Moonlight's Creed (Original Series)

Episodio 2×09

Present #2018: Hamilton





Trasparenza assoluta. Era ciò che avevo chiesto ad Haytham tempo addietro, tra quelle stesse mura. Non ero tanto ingenuo da credere ciecamente avrebbe mantenuto la parola, tuttavia. Niente di personale, davvero ; dubitare di chiunque era insito in me, tanto quanto il notare dettagli all’apparenza insignificanti ed esaminarli attentamente. C’era qualcosa, in quella villa, qualcosa alla quale non ero ancora riuscito a dare un nome — era più una sensazione, in realtà, la mia, per il momento priva di prove concrete, ma sarei stato ben attento, pronto a cogliere il minimo segnale sospetto, fuori posto, la più sottile crepa nel muro di segreti di Haytham Kenway. Perchè ne aveva uno, ne ero certo — c’era da diffidare dalle persone che affermavano di non averne, soprattutto di loro — e lo avrei scoperto, presto o tardi, perchè non avevo intenzione di archiviare la questione come di poco conto, non avrei mai potuto ; non avrei mai potuto lasciar correre, finchè non avessi avuto delle risposte. Non sarebbe stato immediato, naturalmente, occorreva una certa cautela quando si aveva a che fare con i segreti, le informazioni volutamente celate e le persone che si impegnavano particolarmente a mantenerle nell’ombra. Ci voleva, dopotutto, un bravo occultatore per riconoscerne un altro, senza contare che non sarebbe certamente stata la prima volta Haytham mi nascondeva qualcosa.
Ad ogni modo, non ero tornato alla villa — necessariamente — per trovare risposte, quanto per aggiornare il padrone di casa sui progressi di Lara Croft, un’agente Trinity promettente, la quale era riuscita con successo nella prima fase del piano per infiltrarci negli Assassini. Il doppiogioco era un classico intramontabile, a quanto pareva. Sembrava, però, che il caso fosse dalla mia parte quel giorno, perchè notai un giovane allievo Templare chiudersi una porta alle spalle e sussultare, nel vedermi a pochi passi da lui. Si affrettò a chiuderla a chiave, poi rimase lì, davanti alla stanza, come una specie di guardiano, al che mi insospettii — si tornava ai dettagli, importanti, per quanto piccoli — e mi avvicinai un altro po’. Ad oggi, quella era l’unica stanza alla quale avevo visto riservare una simile premura, ed in più quel bambino giovane adepto… non mi tornava, la storia non mi convinceva, stonava con il modo che aveva Haytham di comportarsi con lui, perchè c’erano legami che non si potevano fingere, nè nascondere, ed uno di essi era proprio quello tra un genitore e il proprio figlio. E poi un altro sospetto mi era nato dal fatto che il giovane bambino che Haytham mi aveva presentato, un orfano a suo dire, era sparito. Tuttavia la sua sparizione aveva combaciato con l’arrivo di quel giovane allievo uno a cui, a mio dire, il mio vecchio amico dava le stesse attenzioni. Un caso?
« Devi essere importante, per Haytham.. tiene molto a te, non è vero? » poteva sembrare un discorso fine a se stesso, invece volevo solo vedere se avesse fatto un passo falso, se avesse rivelato qualcosa di utile, anche involontariamente. « E quella stanza deve contenere qualcosa di prezioso, immagino, se deve essere addirittura chiusa a chiave. »

Haytham mi svegliò presto quella mattina, occorrenza che odiavo terribilmente e a cui non riuscivo ad abituarmi, ma quando papà entrava nella mia stanza adiacente alla sua e spalancava le imposte non c’era molto da discutere. Con la bocca ancora impastata mugugnai un «Buongiorno» mentre lui usciva a passi svelti, per non farsi sorprendere troppo intimo con me da quel ficcanaso di Adrian.
Dopo altri 5 minuti di stato comatoso, sbadigliai pesantemente e mi decisi ad abbandonare il caldo e soffice rifugio che era il mio amato letto.
Cercai di ridurre al minimo il tempo trascorso in bagno, a causa dei brividi di freddo che mi provocava lo stare a piedi nudi sulle diaboliche mattonelle, gelide anche d’estate. Prima di uscire, mi diedi uno sguardo allo specchio e provai a dare una rassettata ai miei capelli argentati e scompigliati, ottenendo quasi l’effetto contrario, poi mi abbigliai come di consueto: camicia in stile militare, gilet mogano, un paio di pantaloni alla zuava sostenuti dalle fidate bretelle e il mio paio di stivali preferiti che avevo appena fatto risuolare a causa dell’usura. Non avrei mai negato di aver sempre preso ispirazione da mio padre per la scelta del vestiario, che trovavo molto piacevole da indossare e un buon compromesso fra eleganza ed utilità, pensando a quanto tempo passavo a cavallo.
Mentre mi arrotolavo la manica sopra il gomito, fissandola con l’apposito bottone, notai che le mie braccia si erano irrobustite ulteriormente. Mi scappò un sorriso a pensare all’espressione sbigottita di mio padre ogni volta che osservava qualche mio repentino cambiamento di crescita.
Mi aveva spiegato la natura della mamma e il fatto che io fossi una specie di ibrido fra il mortale e il divino, e perciò come fossi diverso dalle persone comuni, ma riuscivo a stupirlo ogni giorno regalandomi reazioni impareggiabili.
Prima ancora di fare colazione, mi diressi tranquillo come ogni mattina nella mia stanza preferita, subito seguita in ordine di gradimento dalle stalle dei cavalli e dallo studio di Haytham: l’alloggio temporaneo di mia madre.
Giunto davanti alla sua porta, posai una mano sulla maniglia, estraendo la chiave dalla tasca, e mi guardai brevemente intorno prima di entrare. Dopodiché, entrai chiudendomi velocemente la porta alle spalle. Tirai un sospiro di sollievo e mi diressi alla mia solita postazione, precisamente la sedia di fianco al giaciglio dove lei riposava.
Sfoderai il mio miglior sorriso e le diedi il buongiorno stampandole un bacio sulla fronte fresca.
Era bellissima in quel suo sonno perfetto, con il volto disteso e le mani delicate adagiate sul ventre. Come di consueto, diedi inizio al rituale di spazzolarle i capelli, sempre setosi grazie alle mie costanti attenzioni, mentre le raccontavo le avventure che avevo vissuto il giorno prima.
Speravo sempre mi sentisse, e che il mio continuo chiacchierare potesse darle un po’ di serenità in quel silenzio, che veniva nuovamente interrotto quando mio padre restava con lei la sera. Certamente, non passava giorno in cui non crescesse in me il desiderio di poterla finalmente conoscere.
Rimasi con lei fino quasi all’ora di pranzo, sfogliando il libro che stavo leggendo e facendo saltuariamente qualche commento sugli aneddoti nei quali incappavo, dopodiché la salutai e uscii serenamente dalla stanza. Passare la mattina con lei mi metteva sempre di buon umore, perciò era sempre il modo migliore in cui iniziare la giornata.
Sennonché appena messo fuori il naso non andai quasi a sbattere contro il petto granitico del nostro ospite preferito, Adrian McKay.
Sentii tutto il sangue lasciare il mio viso, già normalmente pallido, mentre l’uomo mi scrutava arcigno. Con gli occhi sbarrati mi affrettai a chiudere a chiave la porta alle mie spalle, senza avere l’ardire di muovermi, letteralmente inchiodato dal suo sguardo inquisitore.
La personalità peggiore in cui potessi imbattermi da solo mi aveva appena intercettato nel luogo peggiore nel quale ci saremmo potuti incontrare.
«Devi essere importante, per Haytham.. tiene molto a te, non è vero?»
Domandò Adrian, rompendo il silenzio con quella domanda apparentemente spassionata.
Di tutta risposta io deglutii rumorosamente, annuendo senza distogliere gli occhi cerulei dalle sue iridi color smeraldo.
«E quella stanza deve contenere qualcosa di prezioso, immagino, se deve essere addirittura chiusa a chiave.» Continuò, indicando con un cenno del capo la porta alle mie spalle, alla quale ero appoggiato come se fosse l’unico sostegno che mi tratteneva dal precipitare in un burrone.
«… S-si, esattamente, signor McKay. Infatti si trova nell’ala della Loggia esclusa agli ospiti.» Replicai, con tono leggermente insicuro, ma sforzandomi di sottolineare quell’ultima precisazione.
Adrian fece un passo avanti, costringendomi a schiacciarmi ancor più contro la porta mentre istintivamente giravo il viso di lato per sottrarmi alla sua presenza, e gli angoli delle sue labbra perfettamente delineate si sollevarono in un leggero sorriso beffardo.
Stava per dire qualcosa, ma fu interrotto da una voce fortunatamente a me ben conosciuta.




«Adrian, a cosa dobbiamo il piacere?» Intervenni con voce sonora, irrompendo nella “conversazione” che l’uomo stava cercando di estrapolare a mio figlio.
La mia intrusione fece immediatamente indietreggiare di un passo Adrian, mentre Atlas colse l’opportunità al volo per congedarsi.
«Signori, vogliate scusarmi…» Disse il ragazzo, abbassando educatamente lo sguardo, mentre si affrettava a defilarsi con passo rapido, probabilmente diretto alle stalle.
Nemmeno per un secondo staccai lo sguardo dal volto di Adrian, mentre ero sicuro che l’uomo sapesse interpretare correttamente il mio sorriso all’apparenza cordiale come un muto avvertimento.
Con un cenno del capo che non ammetteva repliche, lo invitai a seguirmi nell’ala degli ospiti, accogliendolo nel soggiorno all’ingresso, dove lo avevo fatto accomodare durante la sua prima visita.
«Non essere duro con il ragazzo, sta ancora imparando. E tu sai essere molto intimidatorio con i poveri discepoli.» Dissi con tono più leggero, mentre si accomodava sulla poltrona e io facevo altrettanto di fronte a lui. «E poi aveva ragione, ti trovavi nell’ala interdetta. Ti ho concesso la piena trasparenza con il mio Ordine, ma questa è anche la mia casa e vi sono questioni personali, riguardo la mia vita fuori dall’organizzazione, che non gradisco condividere.» Ponderai pacatamente, per spiegare brevemente la situazione.
«Ma immagino che tu non sia qui solo per irrompere nelle mie stanze private, giusto Adrian? Accennavi ad una questione importante di cui desideravi parlarmi, nell’ultima missiva. Sono tutt’orecchi.» Dissi infine, accavallando le gambe e preparandomi ad ascoltare ciò che l’uomo aveva da dire.

Il ragazzo era chiaramente stato istruito bene, su ciò che doveva e non doveva dire, ma portava su di sè i segni dell’inesperienza, dunque fu semplice notare come si fece tradire dall’incertezza. Un minimo tentennamento, davvero, che sarebbe forse potuto passare inosservato ad un occhio meno attento del mio — un mezzo respiro trattenuto, una lieve increspatura nella voce, tanto era bastato ad accrescere i miei dubbi. Non si poteva neppure fargliene una colpa, era stato quasi convincente, per la sua età.
E se già stava vacillando adesso, pensai, mi sarebbe convenuto passare ad un metodo spesso ancor più efficace delle parole ; utilizzare la fisicità e gli spazi a disposizione per mettere a disagio il proprio interlocutore. Una persona con la sensazione di essere, letteralmente, con le spalle al muro tendeva a farsi agitata, dopotutto. Mi sarebbe bastato soltanto qualche altro minuto, sentivo di essere vicino— una voce dura e familiare spezzò bruscamente il filo dei miei pensieri, portandomi a sollevare prima lo sguardo e poi, di conseguenza, a compiere un paio di passi indietro, quel che bastava ad uscire dallo spazio personale del ragazzo. Haytham era apparso proprio nel momento più adatto, salvando Atlas da una situazione a dir poco spiacevole, ma mi ricomposi in fretta, costretto a mettere ancora una volta da parte i miei sospetti — non era, del resto, una guerra lampo, quella, rassomigliava più ad un asserragliamento in trincea, composto da attacchi diluiti nel tempo e lunghe ritirate. Conoscevo bene l’attesa, sapevo essere paziente, e lo sarei stato, per tutto il tempo necessario, se ciò avrebbe voluto dire avere in mano, finalmente, qualcosa di concreto.
« Il ragazzo dimostra un’obbedienza impeccabile, complimenti. » concessi vago, stirando le labbra nel più lieve dei sorrisi. Poteva voler dire tutto o niente. Era omettere senza cercare, inutilmente, di nascondere le mie intenzioni. D’altronde cercare giustificazioni sarebbe valso soltanto ad insultare la sua intelligenza, e lo rispettavo abbastanza da non commettere un simile errore.
Tuttavia aveva ragione, mi trovavo lì per un motivo ben preciso ; avrei fatto meglio, dunque, a tagliare corto con i convenevoli ( come sempre ) ed arrivare al punto.
« Lara Croft, » il tempo di sedermi sulla poltrona e già il nome dell’agente era fuori dalle mie labbra « ( . . . ) è un’ agente Trinity, reclutata personalmente. Sono venuto ad informarti della riuscita della prima parte della sua missione, ovvero entrare in contatto con gli Assassini. Ritengo che tra non molto potremo insinuarci direttamente tra i loro ranghi. »




Spalancai gli occhi, sinceramente colpito.
«Davvero un’ottima mossa, Adrian.» Mi complimentai, cambiando leggermente posizione per mettermi più comodo sulla poltrona. «Inutile dire che non mi sarei aspettato niente di meno da te.» Aggiunsi con un sorriso.
Era un uomo decisamente scomodo, a differenza del mio sofà, e sgradevole a volte, ma non avrei mai negato l’acutezza geniale della sua mente o il suo riuscire ad sempre un passo avanti agli altri.
«Questa tua agente deve possedere delle grandi abilità, immagino tu l’abbia scelta personalmente per l’incarico. Hai qualche altro dettaglio per me?» Domandai, pronto a prendere mentalmente nota del piano e di eventuali richieste al mio Ordine.

 

 

 





Tirai un profondo sospiro di sollievo, mentre con la schiena appoggiata alla porta chiusa della stalla mi lasciavo scivolare a terra.
«Adrian è tanto antipatico quanto scaltro.» Mormorai tra me e me, chiudendo per un attimo gli occhi e cercando di calmare il mio battito cardiaco.
Mio padre mi aveva sempre detto di fare attenzione a quell’uomo, che era pericoloso, e non potevo dargli torto, anche se nel profondo non potevo non ammettere di trovarlo intrigante, circondato da quell’aura tenebrosa e carismatica.
Sospirai ancora e mi alzai, facendo perno con i palmi sulle cosce, e mi diressi a passo più tranquillo verso il box del pupillo di mio padre nonché mio amato Etere.
La cavalla di mia madre era fuori a pascolare, quindi fu solo lo stallone ad accogliermi con il familiare rumore sordo dalle narici, anche perché sapeva che avevo sempre qualche caramella in tasca per lui.
Lo incapezzai e procedetti alla meticolosa pulizia di manto, crini e zoccoli come impartitomi dal mio meticoloso padre. Il segreto per un manto lucido era la passata finale con il panno scamosciato, oltre che una profusione di sgrovigliante.
Infine, misi ad Etere la testiera con il morso e lo portai in cortile per andare a fare un giro nel boschetto. Approfittai di essere solo per montare finalmente senza sella, come preferivo, ma che Haytham non mi permetteva di fare per timore che scivolassi.
Tenendo con la mano destra le redini e un ciuffo di criniera e con la mano sinistra appoggiata sulla schiena del cavallo, mi molleggiai sulle ginocchia e saltai più in alto che potevo, arrampicandomi poi con molta poca grazia sul dorso di Etere che pazientemente mi lasciò fare.
Una volta che mi fui messo comodo, sentii il mio volto aprisi in un sorriso e spronai lo stallone ad un piccolo trotto verso la boscaglia.
Mi piaceva sentire il suo corpo caldo sotto le mie gambe, potevo percepire tutta la potenza dei suoi muscoli guizzanti e la morbidezza del suo mantello. E poi, mi faceva sentire più vicino a mio fratello Connor.
Haytham mi raccontava spesso di come la sua gente cavalcasse i Mustang selvaggi senza finimenti, di come gli Indiani d’America fossero uno dei più grandi popoli di cavalli.
Immaginavo spesso a come sarebbe stato montare con lui, fianco a fianco, viaggiando al galoppo attraverso le praterie, come i Purosangue sul turf inglese delle corse della domenica.
Non era passato molto tempo da quando ero giunto con Etere nella parte più fitta e incantevole della boscaglia, che sentii il familiare richiamo delle Erinni, i fedeli corvi di mia madre.
«Aletto, Megera, Tisifone!» Esclamai, accogliendo la prima sul mio avambraccio disteso, mentre il cavallo si arrestava sbuffando, paziente ed abituato ai volatili cinerei.
«Nostro Principe.» Cominciò lei, mentre le altre si posavano sui rami vicini. «Portiamo notizie gravi, poiché avvertiamo che qualcosa si avvicina con intento malevolo. Osserva con l’anima per verificare tu stesso.» Comunicò nella mia mente con tono greve.
Immediatamente il mio sorriso svanì per far posto ad un’espressione preoccupata, e così su suggerimento di Aletto chiusi gli occhi per ascoltare con il mio senso interiore, che ancora faticavo a controllare bene.
Di colpo sussultai, spalancando gli occhi con il cuore che mi batteva all’impazzata: avevo percepito la presenza di cui i corvi parlavano. Era imponete, oscura e si avvicinava velocemente.
«Aletto, vola ad avvertire mio padre! Potrei non arrivare in tempo, e deve essere pronto! Megera, Tisifone, provate ad individuare la natura della minaccia.» Esclamai, spronando Etere al galoppo verso la villa, mentre le Erinni spiccavano il volo con un frullo d’ali nere.




Avevo passato la giornata evitando Hybris e meditando sulla prossima mossa. Avevo già conferito con Wisemann e mi ero già preparato ma qualcosa mi bloccava. Il ricordo della mia infanzia non avrebbe dovuto frenarmi, non quel giorno. Cose troppo importanti si prospettavano da lì a poche ore e non potevo permettermi distrazioni di nessun genere.
Avevo cercato l’Equazione in ogni luogo e avevo scoperto dove si trovava ma una volta raggiunto quel luogo avevo anche scoperto che non era più lì.
Finalmente lo avevo scoperto. Finalmente sapevo dove cerare. Finalmente potevo riprendermi ciò che mi spettava di diritto e non potevo averlo!
Ero nella mia camera, in piedi con le mani dietro la schiena, rivolto verso la finestra. Cercavo di capire, avevo scoperto dove si trovasse L’Equazione sulla Terra ma non era nel posto in cui mi aspettavo per cui ceravo di capire come prenderla. Ma come entrare senza far scattare nessun allarme? Come prendermi la mia eredità senza troppi problemi? Certo se sarebbe nata una lotta avrei vinto senza problemi ma dovevo capire come entrare senza troppa resistenza.
Andavo su e giù per la stanza quando mi voltai di scatto verso un apparente vuoto al centro della stanza, se avessi aperto un portale adesso Hybris mi avrebbe sentito… ma sapeva già a cosa stavo pensando quindi non indugiai troppo sulla mia decisione ed entrai nella dimensione oscura aprendomi una porta in un punto esatto sulla Terra: L’entrata della Loggia dei Templari.
Mi guardai velocemente in torno e l’unica cosa vivente in quel momento era un corvo che andava di fretta.
Mi avvicinai alla porta e a passo svelto e deciso mi diressi verso il punto in cui ero sicuro di trovare ciò che stavo cerando.
Sarei andato contro tutto e tutti, l’obiettivo era uno e non ero noto certo per il mio filarmela in ritirata con la coda tra le gambe. Ero il re del Dark Moon ed ero pronto a prendermi la mia vendetta.
Mi trovai davanti a due uomini che riconobbi all’istante ma non sembravano avermi notato subito, immersi com’erano nel loro discorso decisamente troppo noioso per quanto mi riguardava. Mi schiarii la voce e parlai senza mezzi termini. “Pretendo ciò che mi è stato negato. Pretendo ciò che mi appartiene di diritto e che mi è stato trafugato!”
Avrei fatto sicuramente sorprendere i due uomini che di certo non si aspettavano una mia… apparizione.
Li avevo forse interrotti? Non mi interessava, non ero lì per scusarmi, ero lì per una ragione e avrei raggiunto in ogni modo il mio scopo, avrei usato qualsiasi mezzo per riavere ciò che era mio.

Gli elogi, solitamente, avevano l’abitudine di sembrarmi di vuota circostanza, nella maggior parte delle occasioni, delle frasi pronunciate o per pura convenzione, o per ottenere un determinato favore — quando Haytham, però, si mostrò colpito dal progresso effettuato da Lara Croft, ebbi motivo di poter credere alla sua sincerità. Proprio come me, del resto, non era il tipo di persona che elargiva complimenti spesso, senza un solido fondamento. Perlomeno su quello non ritenevo di dover scovare verità nascoste dietro le sue parole e, fondamentalmente, mi ritrovai a riconoscerlo con un certo sollievo. Cercare tranelli dietro ogni frase, o singolo cambiamento d’espressione, dopotutto, aveva dello spossante, a lungo andare e mi permisi di rilassarmi giusto quel minimo per sciogliere, momentaneamente, la rigidità della mia postura. Per quanto fossi convinto stesse nascondendo qualcosa di una certa importanza, non potei non trovarmi a pensare — ancora una volta — ci fosse una familiarità particolare, nei nostri incontri, ai quali non riuscivo, mio malgrado, a trovare una connotazione del tutto negativa. C’erano uomini peggiori, di gran lunga meno meritevoli del rispetto professionale che nutrivo nei confronti di Haytham Kenway, con i quali avere a che fare, tutto sommato. Se un giorno lo avessi dovuto considerare un nemico a tutti gli effetti, quello — almeno — non sarebbe cambiato.
« E’ giovane, lo ammetto, ma possiede tutti i requisiti per portare a termine la missione con successo. » aggiunsi, spinto ad essere appena più loquace del solito da quel clima disteso. Ero il primo ad esserne sorpreso, tuttavia non rimasi troppo a riflettervi, preferendo rispondere alla sua domanda: « No, non c’è altro. »
Ed avrei potuto, facilmente, aggiungere un’allusione, un riferimento a qualcosa che dovesse dirmi, ma una mossa simile non era nelle mie corde. Era già consapevole stessi monitorando ciò che avveniva in quella casa, per quanto mi fosse possibile, una ripetizione tanto ridondante non sarebbe stata necessaria.
« Per il momento continuiamo esattamente come concordato, se ci saranno novità— » mi bloccai a metà, quando un perfetto estraneo comparve all’interno della stanza, materializzandosi dal nulla ai nostri occhi. E, di riflesso, passai da una sorpresa immobile ad una posizione tesa, adatta alla presenza di una minaccia. Feci, dunque, l’unica cosa logica, per me, in quel momento, ovvero puntargli la pistola contro.




Non c’era più nulla di più immediato e semplice per me che non fosse presentarmi per riprendermi ciò che mi era dovuto. Ci avevo messo un po’ con Wiseman a scoprire e localizzare l’Equazione dei Cristalli, ma una volta fatto avevo impiegato tutte le mie energie per localizzare il luogo in cui era custodita.
Seguire Pandia era stato saggio, una ladruncola ed una vera spina del fianco che non aveva mai dato tregua al mio impero e che nuovamente appariva ad intralciarmi i piani su quel pianeta eppure per una volta fu utile. Sapere che lei cercava lo stesso voleva dire farle fare il lavoro sporco per poi prenderle ciò che mi spettava, ma le cose non erano andate come previsto lei aveva dato l’Equazione ad un altro uomo, un certo Shay Cormac, e prima che potessi recuperarla da lui questa era arrivata in un altro luogo.
Tuttavia accedervi non vi fu facile. Infatti Wiseman riconobbe una fortissima energia oscura far scudo a quel luogo, era un’energia antica e potente una verso la quale perfino Wiseman provava rispetto e timore.
Tuttavia la grande Regina del Kaos era andata perduta dopo la distruzione dell’Impero e delle Colonie e risultava quindi impensabile che derivasse da lei, ciò non tolse che sia io che Wiseman fummo costretti a lavorare duramente per aprire una breccia in tale scudo e così entrarvi. Fu quindi un piacere trovarmi finalmente lì seppur non mi aspettavo che avrei incontrato qualcuno.
Squadrai i due uomini di fronte a me, mi puntavano addosso quelle che chiamavano pistole ed io trovavo il tutto estremamente indifferente. Non mi spaventavano, come non mi preoccupava la mia intrusione. Sapevo chi ero e mi aspettavo che tutti lo facessero. Chi avrebbe negato al Re del Black Moon ciò che gli spettava di diritto?
Fu quindi fissandoli con il mio solito modo educato e calmo che aspettai che eseguissero il mio ordine e quando notai che ciò non avvenne alcuni vasi intorno a me iniziarono ad andare in mille frantumi.
“Non amo dare un ordine due volte” esclamai pacato “Datemi ciò che mi spetta”
Quel silenzio ed immobilità durò molto poco prima che entrambi gli uomini iniziarono a spararmi addosso. Io fui altrettanto veloce ed accedendo alla forza oscura costruì con la stessa uno scudo con cui mi riparai dai colpì evitando che mi colpissero.
Non ci fu molto da attendere prima che la scarica di proiettili finì ed entrambi vi vennero incontro impugnando le spade che al muro erano appese ed avevano recuperato, mentre una uguale ma di energia oscura feci apparire nella mia mano.
Iniziò una danza elegante tra gentiluomi che avevano fatto quello molte volte, ma a nulla servì la loro ferocia e forza in quanto ogni loro colpì venne abilmente parato da uno mio.
Ci fu decisione fin tanto uno dei due, quello dai capelli scuri, non si abbassò e con un calcio colèì le mie gambe facendomi cadere a terra. Inutile fu il suo puntarmi la spada al collo che io girandomi su un lato già mi alzai, più forte e deciso di prima e dandogli un calcio al ventre lo feci volare per parecchi metri indietro, fuori dalla porta, contro la parete del corridoio.
Rivolsi così la mia attenzione all’uomo dai capelli rossi che serrando la mascella mi venne addosso con furia mentre io prima gli ferì una gamba, facendolo cadere in ginocchio e poi guardandolo dritto negli occhi gli detti un pugno che lo fece cadere a terra.
Probabilmente gli avrei anche inferito il colpo di grazia se non fosse stato che il mio braccio si fermò a mezz’aria, contro la mia volontà esso era immobile. Più io volevo colpire l’uomo e più per qualche ragione non ci riuscivo.
“Hai fatto voto di non uccidere mai un nemico indifeso…” alle mie spalle mi giungette una voce giovane, ma saggia. Di chi aveva appena rivelato qualcosa per me di così intimo che mi chiedevo come facesse a saperlo.
Fu voltandomi che incrociai gli occhi del giovanotto che, impugnando una spada, mi fissava risoluto. Sulla sua spalla un corvo che mi fissava con i suoi scuri.
“Come fai a conoscere questo mio giuramento?” gli chiesi impietrito, mentre quello deglutendo parve non saperlo spiegare. Non ce ne fu bisogno che altri due corvi apparvero e palandomi addossi iniziarono a beccarmi. Non erano beccate normali. Erano velenose e pungenti tanto da costringermi a battermi in ritirata non poco iroso e con un dubbio a martellarmi: chi era quel ragazzino? Che c’entrasse qualcosa con l’energia della Regina del Kaos che io ed Wiseman avevamo percepito?

Accadde tutto così in fretta che quasi non ebbi tempo di realizzare cosa fosse successo: un attimo prima ero lanciato al galoppo su Etere verso la magione, e balzato giù dalla sua groppa in un paio di falcate mi ero ritrovato poco dopo all’ingresso. Il tutto mentre mio padre veniva scaraventato al muro volandomi affianco, e Adrian stava per subire una sorte ben peggiore al cospetto dell’uomo che era la fonte dell’oscurità che avevo percepito.
Era vero che McKay non mi era propriamente simpatico e che anzi era in grado di mettermi a disagio meglio di chiunque altro, ma in quel momento vedevo solo il volto insanguinato di un pover’uomo che soccombeva alla ferocia di un nemico dalla forza sovrumana.
Un lampo bianco mi passò davanti agli occhi, che avevo lucidi e spalancati, mentre con una stretta dolorosa al petto sollevavo istintivamente il braccio verso il nemico, che con il pugno chiuso si preparava ad assestare il colpo fatale.
E sorprendentemente, quello si bloccò.
Con Aletto sulla spalla, mi sentivo come se le emozioni fluissero libere dalla mia mente attraverso le mani, e che in tal modo avessero influenza sulla realtà che mi circondava. Fu per pochi secondi, ma mi pareva di poter vedere quel flusso sotto forma di bagliore azzurrino, come l’effetto della radiazione Čerenkov, sulle mie mani e attorno all’oggetto focale della mia attenzione, in quel caso il braccio dell’uomo oscuro.
Egli non tardò a girarsi, manifestando la sua sorpresa e disappunto incrociando il suo sguardo risoluto con il mio.
In quel momento, un’altra morsa mi avvinghiò il petto, e come folgorato da pensieri non miei dissi a chiare parole:
«Hai fatto voto di non uccidere mai un nemico indifeso»
Fortunatamente, prima che lo straniero potesse replicare, Megera e Tisifone si lanciarono nella stanza tempestandolo di artigliate e rumorose beccate, e quello batté in ritirata velocemente quanto era comparso.
Con il braccio ancora sollevato e il respiro affannoso, mi lasciai scivolare a terra, le guance rigate dalle lacrime mentre fissavo il punto dove l’uomo era scomparso e dove poco affianco Adrian tossiva pulendosi il volto dal sangue.
Sentii mio padre rialzarsi con un gemito dietro di me, e senza bisogno di voltarmi accettai il suo scompigliarmi i capelli quando mi giunse appresso. Senza dire una parola, mi alzai con le ginocchia tremanti e il cuore che ancora batteva all’impazzata e ci avvicinammo insieme all’altro uomo.
Istintivamente, porsi ad Adrian la mano per aiutarlo a rialzarsi, con il volto se possibile ancora più pallido del solito.




Capii ben presto ci fosse troppa disparità tra noi e l’avversario che avevamo davanti, per quanto io ed Haytham tentammo, in un primo momento, di sopraffarlo con degli attacchi congiunti e quanto più possibile coordinati. L’unica possibilità logica sarebbe stata quella di immobilizzarlo, dal momento che batterlo in combattimento, con le forze e le armi di cui disponevamo al momento, risultava impossibile, tuttavia non riuscii a formulare neppure un piano applicabile alla situazione, che l’intruso — chiaramente non umano, o perlomeno non del tutto — riuscì ad avere la meglio prima su Haytham e poi, pochi istanti dopo, su di me. E probabilmente sarebbe stata quella, la mia fine, a terra, ormai incapace di difendermi dagli attacchi di quell’essere, se solo Atlas non fosse arrivato al momento giusto, salvandomi la vita ed, allo stesso tempo, svelando la sua vera natura. Una che, purtroppo, tingeva di amaro risentimento quel salvataggio tanto coraggioso. Poche volte come in quell’occasione mi era piaciuto meno trovarmi ad aver ragione, dovevo ammetterlo, perchè ciò confermava avessi ragione a sospettare Haytham nascondesse qualcosa — cominciavo a chiedermi quante cose, esattamente, stesse tenendo nascoste, perchè iniziavano ad essere troppe. E non mi piaceva ci si prendesse gioco di me, nè che si abusasse della mia pazienza.
Dal dolore che avvertivo in viso ritenevo fosse riuscito a rompere qualche osso, dunque — in circostanze normali — avrei accettato di buon grado e senza lamentele l’aiuto offertomi per rialzarmi in piedi, tuttavia fissai lo sguardo sulla mano del ragazzino per qualche istante, prima di mettermi dritto da solo, benchè faticando appena. Non potevo accettarlo. Ero troppo ancorato alle mie convinzioni — affatto magnanime per quanto riguardava persone come lui, più forti di quanto fosse lontanamente giusto fossero — per ignorare ciò che avevo visto, neppure in luce del suo gesto nei miei confronti. Non potevo accettare nè lui, nè il fatto che Haytham avesse cercato di tenermi nascosto qualcosa che, presto o tardi, avrei scoperto, in un modo o nell’altro, mentendomi a più riprese.
« Se hai altri scheletri nell’armadio, Kenway, ti consiglio di farmelo sapere subito. Non costringermi a mettere in piedi un’investigazione ufficiale, soprattutto quando abbiamo altri problemi in arrivo. » guardai l’uomo il tempo necessario a pronunciare tali parole, poi mi diressi verso la porta senza aggiungere altro, con l’atmosfera piacevole e distesa di poco prima che sembrava essere stata spazzata via da un uragano impietoso. E nonostante tutto, decisi comunque di avere il riguardo di non fargli piombare un’intera unita trinity dentro casa, esattamente come avevo detto, almeno per il momento.

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