà molto la situazione, se andremo a rapporto dai Mentori domani mattina presto…”
(…)
Entrai nella mia stanza senza accendere luci, e udii immediatamente un respiro leggero che mi riempì di sollievo. Chiusi la porta con delicatezza. Nike stava dormendo, nel nostro letto, e non avevo ancora intenzione di svegliarla.
La sua presenza era la prima nota positiva da giorni interi. Non ero sicuro che si sarebbe fermata a Nanda Parbat ad aspettarmi, di solito ci ritrovavamo in maniera casuale, era più un attirarci a vicenda come fossimo delle calamite piuttosto che un darci appuntamento ad una data ora in un certo luogo.
Era così che era sempre stato il nostro rapporto, più vissuto alla giornata che consolidato da promesse e giuramenti.
Ero sempre stato insofferente alle regole e alle convenzioni, il mio passato da pirata ne era la principale testimonianza, ed io me ne ero sempre fatto un punto d’onore.
Credevo che anche per Nike fosse la stessa cosa, ed invece, qualche tempo dopo averla ritrovata, mi aveva sorpreso con una richiesta. Una richiesta che subito mi aveva fatto reagire in maniera divertita, nel tentativo di mascherare il disappunto che provavo.
”Da quando una donna fa quello che è compito dell’uomo?”
Avevo provato a scherzare su questo aspetto, per non dover pensare che io, di matrimonio, non volevo parlarne affatto…
Cercai prima di tutto di guadagnare tempo. Pensai a lungo come escogitare nuovi sistemi e nuove scuse per procrastinare all’infinito quella che mi pareva una condanna. Ero già stato sposato altre volte, e non erano andate poi troppo bene le cose: perché quindi dovevo mettermi di nuovo con questo cappio al collo?
Potevo starmela a raccontare alla nausea, ed ero molto bravo in questo.
In quella tomba schifosa però, mi ero trovato davvero ad un soffio dal veder avverarsi una delle mie paure più grandi: quella di non poter più esserle accanto, quella di non poter più godere del piacere irrinunciabile della sua presenza. Un timore ed un bisogno che avevo provato dal primo istante in cui l’avevo incontrata, e che mi aveva fatto fare cose che non avrei concesso a nessun altro al mondo.
Ne ero certo. Se fossi morto in quel momento, la mia anima sarebbe stata uno di quegli spiriti vaganti ed angosciati che riempivano le storie raccontate nelle serate intorno al fuoco di un accampamento durante una sosta dalle scorrerie.
Da quella missione disastrosa ero tornato con una certezza: anche se nella mia vita il rischio era sempre stato una costante nel mio agire, e molto spesso avevo sfidato la sorte anche quando sul piatto c’era tutto ciò che possedevo, ora qualcosa era cambiato.
Non ero più disposto a mettere a repentaglio la mia anima, e questo lo potevo evitare solo se avessi avuto la certezza che ogni giorno mi sarei svegliato accanto a lei. Avrei accettato anche quelle assurde condizioni, come i festeggiamenti, le promesse, gli anelli e l’abito bianco, se così avesse voluto.
Mi avvicinai silenziosamente al letto, indovinando la sua sagoma nella penombra della stanza.
La abbracciai e la baciai mentre ancora era addormentata, assaporando ogni secondo, così prezioso da quando avevo la consapevolezza che stavo per perdere tutto definitivamente.
Ma mai e poi mai avrebbe saputo di tutto questo. Mai le avrei raccontato delle riserve sui suoi progetti che le avevo nascosto, o della rivelazione che avevo avuto mentre ero mezzo sepolto in quel buco soffocante.
Nike si svegliò immediatamente e rispose con gioia al mio bacio, sporco, maleodorante e ferito come ero.
La strinsi ancora di più a me, zittendo le sue domande sulla missione con altri baci. Sulle mie labbra e sulle mie mani che la accarezzavano, sentivo quella scarica di elettricità che emanava da lei quasi fosse una preghiera che veniva esaudita.
Conoscevo le priorità a cui dovevo sottostare, ma in quel momento templari, zombie e antichi manufatti potevano andarsi tutti quanti a far maledire.




Avevo da sempre percepito un vuoto negli angoli bui del mio cuore, ancor prima di ricordare chi fossi, la stessa Evie Frye lottava con la guerra in corso nella propria testa. Era una di quelle lotte silenziose però, composta da sussurri e bisbigli, che fino al mio risveglio mi erano parsi irrilevanti. Non potevo sapere allora, che quelle voci e gli incubi, non fossero altro che dei nomi e volti appartenenti al mio passato. E così Evie Frye e Nike si erano fuse, non essendo mai state due persone così differenti, non era stato difficile per me ritornare la vera me stessa… Ma apprezzavo soprattutto il modo silenzioso in cui le mie sorelle mi avevano supportata, standosene in disparte e dandomi il tempo necessario perché potessi ricordare. Rammentare chi fossi, le mie origini, il mio compito e la battaglia che da tempi immemori noi Guerriere avevamo giurato di sostenere.
Inizialmente non avevo preso bene la scoperta sulla mia rinascita, resa possibile solo grazie al Pozzo di Lazzaro. Io, il Giudice Supremo, non avevo mai avuto modo di scegliere davvero per la mia vita. Sin dalla nascita, ero stata schiava degli eventi e delle decisioni di terzi per il mio futuro, ma da quando avevo riacquistato la mia natura avevo deciso di porre fine a tutto quello. E sapevo che quella nuova consapevolezza sulla capacità di poter scegliere, aveva un nome: Edward. Mi chiedevo spesso come fosse stato possibile per lui, restare al mio fianco per tutto quel tempo, senza che io potessi ricordare chi realmente fossimo stati. La mia indifferenza, il non calcolarlo come avrei dovuto, l’aveva ferito? Eppure non mi aveva mai fatto pesare nulla, aveva semplicemente ripreso ad amarmi come se non fossero passati anni. Forse era normale per noi, che non consideravo una normale e canonica coppia di innamorati. Eravamo opposti e simili in molte, troppe cose… E il fatto che conoscessi Edward in maniera che lui nemmeno immaginava, mi aveva fatto intuire che la mia proposta di matrimonio l’avesse spiazzato e colto impreparato. Probabilmente, un giorno o l’altro, avrei dovuto far chiarezza con lui su come avvenissero tali unioni sul mio Pianeta.
Per noi Gioviane era una normale routine chiedere la mano del proprio uomo, in maniera forse troppo dissimile da come accadeva sulla Terra, ma non era quello probabilmente a preoccuparlo. Non potevo comprendere fino a che punto il suo modo di tergiversare sulla cosa, fingendosi divertito e vago, potesse rappresentare una semplice e banale risposta velata: un rifiuto. Non l’avrei di certo costretto o redarguito se così fosse stato, ma forse proprio per via del suo procrastinare, quando mi avevano annunciato che sarebbe partito per una missione personale con Connor non gli avevo fatto molte domande. Stare lontani per un po’, senza la mia presenza che dopo tempo avrebbe potuto opprimerlo, l’avrebbe potuto aiutare a capire cosa volesse realmente. E io avrei potuto concentrarmi sulla situazione creatasi dopo le rivelazioni di Pandia e l’attacco subito a Nanda Parbat.
Avevo concesso il beneficio del dubbio a quella ragazza, forse perché leggevo nei suoi occhi una reale sofferenza, e mai più sarei stata così avventata nel giudicare una persona per il mero fatto d’essere la personificazione della giustezza.
Nonostante volessi conoscerla meglio, non potevo abbandonare ancora il Covo però, non solo per le rigide misure di sicurezza da mettere in atto ormai… Ma perché aspettavo ancora il ritorno di Edward. A mia memoria, non eravamo mai stati caratterizzati da uno di quei legami pieno di smancerie nelle parole o negli atti, ma dopo gli ultimi avvenimenti avevamo rischiato troppe volte di perderci. E chissà per quale assurda ragione, restare lì, dormire nel suo letto e usare la sua stanza mi aiutava nell’organizzare le idee sul da farsi da lì in poi.
Mi ero addormentata proprio fra quelle lenzuola, quando sentii qualcosa di diverso in quella nottata, caratterizzata da giorni soltanto dai miei respiri e sogni affollati. Troppo tardi per rendermi conto che si trattasse effettivamente di una presenza, la stessa che giunta sul materasso alle mie spalle prese a sfiorarmi e baciarmi. Non mi servì aprire gli occhi però, per capire di chi si trattasse. Istintivamente, il mio corpo reagì a lui con quella consueta scarica elettrica che caratterizzava il nostro rapporto: a volte attraversavamo giornate intere di bonaccia, calma quasi piatta, per poi venire investiti da improvvise scosse capaci di rivoluzionare ogni cellula del nostro corpo.
Ovviamente, nonostante iniziassi a ricambiare il suo abbraccio e quel suo bacio carico di parole inespresse, cercai comunque di parlargli e chiedergli aggiornamenti prima di notare qualcosa di strano. La stranezza principale, oltre quel suo assalto piacevole, era il fatto che sentissi un odore metallico a cui non volevo dare una classificazione. Era ferito?
” Sei tornato, com’è andata? ” riuscii a malapena a sussurrare, fra un suo ricercare le mie labbra e quelle carezze che diventarono ben presto un pretesto per individuare i rifugi e le nicchie più segrete del mio corpo. Lo assecondai, nonostante volessi scoprire cosa lo animasse a ricercarmi in maniera così appassionata, le parole e i discorsi potevano attendere mentre portavo le mie mani su di lui per ricambiare quelle carezze veementi.

”…ed ora ci resta la parte migliore, ovvero quella in cui portiamo ad Auditore la lieta notizia del fratello prodigo…”
Feci una smorfia, mentre tenevo lo sguardo fisso alla finestra, dove si cominciava a vedere la prima luce dell’alba. Anche se Nanda Parbat ero un luogo fuori dal tempo comune, i giorni e le stagioni si susseguivano ad un ritmo normale, che dava l’impressione di trovarsi in una zona situata nella parte più temperata della Terra.
Nel frattempo, Nike si era occupata di disinfettare e fasciare i miei graffi. Così avevo insistito a chiamarli, anche quando mi ero reso conto che la spalla era in condizioni piuttosto brutte, ed avrebbe richiesto più di qualche giorno di convalescenza prima di poter tornare pienamente operativa.
Mentre compiva il lavoro da infermiera che aveva fatto su di me infinite volte, era rimasta ad ascoltare attenta, senza dire parola, il racconto abbastanza laconico della missione.
Avevo evitato di riferirle con quali sentimenti avevo dovuto combattere, con quali dubbi e quali paure. Non mi ero soffermato troppo sulla discussione che c’era stata tra me e Connor quando eravamo rimasti soli nel cimitero.
”La fasciatura è a posto… se non la strapazzerai troppo!”
La ringraziai con un ghigno. Le sue raccomandazioni erano quasi un gioco tra di noi, lo sapeva benissimo che non avrei avuto il riguardo necessario per le mie ferite, abituato come ero a fare il mio lavoro anche in condizioni critiche.
La attirai a me, facendola sedere sulle mie gambe, e le circondai la vita con un abbraccio.
”Ma certo…”
La frase rimase a metà, perché avevo notato un foglio posato sul tavolino di fianco alla porta. Una foto di quelle che servono ad attirare e convincere i turisti di aver bisogno di una vacanza sotto il sole dei Caraibi, oppure le coppie appena sposate che la luna di miele su spiagge bianche ed acque turchesi sarà indimenticabile.
Mi irrigidii. Alzai lo sguardo sul suo. Mi stava guardando in quel modo.
Quello in cui era sottinteso: Lo so cosa non vuoi dirmi, ed invece adesso ne parliamo
Mi schiarii la gola.
Va bene, capitano Kenway, dimostra di avere gli attributi! Combattere contro la Marina Inglese in confronto, sarebbe una passeggiata salutare…
”Sai cosa stavo pensando? Che potremmo ritagliarci un po’ di tempo per noi due, e magari…”
Perchè le parole non venivano? Maledizione, dove erano i galeoni con venti colubrine da abbordare quando servivano?
”Era per la proposta che mi hai fatto tempo fa… potremmo organizzare una cerimonia con pochi invitati, o addirittura solo io e te… senza fare troppo baccano…”
Sfoderai il mio sorriso truffaldino. Avrebbe funzionato?




Tutto con Edward era adorazione e passione. Lui, che probabilmente aveva fatto più di qualsiasi altro essere umano per permettere alla sua vita segreta e segnata dal tempo di trovare un equilibrio, era ormai avventurato in quell’emozione senza nome con me… Abbandonandosi a essa.
?Quando ormai il sole era in procinto di sorgere, mi ero resa conta di quanto fosse ferito, e nonostante il suo minimizzare non volevo sentir ragione: andava curato. Così mi ritrovai a medicarlo, non ancora propriamente rivestita e sicuramente assonnata in viso, gli disinfettai tutti quei graffi e mi premunii di bendarlo in quelli che mi sembravano più profondi. Mi preoccupava maggiormente il danno che si era arrecato alla spalla, ma fortunatamente non volle omettermi come fosse accaduto, raccontandomi nei dettagli tutto ciò che quella missione aveva comportato. E non solo in danni fisici a lui…
Rimasi ad ascoltarlo in un reverenziale silenzio, occupando quel tempo di spiegazioni per prendermi cura di lui, anche se le notizie che portava quel suo resoconto non fecero altro che preoccuparmi ulteriormente. Avevamo già i nostri grattacapi per via della storia con Pandia e il Black Moon, sul serio potevamo fronteggiare due fazioni in contemporanea, che ci facevano la guerra? E soprattutto, perché questo Atlas avrebbe dovuto far “risorgere” un Auditore? Ancor più importante: come aveva fatto? Qualcosa mi diceva che presto avremmo avuto brutte sorprese, le cose stavano andando fin troppo velocemente e in maniera inaspettata negli ultimi tempi. Era normale sentirsi esausti? Non avrei mai fatto meno ai miei doveri di Guerriera ed Assassina, ma il fatto che Edward fosse stato ferito così gravemente, la diceva lunga sulla mia tolleranza sulle situazioni createsi.
” La fasciatura è a posto… se non la strapazzerai troppo! ” lo ammonii, una volta terminato il mio compito, in contemporanea con l’epilogo della sua avventura con Connor. Non avevo commentato la vicenda, mi serviva il giusto tempo per metabolizzare il tutto, anche se iniziarono a formularsi soltanto interrogativi più che soluzioni. Ezio non l’avrebbe presa bene, ancor meno Claudia probabilmente…
Rivolgendo un’occhiataccia al ghigno del mio “paziente” insolente, mi apprestai a rimettere al proprio posto tutto l’occorrente che avevo utilizzato per curarlo, ma non me lo permise. Prima che potessi allontanarmi, mi afferrò delicatamente, guidandomi a sedermi su di lui… Era decisamente strano, dopo il suo ritorno. Lo assecondai comunque, accomodandomi su di lui e sorridendo per la sua espressione mutata. Si era irrigidito immediatamente, ero un’Assassina anch’io, credeva sul serio che non lo notassi il suo cambio repentino? Non potevo sapere a cosa fosse dovuto quel suo mutismo improvviso, ma gli lasciai il suo tempo… Anche se questo mi portò a fissarlo con i miei occhi smeraldini, mentre giocherellavo distrattamente con qualche ciocca dei suoi capelli, passandomela fra le dita. Probabilmente lo misi in soggezione, perché si schiarì improvvisamente la gola, lasciandomi sorridere per quel suo atteggiamento che se non l’avessi conosciuto, avrei definito intimidito. Ma Edward non era né timido, né tantomeno uno da fiori e cuori. E nemmeno io a dirla tutta…
Forse per quello mi stupì, quando riprese a parlarmi, chiedendomi di prenderci un po’ di tempo per noi. Forse, col fatto che fosse ferito alla spalla, avrebbe potuto starsene in panchina per qualche giorno… Ma io? Avevo sempre anteposto i doveri a me stessa, nonostante mi tentasse, potevo sul serio permettermi del tempo per l’amore? Rimasi ancor più spiazzata, quando mi parlò della mia proposta, che tanto mi aveva dato da pensare in quegli ultimi giorni… Dopo i tanti tergiversare, prender tempo e scherzarci su, mi stava davvero dicendo di sì? Perlomeno con quella risposta, riuscì a farmi capire cosa lo terrorizzasse: la cerimonia, gli invitati. Era decisamente fuori strada, ma assolutamente adorabile ai miei occhi in quell’istante.
Come una sorta di Giustizia meritata però, non gli risposi subito, limitandomi a guardarlo soprattutto per quel suo sorrisetto che sapevo dove volesse portarmi. Di tutta risposta, ricercai le sue labbra sfacciate in un piccolo bacio, allungando i tempi di quella mia tortura in maniera piacevole.
” Credo di doverti spiegare una cosa… ” iniziai, cercando di far mente locale su come e cosa dovergli dire. Spiegare cosa intendessi per matrimonio, era molto più complesso di quanto realmente fosse.
” Quando ti ho fatto quella proposta… Seguendo le tradizioni Gioviane, pensavo ingenuamente che avresti capito che intendevo… Beh, che intendevo un matrimonio secondo il mio Pianeta. E non ha nulla a che vedere con celebrazioni, invitati, cerimonie chiassose… ” gli spiegai, mettendo a tacere qualsiasi sua volontà di reazione, portando l’indice sulle sue labbra che presi a tracciare delicatamente così da distrarlo un po’. Se mi avesse interrotta, probabilmente non avrei saputo riprendere il filo del discorso…
Quelle cose, le sdolcinature e gli atti romantici erano più da Athena. Anche se avevo pensato di poter sigillare la nostra unione a Great Inagua, lì dove era iniziato tutto e le cui foto sul tavolino avrebbero potuto portare fuori strada Edward, non credevo possibile poterci partire ormai… Jacob, mi avrebbe ripetuto fino allo sfinimento d’essere egoista per una volta. Lui mi aveva insegnato che seguire il proprio interesse, non era sempre sbagliato. Ma nonostante volessi costringe Edward a cacciare con me nella foresta o semplicemente rivederlo al timone di una nave, con le sue ferite era comunque impossibile per il momento. E se ci aggiungevamo i miei doveri…
” In realtà, è più un atto intimo, fra i due sposi. Da soli, consapevoli che tale unione porterà a un legame indissolubile delle loro anime, un rispetto reciproco e la condivisione di ogni emozione… Così come il dolore di uno, diverrà dell’altro. Le delusioni, i tradimenti, invece saranno soltanto un veleno per l’altro. ” cercai le parole più giuste affinché potesse capire, o perlomeno intuire che il Matrimonio per noi Gioviani era una semplice celebrazione fra i due sposi. Ovviamente, non avendone mai preso parte essendo una cosa intima, sapevo solo teoricamente come avvenissero. Non servivano grandi preparativi, né celebrazioni o testimoni, dovevo semplicemente sigillare la nostra unione tramite una sorta di patto. Anche in un atto come l’amore, il mio pianeta ricercava la Giustizia. Assegnava anche a quel sentimento il giusto valore, riconoscendone il merito e l’importanza, che se fossero venuti meno avrebbe realmente corrotto l’essere.
” So che sembra più complesso di quello che in realtà è, vedila più come una cosa spirituale fra me e te… Se non te la senti, sul serio non sei obbligato…” gli lasciai l’ultima parola, terminato quel mio monologo che forse l’avrebbe confuso ancor di più, o soddisfatto la sua voglia di non seguire le regole canoniche. Sapevo del suo passato, forse proprio per quello avrei voluto essere diversa da tutto ciò che aveva vissuto fino a quel momento, anche in quell’atto che per me sarebbe stato irreversibile.

Facevo fatica a comprendere tutto questo. Sembrava una pazzia, forse anche peggio di quella che, fino a pochi istanti prima, pensavo di dover subire.
Almeno, un matrimonio secondo le nostre tradizioni era una tortura che durava al massimo una giornata, mi era già toccato altre volte e sapevo quello che succedeva.
Non mi era mai passato per la testa che le culture nei pianeti da cui provenivano le Guerriere potessero essere così diverse dalle nostre. Perché nessuno mi aveva avvisato?
”Se non te la senti, sul serio non sei obbligato…”
Così dicendo si era alzata, lasciando nella stanza un silenzio così assoluto che il frusciare della sua camicia da notte verde era quasi assordante. Se pensava di volermi stupire beh, ci era riuscita in pieno. Cosa mi stava proponendo, in effetti, un patto indissolubile, peggio di una condanna a vita?
Una condivisione totale, senza alcun filtro, di tutti ciò che eravamo?
Per qualche secondo la fissai senza muovere un muscolo. Avevo la bocca che sembrava foderata di felpa. Poi mi alzai anch’io. La testa era diventata pesante come il granito, e appena mossi un passo, il mondo cominciò a fare girotondo con me; la mancanza di sonno e la fatica stavano chiedendo a gran voce il loro compenso.
Arrivai alla finestra, aggrappandomi al davanzale per ritrovare un po’ di dannata stabilità.
Resistetti alla tentazione di ridere: non so cosa sarebbe potuto succedere dopo, ma niente sarebbe stato adeguato al momento attuale.
Avremmo condiviso tutto, anche ogni singolo pensiero? Forse quello era davvero troppo, anche per i Gioviani: Nike aveva parlato solo di sentimenti, come se fossimo due radio sintonizzate sulla stessa frequenza.
A voler trovare un aspetto positivo, dato il genere di vita che conducevamo, poteva essere utile sapere sempre come stava l’altro, essere coscienti che fosse in pericolo nell’istante stesso in cui succedeva.
Amavo Nike profondamente, i secoli che avevo passato senza di lei erano stati pieni di comportamenti autodistruttivi e dannosi per riuscire a venire a patti con la realtà, ma quello che provavo non era mai cambiato, anche se le speranze che tornasse a ricordarsi di noi due e lasciasse perdere quella finzione di vita da semplice Assassina erano ridotte a zero. Nonostante avessi percorso tutti i modi che conoscevo per sradicare il sentimento che provavo per lei, arrivando molto spesso ad un passo dalla mia personale rovina, non ci ero riuscito.
I dubbi mi stavano assalendo: se la avessi mai ferita, con i miei comportamenti? Se un giorno quello che ci legava ci avesse diviso? Il patto che avremmo stretto avrebbe condotto uno dei due alla pazzia, come se fosse una vendetta immediata. In un’ottica di giustizia, intesa come occhio per occhio, questa era la perfezione messa sulla bilancia ma…
… ad un baro come me, togliere la possibilità di agire a proprio comodo, di rendere conto a pochi o nessuno delle proprie decisioni, era come togliere l’aria. Era come ingabbiarmi. Non avrei più potuto fingere, sarei stato sempre nudo come un verme davanti a lei.
E poi, come si poteva prevedere il futuro? Essere certi che nulla tra noi sarebbe mai cambiato? Un essere umano non può permettersi di credere a questo lusso, forse per un Gioviano era diverso…
Infine, cosa sarebbe successo se uno di noi fosse morto? Cosa sarebbe rimasto dell’altro? Un povero guscio pieno a metà? Sarebbe diventato come una persona senza una gamba o senza un braccio? Un monco, senza più la capacità di vivere da solo… Rabbrividii dall’orrore: a quel punto, meglio la morte.
Quale persona sana di mente avrebbe accettato una scommessa così spaventosa?
Mi girai verso di lei, un lento sorriso a distendersi sulla mia faccia:
”Accetto la tua proposta di matrimonio, dolcezza!”




Avrei dato a Edward tutto il tempo necessario, affinché potesse prendere una decisione… Ma dalla sua reazione e soprattutto la scena muta che fece dopo la mia rivelazione, non sembrava aver preso in maniera entusiastica la situazione. Forse avevo esagerato? Lasciandolo libero di aggirarsi per la stanza, lo osservai gironzolare senza meta, finché non raggiunse la finestra e lì rimase a contemplare il paesaggio, pensando a chissà cosa.
Forse non era sul serio pronto, forse l’avevo spaventato con la mia proposta così troppo profonda per i terrestri. Se per loro i matrimoni erano più un’occasione di sfarzo e unione metaforica, per me era sembrato normale e naturale immaginare di unirmi a lui in maniera Gioviana… Non potevo sapere se avesse realmente capito di cosa si trattasse, ma più che emozionato di condividere quell’atto di fusione, sembrava terrorizzato. Non che potessi biasimarlo, era veramente un passo importantissimo da fare; ma dopo tutto quello che avevamo passato insieme, sul serio non reputava che fossimo destinati a stare insieme? Non credevo e non volevo immaginare che lui pensasse al nostro amore come un qualcosa che prima o poi sarebbe finito, ovviamente nessuno dei due poteva predire il futuro o sapere cosa sarebbe accaduto col tempo, ma io ero fermamente convinta di non voler nessun altro uomo al mio fianco, se non Edward. Forse per lui non era così? O semplicemente vedeva quel patto fra le nostre anime come una costrizione, un modo per tenerlo sotto controllo e ingabbiarlo; anche se non era mai stata mia intenzione. Amavo Edward così com’era. Adoravo il suo cipiglio, come affrontasse le cose, il suo essere imprevedibile e truffaldino… Così in contrasto col mio modo di vedere il mondo, che forse avrei dovuto immaginare che per lui tutto quello era impensabile. Probabilmente in Edward c’era quel tipo di perfezione, da non poter essere posseduta né conosciuta fino in fondo.
Sospirando pensierosa, mi sedetti sul bordo del letto, allisciandomi la sottoveste leggera lungo le gambe mentre aspettavo. Probabilmente dovevo lasciarlo solo, non ero veramente brava nelle questioni amorose, ero molto più a mio agio nelle vesti di Assassina e Guerriera… piuttosto che vedermi come la donzella sospirante, che trepidante aspettava al balcone il proprio amato. No, forse dovevo lasciarlo libero d’essere, non costringerlo ad essere mio per una pura rivendicazione del nostro rapporto. Mi sarebbe bastato, anche se avrei voluto condividere tutto con lui e non solo il suo letto, se mi avesse rifiutata sarei stata paziente… Così come lui aveva aspettato che la vera Nike tornasse in Evie.
Quando mi alzai, per rivestirmi e lasciarlo a rimuginare, dato che non proferiva parola… Lui si voltò. Il suo sguardo avrebbe potuto neutralizzarmi, un suo no, capii in quel momento che avrebbe potuto farmi più male di quanto immaginassi. Perchè l’amore doveva rendermi così debole? Il lento sorriso che apparve sul suo volto non riuscii a decifrarlo, tanto ero immersa in dei pensieri pessimistici ed egoistici, ma nell’attimo in cui finalmente si decide a riparlarmi fu come riprendere aria nei polmoni. Anche se, quella sua risposta, mi lasciò imbambolata per un manciata di secondi.
”Accetto la tua proposta di matrimonio, dolcezza!” lo guardai, sgranando leggermente gli occhi probabilmente, ma fu istintivo il chiedergli automaticamente un:
” Sei sicuro? ” cosa assolutamente inutile con lui, perché se mi aveva detto di sì, non sarebbe tornato indietro. Il suo annuire, nonostante sembrasse divertito forse dalla mia reazione, mi spinse a raggiungerlo alla finestra e coinvolgerlo in un nuovo bacio per fargli capire la mia gratitudine.
Mi sarei goduta a pieno quegli sprazzi di felicità, consapevole che nella vita che conducevamo, tutto poteva diventare effimero e fragile; ma non noi.

Appena tornato a Nanda Parbat dopo il disastroso incontro con Atlas la prima cosa di cui ebbi la necessità fu, dopo aver salutato Edward ed averlo visto dirigersi nella sua camera, di fare lo stesso con la mia e farmi una doccia. Non seppi quanto ci restai, semplicemente rimasi lì immobile con la mano poggiata alla parete ed il viso basso di chi spera che l’acqua oltre a portare via lo sporco, il sangue ed il trucco da battaglia, portasse via anche tutta la delusione, la frustrazione ed i dubbi che mi attanagliavano.
Stavo pregando il Dio dell’acqua di pulire la mia pelle e la mia anima e darmi la forza necessaria per affrontare ciò che si prospettava essere una guerra tra due famiglie: i Kenway e gli Auditore.
Ormai era notte fonda e seppur il tempo lì non esitesse dava a tutti noi un senso necessario di quotidianità che Selene non ci aveva negato quando aveva creato quel luogo su un altro piano astrale, esistente ovunque e sempre, ma nascosto da occhio umano. Un dono che si era trasformato in un modo di chiamare casa un luogo che accumunava tutti gli Assassini rimasti.
Uscito dalla doccia mi misi l’asciugamano alla vita, mentre con un altro mi stavo asciugando il capo, quando mi presi quasi un colpo a trovarmi di fronte Athena. Era vestita di tutto punto, segno che non era nemmeno andata a dormire e stringeva in mano vari libri che appoggiò sulla scrivania nell’angolo.
Appariva nervosa, agitata ed aveva l’aria di chi nonostante la stanchezza non osava chiudere occhio… Mi sorrise debolmente quando venendomi incontro mi abbracciò con uan forza ed una necessità che mi preoccupò.
Avrei avuto modo di raccontarle i miei di pensieri, ma in quel momento credevo che lei ne avesse un bisogno maggiore.
La scostai dunque delicatamente tenendole le mani sulle spalle, mentre una la portai al suo viso solo per accarezzarlo, scivolando sulla sua gota per poi finire al suo mento che le alzai per costringerla a guardarmi.
“Pensavo fossi tornata a Toronto…”
”Ehm no… no ti avevo detto che ti avrei aspettato no? E-Ero solo in biblioteca…”
Lo aveva detto con una tensione nella voce che non le apparteneva, così forte da farla apparire incerta e tremante.
“Athena… sono le tre e mezza della mattina…” le feci notare con delicatezza, ma anche preoccupazione.
Sapevo quanto fosse studiosa e non era raro che facesse tardi sui libri, ma quello era troppo anche per lei. Ciò tuttavia parve imbarazzarla, mentre scostandosi da me raggiungeva la finestra ove poggiando le mani sul davanzale mi dette le spalle con fare nevrotico.
”Connor io… io devo dirti una cosa…”
La guardai preoccupato quando voltandosi repentinamente verso di me si torturava le dita, mentre appariva quasi sforzarsi nel sorridermi. Ricordavo che prima di partire aveva la stessa agitazione derivante di qualcosa di cui doveva parlarmi e quello mi creò una certa paura. Saresti stato pronto a scoprire un’ennesima verità sconvolgente?
“Forse dovremmo dormirci su e poi domani mattina, più rilassati e riposati, riparlarne che ne dici?” le chiesi gioviale facendo un passo verso di lei, ma Athena alzò una mano e scosse il capo.
“No! No, non posso! Se non te lo dico immediatamente io credo che esploderò… io devo dirtelo…”
“Dirmi cosa?” questa volta fu io a chiederlo con voce tremante, mentre lei prendendo un gran respiro abbassò il capo, si morse il labbro e poi guardandomi di sbieco… parlò…”




Non stavo bene, era evidente.
In secoli di vita non mi era mai capitato di sentirmi a quel modo.
Sono sempre stata una persona calma, pacata, riflessiva, forse anche troppo a detta di qualcuno. Ormai da qualche settimana invece ero l’esatto opposto: nervosa, nevrotica, lunatica, ansiosa, continuamente agitata. Insomma, una sociopatica.
L’unico modo per trovare anche so?lo l’illusione ?????di tranquillità era rinchiudermi in biblioteca a studiare come una pazza, ostentando come non avevo mai fatto il mio lato da topo di biblioteca.
Le mie sorelle erano preoccupate, lo sapevo. Non si spiegavano questo mio comportamento. Ero sempre stata studiosa e molto curiosa, ma così era veramente troppo anche per me.
Ma io dovevo passare le nottate in bianco piegata sui libri, altrimenti sarei impazzita. Dovevo documentarmi il più possibile, essere informata, capire esattamente come si affrontasse sulla Terra quello che stavo vivendo?, anche se sapevo che non mi sarebbe servito a molto…
O almeno questo era il mio modo di tenermi impegnata,? per confluire da qualche parte i miei pensieri e sentimenti prima che prendessero il? sopravvento? nell’attesa del ritorno di Connor.
E?ra da quando avevo capito cosa mi stava accadendo che non vedevo l’ora di dirlo a mio marito, ma fra battaglie e missioni varie non c’era stato verso.
Non sapevo nemmeno quanto tempo avevo passato in mezzo ai libri e non ne potevo più. Io, che avevo fatto della cultura, del sapere la mia più grande passione, ero arrivata al limite.
Non volevo più vedere un libro nemmeno in fotografia da quanto ero sfinita.
Bene, sono davvero impazzita.
Sbadigliai stanca e mi stropicciai gli occhi per impedirgli di chiudersi, quando sentii delle voci provenire dai corridoi. Come se fossi caricata a molla scattai in piedi, presi i libri che stavo consultando e sgattaiolai fuori dalla biblioteca aggirandomi per i corridoi di Nanda Parbat con un solo obiettivo: la stanza di Connor.
Non sapevo se era tornato, non lo sapevo mai, ma era la speranza e la disperata voglia di dirgli tutto che ogni volta che sentivo delle voci o dei rumori mi faceva fare il tratto dalla biblioteca a camera sua a passo di marcia.
Ma quella volta me lo sentivo: non sarei tornata tutta delusa e ancora più nervosa fra i libri.
No, era tornato. Forse fu per questo che senza accorgermene iniziai a correre, inciampando di tanto in tanto per la foga, e spalancai la porta di camera sua con un po’ troppa forza, fiondandomi al suo interno.
Era sotto la doccia, sentivo lo scrosciare dell’acqua.
Fu in quel momento che il panico iniziò a farsi sentire.
Oddio, e ora che gli dico? Ma che dico? So cosa devo dirgli, sono stata giorni a rimuginarci sopra! Come glielo dico è il vero problema! E lui come reagirà? Ma che domanda stupida, sarà contento, ovvio. Dopotutto lo voleva con tutto sé stesso… e quando gli dirò tutti i miei dubbi, i miei pensieri, le mie paure? Forse questi non dovrei dirglieli, altrimenti rischio di far impazzire pure lui… ma glieli devo dire! Devo avvertirlo di come funzionava su Mercurio, di come di conseguenza io non abbia la più pallida idea di-
Intenta com’ero a perdermi nei miei vaneggi mentali sobbalzai quando si aprì la porta del bagno, da cui uscì Connor con solo un asciugamano addosso, che sembrò a sua volta essersi quasi spaventato per la mia presenza inaspettata… in effetti chi non si prenderebbe un colpo ritrovandosi davanti una che sembra appena scappata da un ospedale psichiatrico?
Poggiai i libri sulla scrivania e lo guardai. Erano passati solo pochi giorni -anche se a me erano sembrate settimane-, ma poter finalmente perdermi nel verde dei suoi occhi mi fece sentire bene, sollevata. Gli sorrisi debolmente prima di abbracciarlo con tutta la forza che avevo. Quel contatto fu quasi come una boccata d’ossigeno. Quanto mi era mancato…
“Pensavo fossi tornata a Toronto…” mi disse scostandomi delicatamente, carezzandomi il viso per poi costringermi a guardarlo.
”Ehm no… no ti avevo detto che ti avrei aspettato no? E-Ero solo in biblioteca…”
Accennai quello che doveva essere un sorriso, ma che invece sembrava più una smorfia di insicurezza.
“Athena… sono le tre e mezza della mattina…”
Arrossii a quell’affermazione.
Era preoccupato, e questo mi fece male. Non volevo vederlo così, soprattutto a causa mia. Dovevo dirglielo, altrimenti avrei fatto soffrire entrambi inutilmente.
Mi scostai, avvicinandomi alla finestra, martoriandomi le mani mentre cercavo le parole più adatte.
”Connor io… io devo dirti una cosa…”
Mi voltai verso di lui e vidi la paura farsi sempre più presente nei suoi occhi.
Chissà che si sta immaginando… sicuramente niente di buono… ovvio, per come mi sono espressa ha tutte le ragioni per pensare il peggio!
“Forse dovremmo dormirci su e poi domani mattina, più rilassati e riposati, riparlarne che ne dici?” mi disse tranquillo mentre mi si avvicinava.
NO! Maledizione no! Glielo dico stasera, dovesse crollare il mondo!
“No! No, non posso! Se non te lo dico immediatamente io credo che esploderò… io devo dirtelo…”
“Dirmi cosa?” mi chiese esasperato con voce tremante.
Forza! È il momento! Parla. Parla! Cosa ti costa?! Per tutti gli Dei, è tuo marito!
Respirai profondamente e sorridendogli dolcemente lo guardai in tralice.
“Connor, io… sono incinta…”

La mia prima reazione, a quella inaspettata notizia, fu di slancio. Non ci pensao due volte e subito facendo pochi passi verso di lei la presi in braccio e girando su me stesso presi a ridere e baciarla come se tutte le preoccupazioni, le angosce e le paure fossero sparite improvvisamente e più nulla ci fosse a turbarmi. La stavo tenendo ancora sollevata, mentre riempiendola di baci mi resi conto che lei pareva invece fredda, scostante e distaccata.
Le feci poggiare nuovamente i piedi a terra e preoccupato andai in cerca del suo sguardo gi con in mente la motivazione ben precisa di quel suo comportamento.
“Ma non era quello che volevi…” sospirai infine con ancora le mani sui suo fianchi, le stesse che scivolarono via, mentre abbassando il capo mi sentì improvvisamente svuotato.
Ricordavo che ne avevamo parlato e ricordavo come Athena aveva sempre mostrato un certo distacco verso l’idea di diventare madre, come qualcosa che non era certa di volere e di un istinto che era sicura di non possedere.
“E’-E’ che semplicemente è la notizia più bella che potessi ricevere… è un sogno capisci? Potremmo creare la nostra famiglia, potremmo dare a nostro figlio tutto ciò che non abbiamo avuto o ci è stato strappato via troppo presto…” con le lacrime agli occhi, quasi, parlavo come se volessi convincerla a cambiare idea a farle capire che non c’era nulla di negativo o brutto in ciò che ci stava accadendo.
”Siamo già una famiglia Connor… lo siamo diventati quando abbiamo unito le nostre vite…” me lo disse con candore e calma, anche sorridendo a malapena come a voler allentare la tensione, ma al contrario quello mi fece solo più innervosire e mi portò a fare un passo indietro corrucciando lo sguardo e scuotendo il capo.
“Ehm sì… ma è diverso… i-io non capisco… t-tu non vuoi questo bambino?” le chiesi sinceramente preoccupato della risposta, nella mia mente l’aborto non era concepibile e nonostante avevo visto i secoli avanzare ed anche la societ quella era una cosa che non accettavo e mai avrei fatto. Gli Dei donavano la vita sempre per un motivo, non c’era mai colpa in un’essere vivente che veniva al mondo anche se lo faceva immerso nell’oscurità…
”Per tutti gli Dei, no! Giammai! Non lo pensare minimamente ok? Non farei mai del male a nostro figlio… mai…”
Athena parve molto sconvolta dalla mia insinuazione e muovendosi veloce verso di me, mi prese il viso tra le mani pronunciando quelle parole con risolutezza rassicurandomi totalmente anche grazie a ciò che vedevo nei suoi occhi… Pensavo che ci avrei visto freddezza e fastidio, invece vi leggevo paura, ma di cosa?
“N-Non capisco… Sei contenta o no che diventeremo genitori?”
”Infinitamente amore mio… non sapevo come mi sarei sentita, perchè non è una cosa che ho mai messo in conto, ma l’idea di diventare mamma di un figlio che TU mi hai dato… è una gioia che… che non so descrivere…”
Athena rideva e piangeva insieme chiaro segno di come quella felicità immensa era incontrollabile, ma vedevo anche dell’altro che non capivo e così stringendole la mano la portai a sedersi sul letto con me. Avevo bisogno di capire ed avrei potuto farlo solo se lei si sarebbe aperta con me.
“C’è dell’altro però vero? C’è qualcosa che ti spaventa… cosa? Dimmelo… ed insieme… insieme, come sempre, lo affronteremo…” la rasserenai accarezzandole il viso con un dito, mentre con l’altra mano stringevo la sua dandole come sempre il mio calore ed il mio appoggio.




La sua reazione mi aveva riempito di gioia, facendo crollare gli ultimi dubbi che avevo al riguardo.
Era così felice, i suoi tratti del viso, che ultimamente erano stati fin troppo corrucciati e pensierosi, erano finalmente distesi. Era al settimo cielo e io con lui, perchè vederlo così spensierato era sempre bellissimo.
Peccato che le mie paure erano ben salde nella mia mente e pesanti nel petto, e potevo star certa che non se ne sarebbero andate con una semplice chiacchierata.
Sapevo che voleva aiutarmi, voleva vedermi in tutto e per tutto felice a godermi quei momenti come giusto che fosse, voleva far scomparire lo spavento dal mio sguardo, e questa consapevolezza in circostanze normali mi avrebbe calmata… ma lui non sapeva.
Mi guardava a metà fra la contentezza e l’apprensione, rimanendo in silenzio in attesa di una mia spiegazione.
“Da dove comincio?… devi sapere che su Mercurio si diventava genitori in modo decisamente diverso rispetto alla Terra…”
L’espressione di Connor era impagabile. Era decisamente confuso, e come poteva non esserlo? Da quel che sapevo, solamente su Mercurio si adottava quel metodo che era alquanto strano e bizzarro per chiunque non fosse un mercuriano.
“La vita non nasce dal grembo materno, bensì da una fonte sacra. Tutti i mercuriani sono figli dell’acqua, neonati orfani affidati alla saggezza del Consiglio, guida di Mercurio, che si occupa di scegliere le famiglie più idonee a cui affidarli dopo una scrupolosa selezione. Ti starai chiedendo perchè da noi funziona così… il motivo è semplice: noi donne mercuriane siamo sterili.”
Rimasi in silenzio, quasi in apnea mentre aspettavo la sua reazione. Sgranò gli occhi e iniziò a spostare il suo sguardo dal mio viso al mio ventre e viceversa più volte, incredulo per quello che aveva appena sentito. Se non fosse stato un momento così teso sarei scoppiata a ridere.
“C-che stai dicendo? Allora come è possibile?”
“Credimi, sono confusa quanto te.” risi quasi isterica “Ed è proprio questo che mi fa paura! Teoricamente non dovrei aspettare questo bambino! Da quando esiste il mio pianeta, nessuna donna ha mai partorito. Non ci sono precedenti! Questo mi ha confusa in modo incredibile. Ero sicura di non poter avere figli, a maggior ragione sapendo che la fonte sacra ormai non è altro che un ricordo. Ecco perchè non ci avevo mai pensato, perchè ogni volta che entravamo nell’argomento ero evasiva e non puoi immaginarti quanto mi faceva male vederti soffrire a quel modo. Pian piano il desiderio di avere un figlio con te si è fatto strada nella mia mente e nel mio cuore. Il solo pensiero di non potertene dare uno, non perchè non lo volessi, ma perchè semplicemente non potevo mi distruggeva. Poi sono iniziati la nausea e gli sbalzi d’umore -cosa molto strana per me, lo sai-, quindi ho iniziato a fare ricerche e tutti i sintomi riportavano ad un’unica causa: la gravidanza. Quello che mi sta succedendo mette in discussione secoli e secoli di tradizioni e convinzioni del mio popolo, sfatando la certezza della sterilità delle donne mercuriane. Sicuramente farò altri studi, ma penso che in realtà fossero gli uomini a non poter concepire, non noi.”
Presi il suo viso fra le mie mani, fissandolo negli occhi con il mio sguardo ormai appannato dalle lacrime e dalla gioia. Volevo dargli la certezza che anche io volevo questo bambino quanto lui.
“Connor, sono così contenta che non so nemmeno come esprimerlo… Ma sono anche tremendamente spaventata. Non so come dovrei sentirmi, quanto durerà la gravidanza, quali sintomi avrò. Non essendo umana non so come vivrò questo periodo, sono un’incognita. È per questo che sono stata fissa sui libri a studiare ultimamente, per capire come poter affrontare al meglio tutto questo. Sai quanto io detesti essere impreparata.”

Il racconto di Athena mi suonò a tratti assurdo se non direttamente folle, se non fosse stato che lei era un’aliena e forse io dovevo smetterla di stupirmi ogni volta che scoprivo qualcosa di lei di nuovo. Dimenticavo quanto diversi fossimo e perfino che lei non venisse dal mio stesso pianeta e dunque alcuni racconti mi parevano più usciti da un mito che dalla realtà, ma lo era. La sua.
“Ehm perdonami… sul tuo pianeta i bambini nascono dall’acqua?” dirlo ad alta voce e con quello sguardo da bambino speduro fece tenerezza ad Athena, tanto che sciolse un po’ le sue tensione e scoppiando a ridere abbassò il capo non prima di tornare a guardarmi.
”Sì… e lo so che per te è strano, ma lo è anche per me… concepire così invece… in modo terrestre” mi confidò mordendosi un labbro, mentre io mi grattavo il capo perplesso.
Tuttavia a prescindere di quanto ciò potesse sconvolgermi o meno non potevo dimenticare nè ignorare la sua felicità quando la sua paura, dal canto mio sapevo solo di essere infinitamente felice e che le sarei stata accanto per tutto il processo. Per questo le fui vicino e la baciai con trasporto e romanticismo non prima che lei mettendosi a cavalcioni su di me iniziò a lasciarsi andare ad un altro tipo di coinvolgimento, molto più passionale…
“E questa voracità? Un altro sintomo inaspettato?” la presi in giro ancora sulle sue labbra, mentre sentivo la punta della sua lingua saggiare le mie. Si fece maliziosa ed allontanandosi un poco mi guardò, quel tanto per far scivolare le sue dita sottili lungo il mio sterno ancora umido.
”Forse… ma se gli effetti collaterali saranno questi… bè non mi dispiace affrontarli…”
Quella complicità ci fece rilassare ad entrambi molto efficacemente non prima che facendole scivolare un braccio intorno la vita la strinsi maggiormente a me… ci fu solo amore tra noi… un amore dirompente come un fiume in piena che supera gli argini…
Era la nostra felicità esplosiva di chi aveva fatto della propria solitudine il proprio guscio e che nella stessa l’uno dell’altra avevano costruito il loro amore, uno che adesso avrebbe dato il frutto più bello: quello della vita.

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