Moonlight's Creed (Original Series)

Episodio 2×11

Flashback #1476: Florence




Tirai fuori il naso dal nascondiglio: nessuno in vista, i dintorni erano tranquilli. Sghignazzai di buonumore: le guardie cittadine non avevano la mia stessa velocità, né tanto meno l’abilità di rincorrere sui tetti uno come me, che non aveva mai fatto nulla di male se non divertirsi, alle loro spalle, di tanto in tanto.
Anzi, ero convinto addirittura che, a parte tutto il fracasso che facevano all’inizio dell’inseguimento, per mantenere le apparenze, fossero loro le prime a rinunciare per scarsa voglia di arrampicarsi e correre senza ottenere mai nessun risultato.
Mi orizzontai velocemente: ero più vicino a Palazzo Auditore di quanto credessi. Benissimo! Non solo mi ero fatto una bella corsa sui tetti, ma non avevo neanche perso troppo tempo, e sarei riuscito a concludere la commissione per mio padre in tempo debito. La fortuna mi sorrideva.
A ben pensarci, la fortuna mi aveva sorriso da quando ero nato. Figlio di una famiglia di banchieri, potenti e rispettati, ricchi e agiati, quale era la mia unica preoccupazione? Quella di far durare i fiorini che mio padre mi dava per i lavori che svolgevo fino ai passatempi serali nei bordelli, ovvio!
Mi calai lungo la facciata interna di casa nostra con facilità, conoscevo ormai a memoria ogni singolo appiglio, ed atterrai abilmente sul pavimento di marmo del cortile, a poche spanne dalla nostra serva. Portava un cesto di frutta che quasi le cadde di mano. Lanciò un urlo, tra lo spaventato ed il divertito.
”Messer Ezio! Mi avete fatto prendere un colpo!”
Risi. ”Buongiorno a te, Annetta! Cerco mio padre, è forse nel suo studio?”
”No, non stamattina. Si è recato in Oltrarno, per incontrare alcuni soci d’affari…”
Non le feci finire la frase. La salutai e con un gesto veloce le rubai una mela dal cesto, strizzandole l’occhio mentre sparivo oltre il cancello della nostra abitazione, facendomi strada agilmente in mezzo alle affollate vie della nostra Repubblica.
Le grida dei venditori e i proclami dei banditori riempivano l’aria già satura di odori diversi, a seconda della bottega davanti a cui passavo: lanaioli, macellai, mercanti o speziali.
Presto mi stufai di farmi largo in mezzo alla gente, quindi saltai su alcune casse di merce e da lì mi appesi agli stucchi di un palazzo, issandomi poi sul suo tetto. Molto meglio.
In pochi minuti, Ponte Vecchio era in vista. Notai un movimento strano in mezzo al viavai cittadino e ne cercai incuriosito la ragione: le persone lasciavano spazio e si ritraevano al passaggio di un gruppetto di uomini che stavano per giungere al centro del ponte.
Un largo sorriso si dipinse sulla mia faccia. Li avevo riconosciuti immediatamente: Vieri de’ Pazzi e i suoi tirapiedi, nemici giurati della mia famiglia. Con Vieri, in particolare, mi ci ero azzuffato tante di quelle volte che ne avevo perso il conto. Le ostilità erano ancora aperte, quindi…
Troppo forte la tentazione di combinargli un brutto scherzo, troppo bella l’occasione per farlo. Cercai e trovai un nido di colombe abbandonato, ormai pieno di sporcizia e di sterco, e con un tiro preciso raggiunsi quel cretino in piena faccia.
La mia risata sguaiata e strafottente echeggiò sopra le loro teste.
”Maledetto d’un bischero!”
Non vidi arrivare la pietra che mi lanciò, sentii solo un forte bruciore e la bocca si riempì di sangue. Mi toccai lì dove ero stato colpito: la mano era macchiata di rosso vivo. Quel figlio di un cane aveva la mira buona quasi quanto la mia.
A quel punto, la voglia di fare a botte fece passare tutto in secondo piano: la lettera che avevo in scarsella da consegnare quanto prima a mio padre, il rischio di essere arrestati e portati alla prigione di Palazzo della Signoria dalle guardie… nulla era importante come il bisogno di togliere quel ghigno dalla faccia di Vieri e di recuperare l’onore degli Auditore.
Mi lanciai giù dal tetto direttamente su uno dei suoi compari. Nell’atterrarlo, sentii con soddisfazione le sue ossa che scricchiolavano e si rompevano. Rialzandomi, colpii con una testata al ventre un altro contendente.
Poi, la lotta divenne sempre più confusa. Davo e prendevo colpi, pugni, calci senza sosta, senza neanche guardare il bersaglio, ma mi stavo divertendo troppo.
All’improvviso sentii una mano sulla spalla, e qualcuno chiamare il mio nome.

“Ma che?” mugugnai infastidito dai raggi solari che, filtrando dalle tende, mi inondarono il viso, svegliandomi.
Mi misi ??a sedere sul letto e mi guardai attorno. Ero in camera mia. Strano, solitamente mi risvegliavo nei letti delle ragazze con cui passavo la notte.
A quanto pare quella notte, pur avendo la mente leggermente annebbiata dal vino e dai ricordi ben poco casti della sera precedente, ero riuscito a rincasare senza fermarmi nell’ennesimo bordello.
Mi stavo vestendo quando sentii mia madre sbraitare il mio nome mentre si avvicinava sempre più pericolosamente alla mia stanza.
Guardai fuori dalla finestra, il sole alto in cielo. Era pressappoco mezzogiorno.
Maledizione! Le commissioni per conto di mio padre! Ci credo che mia madre era arrabbiata! Avrei dovuto svegliarmi all’alba per farle,peccato che ero rincasato proprio a quell’ora…
Quando mia madre entrò io ormai mi stavo già calando nel cortile interno del nostro palazzo.
“Federico! Per l’amor del cielo! Si può sapere quando diamine metterai quella tua testaccia dura a posto!?”
“Mmm, forse domani! A dopo madre!” le dissi scappando per strada.
E’ vero, avrei dovuto fare quei lavori per mio padre, ma proprio non ne avevo voglia. In quel momento volevo solo girovagare per la città, starmene per conto mio.
Non sopportavo tutta quell’aspettativa su di me, tutti quei discorsi sul mio futuro da banchiere, i rimproveri continui quando facevo qualche bischerata e le continue lamentele sul mio presunto menefreghismo riguardo le mie responsabilità di primogenito. Non avevo semplicemente voglia di diventare un banchiere. Era un lavoro estremamente noioso e io le mie energie le volevo impiegare in cose decisamente più divertenti.
Se proprio dovevo seguire le orme di mio padre preferivo farlo con l’altro lavoro.
Per ora ero ancora alle prime armi, ma ormai il Credo degli Assassini era parte di me. Mi piaceva quella vita. Era elettrizzante, movimentata e decisamente interessante. Soprattutto avrei contribuito a salvare vite, portare pace e libertà a tutti, a cambiare, forse anche in piccolo, la storia.
Ritenevo decisamente più importanti e utili gli scopi e i valori degli Assassini in confronto a quelli di un banchiere.
Forse non avrei dovuto “sputare nel piatto in cui mangiavo”, dopotutto era grazie alla banca di mio padre se io e mio fratello potevamo sperperare soldi in donne, vino e altro ancora, ma che potevo farci se ero un ragazzo schietto ed esternavo le mie opinioni?
Ormai era da svariati minuti che mi stavo facendo trasportare dalla fiumana di fiorentini che occupavano le strade. Non avevo una destinazione definita, mi bastava vagare in quel baccano di chiacchiericci, bottegai e banditori che vociavano come forsennati per sgomberare la mente.
Fu così che arrivato nei pressi di Ponte Vecchio intravidi quel rincoglionito di mio fratello mentre faceva a botte con alcuni tirapiedi dei Pazzi.
Mi avvicinai alle sue spalle e gli misi una mano sulla spalla.
“Ehi Ezio, dietro di te!”
Si voltò di scatto mentre teneva per il bavero un uomo ormai esausto che, non appena mio fratello mi riconobbe, battè una discreta testata per terra.
“Federico! Tu che ci fai qui?”
“Volevo vedere se il mio fratellino ha imparato a fare a botte.” gli risposi mentre scansavo con facilità un uomo di Vieri ed Ezio ne colpiva un altro con una testata.
“E… che ti pare?”
“Hai stile, ma è la resistenza che conta. Vediamo quanti riesci a stenderne prima che abbiano la meglio su di te.” gli dissi ghignando un attimo prima di iniziare a mia volta a tirare e a ricevere colpi. Che ci potevamo fare, dopotutto ci divertivamo così.
Avevamo vinto, ovviamente. Vieri poteva anche sembrare un piantagrane, uno strafottente, ma dopotutto non era altro che un fifone che batte in ritirata alla prima difficoltà.
Mi voltai verso mio fratello, un’espressione compiaciuta e trionfante sul viso, e solo in quel momento mi accorsi della ferita.
“Ezio, il labbro.”
“È solo un graffio.” mi rispose con noncuranza.
“Spetta al dottore dirlo.”
“Non è necessario. E tra l’altro non ho soldi per permettermi questo tuo dottore.”
Ghignai istintivamente alla sua risposta.
“Sperperati tutti in donne e vino, eh?”
“Sperperati non direi. Prestami qualche fiorino, o anche tu hai fatto lo stesso?”
Beccato.
Volente o nolente io e lui eravamo uguali, quindi inutile provare a fargli una paternale in cui nemmeno io credevo.
Scoppiammo entrambi a ridere.
Eh sì, eravamo proprio uguali.
Quel disgraziato era decisamente migliorato. E pensare che fino a poco tempo fa non sapeva nemmeno scalare un albero.
Arrivai poco dopo di lui sul tetto di Santa Trinita, perdendo la gara che gli avevo proposto io stesso.
“Bella vita la nostra, eh fratello?” gli dissi dandogli una pacca sulla spalla che venne subito ricambiata non appena arrivammo in cima al campanile della chiesa.
“La migliore. Possa non cambiare mai.”
“E possa non cambiare noi.”
Rimanemmo un attimo così, nell’immobilità del silenzio assoluto a contemplare quella bellezza che era la nostra Firenze.
Il Cupolone si stagliava di fronte a noi in tutta la sua imponenza, fiancheggiato dal Campanile di Giotto.
Quel panorama riusciva a farmi trovare quella pace e calma che raramente riuscivo a trovare nella mia vita frenetica.
“Devo chiederti un favore fratellino.”
“Ogni volta che inizi così ci sono due possibilità: o sei nei guai, o vuoi propormi qualcosa di interessante…”
“Decisamente la seconda.”
“Sentiamo.”
“Avrai sicuramente sentito parlare della festa organizzata dal Magnifico che si terrà a Palazzo Medici, giusto? Ecco, vorresti accompagnarmi?”
Sorrisi compiaciuto per la sua espressione sorpresa.
“Non dirmi che sei riuscito ad ottenere l’invito?”
“Avevi qualche dubbio? Comunque saranno presenti anche le tre figlie del Re di Germania e gira voce che siano tutte in età da marito.”
Ghignammo entrambi.
Avevo già avuto la mia risposta.




Una festa a Palazzo Medici! Musica, giochi, fuochi d’artificio, cibo raffinato, spettacoli ma soprattutto… ragazze da corteggiare!
Le feste elargite da Lorenzo il Magnifico erano memorabili, ed era normale che a queste partecipasse tutto il meglio della società fiorentina, in particolare le giovani in età da marito, che facilmente potevano sottrarsi, in mezzo alla confusione, ai controlli dei genitori e dei tutori… solo durante il periodo del Carnevale si poteva godere della stessa libertà.
Quella sera, io e Federico indossammo i nostri abiti più lussuosi: farsetto ricamato, braghe attillate di velluto e stivali di morbida pelle. In questo modo, ci distinguevamo facilmente dal popolino, e sembravamo ciò che eravamo: giovani nobili benestanti.
Quando arrivammo la festa era appena iniziata. La sala era illuminata da mille candele e sui tavoli coperti da tovaglie preziose erano messe in bella mostra cibi di ogni tipo: carne, frutta, dolci… per la fame, il mio stomaco borbottò rumorosamente.
Ma era altro che ora mi interessava. Adocchiai un gruppo di ragazze, e mi avvicinai a loro. Avevo preparato alcune frasi ad effetto, e non vedevo l’ora di usarle per mettermi in mostra.
”Buonasera madonne! Ora capisco perché il cielo pareva più buio questa sera!” Pausa ad effetto. ”Le stelle più luminose sono scese qui, a Firenze!”
Mi sentii prendere per la collottola e trascinare via.
Federico mi apostrofò divertito: ”Lascia stare quelle ragazze! Siamo qui per trovare di meglio, no? Non preferisci la bellezza esotica delle figlie del re di Germania? Mi hanno detto che sono belle e algide come un’alba invernale!”
In quel momento la musica si fece più forte, il ritmo più festoso, e vedemmo entrare il capostipite della famiglia de’ Medici, seguito dai suoi famigliari più stretti, tra cui spiccava, per altezza ed avvenenza, il fratello Giuliano.
Mi guardai attorno, eccitato. La festa stava entrando nel vivo, di qui alle prossime ore sarebbe stato un continuo di spettacoli, gare, balli, e forse Lorenzo avrebbe decantato qualche sua nuova poesia.
Inaspettatamente, il mio sguardo venne calamitato da un dolce profilo, da un soave insieme di tratti armoniosi. La confusione della festa sparì in un secondo, ed io rimasi impalato, dimentico di tutti i miei buoni propositi di baldoria per quella notte.
Federico cercò di attirare la mia attenzione: ”Eccole Ezio! Stanno entrando in questo momento! Sono molto più belle di quanto si racconta! Vieni, dobbiamo avvicinarci a loro!”
Mi strattonò con impazienza.
”Eh? Ahhh… ehmmm…” Federico mi guardò sorpreso.
Risi nervosamente, poi gli misi una mano sulla spalla, con fare cameratesco. ”Sai che ti dico Federico? Che le lascio tutte a te! Quelle valchirie non sono sufficienti, per tutti e due…”
Mio fratello mi fissò qualche secondo, poi spostò lo sguardo sopra la mia spalla, e a quel punto la vide.
Sospirò in maniera teatrale, poi mi sorrise: ”D’accordo Ezio, ci penserò io a tenere alto il nome degli Auditore, tu però…” Mi diede una spinta, che mi portò a pochi passi da lei. ”…cerca di non perdere nessuna occasione!”
Rimasi di nuovo paralizzato, incantato dalla bellezza di Cristina Vespucci. Colei che era nota in tutta Firenze per essere la più bella e la più intelligente di tutte le fanciulle. In quel momento, era in compagnia di altre ragazze più o meno della sua età, ma belle neanche un decimo rispetto a lei. Stava ridendo, ed era il suono più meraviglioso che avessi mai sentito.
Dovevo sembrare proprio uno stupido, fermo ed immobile davanti a lei, perché una delle sue compagne mi notò e bisbigliò qualcosa al suo orecchio. Lei si girò a guardarmi, sul viso nessuna espressione, negli occhi neppure una scintilla di interesse. Tornò come niente a parlare con le altre, allontanandosi con indifferenza.
La seguii con gli occhi.
Stava sopraggiungendo un cameriere con un enorme vassoio carico di calici colmi di vino. Cristina non lo vide, fece un passo indietro mentre parlava con le altre.
Quando si scontrarono, io ero già lì, come avvertito da un sesto senso. Presi dalle mani del cameriere che stava cadendo il pesante vassoio. I calici tintinnarono pericolosamente, ma non si versò neanche una goccia del loro contenuto.
Cristina sgranò gli occhi e le labbra formarono una O perfetta.
Restituii il vassoio all’uomo. Se si fosse rovesciato, oltre al grosso valore dei bicchieri, il contenuto rubino sarebbe schizzato intorno, macchiando gli abiti degli ospiti, gli arazzi, i tappeti preziosissimi. Per una ragazza che faceva parte dell’alta società, sarebbe stato un duro colpo alla sua reputazione. Ma io, con la mia prontezza di riflessi, l’avevo salvata.
Rimasi per la seconda volta, nel giro di pochi minuti, imbambolato davanti a lei. Riuscii a tirare fuori solo un sorriso sciocco. Dove erano tutte le belle parole che avevo inventato per fare colpo su di lei, quando mi servivano?
Cristina mi fissò più attentamente, questa volta, inclinando in una maniera vezzosa il capo. ”Come avete detto di chiamarvi?”
In verità, mi ero già presentato una volta, incontrandola per le strade di Firenze, ma la sua risposta era stata insofferente, sicuramente infastidita da uno dei tanti pretendenti che la desideravano. Ma io non ero uno dei tanti…
”Ezio!” Mi schiarii la voce, che mi era uscita stridula. ” Mi chiamo Ezio Auditore…”
Cristina sorrise lievemente, nei suoi occhi ora un interesse crescente per il sottoscritto. ”Bene, Ezio. Domani mattina andrò a messa alla chiesa di Santa Maria Novella. Sarebbe un piacere, incontrarti durante il tragitto…”
Tornò dalle sue compagne, lasciandomi in sua completa adorazione, come la dea della bellezza che era.

Non c’erano dubbi: quell’atmosfera mi piaceva, e anche tanto. Mi sentivo completamente a mio agio in mezzo alla folla di gente che ballava, conversava, si divertiva. Peccato partecipassi raramente a eventi del genere.Si poteva respirare una certa leggerezza nell’aria, quella di chi si lascia i problemi quotidiani alle spalle per la durata della festa. Forse era proprio per questa ragione che le feste del Magnifico erano considerate da tutti impareggiabili. Nessuno riusciva ad alleggerire i cuori e le menti dei propri ospiti come faceva lui.
Proprio in quel momento, a seguito di Lorenzo e suo fratello Giuliano, entrarono le figlie del re di Germania.
Tutti gli occhi erano puntati su di loro -tranne quelli di Ezio, i suoi si erano imbambolati come al solito su Cristina Vespucci… mi scappò un sorriso. Aveva ancora parecchio da imparare il mio fratellino.
Tornai a prestare tutta la mia attenzione alle sorelle e quello che si diceva non rendeva loro giustizia. La loro bellezza aveva superato di granlunga le mie aspettative più rosee. Erano belle, glaciali nell’atteggiamento quanto nell’aspetto. I capelli, legati in intricate acconciature, erano biondissimi, quasi sprigionavano luce propria da quanto erano chiari, la pelle che rasentava il pallido, gli occhi come fossero di ghiaccio.
O almeno così erano le due sorelle maggiori, Ingrid e Helga.
La stessa cosa non si poteva dire della più piccola, Gerda. Anche i suoi capelli erano biondi, ma tendenti al miele, il viso era più dolce come il taglio dei suoi occhi ambrati, che a differenza di quelli delle sorelle erano ardenti, pieni di vita e di emozione.
Ecco cosa la differenziava dalle altre due: loro erano belle, mozzavano il fiato, ma sembravano bambole da esposizione, fragili ma allo stesso tempo inarrivabili.
Lei no.
Quella sera teoricamente avrei voluto fare faville con tutte e tre, ma quando l’avevo vista le maggiori erano andate nel dimenticatoio.
Purtroppo non potevo farci nulla, quelle troppo altezzose non mi erano mai piaciute.
Si muovevano sempre tutte e tre insieme, non si staccavano un attimo.
Mi scoprii a sperare che per un attimo lei riuscisse ad allontanarsi, così da poter provare almeno a conversarci un po’. Non sapevo come spiegarlo, ma ero curioso.
Gerda mi intrigava e non solo dal punto di vista estetico -anzi, quello era l’ultimo punto di una lista che non riuscivo ancora a definire.
Mi accorsi solo in quel momento di come la stessi fissando intensamente. Da quanto la stavo osservando così platealmente? Scossi la testa, scrollandomi di dosso quei pensieri.
Mi avvicinai a un tavolo: bere era un ottimo modo per distrarmi, almeno per poco, da lei.
Mi riempii un bicchire fino all’orlo e, voltandomi verso la sala, mi appoggiai al tavolo a sorseggiare quel vino delizioso.
Riportai lo sguardo alle sorelle, ma Gerda non c’era più.
Razza di coglione! L’ho persa di vista come un bischero!
Frustrato, bevvi in un unico sorso tutto il vino che mi era rimasto nel bicchiere.
Ma bravo! Non so nemmeno tener d’occhio una fanciulla, che combinerò quando diventerò un Assassino a tutti gli effetti?
“Messere, non penso vi faccia bene bere a quel modo.”
Fu una voce femminile a parlarmi.
Mi voltai, curioso e leggermente infastidito al tempo stesso, ma quando incontrai il suo sguardo ambrato fu una delle poche volte in cui rimasi spiazzato.
Gerda era ancora più bella vista da vicino e il suo modo di fare me la faceva piacere ancora di più.
Le mie labbra si incurvarono in un sorriso furbo e divertito, lo stesso che usavamo io e Ezio ogni volta che volevamo fare colpo su quelle che solitamente diventavano le nostre avventure notturne.
“Non preoccupatevi Madonna, lo reggo decisamente bene il vino. Voi?” le chiesi sinceramente divertito dalla sua spontaneità prima di porgerle un bicchiere di vino.




Avrei potuto aver tutto il tempo del mondo – quello che effettivamente avevo – ma per fare ciò che andava fatto non potevo certo permettermi di adagiarmi sugli allori. Ormai ero diventata un’esperta nelle scalate sociali, avrei potuto persino dispensare consigli a quelle povere popolane in età da marito che andavano in giro per i mercati a rubare la frutta di nascosto ai mercanti.
Ed eccomi lì adesso, a Firenze, alla ricerca di qualche baldo giovane che potesse darmi l’assicurazione che stavo cercando: dovevo garantirmi un salvataggio se le cose sarebbero andate storte. E quale posto migliore di quella festa per trovarlo in mezzo a spavaldi giovincelli intenti a fare breccia nei cuori delle giovani in età da marito? Se per trovare quell’assicurazione che tanto bramavo avrebbe voluto dire concedermi ancora lo avrei fatto senza riserbo, dovevo soltanto trovare la persona giusta… colui insignito del ruolo di Custode… colui che avevo cercato con attenzione scandagliando ogni angolo di quel pianeta insieme all’Erinni.
Tutto mi sembrò divenire tremendamente facile quando, in cammino per la via principale della città, vidi una carrozza dirigersi verso il palazzo di Lorenzo De Medici: l’abitacolo, così si vociferava, ospitava le tre figlie del Re di Germania che quella sera avrebbero preso parte alla festa tenuta in nell’abitazione.
Tanti invitati. Tanti giovani. Tante speranze. Altrettante possibilità per me.
Senza pensarci due volte seguì la carrozza e, arrivata al limitare del palazzo, riuscì con facilità ad ammaliare la sorveglianza così da riuscire a passare; non ci volle molto tempo per trovare la residenza delle giovani fanciulle, così come anche distrarre le due sorelle – fingendomi un’inserviente al loro servizio – e rimanere sola nella stanza con Gerda. Si sarebbe servita delle mie aggraziate sembianze per poter prendere parte all’evento senza rischiare di essere scoperta e così, dopo averla fatta adagiare sul letto ed averle offerto un massaggio per farla rilassare, mi servì di una fiala molto speciale: riversai il contenuto della stessa in un panno bagnato ed approfittai dei suoi occhi chiusi per avvicinarglielo al viso in modo da coprire naso e bocca, stordendola. Avrei nascosto il suo corpo nell’armadio imbavagliandole la bocca e legandole mani e piedi, per poi infilarmi nei suoi vestiti e prendere le sue sembianze: nello stesso momento in cui lo feci una delle due sorelle, Ingrid, irruppe nella camera. «Sei pronta? Ci aspettano tutti giù.» mi venne chiesto, mentre io ero intenta as osservarla negli occhi, chiaro segno che il mio piano stava riuscendo alla perfezione.
«Ma certo, scendiamo pure.» risposi con tono calmo sistemandomi l’abito.
Fatto il nostro ingresso in sala furono in molti ad osservare la nostra bellezza straniera; io, consapevole del mio aspetto, ero oramai abituata a sentirmi osservata ma trovandomi nel corpo di un’altra persona in un certo senso mi confortava. Non ci volle molto, guardandomi brevemente attorno, prima che qualcuno cominciasse a fissarmi insistentemente.
Bingo.
Quel baldo giovane sembrava come rapito dalla bellezza del corpo che possedevo, e questo avrebbe giocato senz’altro a mio favore. Io stetti al gioco e scostai lo sguardo dagli occhi di lui rivolgendomi alle sorelle, poiché non volevo fargli subito capire di essere interessata a lui e a quello che avrei potuto promettergli. Fu quando lo vidi voltarsi per procurarsi da bere che feci qualche passo avanti per raggiungerlo al tavolo.
«Messere, non penso vi faccia bene bere a quel modo.» gli avevo detto senza staccare nemmeno per un secondo gli occhi dai suoi, ostentando eleganza e superiorità.
«Non preoccupatevi Madonna, lo reggo decisamente bene il vino. Voi?» mi aveva risposto subito dopo, e prima di poter aggiungere alcunché io fissai per un attimo la bottiglia sul tavolo. «E se vi dicessi che diserto le regole di mio padre concedendomi due bicchieri di vino ogni sera prima di andare a letto? Pensereste che sia poco conveniente per una signora?» piegai delicatamente la testa da un lato avvicinandomi a lui, ma solo per poter arrivare con la mano destra ad afferrare la bottiglia di vino e versarmene un po’ in una coppa; avrei bevuto il suo contenuto tutto d’un fiato senza distogliere le iridi da quelle del ragazzo.
«Sono sicura di potervi battere a occhi chiusi, Messere..» aggiunsi dopo poggiando la coppa vuota sul tavolo, incuriosita di conoscere il nome del giovane che mi stava davanti… di colui che mi avrebbe permesso di liberarmi dalla mia prigione se mai un giorno le circostanze lo avrebbero richiesto.

Il resto della serata lo passai con Gerda.
Inutile dire che mi garbava all’inverosimile -cosa molto strana e rara per me.
Che centra, mai mi ero accontentato quando decidevo con chi passare il mio tempo. Dopotutto siamo tutti passeggeri su questo mondo, quindi perchè non vivere al massimo delle nostre possibilità? Perchè non cercare di trarne il massimo beneficio? Fino a quella sera pensavo di aver sempre fatto così. Quanto mi sbagliavo.
Lei era diversa. Mai avevo incontrato una donna come lei. Elegante e aggraziata, orgogliosa ma simpatica, mai fredda o sprezzante. Sarcastica e socievole… estremamente socievole…
E pensare che tutto era nato da una sfida a chi beve più vino che, contro ogni mia aspettativa, aveva vinto. Già quello era bastato per farmela apprezzare ancora di più di quanto già non facessi.
Non aveva quella inibizione, quel freno che aveva ogni ragazza che avevo conosciuto. Quella strana e stupida paura di fare qualcosa di sbagliato, preoccupandosi più di come apparire alla società e agli altri piuttosto di come vivere bene con sè stessi.
Seriamente, non riuscivo a concepirla. Sì, è vero, anch’io spesso dovevo farci i conti, visto che la nobiltà della mia famiglia richiedeva un minimo di contegno per mantenere le apparenze, e proprio per questo non le sopportavo. Perchè avere una facciata, sembrare altro rispetto a quello che in realtà siamo?
Le persone di merda potrei anche capirle, ma il resto delle persone perchè? Non riuscivo a spiegarmelo e la cosa mi infastidiva.
Ecco perchè lei aveva catturato la mia attenzione sin da subito: lei non si nascondeva, non fingeva. Lei era così.
Poi tutto venne da sé. Una frase dietro l’altra, risate, era come se la conoscessi da sempre. Avevamo una confidenza incredibile, un’affiatamento che poche altre volte avevo avuto con altre.
Dopo un ballo e altre chiacchiere ci spostammo in un luogo più appartato.
Se avevo interpretato bene le occhiate che mi mandava di lì a poco la serata sarebbe andata di bene in meglio.
Passammo per un giardino in fase di restauro, che avevo sentito dire era stato da poco acquistato dalla moglie del Magnifico dai monaci di San Marco, per poi arrivare nel cortile del palazzo che ospitava il David di Donatello.
Non me ne intendevo, ma apprezzavo molto l’arte… dopotutto ero cresciuto in una famiglia nobile, con una madre che ordinava quadri su quadri -poi da quando aveva trovato quel Da Vinci non faceva altro che commissionargli opere.
Quindi rimasi in silenzio per un attimo a osservare la statua, per poi osservare di sbieco Gerda mentre ammirava il David.
Come se fosse possibile, la luna rendeva più dolci e aggraziati i suoi tratti, facendo splendere ancora di più la sua bellezza.
“Bella, vero?”
“Un capolavoro.”
Si voltò verso di me, accorgendosi solo in quel momento che la stavo osservando, e scoppiò a ridere.
“Ma quanto siamo sfacciati.” mi disse con una certa malizia nella voce e nello sguardo.
“Eh, purtroppo non posso farci nulla.”
Feci spallucce per poi fare un passo verso di lei, che rimase immobile. Ne feci un altro, e a dividerci c’era solamente poco più di una spanna.
Portò entrambe le mani alla sua acconciatura e slegò uno dei tanti lacci che la componevano – forse il più appariscente fra i suoi capelli, essendo questo rosso acceso-, legandomelo al polso sinistro, per poi avvicinarsi al mio orecchio.
“Mmm, meglio così, non credi?.”
Non ricordo esattamente se dopo quella frase fui io a baciarla o viceversa, so solo che ci ritrovammo avvinghiati a scambiarci baci quasi famelici.
Ci staccammo quel tanto che bastava per decidere di toglierci di lì ed andare in una delle tante stanze del palazzo, dove avremmo passato una nottata decisamente movimentata e accaldata, e sicuramente una delle più focose ed eccitanti della mia vita.




Quella notte passata in compagnia del giovane Auditore era stata inaspettatamente piacevole, così diversa dalle numerose che ero solita passare per necessità, era qualcosa di diverso, un piacere reale di chi con la sua passione e la sua animosità era riuscito a possedermi degno di un Dio più che di un semplice umano…
Ora lui dormiva sereno con i riccioli a coprirgli la fronte, mentre io dopo essere rimasta per un lungo momento ad osservarlo lasciai scivolare il mio sguardo smeraldino sul suo polso, lì dove aveva legato il mio nastro, che decisi di alzarmi. Vestirmi ed andarmene.
Sarebbe stato assai piacevole cullarmi in quell’effimero inganno se non fosse stato che non potevo, ciò non tolse che ripensai a lui tutto il giorno dopo. Era incredibile come il Guardiano fosse un umano così fragile, senza poteri, senza caratteristiche particolari eppure nonostante tutto ciò lui era fondamentale.
Si raccontava che nascesse un Guardiano ogni mille anni, non era prevedibile scoprire su che pianeta nascesse e come sarebbe stato, si sapeva solo che i Frutti dell’Eden non avevano presa su di lui ed anzi che potesse utilizzarli a suo piacimento. L’unica persona che non veviva dominato dai Frutti dell’Eden, ma che al contrario li dominava… ecco perchè era la mia assicurazione, ecco perchè solo lui avrebbe potuto liberarmi dalla mia prigionia… Se mai sarei stata costretta a quell’inferno sarebbe stato in grado di richiamare i Frutti dell’Eden, unirli ed usarli per donarmi nuovamente la mia libertà…
Fu così difficile trovarlo ed avvicinarlo, legarlo a me con l’incato del richiamo… non importava se sarebbe morto, se mai avrei avuto bisogno di lui il mio nastro lo avrebbe riportato da me… tuttavia mi si ruppe il cuore a scoprire che la sua fine fu così vicina…
Passarono pochi giorni prima che mi arrivassero voci del suo arresto, sapevo che suo fratello minore stava muovendo mari e monti per liberarlo… lui, suo padre e l’altro fratello che li accomunava, ma ogni suo tentativo fu vano così che lo vidi arrivare troppo tardi quando la pedana sotto i piedi della sua famiglia venne aperta e tutti e tre morivano tra atroci sofferenze.
Avevo il capo coperto dal vasto cappuccio del mantello nero che indossavo, ero vestita a lutto, mentre i miei occhi verdi si legavano a quelli di Federico fino all’ultimo secondo, una lacrima perfino sfuggì dai miei occhi mentre assistendo a quella scena per la prima volta mi sentì davvero in pena di fronte ad un esecuzione.
Rimasi nella piazza fin quando tutta la gente non si dipanò, rimasi lì ad osservare il giovane Auditore disperato, mentre con un cenno del capo permettevo ad Aletto di volar vicino al cadavere di Federico e rubar lui il suo ultimo respiro, lo stesso che avrei custodito gelosamente ed amorevolmente per secoli fin quando un giorno lontano, un giorno che mai avrei previsto, Atlas lo avrebbe usato per riportarlo indietro…

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