Moonlight's Creed (Original Series)

Episodio 2×08

Present #2018: Acri




Respirai a fondo l’aria salmastra, la schiena appoggiata alle pietre delle mura che delimitavano la parte antica della città di San Giovanni d’Acri. Mi ero preso alcuni istanti di pausa, per riflettere e ritrovare il bandolo della matassa, mentre mi confondevo facilmente in mezzo ai turisti armati di macchine fotografiche e buste di souvenir.
Da dopo la battaglia contro i Templari, non avevo avuto tempo per riflettere, gli eventi si erano susseguiti incessanti e le decisioni che avevo preso erano state quasi degli atti meccanici, tesi solo alla sopravvivenza.
Avevo subito convocato tutti i massimi livelli dell’Ordine, e avevo chiarito senza fraintendimenti le mie posizioni. Il mio discorso era stato efficace e sufficiente a ricompattare i nostri ranghi.
Machiavelli, maestro di retorica, sarebbe stato orgoglioso di me. Gli argomenti erano pochi, ma essenziali. Avevo ricordato a tutti quale fosse il nostro Credo, ma soprattutto lo scopo ultimo per cui lottavamo: la difesa dei deboli e la libertà della razza umana.
Diverso e più difficoltoso era stato il confronto con Arno. Le sue idee lo avevano già espulso, in passato, dalla Confraternita, e sembrava che la lezione non l’avesse ancora imparata. Condividevo molti dei suoi punti di vista, ma divergevo su altri.
Purtroppo, il libero arbitrio, per cui noi ci battevamo, non poteva esistere al nostro interno: gerarchie rigide e obbedienza era quello a cui dovevamo sottostare. Tutti. O saremmo stati spazzati via dai Templari.
Anche se il mio ruolo di guida mi era stato da loro riconosciuto, ciò non voleva dire che sarei stato un burattino nelle loro mani.
Ripensare a quei giorni cruciali ora non mi era d’aiuto, anzi, mi stupivo sempre più di me stesso.
Ero giunto ad Acri senza uno straccio di indizio utile, solo con una vaga idea, o meglio un’intuizione, che mi guidava. Ero partito all’improvviso, in fretta e furia. Il mio modo d’agire era solitamente ben diverso, più meticoloso e pianificato. Non lasciavo spazio all’improvvisazione, ritenevo fosse una pazzia. Ed invece…
La situazione che si era creata all’interno della Confraternita, la quasi insubordinazione di una parte degli assassini, il ritorno di Claudia e la scoperta del suo rapporto con Dorian… tutto questo mi aveva destabilizzato, e odiavo ancora di più doverlo ammettere. Non volevo mostrare debolezze. Non volevo ammetterlo neanche troppo con me stesso, ma la missione in cui mi ero imbarcato aveva molto della fuga, e poco della mossa strategica.
Avevo lasciato solo un laconico messaggio di spiegazioni ad Arno. Ho una pista, ma devo muovermi velocemente se non voglio perderla.
Mentivo. La verità era ben altra. Dovevo ritrovare Altair, la sua assenza era un danno per la nostra causa.
Non ero d’accordo con Selene: la sua sparizione sarebbe sembrata solo un’accettazione del dissenso di chi non lo riteneva più una guida affidabile. Lui avrebbe dovuto comunque rimanere all’interno dell’Ordine, anche se non come Mentore.
Personalmente, ero convinto che il suo allontanamento non fosse niente di tutto ciò. Lo conoscevo troppo bene, la sua assenza coincideva sicuramente con una missione di cui non aveva voluto far parola con nessuno. Neppure con me.
Ed io, come era successo secoli fa, mi trovavo a dover seguire le sue tracce, che stranamente mi riconducevano negli stessi luoghi di allora. La prima volta, pensavo di inseguire una figura ormai mitica per noi Assassini, ma avevo scoperto, alla fine, che la realtà era diversa. Non avevo cercato un fantasma, ma un uomo ancora in carne ed ossa.
Il sole stava tramontando. Mi mossi verso la Grande Moschea, orientandomi grazie al suo minareto, visibile al di sopra dei tetti delle case come un faro nell’oscurità.
L’istinto, la fortuna, o chissà cos’altro, mi condusse a passare per una strada stretta, poco più di un vicolo. Non era molto frequentata, ed il sole aveva già lasciato il posto all’ombra creata dai muri alti.
Poco davanti a me, due figure parlavano tranquillamente, ma il mio sguardo addestrato intuì la tensione da pochi, minimi particolari: gesti secchi, anche se misurati, muscoli tesi. Mi buttai in un androne buio, prima di realizzare chi stavo guardando.
Per una frazione di secondo, stentai a comprendere, perché Altair si trovava, dopo settimane in cui non avevo sue notizie, faccia a faccia con Shay Cormac. Non furono pensieri di tradimento quelli che mi vennero subito in mente, non avrei mai dubitato di lui neppure per un secondo. Invece, qualcosa in me esultò. Avevo ragione.
Altair non si era semplicemente nascosto ai nostri occhi, stava seguendo un suo preciso obiettivo.
Dovevo decidere come agire, se farmi vedere dai due oppure aspettare l’evolversi dell’incontro, per non rischiare di rompere la fragile intesa che si era creata.
Fulminea ed imprevedebile però, fu la mossa di Cormac, che colpì Altair al collo. Scattai in avanti, mentre il mio compagno si accasciava al suolo.
Prima di raggiungerlo, avvertii un movimento dietro di me.
Mi girai per difendermi, ma un lampo mi scoppiò nella testa, le pietre del selciato colpirono le mie ginocchia e poi il petto, facendo uscire la poca aria rimasta.
Scivolai nel vuoto dell’incoscienza.

Ezio non lo sapeva, eppure non era stato il solo, a mettersi sulle tracce di Altair. Non appena mi ero resa conto di quanto fosse successo, ovvero da quando avevo smesso di avere sue notizie.. non avevo esitato un momento, prima di sfruttare ogni risorsa in mio possesso per giungere anche solo al minimo indizio.
Due mesi. Mi sembrava quasi impossibile fosse passato così poco tempo dalla battaglia contro Eris, eppure il calendario non mentiva e a me, quei sessanta giorni, erano parsi a tratti impossibilmente lenti, una tortura insostenibile ed inconcludente, a tratti troppo rapidi, troncati a metà dall’insorgere della notte. Due mesi a seguire tracce per lo più inutili. Due mesi che mancavo da Toronto — mi dispiaceva, aver lasciato tutto d’improvviso, infatti ad Ares e Selene avevo abbozzato qualche vaga frase, circa il fatto che avrei dovuto sbrigare degli affari ed avevo bisogno di starmene qualche tempo per conto mio. Mi ero detta ; si meritano di starsene tranquille e riposare, non di stare dietro ai miei drammi.
Non che considerassi la situazione di poco conto, anzi — tempo addietro, certo, non sentirlo nè vederlo, anche per anni, era stata la prassi, ma le cose erano cambiate da quel giorno in cui si era presentato all’interno dell’appartamento che dividevo con le Guerriere, da quando mi aveva detto, con la luce del tardo pomeriggio ad addolcirgli i lineamenti del volto, che dovevamo essere uniti e non solo unicamente come alleati. Non c’era niente di normale, nel suo sparire nel nulla ed io, di conseguenza, non ero soltanto assalita dall’apprensione, ma anche amareggiata, perchè non mi aveva detto una sola parola, non uno stralcio di indizio su dove potesse essere, non una spiegazione, neppure una menzogna! Niente. Mi era scivolato un’altra volta tra le dita, come sabbia, tuttavia avrebbe dovuto conoscermi meglio di così ; ero testarda, ancor di più quando si trattava di lui, l’unico uomo che avessi mai amato davvero, colui che mi aveva fatto scoprire la meraviglia dei sentimenti autentici. Lo avrei trovato, anche se fossi dovuta andare ai confini del mondo per raggiungerlo. Lo avrei trovato, poi gli avrei fatto di nuovo un discorsetto sulla necessità di comprare un cellulare, anche solo per avere una segreteria telefonica con la quale sfogarmi, nel frattempo. Meglio urlare contro una voce pre registrata, dopotutto, che ritrovarsi ad un passo dal piangere dalla frustrazione, dopo l’ennesimo buco nell’acqua. Fu arrivata a quel punto, dopotutto, che avevo compreso di dovermi fermare un attimo, anche se a conti fatti mi ero fiondata su un’altra ricerca, insieme a Nike ed Edward. A quanto pareva Shay aveva recuperato l’equazione dei Cristalli — Dio solo sapeva come — e saperlo in possesso delle istruzioni per usare il Crisallo mi rendeva a dir poco inquieta, a dispetto dell’aiuto che ci aveva dato mesi prima ( e del mio sperare, contro ogni logica, le cose sarebbero potute essere diverse, un giorno, per lui ed Ares ). Sebbene neppure Shay fosse semplice, da scovare, avevamo seguito una pista fino ad Acri, con tutta l’intenzione di scoprire cosa stesse cercando di fare.
( . . . ) Non ebbi neppure tempo di ricordare bene cosa quel luogo significasse per me — era lì che avevo incontrato Altair per la prima volta, dopotutto — che ci imbattemmo in.. Ezio Auditore, svenuto, per di più! Sorpresa e sgomento mi attraversarono i lineamenti, mentre mi affrettavo a raggiungerlo e sorreggerlo mentre, lentamente, riprendeva conoscenza.
« Cosa è successo? »
I due nomi che gli scivolarono dalle labbra mi fecero irrigidire. Shay. Altair. Una parte di me, quella meno razionale, avrebbe voluto tempestarlo di domande, chiedergli se avesse visto in che direzione fosse andato, se avesse una vaga idea di dove potesse essere, ma comprendevo non fosse il caso. Ciò non toglieva fossi ad un passo dal setacciare tutta la città a piedi, sulla base di poche sillabe pronunciate da un uomo chiaramente stordito.




Il Covo di Acri era stato la nostra base da quando eravamo arrivati nemmeno una settimana fa, tempo nel quale già Altair era sparito dai radar e nessuno ci aveva saputo dire molto se non che stava seguendo una pista che combaciava pericolosamente alla stessa che già io ed Edward avevamo iniziato a seguire a Great Inagua.
La separazione che tra noi Guerriere c’era stata dopo la Battaglia di Hamilton non aveva nulla a che spartire con la frattura nella Confraternita degli Assassini in quanto figlia di motivazioni diverse.
Personalmente era stata da un egoismo che non mi apparteneva, ma che Jacob aveva saputo tramandarmi. Di chi mi aveva detto “Parti con il tuo biondone e recupera il tempo perso!” una cosa decisamente da Jake che seppur detta imbronciato mi aveva convinto a seguire, forse per la prima volta, un suo consiglio.
Avevo bisogno di ritrovare me stessa, la mia vita e la mia relazione e volevo farlo nei luoghi che di Edward mi avevano fatto innamorare e che più di tutti, dopo Giove, potevo chiamare casa.
Era stato lì che poi presa dall’euforia e dal mio solito coraggio, che possedevo ma non avevo mai usato per certe cose, che avevo mostrato ad Edward di aver comprato la sua vecchia casa (che era stata trasformata in hotel) e donandogliela nuovamente indietro gli avevo chiesto di farla diventare la nostra casa sempre se lui avesse accettato di sposarmi.
La situazione era risuonata alquanto strana anche perchè non mi potevo certo dire un’esperta di quelle cose, considerando che le dichiarazioni di quel tipo erano ben diverse su Giove se non per il fatto che era normalissimo che fossero le donne a farle. Non si era mai sentito che un uomo proponesse matrimonio, ma dopo che Edward si era fatto una grassa risata ci aveva tenuto ad informarmi del fatto… secoli su quel pianeta e non lo avevo ancora ben compreso.
Però quelli parevano già ricordi lontani, di noi a progettare il nostro futuro, a solcare i mari come un tempo… un tempo che però avevo fatto promettere ad Edward di imparare a prenderci come suo nipote ed Athena. Perchè se Jacob mi aveva insegnato qualcosa era che l’egoismo non era sempre un male e poi lo volevo portare lì, costringerlo a cacciare con me nella foresta o semplicemente vederlo al timone di una nave.
Ora però nel caldo umido di Acri quei ricordi si apparono a favore di ciò che avevamo di fronte e mentre al Covo offrivo a tutti un po’ del té che avevo preparato, più del ghiaccio per la testa dura di Ezio, che questo prendendolo corrucciò la fronte appena venuto a conoscenza della diavolo di situazione  in cui si era appena messo.
“Ripetete lentamente… due Cristalli? Due? A malapena siamo sempre riusciti a gestirne uno!” la sua reazione non mi stupì come quella di Aphrodite che alzando gli occhi al cielo si tormentava le mani in preda all’ansia.
“Cosa c’è Auditore mh? Il colpo in testa ti ha reso duro di comprendonio più di quanto già non sei?”
Fui costretta ad intervenire poggiando una mano sulla spalla della mia compagna, di cui capivo l’ansia, ma che era meglio tenere a bada quando nervosa. Non era un caso che ormai sia noi Guerriere, che non, le avevamo dato il nomignolo di “bisbetica domata”.
“Quella che la mia compagna voleva dire era che… sì è difficile anche per noi crederlo, ma è così… Vedi non tutto è sempre stato così chiaro nemmeno per noi ed il fatto che il Cristallo d’Argento potesse avere un gemello era una speculazione…”
“Alquanto reale se Altair, voi… Shay siete qui!” concluse lui facendo una piccola smorfia di dolore, mentre si appoggiava nuovamente il ghiaccio sul capo.
Dal canto mio sorseggiai un sorso del mio tè e presi posto accanto ad Edward.
“Già a Great Inagua avevamo sentito parlare di qualcosa del genere, ma pensavamo a chiacchiere da bar… i pirati sono cambiati nell’aspetto, ma vi assicuro esistono ancora ed ancora vanno a caccia di tesori, ma non potevamo rimanere nel dubbio ed arrivati qui abbiamo incontrato Aphrodite… con lei abbiamo saputo di Altair e della traccia che seguiva… Ezio, se questa storia fosse vera, sarebbe una catastrofe… ed il ricordo di Eris e tutto quello che abbiamo passato con i Frammenti in tutti questi secoli al confronto parrebbero solo una favoletta della buona notte…” un modo semplice e conciso di dire che non si parlava più di potere, ma di un’apocalisse. Della possibilità di vedere cancellato ed estinto tutto ciò che per tutta la vita avevamo protetto ed amato.

Assorbire l’essenza del posto; inspirare gli odori, avvertire gli accenti ed i suoni particolari, ricostruire mentalmente la geografia e la disposizione dei punti di riferimento, immedesimarmi negli abitanti e nei frequentatori del luogo.
Era ciò che avevo imparato meglio a fare, quando avevo ricevuto il mio addestramento da assassino. Ero diventato talmente bravo che era con piacere che mi prendevo carico di questa parte delle missioni a cui partecipavo, la conoscenza dell’ambiente.
Molto spesso, immagazzinavo tali e tante informazioni che rimanevano a livello incosciente, salvo poi riaffiorare al momento opportuno. Avevo setacciato Acri in lungo e in largo, sia nella parte vecchia che in quella più recente per diversi giorni, prima di dirmi soddisfatto.
Quando Aphrodite si era aggiunta a noi, non mi stupì apprendere come lei fosse anche sulle tracce di Altair. In fondo, avevo già imparato da tempo quanto il Mentore più anziano fosse dotato di una saggezza e di una conoscenza tali da far sospettare fosse anche dotato del dono della onniscenza e della preveggenza.
Lo stimavo profondamente, e avevo mal digerito il tentativo che alcuni nella confraternita avevano fatto di provare a togliergli il rango che aveva rivestito in modo più che onorevole per secoli.
Diverso era il discorso per l’altro, attualmente unico, Mentore degli Assassini. Raccoglierlo da terra, sorreggerlo fino al nostro rifugio, fu una cosa che feci con immenso piacere. Quando inizialmente rifiutò il mio aiuto, gli sibilai malevolmente: “Vuoi prendere un’altra facciata per terra? Fai pure, ma non prendertela con me, se poi non riuscirò a trasportarti più dal gran ridere che mi farò alle tue spalle…”
La riunione per decidere il da farsi non servì comunque a placare gli animi dei presenti: quelli agitati, quelli confusi, quelli come il mio.
Non mi ero scordato il ruolo che Auditore aveva avuto nel tenermi lontano da Nike e quando lei si sedette accanto a me, non mancai di sottolineare quanto, nonostante la sua opposizione, io mi fossi alla fine preso ciò che desideravo con tutta la mia anima.
Passai un braccio intorno alle spalle della mia amata, e con studiata lentezza feci poi scendere la mia mano lungo il suo fianco, lasciandola lì, mentre con lo sguardo sfidavo quello di Auditore. Il nostro duello silenzioso durò qualche secondo, poi lui tornò a massaggiarsi la testa, pensieroso.
Nike stava parlando dell’esistenza di un secondo Cristallo, e della concreta possibilità che Cormac ne fosse alla ricerca, dato che conosceva l’Equazione.
Mi sarebbe piaciuto, tra l’altro, poter mettere le mani su quel bastardo, non solo per il pericolo che le sue azioni stavano creando per noi, ma anche per il conto aperto ed in sospeso che avevo con lui, da quando aveva quasi ucciso Nike, per poterle sottrarre il frammento di cristallo. Non sono tipo da dimenticare facilmente i torti subiti.
Fu proprio in quel frangente che, come spesso succedeva, il mio cervello mise in relazione particolari e indizi significativi.
Mi alzai in piedi, sogghignando in direzione di Auditore. Mi piaceva cogliere ogni occasione per punzecchiarlo, era una debolezza che mi concedevo sempre volentieri. “Ti fa ancora tanto male la testa? E pensare che sei stato colpito da una donna, non ti credevo tanto delicato…”
Tre paia di occhi mi fissarono stupiti. A proposito di debolezze, ne ho un’altra: non posso fare a meno di gongolare quando mi trovo un passo davanti agli altri.
“E dimmi, Shay aveva forse una giacca grigia?” Un cenno di assenso mi confermò il sospetto.
Mi girai verso Nike: “Due giorni fa, nei pressi del porto, ho notato due persone, un uomo ed una donna, uscire da un magazzino… non erano particolarmente sospetti, ma non dimentico mai nulla, e alla fine, riesco sempre a trovare quello che mi interessa…”




Avevo affrontato il ritorno al Covo di Acri come un leone in gabbia, tormentata dalle lance affilate del bisogno di uscire nuovamente fuori, tra le strade, a setacciarne ogni angolo in cerca di Altair – perchè era lì, doveva esserlo, e non mi sarei mai perdonata se me lo fossi lasciata sfuggire proprio quando ero così vicina — ma al tempo stesso rimanevo consapevole non potessi fare di testa mia. Un’azione solitaria ci avrebbe soltanto diviso ulteriormente e ciò era l’ultima cosa di cui avevamo bisogno. Anche se aspettare mi toglieva il fiato, dovevo farlo, stringendo i denti ; un altro po’, solo un altro po’, arrivo amore mio, lo giuro.
La mia concentrazione, durante la riunione, andava e veniva, seppure mi doleva ammetterlo, perchè ogni secondo che passava sentivo le fittizie lancette del tempo muoversi inesorabilmente – tempo che stavo passando seduta attorno ad un tavolo — tic, tac, un altro secondo perso, un altro minuto e così via. Tic, tac, tanto che presi ad odiare il tempo, le lancette e tutte le clessidre del mondo. E non c’era da meravigliarsi mi fossi torturata le mani per tutta la durata della riunione, stringendole, spostandole, sfregandole contro la sedia — era un bene Nike, invece, fosse rimasta calma, in modo da placare le mie parole più brusche del dovuto. La ringraziai con un breve sguardo in sua direzione. Un secondo cristallo, Shay, Altair.. si stava facendo troppo per la mia mente, la quale cominciava ad accavallare le cose, facendo vacillare le mie priorità – Shay andava fermato, ma Altair, Altair, Altair, era un’eco costante nei miei pensieri, maggiormente intenso rispetto ai giorni precedenti. Naturalmente, quindi, le parole di Edward mi fecero scattare in piedi, senza pensare, fallendo nel tentativo di rimanere ferma e composta.
« Dobbiamo.. » per qualche istante mi mancarono le parole, dopo quello slancio iniziale, « dobbiamo scoprire cosa contiene quel magazzino e.. se c’è anche solo una possibilità di recuperare Altair è nostro dovere tentare. »
C’era molto più del dovere in gioco, per me, ma quello certamente non avevo bisogno di dirlo.
( . . . ) Rabbia. Era un sentimento a me conosciuto, lo avevo provato tante volte, tuttavia  cosa provai nel vedere Altair, legato, con segni evidenti di tortura sul corpo, sarebbe dovuta essere inventata un’altra parola, da nuovo, perchè quelle esistenti non bastavano minimamente. Corsi in avanti, mettendo da parte la prudenza, fino a raggiungere la sua figura incosciente.
« Amore.. » lo sussurrai piano, le labbra vicino alla sua tempia. Poco dopo mi alzai, impugnando la catena di luce che portavo sempre con me, decisa a mettermi tra lui e chiunque gli avesse fatto del male.

C’era qualcosa in quegli Assassini che mi ricordava impressionantemente i Moon Knights, le guardia Imperiale. Di loro in ogni angolo della Galassia ne era famosa la lealtà, la cavalleria e l’incredibile capacità nel combattimento. Ovunque arrivassero nelle loro vesti argentee portavano ordine e giustizia e perfino i nemici li rispettavano. Ciò che li differenziava dagli Assassini era il Credo.
I Moon Knights seguivano ciecamente la corona, le loro azioni erano dettate dalla morale e dalle leggi della stessa ed agivano alla luce della Luna. Il loro nome doveva essere conosciuto ovunque e le loro armature riconosciuto ovunque.
Tuttavia ormai i Moon Knights erano estinti e gli Assassini parevano ai miei occhi un goffo tentativo della cara Imperatrice di sostituirli tanto che rimasi quasi delusa quando dopo la mia tortura quell’uomo parlò. Certo resistette o almeno ci provò tanto che il mio socio in quell’affare più volte volle fermami convinto che mi stavo spingendo fin troppo in là, la verità è che quegli esseri non conoscevano minimamente il senso di guerriere.
“E quelli sarebbero i Guerrieri più formidabili di cui questo pianeta è provvisto?” chiesi una volta lontana. Non ero solita lavorare con qualcuno, ma la mia esperienza mi aveva insegnato che fin tanto si avevano scopi comuni andava bene, poi una volta raggiunto il nostro obbiettivo glielo avrei strappato dalle mani.
In quel momento, coperta da una lunga veste e da un velo che mi copriva viso e capelli, camminavo accanto a Shay che ancora scosso dagli eventi non mi rivolgeva nè parola nè sguardo. Noi che eravamo diretti lì dove l’Assassino ci aveva assicurato avremmo trovato l’equazione.
“Esistono limiti che… nemmeno io oso superare… ciò che hai fatto ad Altair non è tortura… va ben oltre…”
Rimasi molto stupita del suo accusarmi così freddamente, lui che a quanto avevo capito era un traditore non di uno, ma ben due schieramenti e che non ci aveva pensato due volte ad uccidere persone considerate amiche.
“Allora forse non hai la minima idea di come vengono scelti ed addestrati i Moon Knights…” esclamai mentre ci addentrammo in un mercato di colori ed odori, non sarebbe stato facile trovare l’entrata segreta che ci era stata indicata.
“L’Imperatore li sceglie fin da piccoli e vengono sempre scelti i bambini più dolci ed altruisti. Non c’è possibilità di venir meno alla scelta, da quel momento il bambino lascia la sua famiglia ed inizia l’addestramento e questo sai da cosa inizia? Dal dolore. Dolori che nessuno osa immaginare. Torture di giorni su corpicini ancora immaturi e quando questa non è contemplata vivono in celle prive di luce.
Viene portata via loro l’ingenuità, la purezza e la capacità di sognare e poi alla fine vengono posti di fronte ai loro genitori e viene chiesto loro di ucciderli…”
“Forse la Trinity non si sbaglia… siete davvero dei mostri…” lo vidi pronunciare a denti stretti e gli occhi iniettati di puro disgusto.
“Tuttavia solo i veri Moon Knights non eseguono la richiesta e nonostante tutto quello patito continuano ad essere empatici, coraggiosi e giusti. E’ la persistenza al dolore, alla morte ed all’oscurità a renderli formidabili Cavalieri che sono… Mi sono basata su questo, avevo appena iniziato quando quell’Assassino ha parlato…”
Fu allora che il nostro camminare si fermò quando presa violentamente venni sbattuta al muro da Shay che portò il suo viso ad un centimetro dal mio. Lo guardai per niente impressionata nè impaurita.
“Non mi interessa delle usanze barbare del tuo pianeta… non accetto che tu pensi che qui siano leciti… Altair era nostro prigioniero? Sì. Non avrebbe parlato? Ovvio è una persona troppo leale. Ma ucciderlo e farlo tornare in vita più e più volte? E’ inumano…”
“Pensavo che l’Alito di Vita fosse un’usanza comune anche qui… l’ho rubata ad un mercante che l’aveva rubata ad una strega… purtroppo tende ad esaurirsi dopo averla usata tre volte…” raccontai con estrema semplicità, ma a quello Shay reagì lasciandomi di colpo deciso a non perdere ulteriore tempo con me quanto perchè aveva finalmente visto ciò che stavamo cercando e quando allontanandosi si mise a studiare il finto muro per capire come entrare io non riuscì a trattenermi dal porgli una domanda.
“Forse hai ragione, gli orrori che ho visto mi hanno prosciugata di ciò che un tempo ero, ma tu? Non capisco le tue azioni… dici di essere un nemico degli Assassini e poi quando parli di loro sento nella tua voce solo ammirazione, ti definisci un Templare ma contesti la loro posizione, affermi di essere un lupo solitario eppure non ti dividi mai dall’anello del Ducato di Marte… anzi a proposito di questo sarei davvero curiosa di scoprire come ne sei venuto in possesso…” la mia curiosità da mercenaria aveva avuto la meglio, ma ben presto la stessa dovetti metterla da parte quando il passaggio segreto di fronte a noi si aprì e la strada verso l’equazione si faceva sempre più corta.




Ero consapevole di essere fuori dalla grazia di qualsiasi Dio, esistente o meno, sapevo di esserlo da molto tempo e non avevo mai cercato di negarlo, nemmeno a me stesso, nemmeno nei momenti peggiori. Avevo commesso azioni di cui non andavo del tutto fiero, avevo condotto la mia vita come un fantasma, ai margini del mondo, vivendo e respirando solo in funzione delle missioni che portavo avanti — eppure, in tutti questi anni, non avevo mai voltato le spalle ad un personale codice morale, un limite che mi ero prefissato e non mi ero mai permesso di superare, in nessuna circostanza. Avevo mentito, omesso, ingannato, manipolato, tradito, ucciso — e la lista di peccati non era neanche completa, ne avrei probabilmente saputi elencare altri se mi fossi impegnato — ma ciò che aveva fatto Pandia ad Altair andava al di là di qualsiasi nefandezza avessi mai commesso. Era capitato avessi dovuto calare la mano più del dovuto, per ottenere informazioni sensibili e necessarie, ma non mi era mai piaciuto, avevo sempre preferito evitarlo ; c’era qualcosa, nell’infierire in quel modo contro qualcuno che non poteva difendersi, che mi aveva sempre contorto spiacevolmente lo stomaco, che mi faceva sentire sporco, dalla parte del torto.
Guardavo le ferite sul corpo dell’Assassino con la mascella contratta e i denti stretti, mentre a stento riuscivo a sopportare il pensiero di incrociare lo sguardo di Pandia. Non era così che sarebbe dovuta andare. Non era un trattamento inumano che ero solito riservare ai miei prigionieri. Di umano, in ciò che aveva fatto, non c’era niente, neppure l’ombra e mi disgustava nel profondo, non ero in grado di chiudere un occhio e far finta di niente, di fronte a qualcosa del genere. Dubitavo, in vero, me ne sarei dimenticato tanto presto — e poco mi importava se avesse pensato fossi debole, o qualsiasi altra cosa avesse potuto pensare lei. Non era un buon momento, quindi, per cercare di iniziare una discussione tanto delicata, per provocarmi una reazione, o anche solo semplicemente per cercar di comprendere meglio ciò che non la riguardava. M’infastidiva il solo sentirla riferirsi, seppur vagamente, ad Ares, ancor più di quanto potesse fare mentre cercava di definire la parte che avevo scelto anni ed anni fa. Strada che, lo riconoscevo, aveva subito un grave scossone dopo Eris e i suoi piani che non sarei mai stato disposto a condividere, ma che certamente non avrebbe potuto ricondurmi agli Assassini, non quando si erano sì guadagnati il mio rispetto, ma ero pur sempre in grado di vedere delle falle nel loro operato. I templari non mi avrebbero mai accettato nuovamente tra loro — Haytham, certamente, non lo avrebbe mai fatto, tanto che non ero neppure sicuro mi avrebbe lasciato in vita, se ci fossimo rivisti —, con gli Assassini non vedevo molte altre possibilità, dunque ero diviso a metà, costretto a prendere un percorso che si differenziava da entrambi, almeno per il momento. Ma tutto quello Pandia non aveva motivo di sentirmelo dire — l’unica persona con la quale sarei stato disposto ad aprirmi era, idealmente, a chilometri di distanza. Non ci fu, ad ogni modo, occasione di aggiungere altro, se non: « Non adesso. Abbiamo compagnia. »
Controllai, di riflesso, Ares non fosse tra il piccolo team composto da Assassini e Guerriere, sebbene ciò non mi aiutò a rilassarmi del tutto, ancora teso per il confronto di poco prima, dunque quando parlai la voce mi uscì più pungente e sprezzante del previsto.
« Come ci si sente a muoversi nel buio, senza avere idea di ciò che vi sta veramente davanti? O chi.. »

Il magazzino pareva disabitato, abbandonato. Auditore era dell’avviso di rimanere di guardia qualche tempo, prima di provare ad entrare, per essere certi che non ci fosse davvero nessuno, ma Aphrodite non si preoccupò minimamente di dargli retta.
Sapevo quanta impazienza avesse la guerriera, e quanto i suoi unici pensieri fossero per Altair.
Lo sapevo e comprendevo pienamente la sua preoccupazione; anche io mi ero trovato più volte a temere per la vita di Nike, ed anche io sarei passato sul cadavere di chiunque pur di proteggerla. Che Auditore non lo capisse, non lo tenesse in considerazione, che pensasse solo ed esclusivamente alla buona e perfetta riuscita della missione era uno dei suoi tanti limiti, probabilmente il maggiore, dal mio punto di vista. Molto spesso, era così compresso nel suo ruolo da sembrare inumano, senza sentimenti, con il sangue freddo e blu.
Così, uscii dal nostro nascondiglio e seguii Aphrodite all’interno del magazzino. Nike mi raggiunse subito dopo.
Il luogo era semibuio e odorava di muffa; si capiva che chi lo aveva utilizzato se ne era servito poco e per uno scopo ben preciso.
In una pozza di luce solare trovammo il corpo immobile di Altair.
Mentre Aphrodite correva in suo soccorso, analizzai meglio l’ambiente circostante. Nessun segnale di pericolo, nessuna incongruenza eppure…
La voce ci colse alle spalle: « Come ci si sente a muoversi nel buio, senza avere idea di ciò che vi sta veramente davanti?”
La figura era in effetti appena visibile nella penombra del locale, distante pochi passi dall’entrata, ma il timbro della voce di Shay Cormac era impossibile da confondere.
Non mi presi il tempo per rispondergli – non ho mai amato i duelli verbali. Scattai come un ghepardo, e gli fui addosso.
Tra di noi c’erano dei conti in sospeso, come ho già detto, ed ora se ne aggiungeva un altro: era lui il responsabile della tortura atroce fatta al nostro Mentore. E la avrebbe scontata.
Con il mio peso lo scaraventai a terra, io sopra di lui, un ginocchio affondato nel suo stomaco. Feci scivolare fuori la lama celata, poi la ritrassi. No.
Per quello che aveva fatto, una morte simile sarebbe stata un onore che lui non meritava.
Le mie mani erano già intorno al suo collo, prima che potessi deciderlo. E dopo, comunque, trovai giusto che fosse così.
Stringevo sempre di più, volevo sentire ogni singolo spasmo di quel bastardo, mentre l’aria cominciava a mancargli. Sorrisi. I suoi occhi cominciavano ad appannarsi, una vena pulsava sempre più evidente sulla tempia.
Ares, Nike, Altair. Non pensavo ad altro, solo che finalmente la giustizia stava facendo il suo corso, e quel cane non avrebbe più potuto nuocere a nessuno.
D’improvviso, mi ritrovai scagliato un paio di metri più in là, e persi la presa sul collo del templare.
L’attimo successivo, mentre smaltivo la sorpresa, un dolore potente mi invase il corpo, partendo dal fianco destro in cui ero stato colpito. Boccheggiai, portandomi la mano alle costole; due sicuramente erano rotte. Un treno, o qualcosa del genere, mi ha investito…
Solo allora mi ricordai che qualche giorno prima avevo visto un’altra persona assieme a Cormac.
La punta di una lama si appoggiò alla mia gola, conficcandosi dolorosamente. Fui costretto ad alzarmi, mentre anche il templare, pallido e ansimante, si tirava su a fatica.
Trovò comunque il fiato per schernirmi: ”O chi..”
Mi guardai intorno, la scena sembrava cristallizzata. Aphrodite inginocchiata vicino ad Altair, Nike con i pugni stretti e gli occhi che lampeggiavano pericolosi mentre fissava la ragazzina che mi stava minacciando con una corta spada.
La valutai velocemente: se fosse stata umana, avrei potuto sopraffarla senza neanche impegnarmi, anche con una lama alla gola. Il punto però, ero proprio quello. Se fosse stata umana.
Lei sorrise in risposta al mio sguardo, mentre nel suo lessi qualcosa di molto simile alla delusione.
”Sei così debole, Assassino… è così semplice uccidervi, che non provo neanche piacere a farlo…”
Poi si girò a guardare Nike: “Non è forte come noi, vero?”
Mi mossi impercettibilmente, per guadagnare un vantaggio che mi permettesse anche solo lontanamente di potermi svincolare dalla situazione di stallo, ma lei se ne accorse, e mosse la lama con destrezza, lasciandomi una scia di fuoco sul collo.
Nike urlò, supplicandomi di non muovermi, mentre Auditore…
Arricciai le labbra, mascherando con un’espressione di sfida il ghigno che non riuscii a reprimere, mentre mi rendevo conto che di lui non si era vista traccia, da quando eravamo entrati nel magazzino.




La situazione era in stallo. Con le mani legate mi guardavo intorno rendendomi conto che gran poco avrei potuto fare senza causa danni.
Aphrodite dietro di me era piegata su Altair privo di coscienza, la vedevo ribollire d’ira quanto meno desiderosa di scagliare la sua catena di luce intorno al collo dei due di fronte a noi, ma ahimè nemmeno noi eravamo tanto veloci da reagire senza impedire che la donna dal viso coperto uccidesse Edward. In circostanze diverse avrei forse sfidato la sorte, ma mi bastava guardare come avesse conciato il Mentore per sapere che non scherzasse, oltretutto il suo modo di parlare non nascose le sue origini. Parlava con un forte accento nettuniano, uno che forse ai terrestri sarebbe parso duro quanto le lingue dell’est europa, ma che per noi che venivamo dalle stelle non lo avremmo confuso con nient’altro. Era strano però. Una nettuniana che non fosse una strega? Quello mi creò dei dubbi che in quel momento non ebbi il lusso di sciogliere.
Tenevo semplicemente i pugni stretti lungo i fianchi e ribollivo di energia statica la stessa che riempì l’aria nello stesso momento in cui Auditore fece il suo ingresso trionfale.
Lo avevo visto camminare accucciato sull’alto tubo del magazzino e mi ero mossa nello stesso momento in cui cadendo dall’altro separava Edwward dalla donna che lo teneva sotto tiro, così come io allungai una mano per fulminare la mano di Cormac che bruciandolo non poco gravemente lo costrinse a far cadere la pergamena che in mano aveva.
Auditore fu su di lui, mentre io mi mossi per rincorrere la guerriera che con un movimento repentino del braccio scagliò della luce lunare verso il tubo su cui poco prima era l’Assassino facendolo così crollare e di fatto impedirmi di inseguirla, mentre questa scappava.
Imprecai prima di tornare indietro, sinceramente anche alquanto preoccupata per Edward, non senza rimuginare su ciò che avevo visto. Luce lunare? Aveva davvero usato luce lunare?
Come diavolo era possibile? Solo Selene possedeva tale potere e da quanto sapevo non esisteva nessun altro in tutto il resto dell’Impero.
Troppi pensieri mi vorticavano nella mente, tanti che quando tornai indietro quasi non mi diedero modo di notare subito il fatto che nè Ezio nè Shay fossero più presenti.
Sperando che almeno lui avesse successo corsi al lato di Edward e preoccupata ne osservai la ferita non prima di posargli una mano sul viso e spostarne i lunghi capelli biondi appiccicati alla fronte.
“Farà male… lo sai vero?”
“Come se non lo avessi fatto prima…”
Mi beffeggiò lui tanto che ghignando al suo solito modo di fare, anche quando era dolorante, gli posai una mano sul fianco e rilasciando la mia energia gli cauterizzai la ferita. Bruciò. Urlò. Ma quanto meno avevamo fermato l’emorragia, tornati al covo poi lo avrei pulito e fasciato a dovere. Ora però riusciva a rimettersi in piedi e seppur a fatica a camminare senza il mio aiuto.
Fu così che entrambi raggiungemmo Aphoridte che preoccupata continuava ad accarezzare la fronte di Altair. Era sudato. Tremava. E bofonchiava qualcosa come in preda ad un delirio febbrile.
“E’ bollente Nike…” mi disse con voce rotta la mia consorella. Era terrorizzata come poche volte l’avevo vista.
“Questa non è solo tortura fisica… lo riconosco…” la sua mandibola tremava.
L'”Alito di Vita” non era usato da delle streghe qualunque. No. Era prerogativa di una famosa tribù amazzone di Venere. Conosciute per la loro avvenenza, bellezza e spietatezza lo usavano per rendere folli gli uomini e piegarli al loro volere. Erano temute forse più di qualsiasi altra minaccia nell’Impero anche se esse erano niente di meno che la Guardia Ducale del pianeta.
Aphrodite aveva visto molte volte sua madre usare i loro servigi e seppur non ne aveva mai condiviso la scelta non aveva mai avuto gran voce in capitolo per cambiare le cose.
“Dobbiamo riportarlo al Covo il prima possibile. Poi spero di trovare su questo pianeta tutti gli ingredienti necessari per prepararne un antidoto e poi non mi resta altro che rivolgermi agli Dei… perchè non posso curare la sua anima…”
“Ma puoi curare il suo cuore… Aphrodite… Se c’è qualcuno che conosce il potere dell’amore sei tu…”
Inginocchiata accanto alla mia amata sorella le accarezzavo la schiena cercando di darle la mia forza ed il mio appoggio. Era strano. Perfino per me. Mai l’avevo vista tanto spaventata. Tanto fragile.
Sapevo che le parole che le avevo rivolto potevano apparire banali, ma l’Amore per un venusiano non era semplice parola come per qualsiasi altro abitante della Galassia, terrestri compresi, era una vera e propria magia. Una forza che risidieva in loro e gli donava non solo la loro incredibile bellezza e perfezione, ma anche capacità uniche e potenti.
Ancora ferme in quella posizione quasi non ci accorgemmo del ritorno di Auditore, se non fosse stato che Edward ci avvisò. L’Assassino era tornato e non a mani vuote…

Quando tornai al magazzino, soltanto Kenway mi venne incontro.
Le due guerriere erano chine su Altair, che si agitava leggermente, come in preda ad una grande febbre.
Strinsi i denti: non potevo accettare di vederlo in quelle condizioni ma soprattutto, non ero pronto a perderlo. Se davvero fosse successo, mi sarei alleato con il diavolo in persona, per poterlo vendicare. Nonostante il mio passato, nonostante la certezza di aver passato gli anni della mia giovinezza nel mortifero abbraccio di una pessima consigliera, la vendetta, per lui sarei stato disposto a passare nuovamente in mezzo ad una simile prova.
Kenway mi si parò davanti, costringendomi a fermarmi: il suo sguardo si spostava in continuazione da me al prezioso carico che avevo tra le braccia. Dietro i suoi occhi vedevo muoversi pensieri e sentimenti, ma alla fine, con tono quasi di considerazione, mormorò: ”E così sei riuscito a prenderla… ma come è andata?”
Con lo stesso tono basso gli risposi: ”Sono stato più furbo e fortunato di lei, in fin dei conti. L’ho seguita dall’alto, passando per i tetti, fino a che non si è fermata. Era convinta di aver seminato ogni possibile inseguitore, anche se non è mai riuscita a scorgermi. Ho atteso il momento favorevole, quando ho trovato un muro abbastanza pericolante che è crollato opportunamente al suo passaggio…”
”L’hai seppellita sotto un muro?”
Inarcò le sopracciglia tra lo stupito e il divertito: sì, per un attimo avevo temuto di aver davvero esagerato, ma non potevo usare mezze misure, contro un simile avversario. Abbassai lo sguardo sulla sconosciuta, lacera e sporca, ma viva.
Fu strano vedergli nascere una sorta di ammirazione nei miei confronti, quando mi diede una leggera pacca sulla spalla: ”… ben fatto, fratello!”
Superai il mio compagno e adagiai delicatamente, come se fosse una bomba pronta ad esplodere, la prigioniera vicino al corpo di Altair.
Giaceva in uno stato tale che sembrava impossibile poterlo salvare, anche prosciugando l’intero Pozzo di Lazzaro per provare a guarirlo. L’espressione di Aphrodite me lo confermava.
Spostai la mia attenzione sulla ragazza. Mi pentii, per una frazione di secondo, di averla lasciata in vita, che l’onore ed il Credo mi avessero trattenuto dall’ucciderla, mentre al contrario mi avevano imposto di disseppellirla da sotto le macerie e riportarla al magazzino.
Mi scrollai di dosso queste riflessioni. Era necessario agire, ora.
Parlai con Nike, l’unica tra le guerriere che sembrava in grado di prendere decisioni più lucide, al momento. Avevo un’idea e ritenevo giusto renderla partecipe.
”Dobbiamo decidere cosa fare di lei. Quando si sveglierà, dovrà trovarsi in un luogo in cui le sarà impossibile scappare o fare altri danni”
”Non c’è posto più sicuro di Nanda Parbat!”
”Esatto…”
Assentii; lei fece un mezzo sorriso, capendo dove volevo andare a parare: ”Stai pensando alla camera di contenimento?”
”Selene non c’è, quindi chiedo a te il permesso di utilizzarla, e di portare questa… persona lì, in attesa di scoprire più informazioni. Da dove viene, quali sono i suoi piani, perché era in combutta con Shay Cormac, intanto per cominciare…”
Nike rifletté per qualche minuto, lo sguardo fisso nel mio. Lo sostenni, sapendo che si trattava di una valutazione delle mie intenzioni. Non mi risentii. Non volevo più riaprire le ferite del sospetto e del disaccordo tra Assassini e Guerriere. Anzi, stavo chiedendo proprio a loro il permesso di gestire di comune accordo questa situazione, cosa che una volta non avrei mai fatto.
”Avviserò Selene appena avremo portato Altair al sicuro, ma ora, concordo, la soluzione migliore è di trasportare la prigioniera dove hai proposto tu, Mentore” Il suo tono si fece sofferto: ”Ovviamente, non potrai scortarla da solo, sarebbe meglio che Edward ti accompagnasse nel viaggio…”
Raccolsi il corpo da terra.
”Partiremo immediatamente. C’è un’entrata di Nanda Parbat a poche ore di macchina da qui. Nike, per favore…” Feci una pausa ”…riferisci all’Imperatrice che la attendo quanto prima”
Camera di contenimento. Situata in un’ala secondaria del palazzo principale, non era un luogo qualsiasi.
In passato era stata utilizzata molto di rado, ma l’allora Principessa aveva voluto che esistesse anche sulla Terra un luogo dove i loro poteri speciali venissero annullati.
Mi era sempre sembrato un capriccio folle, ma ora cominciavo a vedere la saggezza della sua decisione.
Era lì che portammo la donna, ancora svenuta. La stanza era arredata in maniera lussuosa, anche se lo stile era antiquato e leggermente esotico, e aveva poco in comune all’idea della prigione, quale in effetti era.
La posai su un divano di velluto scuro. Kenway chiuse dietro di sé la porta, che poteva aprirsi solo dall’esterno. Avevamo concordato che sarebbe rimasto lì fuori di guardia, impedendo a chiunque di entrare.
Non volevo che la notizia della nostra ospite particolare si spargesse anzitempo. Volevo prima avere il tempo di chiarirmi le idee, e di confrontarmi con Selene.
Mi sedetti su una poltrona, vigile, senza perdere di vista un solo secondo la figura ancora immota.




Lo stato in cui ero caduto era definito da dove proveniva Aphrodite “tormento dell’anima”. La stessa strappata alla morte era come se rigettasse il corpo che al contrario lottava per trattenerla. Questo provocava una dannazione che da fuori appariva come una febbre alta e delirante, ma che per il soggetto colpito era un tormento derivato dai suoi demoni interiori. Questi si cibavano dell’anima come bestie feroci creando un fortissimo dolore fisico, ma anche spirituale che lentamente portava i soggetti alla follia o alla morte.
Aphrodite ne aveva visti di uomini torturati in quel modo e ricordava che il dolore che provavano era tale che spesso erano loro stessi a togliersi la vita nei modi più oscuri e crudeli possibili. Era come se il dolore interiore fosse così insostenibile che lacerarsi le viscere con numerose pugnalate, ad esempio, non fosse nulla al confronto.
Sua madre aveva usato spesso quella tecnica contro i suoi oppositori mostrando come un pianeta come Venere, dedito all’estetismo, non curasse affatto la bellezza della morte.
Per me era impossibile capire quanto ed in che modo il tempo passasse, tanto che solo Aphrodite rimase ad Acri al Covo. Decisa a non abbandonare mai il mio fianco. La pozione che creò riuscì a curare i miei sintomi fisici, a far abbassare nei giorni la febbre e darmi quasi una parvenza di tranquillità, ma la mia lucidità non tornava.
Non ero addormentato. Nè sveglio.
Gli occhi velati di bianco erano intrappolati nei miei incubi ed io stesso sentivo la lucidità abbandonarmi giorno dopo giorno.
Inaspettatamente un dì si presentò al Covo un’assassino, era un giovane di bassa lega, ma al contempo un fidato messaggero di Auditore. Chiese di poter vedere Aphrodite e le consegnò una piccola ampolla contenete del fluido dorato. L’oggetto era accompagnata da una lettera di Selene che l’avvertiva che stavano cercando di far parlare la prigioniera e che nonostante per ora non si era dimostrata un granché collaborativa, pareva sinceramente pentita delle sue azioni e che per questo aveva dato loro un’ampolla di “Ius Vitae” come per l'”Alito di Vita” esso era uno dei tanti oggetti ottenuti nella galassia, mercanteggiando o rubando, e che per la Guerriera parve un miracolo degli Dei.
Lo “Ius Vitae” era raro da trovare anche quando l’Impero e le Colonie esistevano ancora, l’unico antidoto alla tortura della tribù amazzone di Venere. Veniva creato dalle loro lacrime in un attimo di pura pietà, ma considerando che erano donne senza scrupoli incapaci di provare empatia e piangere crearlo era quasi impossibile. Anche perchè mai aveva mostrato la sincera compassione necessaria a salvare un’anima che loro stesse avevano dannato.
La sensazione a bere quella pozione era di calore, ma soprattutto di serenità e pace. Una che immediatamente fece cessare i miei brividi, le mie convulsioni, i miei incubi, le mie paure e i miei sussurri. Gli occhi tornarono normali e per la prima volta da giorni mi addormentai. Tranquillo.

Probabilmente, se solo non avessi occupato quasi ogni momento di quei giorni terribili, che sembravano esser usciti dai miei peggiori ricordi del mio pianeta, con qualcosa di ben preciso da fare, non sarei riuscita a mantenermi lucida abbastanza. Sarei crollata, spezzata dal peso degli eventi, dall’immenso dolore in cui era immerso Altair, mi sarei lasciata andare al pianto disperato del quale mi sentivo costantemente sul ciglio — non potevo permettermelo, non quando Altair aveva bisogno rimanessi salda sulle mie gambe, coerente nei miei pensieri e nelle mie decisioni ; non che ve ne fossero molte da prendere in una situazione del genere, ad ogni modo. C’era solo lo stringere i denti e pregare ciò che stavo facendo per lui fosse abbastanza da fare una differenza, che riuscisse a risanarlo tanto nel corpo quanto, soprattutto, nello spirito. Quest’ultimo, in particolar modo, mi preoccupava maggiormente, in quanto era infinitamente più complesso e una volta spezzato—— no, dovevo allontanare quanto possibile simili pensieri dalla mia mente, soffocarli ancor prima che nascessero, perchè non erano altro che spine velenose pronte a conficcarsi dritte nel mio cuore.
Avevo perso, ormai, il conto delle ore passate — senza interruzione alcuna — all’interno della camera che era stata riservata ad Altair, al covo di Acri, sebbene fossi piuttosto certa d’averne superato le trentasei. Raramente mi ero permessa di chiudere gli occhi, se non per appena qualche minuto, decisa a rimanere vigile e monitorare ogni minimo cambiamento nella condizione di Altair ( conoscevo bene i danni inferti da quella tortura, ma mai prima di quel momento avevo avuto opportunità di osservarli tanto da vicino, in quanto mia madre non lo aveva mai ritenuto uno “spettacolo” adatto alla corte ), ad asciugargli il sudore dal viso, il tutto parlandogli in continuazione, nella speranza la mia voce potesse essergli di qualche conforto — e, perchè no? Fonte di energia alla quale potesse attingere. Avevo passato ore ed ore a ricordare ad alta voce del tempo passato assieme, dei nostri incontri sotto le stelle, oppure ancora di ciò che mi aveva fatto pensare a lui, durante i lunghi anni passati lontani l’uno dall’altra, non lasciandomi abbattere dalla consapevolezza i suoi occhi fossero rimasti velati tutto il tempo. Era ancora lì, lo sapevo, non potevo credere fosse perso per sempre.
( … ) Solo quando lo “Ius Vitae” scivolò oltre le sue labbra, dunque, permisi alla stanchezza di vincere la mia risolutezza. Appoggiai la testa alle braccia incrociate sul materasso e mi addormentai in pochi istanti, per la prima volta priva del tormento di saperlo in preda ad atroci sofferenze.
Quando mi svegliai, ore dopo, mi sporsi verso di lui con un sorriso reso tremante da una commozione di puro sollievo, baciandogli la fronte e poi le palpebre.
« Sapevo ce l’avresti fatta, habibi. »




Aphrodite non lasciò mai il mio fianco e potei dire in secoli che la conoscevo che per la prima volta vidi un lato di lei diverso. Uno che mai mi aveva mostrato.
Conoscevo la sua fierezza. Il suo gusto per tutto ciò che fosse bello, dalle arti alla musica. Apprezzavo la sua forza e la sua caparbietà. Amavo la sua sensualità innata e la sua arte amatoria. Ma mai avevo visto così da vicino la sua compassione, la sua dedizione, la sua lealtà ed il suo spirito caritatevole.
Lo “Ius Vitae” mi rimise in sesto completamente anche se per qualche giorno rimasi ancora bloccato a letto come se stessi smaltendo una brutta influenza, ma il peggio era passato anche se le domande ed i dubbi erano ancora molti.
Tuttavia se c’era una cosa che tutta quella brutta storia mi aveva insegnato era che per i demoni interiori non sparivano mai del tutto, rimanevano sempre lì sopiti sotto la superficie e condizionavano la vita e le scelte che si facevano. Per questi i rimorsi e i rimpianti si creavano e per questo nessun uomo poteva mai dirsi totalmente e completamente felice.
Dunque per una volta ogni tanto decisi di essere imprudente, egoista ed avventato -tutte caratteristiche che non mi appartenevano- ed ignorare le mie voci interiori. Seguire il cuore e fare solo quello che mi sentivo.
Aphrodite mi aveva appena portato il pranzo che avevamo consumato insieme, come sempre, lei seduta sul letto accanto a me, quando vedendola mettere il vassoio da parte sul comodino accanto ed avvisarmi un po’ delle novità che venivano da Nanda Parbat… io la zittì.
Questo la confuse. Ero il primo a voler rimanere sempre aggiornato, a stare con la testa sempre concentrato sul lavoro e mai come in quel momento capire quali forze si stavano muovendo nell’ombra, ma ero anche convinto che se ci fossimo presi un’ora solo per noi il mondo non sarebbe finito.
Rimasi immobili dunque con il mio dito sulle sue labbra e sorridendole mi voltai dalla parte opposta lì dove sotto il cuscino, quando lei si era assentata per andare a prendere il pranzo, avevo nascosto qualcosa.
Era una scatolina molto piccola ma finemente decorata con motivi moreschi. Qua e là era impreziosita da lacrime di quarzo rosa ed azzurrite che le davano luce. Quando la porsi ad Aphrodite la vidi accarezzarne i contorni capendo molto bene che doveva essere qualcosa di molti antico e prezioso. Al suo interno vi era un anello semplice con incastonato un piccolo diamante dalle mille sfaccettature. Sorrisi curioso di come tutte quelle fossero pietre legate strettamente al suo pianeta di appartenenza. Oltre che rappresentare parti di lei…
“L’azzurrite è simbolo di desiderio e verità…” esclamai con voce lenta e bassa, mentre lei ancora era con lo sguardo fisso sull’anello. Interdetta.
“Il quarzo rosa simboleggia per antonomasia l’amore ed il diamante… bè è libertà, energia, giustizia… insomma tutto parla di te, anche se…”
Tossicchiai appena ridendo, mentre cercando di mettermi a sedere più comodo ancora qualche dolore sparso qua e là mi faceva arricciare il naso.
“Anche se un tempo rappresentava qualcun’altra…” quella mia frase la irrigidì. Non pensai che nella sua mente saettarono pensieri non troppo felici, come che quell’anello fosse appartenuto a Maria, ma quando lessi una leggera nota contrariata sul suo viso decisi di precisare.
“Apparteneva a mia madre e no… non l’ho mai dato a nessuna… nemmeno a Maria…” nemmeno a quella che un tempo era stata mia moglie e la donna che credevo che avrei amato più di qualsiasi altra cosa.
“Non te l’ho mai chiesto… in effetti non so se sul tuo pianeta funziona così, ma…” presi un gran respiro. Era il momento.
“Mi vuoi sposare Aphrodite?”

Un piacevole e dolce aroma di fiori permeava, ormai, la stanza in ogni sua parte. In quei giorni di quiete mi ero adoperata a rendere l’ambiente il più fresco e rilassante possibile, perchè quelle mura avevano cominciato a rassomigliare troppo, nella mia mente, a ciò che erano quasi diventate ; un sudario, un luogo tetro dove porgere gli ultimi saluti. Peonie sul comodino, accanto al letto, e gigli sul davanzale, mossi piano dalla lieve brezza del pomeriggio — poteva sembrare una scelta presa solamente in base al gusto personale, ed invece vi era una simbologia ben precisa da cogliere, se si sapeva dare il giusto peso a certi dettagli ; le peonie rappresentavano il nostro amore, ma anche la sua nobiltà d’animo e la speranza che entrambi nutrivamo di poter vivere in pace. I gigli, invece, erano fiori dalla struttura interessante, in quanto si piegavano senza mai rompersi, proprio come lui. Ne accarezzai uno in punta di dita, con affetto, prima di sedermi a gambe incrociate sul letto che io ed Altair dividevamo, un sorriso ben visibile sul mio volto, adesso disteso e privo del pallore sinistro che lo aveva pervaso incessantemente durante i momenti peggiori della convalescenza di Altair. Affermare quanto sembrassi, adesso, radiosa, quasi la mia pelle fosse coperta da un sottile velo di lucentezza, poteva sembrare materiale da romanzo rosa, un espediente per sottolineare quanto fossi felice, era per me — invece — da intendere in modo assolutamente letterale ; l’amore, su venere, era estremamente raro, considerato con la massima importanza, in quanto a noi venusiani era concesso donare il nostro cuore ad un’altra persona solo una volta, nella vita — un atto che ci avrebbe vincolato per sempre. “Dove morirai tu, morirò anch’io”, erano parole prese dal tipico giuramento matrimoniale venusiano, le quali avevano un’effettiva valenza, in quanto un abitante di venere raramente sopravviveva alla morte del partner e, nel caso lo avesse fatto, si diceva sarebbe stato condannato ad un’esistenza vuota, priva di qualsiasi gioia. Alcuni cadevano in un sonno impossibile da spezzare, altri impazzivano, la maggior parte si ammalava fino a morire lentamente. Il rovescio della medaglia di un sentimento tanto intenso e celebrato.
Avevo sentito lo Ius Vitae scorrere in me, seppur indirettamente, ed il mio corpo era tornato a funzionare correttamente, mano a mano che anche Altair si riprendeva —— la consapevolezza fossi legata a lui fino a questo punto, in realtà, non mi spaventò, dal momento che da tempo sapevo fosse lui, l’unica persona che avrei amato con tutta me stessa.
Altair riuscì, comunque, a cogliermi di sorpresa, con la sua proposta di matrimonio, dunque rimasi immobile per qualche secondo, senza osare nemmeno respirare e non avrei voluto, davvero, tuttavia lacrime presero a scivolarmi sul viso, prima che potessi fermarle. Le avevo soffocate troppo a lungo, del resto, ed in questo momento non possedevo la prontezza necessaria per farlo. Ma andava bene così, non erano motivate da alcuna tristezza o angoscia.
« So la risposta a questa domanda da molto tempo, Altair. Ed è sì, che tu me lo chieda adesso o tra cento anni. » gli presi il viso tra le mani, con un largo sorriso sulle labbra, non preoccupandomi nemmeno di asciugarmi le guance « Il matrimonio venusiano non è poi così dissimile da quello terrestre.. anche se vi è qualche sostanziale differenza. »

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