Moonlight's Creed (Original Series)

Episodio 2×10

Present #2018: Nanda Parbat

L’accordo con Shay Cormac si era concluso nel momento esatto in cui entrambi avevamo ottenuto ciò che volevamo, ma mentre lui se ne era andato tranquillo con la pergamena contenente l’Equazione dei Cristalli io ero rimasta seppellita sotto un cumulo di macerie e quando mi ero risvegliata ero un in luogo ben lontano dall’essere paragonato ad una prigione, ma senza l’Equazione (che avevo copiato) e soprattutto senza i miei poteri. La stanza era abbastanza ampia ed il suo arredamento argenteo d’ispirazione imperiale lunare per un attimo mi fece credere di essere riportata a casa, nelle prigioni dell’Impero quelle che ormai credevo non esistessero più. Ce ne erano di vario tipo da quelle più misere e scarne a quelle eleganti riservate ai prigionieri di alto rango. Io che avevo visto moltissime prigioni in vita mia, trovavo ironico di essere finita in quest’ultime quando ero abituata più alle prime.
Tuttavia l’incontro con uno degli Assassini incontrati ad Acri mi fece capire di essere ancora ben salda sul Pianeta Terra. Lui mi aveva accolto al mio risveglio e sempre lui nei giorni successi tentò di interrogarmi. Ma io non parlavo e se lo facevo parlavo in dialetto nettuniano. Avevo imparato il terrestre, ma avevo deciso di negarmi.
Notai quanto questo lo fece spazientire, ma fu un giorno udendo una discussione fuori dalla porta della mia cella che mi sciolsi un po’. Parlavano  del loro Mentore, Altair, l’uomo su cui avevo usato il Soffio di Vita ed ebbi una morsa al cuore.
Ero nata e cresciuta così abituata a subire suprusi e violenze che l’istinto mi portava ad attaccare per il terrore di essere attaccata. Le Colonie rimaste non erano più i luoghi ove ero nata, i miei ricordi d’infanzia di quei luoghi erano stati sostituiti da quelli di un luogo ove devi uccidere prima di essere ucciso. Ove non esisteva la possibilità di incrociare qualcuno che non volesse ferirmi o volesse farmi del male.
Capì che però quell’uomo non aveva meritato quel mio agire, non quando avevo sentito parlare di lui e dell’uomo buono che era. Del bene che verso tante persone aveva fatto nonostante molti anni addietro avesse perso la sua famiglia, la sua vita così come la conosceva… Il mio rimorso, il sincero pentimento nei suoi confronti fu la dimostrazione che non ero la cattiva senza cuore che apparivo, ma solo una ragazzina smarrita che tentava disperatamente e maldestramente di aggiustare una realtà che non accettavo fosse andata perduta.
Solo allora parlai e lo feci affinché quell’Assassino potesse capirmi. Diedi ad Ezio Auditore, così si chiamava, le informazioni per recuperare nel mio appartamento un antidoto che lo avrebbe salvato. Uno che mi era costato caro e che faceva parte della mia collezione terrestre e galattica di tutte le cose che avevo rubato o vinto in scommesse.
Non auspicavo ad essere perdonata, ma almeno di porre rimedio ad un errore che riconoscevo di aver commesso.
Era strano avevo sentito uno strano legame con Auditore, sarà stato il suo essere sempre così presente o forse l’essere un guardiano e carceriere ben diverso da quelli a cui ero abituata.
Un giorno glielo feci notare chiedendogli quando avrebbe iniziato a picchiarmi o torturarmi… oppure perchè ancora non avesse abusato di me. Lui parve molto colpito da tali affermazioni, perchè non glielo avevo chiesto con ironia o sarcasmo, ma sinceramente colpita. Per me tutto quello era senza senso, in quanto era scontato un atteggiamento contrario a quello che lui teneva con me, mentre lui parve sconvolto da ciò.
Un giorno, dopo che mi aveva portato un vassoio con al di sopra la mia cena, lo stupì. Stava per andarsene ed io lo avevo bloccato prendendo una sua mano nelle mie. Lui si voltò stupito ed io al contempo lo guardavo con il capo piegato e gli occhi chiari fissi nei suoi. Sul primo volto e sguardo gentile che avevo incontrato dopo tantissimi anni.
“Grazie” mormorai unicamente. Un grazie strano. Quale prigioniero ringraziava il proprio carceriere?
Forse uno che si era sentito più a casa, protetto e quasi amato in quel luogo ed in quella posizione che in una vita intera.
Fu strano forse per lui scoprire quanto la mia pelle fosse morbida e setosa, mentre facendo scivolare le mie mani dalle sue anche il mio sguardo si abbassò. Come il capo. Concentrandomi sulla mia cena e chiudendomi nuovamente nel mio silenzio.




La giornata era splendida, e dalle finestre aperte del nostro attico proveniva un’aria tiepida e profumata, segno certo dell’arrivo della bella stagione. Niente avrebbe potuto guastare il momento di pace e tranquillità che ci stavamo godendo io e Ares, neanche la conversazione che avevamo appena avuto, sul probabile passato di quella ragazza che, dopo averci sfidato durante il nostro incontro, era sparita senza lasciare delle tracce che né io né Ares, molto più abile di me in questo, eravamo riuscite a trovare.
Il mio cellulare squillò e risposi distrattamente. Me lo portai all’orecchio e lo tenni con la spalla, perché in mano avevo un vaso di fiori freschi che volevo portare nella veranda.
”Pronto?”
Bastarono poche parole – Athena dopotutto aveva il dono dell’efficacia, quando si trattava di aggiornare su questioni importanti – per farmi sfuggire il vaso dalle mani. Mille frammenti si sparpagliarono sul pavimento, schizzando acqua e petali in giro. In pochi secondi, quello che era un momento di serenità divenne un campo di battaglia, funestato da brutte e preoccupanti notizie.
Avevano trovato la ragazza straniera ed Ezio l’aveva portata al sicuro a Nanda Parbat, nella speranza che interrogandola il mistero della sua identità e dei motivi che l’avevano spinta a certi comportamenti potesse diradarsi, ma questo era costato molto caro ad Altair, che combatteva tra la vita e la morte in un luogo protetto ad Acri.
(…)
Il dilemma che mi si poneva davanti lo risolsi non senza rimorsi: tra il dovere di andare subito a vedere la prigioniera, per ottenere finalmente delle risposte a troppe domande ancora in sospeso, e la preoccupazione sulla sorte del mio antico alleato, e di conseguenza di Aphrodite, che a lui era strettamente legata, decisi per la scelta del cuore.
Arrivai ad Acri non senza problemi – la zona era diventata molto pericolosa per via della guerra che infuriava da diversi anni – e purtroppo mi resi conto subito che solo un miracolo avrebbe potuto restituire la vita che piano piano si stava consumando all’uomo amato dalla mia compagna.
Miracolo che si avverò, grazie al provvidenziale arrivo dello Ius Vitae. A quel punto, niente mi tratteneva più dall’adempiere ai miei doveri.
(…)
Conoscevo Nanda Parbat a menadito, la costruzione dei suoi edifici aveva rispecchiato il più possibile l’architettura che caratterizzava la bellezza e l’ariosità degli edifici del mio pianeta, la Luna. Percorsi perciò i lunghi corridoi, salii le scale marmoree, come volando, diretta a quella parte del Palazzo principale dove avrei trovato Ezio e la sconosciuta.
Davanti alla porta della cella c’era Edward, di guardia: insolitamente serio e scrupoloso, bussò alcune volte, ad intervalli scanditi, prima di aprirla, facendomi poi un cenno di invito ad entrare.
Il potere della Camera di Contenimento, di cancellare le nostre capacità più preziose, fece effetto anche su di me, rendendomi debole e fragile, come se le mie ossa fossero diventate di gomma.
Ignorai la sensazione, ben sapendo che era temporanea ed innocua, concentrandomi più che altro sugli occupanti della stanza.
Entrambi mi guardavano, chi con un’attesa, chi con una sfida nello sguardo.
Ezio aveva le occhiaie di chi non dorme da giorni, ed il tono di chi non si arrende, ma ha terminato tutte le risorse a sua disposizione: ”Ha detto che parlerà solo con te, e ti assicuro, non ho conosciuto persone altrettanto cocciute”
Sospirai in silenzio, prima di rivolgermi a lei:”L’unica volta che ci siamo incontrate, sei fuggita via senza rispondere alla mia domanda, quindi ora ti chiedo di nuovo: come ti chiami?”
Passò qualche secondo, poi la ragazza rispose nella lingua terrestre, la stessa che avevo utilizzato anche io.

“Pandia” la mia voce appariva ferma e decisa, ma non tradiva la mia giovinezza ed un cuore impavido indurito dagli eventi non dal carattere.
La pelle leggermente olivastra stonava con il mio nome di origine prettamente lunare in quanto gli abitanti del regno, come Selene, risplendevano di luce argentea con pelle chiara quasi a riflettere il satellite sui quali vivevano.
Ero vestita in modo semplice con un paio di pantaloni di tuta color grigio e sopra una felpa dello stesso colore con cappuccio. Non era il massimo dell’eleganza, ma considerando che mi era stata gentilmente fornita dai miei carcerieri pensai che non era il caso di lamentarmi.
I capelli scuri erano legati insieme in una coda alta e i tratti gentili del mio viso, partendo dagli occhi chiarissimi, erano perfetti senza alcuna necessità di make up. Spesso avevo usato la mia innata bellezza per cavarmela nelle situazioni ed altre volte ancora era stata una croce di cui avrei fatto a meno.
Selene mi era seduta di fronte sul fine divano di velluto, si comportava in modo gentile ed educato come mai mi sarei aspettata da una regnante. Come mai mi sarei aspettata da lei. Mia madre mi aveva cresciuto con racconti assai diversi sulla superba Theia e la sua odiosa figlia e dunque ero spiazzata, come lo ero stata con Auditore che in piedi dietro di lei era appoggiato ad una colonna e con le braccia incrociate seguiva l’interrogatorio.
“Sai sono molto colpita… la prima volta credevo che fingessi. Che la tua fosse solo una facciata di perbenismo falso, di chi si inneggia a salvatrice ben sapendo il male che ha inflitto, ma ora che ti ho di fronte… capisco che non è così… tu davvero non hai la minima idea di cosa è successo dopo la venuta di Kaos vero?” avevo parlato con le gambe incrociate sulla seduta e i gomiti poggiati alle caviglie. La guardavo tra l’incredula ed l’esterefatta. Lei dal canto suo si voltò verso Ezio scambiandosi con lo stesso uno sguardo preoccupato, prima di farmi cenno di continuare.
“Come vedi è così… quindi te lo chiedo per favore, dimmelo… cosa è successo che io non so?”
Risi e solo allora mi resi conto di quanto ero fuori luogo, ma mi faceva ridere. Sarebbe rimasta sorpresa dalle cose che non sapeva, ma decisi di andare per gradi.
“Ad esempio che Kaos ha sì distrutto l’Impero e le 4 Colonie colonna… ma Urano, Nettuno, Plutone e Saturno… nonostante i danni… bè sono sopravissute…” lo dissi con semplicità, mentre lei portandosi una mano sul cuore per poco non perse un battito. Sgranò gli occhi e le mancò il fiato.
“E come siete sopravvissuti tutti questi anni?”
“Sopravvivendo… vedi Imperatrice quelli che tu hai portato qui sono stati fortunati, ma noi che siamo rimasti… soli… senza una guida… Bè siamo diventati carne da macello per i mercenari… ne sono arrivati a bizzeffe… Le regole che tu e la tua famiglia vi eravate tanto impegnati a far rispettare, la giustizia, la cultura e la conoscenza sono diventati valori senza più significato… Uccidi o vieni ucciso… così ci siamo ridotti… a sopravvivere come animali… come bestie da macello che preferiscono morire piuttosto che essere venduti come schiavi o prostitute…” fu a quel racconto che la mia voce si incrinò. Ero giovane, ma avevo un ricordo di quando le cose andavano bene. Da quando da bambina l’Impero seppur con i suoi difetti era un luogo perfetto in paragone a ciò che ne era rimasto. Allora non lo vedevo, come nessun altro… lo criticavamo senza renderci conto invece di ciò che avevamo… Perdere la propria storia, le proprie radici e la propria dignità era peggio che perdere un palazzo o una casa.
Selene si alzò sembrava particolarmente sopraffatta dalla cosa e nonostante non uscì dalla stanza si mise da parte chiedendo quasi implorante con lo sguardo ad Auditore di continuare lui che seduto ora di fronte a me mi guardava quasi con un pizzico lievissimo di severità in meno. Una cosa che mi fece quasi sorridere.
“Perchè sei qui? Perchè cercavi la pergamena?”
“Credi che sia solo una ladruncola da quattro soldi vero? Bè lo sono anche se tutto ciò che ho sempre rubato e truffato l’ho fatto per me stessa, per riempirmi la pancia o semplicemente vivere decentemente… arrivare su questo pianeta mi è costato gran parte dei miei tesori… la Terra è ancora off limits nonostante non ci siano più regole ad impedirne i viaggi… ma i mercenari odiano questa rotta… sanno che qui ancora c’è l’ultima speranza dell’Impero… le Guerriere e non vogliono svegliare il can che dorme, hanno paura che se lo sapessero tornerebbero a mettere a posto le cose e loro non lo vogliono…”
“Ma tu sì…”
Mi ritrassi, il modo in cui Auditore con un solo sguardo riusciva a leggermi dentro non mi piaceva. Mi rendeva debole ed avevo scoperto che era un lusso che non mi potevo permettere.
“Tu vuoi cambiare le cose… per questo sei qui… per questo cercavi la pergamena…”
“Se lo sai perchè me lo chiedi mh?” gli chiesi retoricamente con un tono di sfida, ma era solo un meccanismo di difesa uno che mostrava unicamente quanto dietro la corazza ci fosse dopotutto una semplice ragazzina.




”Se lo sai perché me lo chiedi mh?”
Sorrisi in maniera accondiscendente alle sue parole di sfida. Anche questa volta, ero riuscito a decifrare la persona che avevo davanti: quella ragazzina era davvero ciò che sembrava, ovvero un cucciolo che ringhia nel tentativo di spaventare predatori più grossi di lui, di distogliere l’attenzione dalla sua debolezza.
Un’anima ancora giovane che mostra i pugni all’universo per lamentarsi dei torti subiti. Nel contempo, però, ambiziosa e grintosa a sufficienza da non importarle quanto grandi o irraggiungibili fossero gli obiettivi che cercava di ottenere, disposta a sacrificare molto per un bene più alto.
Se Altair fosse stato qui, mi avrebbe fatto notare come per certi versi anche il nostro Credo ci porti spesso a compiere simili scelte.
Ma pensare a lui fu un errore, perché mi ricordò quanto il cucciolo che avevo davanti avesse la responsabilità piena e totale di quello che era successo al mio compagno.
Non era innocente come credeva Selene – oh, lo sapevo che erano quelli i suoi pensieri – era piuttosto un essere crudele nella sua ingenuità. Non mi sentivo di giustificare le sue azioni con il suo passato doloroso e difficile.
Rilassai la mascella, cercai di riacquistare l’imparzialità che mi serviva perché ora, dopo giorni infruttuosi, le risposte stavano cominciando ad arrivare.
Ignorai la sua insolenza e cercai di provocarla a mia volta: ”Perché non sono sicuro che tu l’abbia ancora rintracciata. Forse insieme con il templare avete trovato niente più che una lista della spesa, ad Acri… o forse, non era proprio un alleato di cui fidarsi, e te ne sei accorta quando è sparito senza lasciar niente per te… perché sai, nel buco in cui vivevi, non c’era nulla di importante, oltre allo Ius Vitae!”
Si illudeva forse che ci saremmo limitati a cercare solo l’antidoto che serviva per salvare Altair? Nell’appartamento avevamo trovato anche svariati oggetti, alcuni davvero interessanti, che al momento si trovavano qui, in un magazzino sicuro, in attesa che ci fosse tempo e modo per studiarli meglio. Avrei messo al corrente di questo anche Selene.
Di questa misteriosa pergamena, però, non ne avevamo trovato ombra.
Guardavo Pandia con attenzione, per vedere la sua reazione.
Fu brava ad incassare il colpo – tutti i suoi preziosi tesori erano spariti – e a stupirmi, una volta di più. Si batté l’indice sulla tempia:
”Credi che sia stupida? La carta non è più con me, è vero, ma il suo contenuto… l’ho memorizzato!”
Mi piegai in avanti, i gomiti sulle ginocchia, realmente incuriosito ed affascinato dalle nuove scoperte.
”Ma a cosa serve, davvero, questa formula?”
”Spiega come ottenere le condizioni per l’unione dei due Cristalli, ed avere così in mano un potere immenso, maggiore anche di quello di un dio”
Un’esclamazione soffocata di Selene: ”Cosa dici? Non sono mai esistiti due Cristalli, l’unico è quello d’Argento! Il Cristallo Nero è solo un mito, o un’ipotesi di studio di qualche scienziato visionario!”
Guardai l’imperatrice di sottecchi: se non fosse stato per i capelli biondi, sarebbe sembrata facilmente una statua di marmo: era così pallida che la sua pelle aveva lo stesso colore dell’abito bianco che la fasciava. Era sconvolta, ed era semplice capirne la ragione, ma dato che sicuramente il racconto della nostra prigioniera non era ancora terminato, cominciai a chiedermi se sarebbe stata in grado di subire altri colpi.
Pandia scosse la testa: ”No, mia cara imperatrice, le cose non stanno per niente come credi tu, come ti hanno fatto sempre credere…”

Il modo in cui Auditore riusciva a leggermi mi metteva a disagio. Un disagio mai provato di trovare qualcuno tanto bravo di arrivare al mio cuore ed alla mia anima nonostante le mie maschere o le mie finte e questo mi spaventava più di mille torture. Rifuggì dal suo sguardo quando quello di Selene si fece pesante su di me, di chi non voleva ascoltare, ma che dall’altra parte sapeva di non poter far diversamente.
“Se esiste davvero una parte della storia che non conosco… raccontamela…”
“Sei certa di essere pronta ad ascoltarla?” le chiesi prontamente con un tono che avrebbe potuto sembrare quasi preoccupato, quando stringendomi le caviglie con le mani respirai profondamente. Forse nemmeno io ero pronta a raccontarla, farlo avrebbe voluto dire accettare qualcosa che per lungo tempo avevo tentato di rinnegare.
“Hai mai sentito parlare di Giapeto?”
“Certo era il fratello maggiore di mio padre… Era un folle che avrebbe portato alla distruzione dell’intero Impero se non fosse stato fermato in tempo… Il suo nome è stato bandito ed ad essere sincera è la prima volta che lo risento dopo molto tempo…”
Scossi la testa stupendomi per l’ennesima volta del cinismo di quell’uomo. Chissà forse Selene mi avrebbe fatto pena a fronte di come la sua famiglia le aveva sempre mentito.
“Giapeto non era folle, solo intelligente. Era saggio e rispettato, non avrei mai saputo di lui se mia madre non me ne avesse parlato… Lui voleva solo governare cambiando le regole arcaiche che c’erano sempre state. Rendendo l’Impero un poco più povero ed il popolo un poco più ricco. Credeva nella democrazia e nel libero arbitrio, ma ad Hyperion tutto ciò non piaceva…”
“Menti!”
“Sei libera di pensarlo, ma non ho motivi per mentirti. Volete la verità no? Bè io ve la sto dando e qualcosa mi dice che tu, Auditore, puoi ben vedere che non c’è traccia di menzogna nel mio sguardo…” mi rivolsi all’Assassino per un attimo e quasi un mezzo sorriso prima di continuare.
“Hyperion non solo non accettava queste idee di cambiamento, ma voleva il trono per sè ancor più quando Giapeto ebbe un figlio, maschio…” a quelle mie parole lo sguardo cristallino di Selene si spalancò.
“Nacque una guerra civile che contrappose il Re Bianco, Hyperion, al Re Nero, Giapeto. L’Impero si divise i tradizionalisti che amavano il sistema come era stato fino ad allora riconobbero in Hyperion il loro Re e i rivoluzionari, come vennero chiamati, rimasero fedeli a Giapeto… alla fine fu tuo padre a vincere cara Imperatrice, ovviamente, uccise suo fratello ormai vedovo da anni ed esiliò il neonato e tutti coloro che giuravano ancora fedeltà al vecchio Re su Haumea… inutile che ti dica che sia una roccia dimenticata dagli Dei…”
Selene scuoteva il capo energicamente di chi mai avrebbe accettato quella storia come vera, farlo voleva dire gettare all’aria la vita che aveva vissuto ed accettare che era stata una farsa. Ezio sembrò incapace di far qualcosa, mentre Selene impietrita serrava la mascella ed io continuavo con il racconto.
“Il neonato era troppo piccolo e così venne cresciuto da Wiseman, consigliere di Giapeto, lo crebbe nell’odio ricordandogli ogni giorno come tu e la tua famiglia foste degli Impostori e lui solo lui era il legittimo Imperatore… dopotutto come dargli torto? Tu sei nata molti anni dopo questi eventi e tua madre amava troppo tuo padre per raccontarti una storia diversa seppur Giapeto fosse anche suo fratello…”
“E questo cosa c’entra con l’altro Cristallo?” era stato Ezio a parlare anche nella speranza di venire al sodo e distogliere Selene dal suo Caos interiore.
“Giapeto aveva messo in conto di morire ed affidò a Wiseman, saggio e stregone, un frammento del Cristallo d’Argento… era destinato ad Endymion affinché con esso un giorno avrebbe potuto prendersi ciò che gli spettava… ma il frammento ebbe bisogno di anni per germogliare grazie all’energia oscura di Haumea e divenendo di fatto il Cristallo Nero…”
“L’Equazione è per lui? Lavori per questo Endymion?”
Indignata mi alzai in piedi di scatto quasi ci mi facesse male che lui lo avesse anche solo pensato.
“Giammai! Endymion avrà anche le sue ragioni ma da quando Kaos ha distrutto tutto ha lasciato che chi di noi è rimasto vivesse nella miseria… governa con il suo Black Moon con arroganza e strafottenza… lui vorrà i Cristalli per cambiarle gli eventi e far sì che la storia andasse nel verso giusto, ma io li voglio per ricostruire ciò che è andato perduto… voglio solo rimettere le cose apposto… dare alle Colonie ed alla Lunan futuro…” lo dissi con le lacrime agli occhi e mostrando per la primissima volta il mio lato umano e i valori nobili che mi spingevano.
Il tutto durò un attimo perché prima che potessi rendermene conto ero schiacciata contro il muro con la mano di Selene a stringermi il collo.
“Dammi un motivo… uno solo per credere alle tue sciocchezze…”
Tossivo e cercavo di dimenarmi per liberarmi dalla sua stretta mentre pronunciando qualcosa mi era quasi impossibile mettere insieme le parole. Auditore riuscì a staccarmela di dosso e mentre io rovinano a terra, in ginocchio e stringendomi la gola tentati finalmente di dirglielo.
“Perché mia madre, Ersa, me lo ha detto… la conosci è stata Strega a corte per anni… fin quando improvvisamente un giorno è scomparsa… lo avrai notato no?” glielo chiesi piena di ira e di rabbia, mentre la mano appoggiata al mio collo fece risaltare ai suoi sguardi l’anello lunare che indossavo, gemello del suo.
“Tua madre si occupò di cacciarla, di lasciarci senza niente… e sai perché lo ha fatto mh? Perché io sono tua sorella e lei non poteva permettersi che una bastarda come me girasse a corte…” ormai le lacrime mi pizzicavano gli occhi quando con i denti digrignati abbassai il capo.
Non avevo più niente da dirle a quel punto che facesse di quelle verità ciò che meglio credeva…




Quelle parole furono peggiori di qualsiasi dolore avessi mai provato.
Urlai: ”Tu non sei mia sorella! Mia sorella è morta, così come tutta la mia famiglia!”
Indietreggiai di alcuni passi, aggrappandomi alla rabbia che provavo per non crollare miseramente. Sapevo che stava per succedere, e non volevo farmi vedere da nessuno quando ogni mio controllo sarebbe andato perso.
Mi avvicinai alla porta, picchiando i pugni per farmi aprire. Mi precipitai fuori con così tanta furia che andai a sbattere contro Edward. A quel punto, le mie barriere cedettero, e mentre la porta insonorizzata si richiudeva dietro di me, cominciai a piangere senza ritegno.
Edward mi sorresse, abbracciandomi, ed io mi appoggiai a lui, singhiozzando.
Piansi a lungo, quasi persi la cognizione del tempo.
Eris, alla fine sei riuscita ad avere la tua vendetta… Un pensiero amaro.
Mi sentivo tradita, dilaniata e sola, tremendamente sola.
L’affetto delle mie sorelle non era in grado di raggiungermi nel luogo buio e solitario in cui mi trovavo: avevo perso tutto. La mia vita si stava sbriciolando come una foglia secca.
Nonostante la mia reazione violenta, in cui avevo tentato contro ogni logica di ignorare le prove che la ragazza mi stava mettendo davanti, sapevo che stava dicendo la verità. L’anello che brillava al suo dito era solo un’ulteriore conferma a tutti i dubbi che erano sorti sulla sua identità.
Particolari, occhiate, mezze parole mai veramente comprese, fortemente ignorate, subdolamente pericolose, ritornarono alla memoria, e si misero al loro posto come i pezzi mancanti di un puzzle a cui avrei preferito non partecipare mai.
Non ero la donna coscienziosa, la guida lungimirante che credevo di essere. Lo avevo voluto con tutta me stessa, avevo sacrificato la mia vita per assecondare lo slancio altruistico e benevolo che credevo avrebbe reso onore all’operato del mio predecessore, mio padre.
Ed ora, anche se non riuscivo ancora a sovrapporre la persona severa e giusta che avevo conosciuto con il tiranno assassino che veniva provato dai fatti, non avevo più nessun punto di riferimento da seguire.
Provavo rabbia per le lacrime che continuavano a scendere, ma erano necessarie.
Piansi perché i miei genitori mi avevano mentito da sempre, perché avevo fallito nel mio ruolo di regnante, piansi per il dolore di tutte quelle persone che non avevano avuto la fortuna di seguirmi su questo pianeta, piansi perché mi sentivo indegna.
A poco a poco mi calmai. Edward aveva cercato di consolarmi, battendomi delicatamente una mano sulla schiena, in silenzio. Mi staccai da lui imbarazzata dello spettacolo che avevo dato, mentre con i palmi mi asciugavo il viso. Tentai di sorridere:
”Mi dispiace… non… avrei… dovuto…”
Mi appoggiò le mani sulle spalle, stringendole: ”Non preoccuparti…” Strizzò l’occhio, con un sorriso complice. ”…sarà un nostro segreto!”
Poi aggiunse, serio: ”Preoccupati solo del prossimo passo da fare, perché ci sono molto persone che contano su di te, sei la loro Imperatrice”
Nonostante il dolore, che non sarebbe passato mai, e la vergogna per tutti gli errori che avevo commesso, Edward aveva ragione: ero pur sempre io la responsabile del mio popolo, e adesso, anzi, avevo anche il compito di riunire coloro che erano rimasti sulle colonie perdute.
Pensai a questa nuova entità, chiamata Black Moon, a questo sconosciuto che era figlio del fratello maledetto di mia madre: forse era lui l’uomo della visione che avevo avuto durante la Cristal War. Sicuramente era lui. Lui ed il suo seguito sarebbero stati i nuovi nemici che avremmo dovuto affrontare, che stavamo aspettando.
Lui possedeva il Cristallo Nero, io quello d’Argento. La loro unione dava la possibilità di manipolare la realtà, di cambiarla a proprio piacimento. Ma come aveva detto Ezio, chi aveva davvero la forza d’animo e la saggezza necessaria per gestire poteri tanto grandi? Nessuno, anche se dotato delle migliori intenzioni.
Questa nuova minaccia mi stava obbligando a riprendere in mano la mia vita, o almeno quello che ne rimaneva.
Vedevo chiaramente quale sarebbe stato il mio scopo principale da oggi in avanti: quello di impedire ad ogni costo che i due Cristalli si ricongiungessero.

Se c’era una cosa che odiavo di più di dover essere bloccata in quella maledetta astronave in mezzo ad una landa desolata e ghiacciata a ricordarmi troppo Haumea, era proprio essere messa da parte. Tenuta in panchina.
Endymion si era assentato in quanto lui e Wiseman nei loro soliti e fastidiosi complotti, da cui ero tenuta all’oscuro, erano riusciti a scoprire qualcosa d’importante qualcosa che aveva portato il mio amato marito a sparire con nemmeno un cenno della sua missione, ma un ordine ben preciso: “Non ti muovere da qui. Voglio ritrovarti al mio ritorno”
Come sempre mio marito era solito condividere il nulla più assoluto con me ed ancor peggio aveva bocciato ogni mia proposta di attacco o avanzamento, eravamo ormai sulla Terra da mesi e non avevamo fatto nulla se non aspettare. Cosa poi? Avremmo dovuto trovare immediatamente la cara Imperatrice ed ucciderla, ma Endymion ogni volta che citavo la possibilità di ciò si faceva scuro in volto e spazientito mi ricordava di non toccarla. Perchè nessuno, NESSUNO, tranne lui l’avrebbe avuta e questo mi faceva impazzire.
“Al Re non piacerà”
Ruben era il più razionale tra i due, lo era sempre stato, e come ogni volta capitava cercava di calmare i miei impeti come quelli che mi avevano portato al cospetto di Wiseman, lui che nella stanza della guerra che condivideva solo con mio marito apparve avvolto nel suo solito mantello scuro, in quella massa oscura che era la sua essenza. Sentivo chiaramente il suo sguardo su di me, ma anche un sorriso sinistro. Seppur non aveva espressione era come se nel buio più assoluto che si celava sotto il suo cappuccio io lo vedessi.
“Immagino di non dover essere sorpreso di vedervi mia Regina” il tono mellifluo rimbobò nella stanza, mentre io vestita con l’abito che usava in battaglia sorrisi andando incontro al suo ologramma.
Ruben pochi passi dietro di me teneva le mani dietro la schiena ed il capo basso, in segno di rispetto.
“No non dovresti anche e soprattutto perchè sai il motivo che mi spinge a cercarti…” pronunciai tra il divertito ed il deciso. Se c’era una cosa che avevo imparato da Wiseman era che quanto mi tagliava fuori da ogni decisione in presenza di Endymion, non tenendomi in considerazione, tanto cospirava alle spalle del mio amato marito per alimentare la mia impulsività.
“Sareste disposta a dissubidire il vostro Re?”
“Sì se questo vorrà dire chiudere una volta per tutte questa storia. Sai quanto Endymion sia flemmatico e machiavellico e nonostante io ami la sua mente brillante non possiamo aspettare altro tempo ancora! Uccidere le Guerriere… uccidere Selene vorrebbe dire spianare la strada al nostro successo… otterrò il Cristallo d’Argento e finalmente tutto ciò per cui pazientemente abbiamo atteso si realizzerà…”
C’era una scintilla di follia nella mia voce, mentre sollevando la mia mano lasciai che la forza oscura mi scorresse addosso dimostrandosi come puri fulmini neri che avvolgendomi mi facevano apparire ancora più malefica e pericolosa.
“Il Re non desidera che l’Imperatrice muoia”
“E’ questo il problema!” urlai isterica lasciando un fulmine contro la parete, poco lontano da Ruben che non si scompose abituato ai miei scatti d’ira. Wiseman parve riflettere per un attimo e poi uscendo dal suo silenzio gli bastò un cenno della mano per aprire un portale di energia oscura quella che ero solita usare anche per teletrasportarmi e che Wiseman mi aveva indirizzato esattamente verso dove desideravo andare.
“Oltre quella porta troverete tutti i nostri nemici, superarla vorrà dire andare incontro ad un grande successo o ad un grande insuccesso… in ogni caso la delusione che causerete al nostro Re sarà incommisurabile…”
Guardando Wiseman non ci pensai due volte e voltandomi verso Ruben gli feci un cenno del capo e seguendomi entrambi ci addentrammo per essere portati lì dove mi era stato promesso avrei trovato i nostri nemici ed il Cristallo d’Argento.
Quello che non sapevo era che Wiseman possedeva una profezia, una pronunciata molti millenni orsono da una strega, una che il saggio desiderava ardentemente che si avverasse e se per farlo sarebbe stato costretto a giocare a scacchi con me ed il suo Re non ci avrebbe pensato due volte a spingermi nella bocca del leone.

Non seppi ove eravamo arrivati, io e Ruben avevamo solo un obbiettivo e così guardandomi intorno non ci pensai due volte facendomi avanti e camminando a passo deciso per i lunghi e scuri corridoi di quel luogo.
Se fossi stata con Endymion avrebbe perferito un approccio più strategico magari preferendo usare la nostra capacpità di trasmurare la materia cambiando forma o generando illusioni, ma io non ero il tipo da passo felpato, io ero più quella da caos ed esplosioni. Ecco perchè appena il nostro avanzare venne bloccato da due giovani e, aitanti, Assassini non ci pensai due volte ad incantarli e controllare le loro menti per piegarli alla mia volontà.
“Due soldati in più non ci faranno male” dissi con nonchalance a mio fratello, prima di fare l’occhiolino ai due giovani. Avrei potuto baciarli certo e così legarmi a meno per circa una settimana, ma non avevo bisogno di loro così a lungo. Era strano. Il mio bacio creava nelle vittime un innamoramento folle così ossessivo da venerarmi e far me per qualsiasi cosa, l’unico uomo su cui non aveva mai funzionato era stato proprio Endymion e le donne ovviamente.
Sospirai prima di fare un leggero cenno ai due Assassini quando altri due (ndr Claudia e Connor) ci bloccarono il cammino, iniziarono a combattere quando io e Ruben con un salto lievitando li superammo desiderosi di avanzare oltre, fu quando finalmente trovai di fronte a me alcune Guerriere che iniziai a ritenermi soddisfatta.
Feci presente la mia presenza con una scarica di energia oscura che colpì le due facendole cadere a terra, mentre un’altra arrivò nello stesso momento ed il suo fulmine ed il mio si scontrarono senza però causare danni nè a me nè a lei.
“Ebbene a quanto pare devo cambiare tattica” ironizzai e mentre Ruben si lanciò sulle Guerriere che si stavano rialzando io pensai a quella di fronte a me. Lei aveva solo quel tipo di energia, mentre la mia era molto più poliedrica tanto che con la stessa potei alzare da terra con un semplice gesto della mano e mentre questa la chiudevo a pugno, via via l’aria dai suoi polmoni venne sempre meno…
“Ancora pochi secondi e le Guerriere da uccidere saranno solo quattro…” sibilai con fare viperesco.




Non mi sfuggì il gran baccano che si crebbe tanto che improvviso mi fece scattare in piedi come una molla. Pronta a combattere.
Era così anche dove vivevo non c’era mai il tempo per le dobelezze, tanto che asciugadomi gli occhi con la manica della felpa che indossavo scossi il capo e decisa feci per seguire Auditore se non fosse stato che questo mi bloccò.
“Oh no tu non vai da nessuna parte! Tu rimani qui!”
“Non puoi dirlo sul serio! Posso combattere! Posso esservi utile!”
I rumori sordi della battaglia giunsero alle nostre orecchie fin quando una risata malefica, che avrei riconosciuto tra mille, mi fece drizzare le orecchie. Avanzai cercando di scansare l’Assassino di fronte a me, ma quello oltre non muoversi mi strinse le braccia facendomi da parte.
“Tu aspetti qui!”
“Non capisci io la conosco! E’ Hybris! La Regina del Black Moon! Ascoltami ci ho già combattuto contro, posso esservi utile, posso aiutarvi…” lo dicevo con fare implorante, ma anche deciso, mentre cercando di impedire che l’Assassino mi chiudesse dentro lo afferrai di nuovo per una manica sbraitando e scalciando, ma a nulla servì. La porta della cella si chiuse ed io continua ad urlare a sbattervi i pugni contro fin tanto non rimasero solo le mie urla…

Ero tornato da molto poco a Nanda Parbat e seppur l’aria era ancor molto tesa per via del fatto che molti dei miei confratelli non si fidavano di me, cercai di rimettermi in carreggiata quanto prima. Avevo già ripreso gli allenamenti e non passava giorno che insieme ad Aphrodite ed Athena non studiassimo la profezia che quest’ultima aveva ricordato cercando di trovare un collegamento tra la stessa e l’Equazione dei Cristalli che avevo tentato di recuperare. Speravamo che unendo tutto ciò alle informazione che dalla prigioniera avrebbero recuperato Ezio e Selene saremmo riusciti finalmente a mettere insieme i pezzi di quel nuovo puzzle che avevamo di fronte.
Aphrodite non era molto felice di ciò, tra tutte le sue compagne le più portate allo studio erano Athena e Nike, ma considerando che non voleva lasciarmi solo nemmeno un secondo si era messa l’anima in pace ed aiutava come poteva senza disdegnare di fantasticare, ogni secondo che aveva libero, i dettagli del matrimonio. Poteva apparire un comportamento superficiale, ma non lo era. Non solo perchè un unione d’amore aveva da sempre avuto un significato speciale sul suo pianeta, ma anche perchè per lei aveva un significato unico. Un venusiano si sposava solo una volta in tutta la sua esistenza e quando avveniva era una scelta ponderata, pensata, vissuta, corteggiata… era l’apice della realizzazione della specie… faticavo a capire una cultura basata sull’Amore ma Aphrodite me ne aveva parlato sempre con entusiasmo ed estetismo nonostante sua madre con il suo fare molte volte aveva cercato di distruggere i suoi sogni…
Aphrodite di era stabilita a Nanda Parbat dopo il nostro ritorno da Acri ed in quel momento era appena entrata nel mio ufficio con del té, io ed Athena ci eravamo presi una pausa e lei aveva finito gli allenamenti. Il nostro però fu un breve momento di pace perchè che dei forti rumori e delle urla attirarono la nostra attenzione…




Già una volta ero stato preso. Già una volta la mia testa era stata soggiogata e dopo quel giorno non ero stato più lo stesso. Avevo subito un lavaggio della testa completo, uno che aveva fatto tornare a galla tutti i miei dubbi e le mie incertezze. Uno che mi aveva costretto ad affrontare i miei demoni ed ora… in quel momento non ero pronto a rivivere di nuovo la stessa sorte.
Cercai di resistere allora, di combattere, ma non avevo fatto in tempo a reagire che quando avevo incrociati quegli estranei nei corridoi subito eravamo stati soggiogati e seppur ora il mio corpo camminava al canto dall’uomo dai capelli rossi e le mie mani si muovevano per combattere contro i miei stessi fratelli, io dentro di me urlavo, scalciavo e combattevo una lotta estenuante contro me stesso. Mai più sarei stato il burattino di qualcuno. Mai più.
Vedevo anche Arno e Jacob con me nella stessa situazione, ma non cedetti, continuai a combattere e quando credevo che fosse impossibile mi liberai. Ormai gli estranei erano lontani, mentre i miei confratelli combattevano uno contro l’altro, non ci pensai e colpì al capo sia Arno che Jacob. Mi avrebbero ringraziato più tardi, mentre spiegando la situazione agli altri Assassini detti l’allarme.
“Avvisate poi Claudia, qualcuno dovrà prendersi cura di loro…”

Mi trovai a penzolare a mezz’aria stringendo le mani intorno al mio collo per liberarmi da quella presa invisibile, nel mentre vedevo Ares ed Athena intente a cercare di combattere contro qualcun’altro, ma la vista mi si stava annebbiando e l’aria stava abbandonando i miei polmoni, probabilmente sarei finita così in quel modo così miseramente triste e disonorevole se qualcosa non avesse colpito la mia carnefice. Caddi a terra e solo allora vidi al mio fianco Edward aiutarmi ad alzarmi, mentre poco avanti a noi Selene. La mano tremante e gli occhi iniettati di una ferocia che mai le avevo visto. Lei aveva lanciato dei dardi di luce lunare contro l’avversaria, lei ne aveva ferita la mano che mi teneva sotto scacco ed ora stava formando una spada di luce pronta a colpirla piena di rabbia e frustrazione.
“C-Cosa mi sono p-persa?” chiesi tossicchiando ad Edward che alzando gli occhi al cielo mi fece capire che era una storia molto lunga. Lasciai perdere osservando la mia mano carica di elettricità.
“Sono totalmente inutile. I miei poteri contro di lei lo sono… creano una sorta di Prior Incantatio e non andiamo da nessuna parte…”
“Siamo sotto attacco e tu citi Harry Potter?” la voce di Edward era divertita, mentre io dandogli uno pugno scherzoso gli sfilavo una delle sue due spade dalla cintura per usarla.
“Cosa vuoi che ti dica… Jacob è un nerd a tutto tondo ed anch’io!” ironizzai e poi senza pensarci mi gettai all’arembaggio dei due. Potevano essere molto forti, ma erano pur sempre due contro quanti? Cinque l’ultima volta che avevo fatto i conti ed ora erano arrivati anche Altair ed Aphrodite.
I due si fermarono, mentre muovendo le loro mani all’unisono crearono una barriera tra noi e loro di pura energia oscura, chi di noi tentò di toccarla o scalfirla rimase scosso. Una scarica elettrica che provocava un dolore pari a mille aghi e che perfino a me dette fastidio. Ci fermammo guardinghi, mentre loro divertiti non fecero altro che aspettare che il loro corpo si riparasse, come se mai li avessimo scalfiti. Qualcosa che ci lasciò interdetti.
“Avete appena capito che non avete speranze contro di noi mh? Ve la faccio semplice lasciate che le Guerriere vengano via con noi e vi lasceremo stare… dopotutto non abbiamo interesse per voi Assassini…” la voce stridula della donna risuonava seducente, mentre accarezzandosi i lunghi capelli guardava particolarmente con invidia ed odio Selene.
“Il Black Moon”
“Esattamente anche se per essere più precisi io sono Hybris, Regina di Haumea e lui è Ruben mio fratello e Generale dell’Esercito di Haumea. Siamo coloro che si sono presi cura dei cocci che tu hai lasciato… vedi mentre tu scappavi con la coda tra le gambe con le tue amichette noi abbiamo preso in mano la situazione e ben presto rimetteremo le cose al loro posto… come avrebbero sempre dovuto essere…”
Un altra parola da parte di quella vipera ed ero sicura che sarei stata vicina a scagliarmi contro la sua barriera di energia oscura pur di non ascoltarla. Digrignai i denti guardandomi intorno. Come diavolo erano arrivati? Come avevano saputo come accedere a Nanda Parbat? Ma sopratutto cosa diavolo volevano?
A tutte quelle mie domande la presenza di Auditore attirò la mia attenzione, solo lui e Selene aprevano consci di contro chi davvero fossimo.
“Potrei anche essere magnanima oggi… ero venuta qui per uccidervi tutte e cinque… ma forse potrei accettare anche di non farlo se la cara Imperatrice mi da quel meraviglioso gingillo che tiene al collo…”




Edward ed io raggiungemmo correndo la balaustra alla fine del corridoio, che dava sull’atrio di entrata.
In basso, nell’ampia sala, diversi assassini e guerriere stavano già combattendo contro due figure che erano riuscite ad arrivare a Nanda Parbat.
Non ci fu tempo di valutarli, ma entrammo subito in azione, perché la donna stava quasi per uccidere Nike.
Edward si precipitò giù per le scale, ed io sfruttai la mia posizione sopraelevata per colpirla con dardi lunari, liberando la mia compagna dalla sua stretta micidiale. Poi, atterrai dolcemente a pochi passi da lei, fronteggiandola.
L’uomo e la donna erano entrambi feriti, ma bastò che si riparassero dietro uno scudo di energia oscura per recuperare la salute e guarire.
Non erano degli sprovveduti, come avevo pensato in un primo momento, ma non per questo gli avrei permesso di invadere la nostra città sacra e di venire a blaterare minacce senza che pagassero per la loro impudenza.
La regina di Haumea ed il comandante del suo esercito: così si erano presentati.
Ci studiammo qualche secondo, con aperto disprezzo reciproco. Per quel che mi riguardava, era finito il tempo del buonismo, della comprensione e della compassione: quei due esseri avevano lasciato morire e soffrire il mio popolo, e anche se lo dichiaravano loro, comunque non per questo ne avevano avuto maggior cura.
Mi sentivo spietata e furiosa, decisa più che mai a terminare subito questa assurda situazione. Attinsi perciò al potere sterminato del cristallo, lo evocai e lo feci scorrere nelle mie vene.
Sorrisi duramente sfoderando la spada di energia lunare, preparandomi ad attaccare. Non le permisi di finire il suo discorso di minacce, e non mi sorpresi di sentirle dire che voleva il cristallo d’argento.
Con la lama splendente, tagliai in due la loro protezione, e fulminea la puntai al cuore della mia avversaria. Nel contempo, tenevo sotto controllo l’uomo, che però rimaneva immobile, come se non toccasse a lui fare la prima mossa.
La mia voce uscì metallica: ”Risparmiami la commedia, Regina di Black Moon. Se te ne andrai da qui, lo farai a mani vuote!”
”Ti senti forte perché hai il potere del cristallo d’argento che ti protegge, ma senza di quello, non sei nulla…” Rise, poi cambiò espressione, che divenne furiosa: ”Nessuno di voi può nulla contro il potere oscuro, e questa è la dimostrazione!”
Dalle loro mani si sprigionò nuovamente quell’energia dai bagliori sinistri, ma questa volta si divise come una piovra, ed i tentacoli raggiunsero tutti i miei compagni, imprigionandoli.
Sempre tenendola sotto la minaccia della mia lama, mi girai per guardarli: Altair, Aphrodite, Nike, Edward, Ares, Athena ed… Ezio – non mi ero accorta che fosse sopraggiunto – si trovavano avvinti in quelle spire oscure. Chi tentava di liberarsene, veniva colpito da scariche potenti che ne piegavano la volontà.
La risata della donna echeggiò ancora più stridula nell’alto soffitto del palazzo: ”Ecco la tua scelta, Imperatrice! Consegnati a me ed io risparmierò i tuoi amici, oppure…”
Un lieve gesto della sua mano fece urlare di dolore i miei compagni.
”Ed impara la tua prima lezione: con me non è consigliabile opporsi od ostacolarmi!”
Ci fissammo per lunghi secondi, nessuna delle due abbassò lo sguardo, ma io, alla fine, fui costretta ad abbassare l’arma, dissolvendo l’energia che l’aveva formata.
La scelta peggiore del mondo, nelle mie mani: consegnare a dei mostri il potere di distruggere l’universo, oppure decidere della morte di tutti quelli che mi erano più cari.
L’odio che provavo per lei fu ancora più palese nel mio sguardo.

Eccoli, dunque. I nostri avversari. Li studiai una frazione di secondo con curiosità: la donna era di una bellezza pericolosa, sprigionava un’attrazione quasi velenosa, mentre l’uomo sembrava una fiera trattenuta a stento da un bagliore di razionalità.
Provai a colpirli con uno dei miei pugnali da lancio ma, come era chiaro, questi avversari erano superiori, e di molto, alle nostre abilità. Il pugnale fischiò a pochi centimetri dal volto della donna, che l’aveva schivato senza neanche prestare attenzione nel farlo. Non la distrassi neanche il tempo necessario per provare ad attaccare l’uomo.
Mi accorsi che la loro attenzione era solo per le guerriere, noi assassini eravamo considerati come delle mosche fastidiose a cui non prestare la minima considerazione. Un senso di impotenza cominciò a strisciare subdolo nella mia anima. Cosa potevamo fare noi, di fronte a poteri così inaccessibili?
Mi trovai imprigionato, come tutti gli altri, da quell’energia che i due sembravano governare pienamente. Provai a liberarmi, ma il mio corpo venne attraversato da una scarica come fosse pura elettricità. Caddi a terra, ansimante, e non fui l’unico, purtroppo.
Solo Selene poteva reggere il confronto con questi avversari formidabili, ma si piegò al loro ricatto. Provai a dirle di non farlo, che le nostre vite erano sacrificabili quando sui piatti della bilancia si metteva il destino del mondo, ma le parole mi morirono in bocca, il respiro spezzato da una nuova scossa, molto maggiore di quelle provate in precedenza.
Il mio corpo stava cedendo. La vista andava offuscandosi. Mi sforzai di rimanere cosciente, concentrandomi sui movimenti di Selene, che abbassava il braccio con cui reggeva la sua spada.
Era tutto perduto…
Quelle che erano quasi le tenebre della mia coscienza vennero scosse dal suono di una voce che mi era diventata familiare, tanto da entrarmi sottopelle in una maniera irragionevole. Riaprii gli occhi pesanti, e mi girai verso una nuova figura, che avanzava decisa incontro ai nostri nemici.
”Togliti quel sorriso dalla faccia, Hybris, perché non hai ancora vinto!”
Avevo vietato a Pandia di partecipare allo scontro per il semplice motivo che non mi fidavo ancora completamente di lei, non tanto da farla intervenire quando avrebbe potuto, in un batter di ciglia, cambiare di schieramento.
Come avesse fatto ad uscire dalla sua cella, e chi era la ragazza che l’aveva aiutata erano domande che avrebbero avuto risposta più tardi, se fossimo sopravvissuti.




Non sapevo chi fosse la ragazza con me, ma mi bastava il fatto che invece di ostacolarmi mi aveva seguito decisa a fare la sua parte. Dalle poche parole scambiate mentre correvamo mi aveva detto di essere lì per un incontro con il Gran Maestro, mi aveva fermata credendo che fossi un Assassina e raccontandomi che Jacob Frye aveva intercesso per lei permettendo quell’incontro.
Non la stetti nemmeno a sentire e nemmeno mi sforzai di capire di cosa stesse parlando in quanto ogni altra parola ci morì in gola quando i rumori della battaglia ci misero sull’attenti. Pareva spaesata, ma non per questo meno attenta o vigile quando recuperando una baluarda lungo il percorso fece per porgermene una anche a me.
“Oh non ti preoccupare io ce l’ho già la mia arma!” ironizzai facendole l’occhiolino e mostrandole l’anello, lei parve perplessa, ma senza farmi domande mi seguì.
Fu quando arrivammo che entrambe ci trovammo tra lo sconvolto e l’incredulo, ma come quella giovane a cui sentì dire qualcosa come: “Ed io che pensavo di averle viste tutte…” sussurrai al suo bisbiglio non la conoscevo, ma già mi piaceva. Era sconcertata, ma teneva la posizione e non si faceva intimidire. Alzai gli occhi e notai come dalla scala da cui eravamo scese era possibile accedere alle travi sovrastanti saltandoci si sarebbe potuti arrivare esattamente alle spalle dei due fratelli.
“Pensi quello che penso io?” le chiesi in un sussurro che solo lei udì.
“Ci avevo pensato anche io… se li colpisco alle spalle le loro spire lasceranno gli altri?”
“Esatto? Ma dovresti farlo all’unisono, una freccia in mezzo alle scapole sarebbe l’ideale…”
La giovane al mio fianco ghignò e con la baluarda ancora stretta tra le mani scappì, immediatamente Ruben fece per bloccare anche lei in una sua spira di energia oscura, ma io glielo impedì grazie allo scudo di energia lunare che creai tra le mani. Risi mentre la mia inaspettata alleata fuggiva via, alla ricerca di un arco e per mettere a segno il colpo, io intanto dovevo fare quello che mi riusciva meglio: temporeggiare.
“Sei la solita vipera inacidita vedo, il caro Endy deve proprio tenerti all’asciutto…” ironizzai con tutta la sfrontatezza di cui ero capace e quella buona dose di doppi sensi che la fece innervosire. Sapevo che tutti mi guardavano come se fossi pazza, Selene ed Ezio su tutti, ma lo scopo era che Hybris se la prendesse con me. Dovevo distogliere le sue attenzioni dal Cristallo d’Argento.
“Ho perso il conto da quante esecuzioni tu sia fuggita… ti ammirerei se non fossi una mina vagante… l’ultima erede dell’Impero… è triste, le due sorelle si sono appena ritrovate e già dovranno morire…”
“Bla Bla Bla… parli sempre troppo Hybris, ami sentire la tua voce non tanto il tuo caro marito vero? Eh già il caro Endy non ti regge proprio”
Già di mio non ero di certo una ragazzina rispettosa, ma in quel caso umiliarla in quel modo era impagabile. Niente “mia regina” ed addirittura commentare la vita sessuale di lei e suo marito. Ouch!
Però ebbi il risultato voluto e quando Ruben fece per parlare, per fermarla, per farle notare quanto lo stavo facendo apposta lei già aveva scansato Selene e gettandola a terra mi aveva raggiunta colpendomi a raffica con il suo potere con una tale forza che mi fece barcollare mentre io mi riparavo contro il mio scudo alzando il braccio sempre al momento giusto.
Tuttavia il mio piano ebbe l’effetto sperato e proprio mentre pensavo di star per sopperire Lara aveva fatto il suo dovere ed atterrando dietro i due aveva conficcato una freccia nelle loro scapole nello stesso istante. Si sarebbero rigenerati, ma nel mentre avevano lasciato la presa sui tentacoli di energia oscura e tutti erano liberi dalla loro presa. Sopraggiunse in quel momento un assassino che non riconobbi (ndr. Connor) che con Lara iniziò uno scontro assai vivace con Ruben, nello stesso momento in cui Hybris furiosa più che mai mi gettava addosso ogni cosa avesse sottomano oggetti ed armi, attraverso la sua telecinesi, ed ovviamente scariche di energia oscura. Io tentai di sopperire difendendomi, ma lo sforzo era così forte che senza che me ne rendessi conto creò un alone di energia intorno a me, era di un rosa molto chiaro, mentre una mezzaluna brillava sulla mia fronte. Stavo quasi per cedere se non fosse che l’Assassino che avevo torturato venne in mio soccorso, contro le proteste della Duchessa di Venere. Mi sentì a disagio, mentre oltre a lui altri iniziarono ad attaccare Hybris, ma sembrava riuscire a sopperire a quell’attacco multiplo respingendo ognuno di noi.
Non ci pensai due volte e quando nel mezzo dello scontro la vidi approfittare della distrazione di Altair, intento a recuperare la spada a terra, per colpirlo alle spalle io mi misi in mezzo beccandomi una sua scarica al braccio. Il fulmine nero mi ferì bruciandomi di striscio non era grave, ma era profondo e faceva male. Urlai e senza pensarci con le energie rimastomi convogliai la mia energia lunare a Selene, in quel momento ne aveva bisogno più di me e chissà se con la sua e la mia energia insieme sarebbe riuscita a respingere Hybris senza la necessità di attingere al Cristallo d’Argento, farlo avrebbe voluto dire dare a quella vipera ciò che voleva…
Altair mi prese in braccio ed allontanandomi dallo scontro mi fece sedere per terra, nel corridoi appena dietro l’angolo a quello ove si stava consumando la battaglia. Il braccio bruciava e fumanava ed respiravo affannosamente.
“Perchè diavolo mi hai salvato?”
“Tu hai salvato me…”
“No io ti ho fatto molto di peggio…”
Altair mi sorrise e fece per alzarsi per tornare dagli altri, quando io li fermai prendendolo per una manica.
“Per quel che vale… scusami… non conoscevo le forze con cui stavo giocando e… ok non è una scusa, ma… non volevo che ti succedesse quello dico davvero…” scusarmi non era il mio forte tanto che lo feci maldestramente e quasi balbettando, mentre lui facendomi un sorriso paterno mi invitò a non muovermi da lì.
Assentì stringendomi il braccio ed affacciandomi dall’angolo per studiare la situazione e tutto quello che stava succedendo, non sapevo come sentirmi in proposito perchè per la prima volta quasi percepivo il magone allo stomaco di essere giudicata. Era qualcosa di cui non mi ero mai preoccupata, ma adesso il pensiero di come potevo venir percepita mi agitava e lo odiavo.
Sospirai pesantemente mordendomi le labbra con fare nervoso l’unica cosa che volevo in quel momento era che Hybris e Ruben se ne andassero e possibilmente a mani vuote!

Lo scambio di battute tra Pandia e la Regina Nera (così la avrei sempre chiamata) proseguì in bilico tra le battute volgari della prima e le iraconde risposte dell’altra.
Ascoltavo allibita, fino a che capii il gioco che stava facendo Pandia. A quel punto, l’ira della nostra avversaria aveva raggiunto livelli tali da farle perdere qualsiasi precauzione e, soprattutto, qualsiasi lucidità avesse mai avuto.
Pandia sapeva una cosa fondamentale di questi due nemici: se insieme erano quasi imbattibili, separati diventavano molto più deboli. Se il Generale sembrava possedere un maggior controllo mentale, era anche molto meno potente della sua più temibile sorella, che però era caratterialmente più instabile.
Lo scontro tra le due fu violentissimo ma breve, durò pochi secondi che servirono però a me per valutare la situazione e decidere il da farsi.
Quando Pandia, inaspettatamente, mi donò la sua energia, mi sentii pronta a riprendere il mio personale confronto con la Regina Nera.
In una frazione di secondo valutai e quasi assaporai l’energia che mi aveva passato mia… sorella: in confronto alla mia, molto più controllata e maestosa, la sua era aggressiva, selvaggia ed indomabile. Ne avrei fatto buon uso.
La mia avversaria, temporaneamente senza più nessun su cui sfogarsi, ritrovò l’idea per la quale era arrivata sin qui (come ci fosse riuscita era una cosa che avremmo dovuto scoprire al più presto, per costruire nuove barriere da installare a protezione di Nanda Parbat), e si girò come una furia verso di me.
Non mi feci trovare impreparata: le due energie che mi scorrevano dentro vibravano armonicamente, e presto sentii che il potere si irradiava intorno a me, come una fortezza inespugnabile.
Arrivò Ares con l’intenzione di darmi manforte, ma la fermai con il braccio: ”NO!”
Lei mi guardò stupita. Si era resa conto che c’era in me qualcosa di diverso. In effetti, durante le battaglie passate le mie erano più indicazioni tattiche che altro, mentre questa volta, quello che le stavo impartendo era chiaramente un ordine.
”Lei è mia! Voi, tutti voi, occupatevi del Generale!”
Creai una frusta di luce lunare e con quella colpii la mia nemica senza sosta. Ogni volta, le sue difese erano sempre più deboli, sempre meno efficaci.
In più di un caso mi trovai ad incombere su di lei, e nel suo sguardo vedevo farsi strada non tanto la paura, quanto il dubbio di aver commesso un errore di valutazione.
Ecco quello che aveva creduto: di trovare una povera Principessa che si sarebbe arresa in maniera lacrimevole, cedendole una facile vittoria a sua gloria futura. Niente di più sbagliato, per sua sfortuna.
L’ultima volta che cadde a terra, non riuscì più a rialzarsi. Le sue ferite non avevano il tempo di guarire, perché il suo potere si stava esaurendo.
Anche io ero ferita, ma mi sarei preoccupata dopo di questi particolari.
”VATTENE! Ringrazia che la mia magnanimità sia maggiore delle tua! Dì questo al Portatore del Cristallo Nero: se tenterà ancora di impossessarsi di ciò che è mio di diritto, lo ucciderò senza pietà!”
Per il Re Nero avevo usato il termine onorifico, che spettava a coloro i quali avevano l’onore di custodire il Cristallo d’Argento. Attualmente ero io la Portatrice, ma lui, avendone uno gemello, aveva sicuramente lo stesso privilegio, per quanto si trattasse di un tesoro molto più oscuro e distruttivo del mio.
Un ovale di energia si aprì: la Regina Nera vi si rifugiò dentro, e prima di sparire chiamò in tono isterico il nome del suo complice: “Rubén!”.
Nessuna risposta. Non avevo dubbi che, per quanto anche il loro scontro non fosse stato semplice, le mie sorelle ed i miei alleati assassini erano riusciti ad avere la meglio su quell’essere.
Sorrisi angelica: ”Spiacente, mia cara Regina, ma il tuo adorato fratello… resterà qui con noi!”
Urlai, mentre con le mani formavo due globi di luce, che scagliai violentemente verso la porta dimensionale; il passaggio si chiuse finalmente dietro di lei.
Sospirai profondamente, poi mi girai a guardare il teatro dello scontro. Le quattro guerriere, le mie sorelle, mi stavano tutte guardando, ognuna con un’espressione diversa sul viso, ma tutte con una constatazione silenziosa negli occhi: per la prima volta, anche se mi avevano sempre tributato il rango ed il titolo con cui ero nata, avevo dimostrato e mi ero comportata davvero come una sovrana.
Il nostro legame sarebbe stato indissolubile, per l’eternità, ma oggi ero diventata l’Imperatrice; mio malgrado, avevo come tracciato un segno che in qualche modo mi poneva al di sopra di loro. Istintivamente non ne ero contenta, perché le principesse felici esistono solo nelle fiabe; nella realtà, una corona è solo un peso gravoso da portare con la testa più eretta possibile.
Mi avvicinai per guardare l’uomo, circondato, più morto che vivo:”Portatelo alla camera di contenimento, da oggi sarà lui il nuovo ospite…”




Non avrei esagerato nel dire che MAI e dico MAI avevo visto Selene in quel modo. Così decisa. Così risoluta. Così autoritaria. Per la prima volta nella mia lunghissima vita potevo dire che non era la mia consorella o la mia compagna di armi che avevo al mio fianco, ma un’Impeatrice. Una figura autoritaria a cui bisognava portare rispetto, a cui bisognava ubbidire e che non bisognava trattare d’amica.
Eppure Selene lo era. Era mia amica e sorella e seppur la mia lealtà ed il mio rispetto l’aveva e sempre l’avrebbe avuto oggi si era segnata una linea precisa, una che non la rendeva più Imperatrice solo di nome, ma anche di fatto.
A Nanda Parbat intanto si stavano raccogliendo i cocci sia letterlamente che mentalmente. Si stava cercando di mettere ordine quanto al contempo capire cosa fosse successo.
In quel momento eravamo riuniti io, Selene, Athena, Ares ed Aphrodite fuori dall’infermeria la stessa in cui Pandia, Arno e Jacob in quel momento venivano curati ed esaminati così come tutti gli altri Assassini che erano rimasti feriti.
Io lanciai uno sguardo veloce alle mie spalle per controllare come stesse mio fratello e sorrisi nel vederlo litigare con chi suppositivamente voleva solo controllare che stesse bene e non ci fossero conseguenze al controllo mentale subito da Hybris. Sproloquiava e chiamava in malo modo Connor per averlo colpito in testa. Tutti segni che stava più che bene. Ridacchiai se non fosse le parole austere di Selene, rivolte ad Athena, richiamarono la mia attenzione.
“Una sacca dimensionale? Spiegati meglio…”
“Secondo la scienza terrestre ciò che qui abbiamo creato, con Nanda Parbat, è una sacca dimensionale. Un luogo nascosto nella realtà stessa, che far parte di ciò, ma che non è visibile. Nanda Parbat è accessibile solo con “porte” invisibile all’occhio umano che tu hai collocato in varie parti del pianeta. Solo chi le conosce può superarle… Come sapete nei secoli queste porte sono state spostate spesso per sicurezza, un po’ come si cambia una password del PC, ma…”
“Ruben e sua sorella ci hanno hackerati!” risposi con semplicità concludendo il discorso della mia compagna assentendo. Avevo le braccia incrociate al petto e ringraziavo Athena di aver scelto un linguaggio chiaro a tutte. Sapevo quanto le costava, in quanto per lei la teoria più complessa era scontata e semplificarla diveniva la vera sfida.
“Hai un’idea di come abbiano fatto?”
“Il come non lo vedo complicato. Come abbiamo visto posseggono energia oscura che altro non è che la materia oscura di cui è composto l’universo. Avete presente il nero che si vede escluse le stelle, i pianeti e tutto il resto? Bè quello. E’ un potere sconfinato ed immagino si possa anche usare per aprire passaggi. Ovunque siano possono aprire una porta verso la materia oscura, lo spazio più profondo, e da lì aprirne un’altra per qualsiasi altro posto vogliano raggiungere…”
“Sì ma immagino che non possano aprire porte in una sacca dimensionale o sì?”
La domande di Aphrodite era saggia. Aveva senso che potessero aprirsi un passaggio verso un luogo visibile e rintracciabile, ma Nanda Parbat non lo era. Athena sospirò e massaggiandosi le tempie cercò di rispondere.
“E’ questo che mi fa impazzire… perchè no non possono farlo. Ho come la sensazione che non siano stati loro a farlo, che chiunque abbia aperto loro il passaggio sia…”
“Qualcuno all’interno?”
“Peggio qualcuno più forte di loro!”
Il primo letto dell’infermeria, quello più vicino all’uscio ove stavamo parlando era proprio quello di Pandia che fissandoci non ci pensò due volte di far sentire la sua presenza, interferendo nel nostro discorso e di fatto mostrare che stava origliando con tutto il disappunto di Ares ed Aphrodite.
“Wiseman. Sicuramente è stato lui…” disse con tono vispo cercando di mettersi a sedere seppur il braccio bruciato le impediva ogni sforzo.
“Il consigliere di Giapeto?”
“Non è più il Saggio che pensi sia… la sua sete di conoscenza e la materia oscura che ha assorbito per via del Cristallo Nero… lo ha reso egli stesso un essere di energia oscura… non è materialmente qui, è su Haumea, ma la sua proiezione astrale è ugualmente forte…”
Osservai perplessa Pandia appoggiata allo stipite della porta, non mi ero ancora fatta una vera e propria opinione su di lei, ma avevo imparato con l’esperienza a non giudicare per le prime impressioni. Edward qualche letto poco più in là, intento a dare una mano a ricucire i suoi fratelli (troppe volte lo aveva dovuto far da solo su di è) ne era lo esempio. Sorrisi guardandolo. Ricordando la sua storia. Non era un eroe. Aveva iniziato una crociata solo nel nome del profitto. Quando lo avevo conosciuto era lontano dall’uomo che oggi era, uno che credeva nella causa ed nei principi di giustizia. Il mio ruolo di Giudice Supremo poi mi aveva messo mille volte di fronte persone come loro e già troppe volte in passato avevo sbagliato.
Per quello mi feci coraggio ed avanzando nella stanza l’aiutai a mettersi seduta e prendendo una bacinella occupandomi di pulirle la ferita. Nessuno si stava occupando di lei, era ovvio che la prigioniera (o presunta tale) fosse l’ultima nella cima delle priorità.
“Quindi immagino che cercare di schermare Nanda Parbat da lui sia impossibile…” le dissi parlandole direttamente, dandole così fiducia. Mostrandole, nonostante le espressioni contrariate di Ares ed Aphrodite, che ero disposta a credere in lei. Una cosa che la impietrì.
“N-Non proprio… b-basterebbe solo… non schermarla più con il Cristallo d’Argento…”
“Oh sì così poi entra chiunque e chissene frega. No ma davvero? Davvero le stiamo dando retta?”
“Concordo con Ares, chi ci dice che questa viperetta non stia facendo il doppio gioco a ben vedere tutto quello che oggi è successo è stata una messa in scena…”
“In realtà ha senso quello che dice… se i Cristalli sono gemelli sono collegati e considerando che Wiseman è parte del Cristallo Nero… insomma può vedere tutto ciò che il Cristallo d’Argento cela… non celando più Nanda Parbat con lo stesso…”
“Wiseman sarebbe cieco. Bè sarebbe una soluzione provvisoria, una che intanto quanto meno terrebbe al sicuro il Covo, chi lo abita e tutti i suoi segreti… ci manca solo che il Black Moon metta mano su qualche reliquia qui conservata. Dopotutto non parliamo di renderlo visibile al mondo, rimarrebbe nella sua sacca dimensionale, ma senza protezione… vorrà dire che gli Assassini aumenteranno la sicurezza ai varchi fin tanto il Black Moon, o per lo meno Wiseman, non saranno fuori gioco…” la trovavo una soluzione ragionevole ed ero sicura più che mai che una volta parlato di ciò ad Altair ed Ezio anche loro avrebbero concordato con quell’idea.

Ero sicura che questo giorno, quei momenti, quell’istante sarebbero stati ricordi indelebili nella mia mente.
Ormai da secoli Selene, per definizione, era l’Imperatrice dell’Impero. Era sempre stata schiacciata dalla pesantezza di questo ruolo, tentando di esserne all’altezza come sua madre prima di lei, ma tutti i suoi sforzi non erano mai bastati per renderla davvero tale. In un modo o nell’altro questa sensazione si percepiva. È vero, qualcosa era cambiato dopo lo scontro con Eris, si era avvicinata tantissimo, ma ancora mancava qualcosa. Mancava quella determinazione, quella combattività e fierezza nel voler difendere a tutti i costi il suo popolo che aveva mostrato nello scontro contro Hybris. Le informazioni ricevute da Pandia l’avevano scossa, ferita, fatto crollare le sue certezze, e non solo a lei, a tutte noi. Ma Selene aveva reagito, ne aveva fatto tesoro, impedendo a quelle verità e al Black Moon di piegarla, spezzarla, diventando davvero l’Imperatrice che era destinata ad essere. Ero fiera di lei.
Non potevo però negare che una parte di merito era anche, e soprattutto, di Pandia. Più guardavo quella ragazza e più l’immagine di quella bambina nascosta dietro al muro che mi guardava con sguardo spaventato si faceva nitida e chiara.
Mi faceva tenerezza. Anche se si era costruita quella corazza di sicurezza e sfacciataggine, io rivedevo la bambina persa e impaurita di allora. Era sola al mondo, aveva dovuto crescere in fretta, diventare qualcosa che forse non sarebbe diventata se il destino fosse stato più clemente con lei. Non ritenevo giusto come veniva trattata. Mi ammonii per averla ignorata fino a quel momento. Non se lo meritava. Fu per questo che seguendo l’esempio di Nike mi avvicinai al suo letto e le strinsi una mano. Volevo farle capire che, se voleva, ora aveva qualcuno su cui poter contare.
“Alla fine Ersa aveva ragione, la profezia si è compiuta.” dissi con un mezzo sorriso.
“Che vuoi dire? Di che parli?” chiese confusa Pandia.
“Ora cosa c’entra quella stregaccia? Ti diverti tanto a tirarla continuamente nel mezzo vero?” come se fosse possibile, e come previsto, al solo nominare la strega di Oaken Ares si innervosì ulteriormente, incrociando le braccia al petto.
“Mi hai beccata. Ma sai, la tentazione di vederti infastidita era troppo forte.” le risposi con un’ironia che solitamente non mi apparteneva.
“Comunque, stavo dicendo che con l’aiuto di Altair e Aphrodite sono riuscita a tradurre la profezia… e principalmente riguarda te, Pandia.” le dissi guardandola.
“Quando il sole sarà alto in cielo e le due lune si scontreranno, ella emetterà la sua energia e rivelerà la sua natura… Il sole alto in cielo indica mezzogiorno, approssimativamente il momento in cui c’è stato lo scontro, ma in particolare quando le due lune, quella bianca- tu, Selene- e quella nera- Hybris- si sono affrontate. Colei che combattendo con la sua energia ha rivelato la sua vera natura, sei tu Pandia. C’è stato un momento durante lo scontro, te ne sarai sicuramente accorta, in cui la tua energia era così potente che si è manifestata con una mezza luna sulla tua fronte. Questo fenomeno avviene ogni volta che la propria natura prende il sopravvento. E beh, il simbolo che ti è apparso in fronte è stato una conferma a quello che hai detto prima a Ezio e a Selene: voi due siete sorelle senza ombra di dubbio.”




Mi ero appoggiato al muro dell’infermeria, con le braccia incrociate, assorto eppure al contempo ben attento a quello che stava succedendo.
Seguivo il discorso che si stava tenendo tra le guerriere, deciso a capire di più della situazione, dell’identità di questi nemici ma soprattutto, del loro immenso potere. Con i secoli, mi ero abituato alle capacità sovrumane delle nostre alleate, ma quello che avevano utilizzato quei due individui con tanta facilità mi preoccupava, e molto, perché sembrava essere ben al di sopra del loro, con eccezione fatta dell’imperatrice.
Spostai lo sguardo sui miei confratelli: eravamo stati tutti ad un passo dalla morte, e solo uniti alle guerriere avevamo avuto ragione del generale chiamato Ruben, che adesso era nostro prigioniero.
Non ero convinto che la decisione di Selene fosse stata oculata: quella pazza della Regina del Black Moon avrebbe mosso il cielo e la terra per poter liberare il suo parente, e questo significava prepararsi ad un attacco ancora più potente del primo, di questo ne ero certo.
Avrei dovuto organizzare il prima possibile serrati turni di guardia, considerando anche il fatto che le nostre alleate avevano appena deciso di togliere la protezione del Cristallo a Nanda Parbat.
Cominciai mentalmente, come d’abitudine, a stilare una lista delle priorità, in una continua valutazione dei pro e dei contro di ogni aspetto. Quanto rimasi così assorto, pochi minuti?
Avvertii la netta sensazione di uno sguardo su di me. Il mio, me ne accorsi quasi con sorpresa, era posato su Pandia, ma poco distante da me c’era Claudia, che mi osservava con quell’espressione che mi aveva sempre fatto venire voglia di strozzarla.
L’espressione che dice: Io so cose su di te che neanche tu sai…
Ammiccò in direzione della ragazza nel letto, circondata in quel momento da Selene e dalle altre guerriere, a rappresentare un bel quadretto familiare, poi mi si avvicinò.
”E’ carina la nuova arrivata. Da come l’hai tenuta segregata però, pensavo fosse molto, molto più bella…”
Sbuffai, per due motivi diversi.
Il primo era che non le era piaciuto affatto essere tenuta da parte durante i giorni appena trascorsi, e non mancava occasione che me lo rinfacciasse. Il secondo era che, nell’opinione di mia sorella, io avrei potuto correre dietro a qualsiasi donna, senza alcuna eccezione.
Amava punzecchiarmi spesso, e anche se sapevamo entrambi la verità, lei preferiva ignorarla, nei frangenti in cui era arrabbiata con me. Come in questo momento, guarda caso.
La verità era che, sicuramente, le rappresentanti del gentil sesso mi piacevano, ed io piacevo a loro. Avevo avuto infinite storie, alcune rappresentavano uno svago, altre erano funzionali al raggiungimento di determinati obiettivi.
In quanto all’amore, però, quello vero, su quello non accettavo compromessi o colpi di testa. Avevo amato solo una volta, e nessun altra donna si era mai dimostrata bastante a riempire la mia anima come Cristina.
Tenni il tono leggero: ”Claudia, ti ho mai detto quanto sei noiosa quando ti fissi su certe idee? Faceva parte dei miei doveri custodire una prigioniera così importante, per cercare di ottenere da lei più informazioni possibili!”
“Sarà anche come dici, fratello, comunque non credo che il Generale nero avrà visite altrettanto assidue da parte tua…”
“Dimmi dove vuoi arrivare, sorella!”
Cominciavo a stancarmi di queste schermaglie, e nella mia voce si coglieva facilmente il nervosismo arrivare a livelli di guardia. Sapevo già, per esperienza, che chiunque altro si sarebbe fermato, ma no, non Claudia.
“Vuoi giocare all’ingenuo con me? Ti fossi visto in faccia, pochi secondi fa, quando fissavi la tua prigioniera importante!”
Quelle illazioni furono troppo: io non provavo niente per quella ragazzetta, o almeno, i miei pensieri per lei erano una cosa che avrei analizzato più avanti.
In compenso, Claudia alla fine era riuscita ad ottenere di farmi gettare ogni precauzione alle ortiche, come succedeva sempre.
“Illuminami, Claudia, che espressione avevo, la stessa che hai tu quando guardi il bell’Arno?”

Nanda Parbat era una bolla fuori dal tempo, un luogo ove tutto ciò che degli Assassini era rimasto e lottava e resisteva. Un po’ come successo a Kitež e nella valle vicina ove Jacob aveva cercato di tenere insieme tutto ciò che del suo popolo era rimasto. Era a queste similitudini a cui pensavo mentre osservavo gli Assassini adibiti anche al ruolo di dottori, per via delle conoscenze mediche, correre da una parte all’altra dell’infermeria.
Sia io che Ezio eravamo appoggiati al muro della stanza, dalla parte opposta della porta d’entrata. La grande finestra alle nostre spalle faceva entrare la luce ricreata del sole. Trattandosi di un luogo all’interno di una sacca dimensionale anche le stagioni che cambiavano erano ricreate, tanto da parve reali. Ad esempio in quel momento il sole caldo di maggio stava tramontando gettando nella stanza sfumare rosse-arancio che sottolineavano ancor più il sangue che quel dì era stato versato. Solo due nemici eppure l’infermeria era stracolma come un campo in trincea dopo una guerra di giorni.
C’era Altair che, appena entrato nella stanza, aveva toccato una gamba a Pandia sorridendole prima di passare oltre ed assicurarsi dello stato di ogni singolo ricoverato. C’era Aphrodite che dopo aver guardato al suo gesto con una certa stizza aveva scambiato uno sguardo con Ares che a braccia incrociate al petto mostrava tutto il suo disappunto per i comportamenti di Athena e Nike molto più proponse verso la giovane. Selene era stanca, ma seduta sul letto della sorella si sforzava di guardarla senza rabbia, ma percependo il pensiero che il dolore l’aveva portata faccia a faccia con il scoprire di non essere più sola.
C’era poi Connor che si scusava con Jacob ed Arno per averli colpiti, scambiando battute accese, ma ironiche con il giovane Frye, mentre Dorian come sempre si lesinò con un semplice sorriso che diceva “non ti preoccupare e grazie”. Edward poco distante li osservava non prima di essere chiamato in disparte da Connor e scomparire nel corridoio con lui.
Avevo osservato tutti e tutto ed avevo percepito ogni pensiero, ogni sensazione ed ogni emozione come un maremoto che non riuscivo ad arginare.
Eppure tutto ciò non mi aveva impedito di battibeccare con Ezio come sempre tanto che alla sua domanda alzai un sopracciglio decidendo di staccarmi dal muro e pormi di fronte a mio fratello occhi negli occhi.
“Forse…” lo punzecchiai prima di piegare il capo da un lato e voltandolo appena lasciare che il mio sguardo si legasse con quello d’Arno per donarci un sorriso reciproco che valeva più di mille parole. Ero contenta che stesse bene, quanto più desideravo smettere di essere messa in disparte.
“Tuttavia è questo il problema… Aprire il mio cuore ad un uomo non significa rilegarmi al ruolo di dama di casa… Posso combattere, voglio combattere… desidero sentirmi in prima linea, venir coinvolta attivamente come viene fatto con chiunque altro… mentre ultimamente sono stata rilegata a queste quattro mure… tu mi ha rilegato qui…” e conoscendo mio fratello sapevo che non fosse nè per maschilismo nè per la “sindrome del fratello maggiore”. Ezio non ne era il tipo. Voleva solo punirmi. Punirmi per averlo abbandonato. Per non avergli detto nulla in quegli anni ed una volta tornata non avergli raccontato tutta la verità degli anni che si era perso… Perchè Ezio era così era tanto saggio, stratega ed astuto quanto sapevo essere terribilmente egoista e meschino verso chi credeva gli avesse fatto un torto.
“Come ha rilegato quella ragazza al ruolo di villana…” esclamai riferendomi a Pandia con le braccia conserte e lo sguardo quasi materno in quello di lui.
“Non sei disposto a vedere ed accettare che Pandia ti assomiglia più di quanto tu voglia ammettere… Perchè qui forse nessuno lo ha mai visto l’Ezio Auditore testardo, istintivo e perchè no anche casinista che era prima di diventare il Mentore che ora tutti conoscono… Quando papà, Federico e Pietruccio sono morti come lei ha incanalato tutta la tua rabbia e voglia di vendetta verso una forza bruta che all’inizio non sapevi convogliare… hai sbagliato? Hai fatto errori? Moltissimi, quanto e tanto me. Ma poi tu hai avuto Mario, io ho avuto te… Ma lei?” glielo chiesi voltandomi a guardarla circondata da donne che conosceva, ma che le erano estranee quanto potevamo esserlo noi.
“Ha solo bisogno di una guida… come ne hai avuto bisogno tu…” conclusi tornando a guardare mio fratello prima di posargli una mano sulla spalla e poi allontanarmi da lui per raggiungere Arno. Mi sedetti sul letto accanto a lui e lasciando che stringesse la mia mano, la stessa che mi portai alla bocca per posarvi un bacio sul dorso… Non ci sarebbero state più bugie né segreti e forse io avevo bisogno di ritrovare in me quella Claudia che da troppo tempo avevo seppellito…




Non mi era sfuggito il modo in cui Aphrodite mi aveva guardato quando, entrando nell’infermeria, mi ero avvicinato un attimo al letto di Pandia toccandole una gamba in segno di saluto, ma anche di ringraziamento.
Le sue scuse ed il gesto che per me aveva fatto mi bastavano per darle una seconda possibilità, dopotutto io prima di lei ero stato un giovane allo sbando. Uno che aveva represso così tante emozioni da perderne il controllo e seppur sapevo che alla mia futura moglie non sarebbe piaciuto, speravo solo che anche lei prima o poi sarebbe riuscita a fare lo stesso.
Tuttavia in quel momento non avevo tempo per pensare a quello, non quando in quella stanza c’erano fratelli e sorelle feriti che avevano bisogno della mia presenza e del mio conforto. Io che lentamente ero tornato attivamente al mio vecchio posto insieme ad Ezio che adesso, infondo alla stanza, pareva pensieroso e scosso. Tutti lo eravamo ancor più perchè tra tanti nemici affrontanti nessuno fino a quel momento era apparso tanto minaccioso quanto quasi imbattibile.
Avevamo però un prigioniero, uno di cui ci saremmo occupati e dal quale saremmo partiti per capire il da farsi. Tuttavia in quel momento ero deciso a raggiungere Lara e non solo assicurarmi che stesse bene, ma anche parlarle.
“Spero che tu stia bene… Mi spiace che il nostro primo incontro non sia andato come sperato…” le dissi raggiungendola e con le mani dietro la schiena osservandola con un sorriso. Lei che seduta sul bordo del letto ringraziò l’Assassino che le aveva appena messo dei punti sul braccio prima di rivolgere quello stesso sorriso a me.
“Rimarresti stupito di scoprire quanto ci sono abituata…” lo disse con una punta d’ironia prima di mordersi il labbro inferiore e portarsi una ciocca di capelli castani dietro l’orecchio.
“Sì Jacob mi ha detto qualcosa…” ironizzai a mia voltandomi ed osservando l’Assassino in questione osservarci.
“Ma mi ha detto anche che desideri far parte della Confraternita… spero ti sia chiaro che non funziona proprio così…” mi feci serio tornando a guardarla. Non volevo frantumare i suoi sogni, ma era normale che non potevamo accettare qualcuno solo perchè lo chiedeva.
“C’è un lungo periodo di prova… di noviziato, chiamiamolo così… uno nel quale verrai seguita ed osservata… e non è detto che alla fine dello stesso la tua richiesta venga accolta…”
“Non mi immaginavo niente di diverso… Dopotutto come fidarsi della prima arrivata? Lo capisco… davvero… tuttavia questo mi rende solo più motivata e decisa…”
E la sua decisione la sentivo dalla sua voce, la vedevo nella sua postura e nel modo in cui mi affrontava con rispetto, ma al contempo con fermezza. Non era raro che persone si avvicinassero alla Confraternita avanzando la domanda a parteciparvi, ma era molto difficile prima che trovassero come contattarci ed avvicinarci e successivamente di riuscire a superare il noviziato. Tuttavia Lara aveva mostrato fin da subito una certa determinazione di chi non pareva disposto a cedere facilmente anche se, ovviamente, da qui a fidarsi di lei la strada era ancora molto lunga…

Il fatto che ormai non mi sorprendevo più di nulla mi faceva capire più che mai quanto la mia vita fosse diventata strana e decisamente anticonvenzionale.
Dopo aver assisitito al risveglio di antiche divinità giapponesi -ed esercito di morti viventi annessi- e alla lotta disperata per l’immortalità potevo tranquillamente dire di aver visto di tutto… e invece no.
Oggi avevo assistito a un duro scontro fra… alieni? Non sapevo ancora come definirli da quanto ero sconvolta ed elettrizzata. Quando accettai la ​missione di Adrian mai e poi mai avrei pensato di assistere a cose del genere.
Vedere come questi Assassini hanno tentato di aiutare con ogni mezzo a loro disposizione​, persino rischiando la vita,​ le Guerriere contro quei due esseri oscuri aveva creato in me strani pensieri.
Perché gli alleati della Trinity avrebbero dovuto rischiare la vita in uno scontro del genere? Per proteggere il Cristallo di cui parlavano? Sicuramente. Da quello che avevo capito questo Cristallo apparteneva alle Guerriere e, di conseguenza, in quanto loro alleate, anche agli Assassini. Ma allora perché quest’ultimi non avevano consegnato il gioiello alla Trinity? O perché ancora non lo avevano usato? Sembrava un oggetto potente. Avrebbero potuto fare di tutto, eppure sembravano intenzionati a custodirlo e basta.
Anche semplicemente guardando i vari membri della Confraternita e le Guerriere mai e poi mai avrei detto che fossero persone malvagie, meschine o corrotte. ​Non avevano la stessa avidità, la stessa follia, lo stesso piacere nel far del male agli altri che avevo visto negli occhi di chiunque avesse a che fare con la Trinity.​ Non erano gli sguardi di assassini spietati bramosi di sangue.​ Sinceramente non riuscivo ad immaginarmi nessuno di loro come un bastardo senza cuore. Anche se diversi per carattere e temperamento, si vedeva lontano un miglio che erano brave persone.
C’era qualcosa che non tornava…
O questi Assassini erano degli attori fenomenali, o Adrian mi aveva mentito, e se fosse stato così: perché?
No, non poteva essere così. C’era sicuramente un’altra spiegazione.​
Era un amico di mio padre e lui non era uno sprovveduto, si sceglieva sempre con cura le persone di cui si circondava e in cui riponeva la sua fiducia. Ed Adrian e la sua famiglia erano fra queste.
E’ stato lui che mi ha aiutata dopo la morte di mio padre… mia madre era troppo distrutta per farlo.
Lui mi ha ridato le certezze che avevo perso, mi ha insegnato tutto quello che sapeva sulla Trinity e mi ha mostrato come diventare più forte per poterla distruggere. Lui e sua figlia Ophelia erano come una seconda famiglia per me. No, non mi avrebbero mai ingannata.
Però ci doveva essere per forza qualcosa di sbagliato.
Gli Assassini non erano quei mostri di cui mi avevano parlato. Non riuscivo nemmeno ad associarli alla Trinity. Erano agli antipodi in quanto a valori, modo di pensare ed agire… anzi, a dirla tutta mi rispecchiavo in loro.
Mi sentivo tremendamente in sintonia con loro, in particolare con Jacob. L’avevo già notato quando l’ho conosciuto, anche se in quel momento avevo pensato fosse soltanto una casualità. Invece tutte le volte seguenti in cui ci eravamo visti quella sensazione si era ripresentata con insistenza. Anche ora, mentre Altair si allontanava dopo la nostra conversazione, il mio sguardo era tornato automaticamente su Jacob, che sorpresi ad osservarmi. Mi sorrise, e istintivamente io a lui.
Sicuramente sarei andata in fondo a questa storia. Odiavo lasciare le cose in sospeso.
I dubbi e l’incertezza mi stavano uccidendo, però di una cosa ero certa: l’unico modo per far chiarezza in tutta questa faccenda era diventare un’Assassina e per farlo mi sarei impegnata come mai prima d’ora. Ero decisa e determinata più che mai a scoprire la verità e soprattutto a farla pagare ai veri assassini di mio padre. E chiunque sia stato sicuramente avrebbe pagato un conto molto, molto salato.




Vedere Jacob che mi sbraitava contro percè lo avevo colpito in testa mi fece sorridere perchè mi dava la sensazione di sentire che tutto era apposto, che anche quella volta l’avevamo scampata. Arno era più pacato, un sorriso appena accennato e l’assicurazione che tutto andava bene. Due reazioni molto diverse che in egual modo mi ringraziavano di non aver permesso, nuovamente, a qualcuno di controllarli… mi ero stupito in effetti di come io ero riuscito a liberarmi da quella morsa e perfino Athena, a cui lo aveva raccontato, era rimasta colpita… Lei era diversa negli ultimi giorni, non sapevo come spiegarlo, ma sembrava brillare di una luce diversa e perfino le sue forme di per sè morbide e delicate, apparivano più piene e femminili. Non glielo avevo detto, ma glielo avevo fatto percepire, mentre lei arrossendo si adagiava contro il mio corpo caldo e si donava a me…
C’era dunque quella strana quiete apparente che era stata interrotta da una tempesta improvvisa, tanto violenta quanto passeggera. Non potevo dirmi di sentirmi tranquillo, ma sicuramente tutto ciò mi stava portando a vedere le mie priorità qualcosa che, per una volta nella vita, non potevo rimandare.
Forse per quello toccando comn una mano sul braccio ad Edward, passando tra i letti d’infermeria dei nostri compagni, lo invitai con un gesto del capo a seguirci solo per uscire da quella stanza ed una volta soli nel corridoio trovarci faccia a faccia.
Chi ci vedeva dubitava in un nostro rapporto familiare, dopotutto solo chi sapeva che ne avevamo uno ne aveva la certezza, per tutti gli altri eravamo compagni d’armi e nulla più. Era difficile da spiegare, ma da quando gli eventi con il suo corso irregolare e strano ci avevano fatto incontrare non eravamo mai riusciti a creare un vero rapporto nonno/nipote forse perchè faticavamo vederci come tali o forse ancora perchè Haytham era un argomento scottante per entrambi. Se da una parte c’ero io che nonostante l’oggettiva repulsione dettata dalle sue scelte sbagliate ne riconoscevo un affetto sincero ed un orgoglio oggettivo, dall’altra c’era Edward che aveva semplicemente rimosso l’informazione che fosse suo figlio. Parlava con affetto di Tessa e seppur di Haytham sapevo possedesse ricordi profondi della sua infanzia per lui era per l’appunto quello: un bambino morto troppo presto. Non riusciva a sovrapporre all’Haytham bambino ed all’Haytham uomo la stessa persona.
Era però il nostro carattere taciturno e schivo a caratterizzarci. Nonostante nessuno dei due fosse solito a gesti di affetto o parole dall’altrettanto peso entrambi avevamo mostrato in più occasioni il legame sanguineo che sentivamo ed eravamo fieri di avere. Avevamo tenuto lunghe chiacchierate sulle nostre vite, ma sopratutto avevamo appreso l’uno dall’altro nozioni di vita quanto di combattimento. Ci eravamo sempre stati pronti a dare la vita l’uno per l’altro e lo avevo voluto affianco nei momenti più importanti della mia esistenza, come quando sposandomi con Athena lo avevo voluto come testimone.
Ma era ora che ciò di cui non avevamo mai parlato, di ciò che avevamo sempre ignorato, venisse a galla e lo affrontassimo.
“Il fatidico momento è arrivo mh?” mi chiese con un braccio appoggiato al muro ed un ghigno che cercava di nascondere tutto il suo disagio.
“Lo abbiamo rimandato per secoli, ma considerati gli eventi non possiamo più farlo…”
“Perchè? Perchè potremmo morire? Mi sembra che questo sia un piccolo problema che abbiamo spesso…”
Il suo essere sarcastico non mi smosse dalla mia posizione ferma. Braccia incrociate al petto e sguardo serio fisso nel suo.
“Perchè questa volta sia noi che i Templari ci troviamo nella mira degli stessi nemici… Edward so che non vuoi sentirlo dire, ma Haytham ha avuto un figlio… e per quanto tu possa fingere che lui esiste non può rinnegarti di pensare che hai un nipote… uno che ha bisogno di te, quanto di me… Non posso e non voglio ignorare la sua esistenza… ho bisogno di conoscere Atlas, ho bisogno di saperlo al sicuro… e per farlo ho bisogno di te… perchè è la nostra famiglia per l’amor del cielo e per quanto disfunzionali possiamo essere, siamo Kenway ed è l’ora che lo affrontiamo!”

Odiavo dover affrontare quella conversazione con Connor. Eppure, come aveva sottolineato lui, era una questione da risolvere.
Ormai avevo imparato a conoscere quel ragazzone così serio che per i legami di sangue che ci univano avrei dovuto chiamare nipote: era già da qualche tempo che sembrava avere un rospo in gola da sputare, e probabilmente la battaglia molto movimentata che avevamo appena combattuto lo aveva fatto decidere in tal senso.
La debolezza più grande che entrambi possedevamo era rappresentata dall’anello mancante nella nostra famiglia disfunzionale.
Haytham.
Quanta amarezza mi portava il suo nome alla memoria. Era un argomento di cui non volevo parlare, non volevo parlarne con nessuno, non volevo neanche doverci ragionare io stesso.
L’amara realtà era che se a me mancava un figlio, e a lui mancava un padre si trattava di una mia esclusiva colpa. Avevo deciso di lasciare la scorreria e di dedicarmi ad una vita borghese all’onor del mondo credendo così di poter dare un futuro migliore ai miei figli, però i miei buoni propositi erano durati pochi, pochissimi mesi.
La vita tranquilla non faceva per me, ed in breve ero diventato una belva in gabbia. Per venire a patti con il mio bisogno di adrenalina continuo mi assentavo senza preavviso per giorni interi, partivo per missioni infinite, pericolose, e mi curavo poco di loro.
In questa maniera avevo allontanato Haytham. Il bambino dolce e sensibile aveva velocemente lasciato il posto ad un ragazzino rabbioso e diffidente.
Non sapevo in quale fase della sua vita si fosse avvicinato alle idee e all’ordine dei Templari, ma una cosa era certa: io non ero lì con lui, ad intercettare i suoi dubbi e la sua solitudine. Chi aveva mancato ero io. Seppi successivamente dei suoi progressi all’interno della gerarchia templare, fino ad arrivare al livello più alto, il ruolo di Gran Maestro.
E dentro al mio cuore, provavo un orgoglio infinito per il lavoro che aveva svolto, per i risultati che aveva conseguito. Era riuscito a primeggiare in ciò che si era posto come obiettivo. Questo era una dei pochi tratti caratteriali che aveva in comune con me: l’ambizione, e la determinatezza necessaria per vincere. Anche se così facendo aveva dovuto tagliare i ponti con noi.
Non mi illudevo che conservasse ancora dei buoni sentimenti per me, io per primo non lo avrei fatto. Ma non ero il tipo da rotolarmi nell’autocommiserazione.
Eravamo uomini, perdio. Ognuno di noi aveva scelto la sua strada, e l’aveva percorsa fino in fondo, accettando i sacrifici nelle nostre scelte. Eravamo Kenway. Questo non avrebbe mai potuto negarlo.
Guardai pensieroso Connor: lui, al contrario di me, era sempre alla ricerca della sua famiglia perduta. Sospettavo anche che in qualche modo fosse in contatto con suo padre, e quello che mi stava raccontando, della nascita del suo fratellastro, probabilmente era una conferma.
Per conto mio, se per secoli la situazione era rimasta così, irrisolta, tale avrebbe potuto rimanere fino alla fine dei tempi. Per lui no.
”Cosa vorresti che facessimo? Ci presentiamo alla porta di casa loro carichi di regali per il nuovo nato? Magari un cavallo a dondolo, oppure una lama celata giocattolo…”
Connor mi guardò serio. Quello che non aveva mai posseduto era il senso dell’umorismo. Gli mancava anche la capacità di rilassarsi e di godersi la vita, se è per questo… più di una volta avevo cercato di coinvolgerlo nelle baldorie in cui amavo ficcarmi, ma lui aveva sempre declinato l’invito, con gentilezza ed una vena di fastidio ben nascosta.
Lo fissai con la stessa serietà, sconfitto dalla sua ostinazione. Va bene, tuffiamoci in questa melma e cerchiamo di attraversarla…
”D’accordo!” Sbottai alla fine. ”Per quanto riguarda Haytham, non posso garantirti nulla, ma ti aiuterò a trovare tuo fratello…”

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