Moonlight's Creed (Original Series)

Episodio 2×07

Present #2018: London

Per quanto essere un Assassino, con tutto ciò che ne comportava — missioni, combattimenti, inseguimenti e tutto il resto — fosse una parte della mia vita alla quale non potevo, nè volevo, rinunciare, dovevo ammettere che era quello il mio ambiente naturale, i pub inglesi, dove le voci si confondevano ed amalgamavano tra loro in un brusio indistinto, interrotto dal cozzare dei boccali tra loro e buona musica — ancora meglio se dal vivo! — rendeva piacevole l’ambiente al punto giusto. Fin da ragazzino, non avevo mai saputo dire di no a posti del genere e, non a caso, quello che era nato come atto di ribellione nei confronti di mio padre si era trasformato, un po’ senza che me ne accorgessi, un amore vero e proprio.
Ad ogni modo, uno dei miei locali preferiti della capitale era un piccolo pub a Paddington, dall’aria intima ed allegra, dove venivo sempre accolto con entusiasmo dagli ormai familiari baristi e mi fermavo sempre fino all’orario di chiusura, intrattenendomi — ed intrattenendo a mia volta, perchè sia mai che non dessi spettacolo.. era una questione di orgoglio, quasi! — a giocare a freccette e, perchè no, facendo nuove conoscenze. Le quali si potevano rivelare interessanti, o meno ; quella sera, tuttavia potevo tranquillamente affermare che la ragazza conosciuta poco prima avesse lasciato una discreta buona impressione! Anche se, con mio rammarico, se ne era andata senza nemmeno darmi il suo numero di telefono, lasciandomi con solo il suo nome e la consapevolezza fosse un tipo piuttosto tosto, dal carattere deciso, insomma qualcuno che faceva al caso mio. Non aveva riso forzatamente alle mie battute, nè aveva voluto a tutti i costi rendersi piacevole ai miei occhi. Era stata, inoltre, una buona conversazione, affatto noiosa, cosa da non dare per scontata! Lara, mh? Inutile dire sperassi di ribeccarla lì, una sera, per quanto non mi sembrasse una cliente abituale. Fu quasi per caso, però, che l’occasione per rubarle un altro paio di minuti si presentò proprio sotto i miei occhi, quando lo sguardo mi cadde sullo sgabello che aveva occupato non molto tempo prima. Aveva dimenticato il cellulare, forse le era caduto dalla borsa o dal giacchetto, fatto stava che dovevo darmi una mossa, prima che si infilasse in metro o salisse su un mezzo! Lo presi e corsi fuori, scorgendola per un soffio, appena prima di vederla scomparire all’interno di una via laterale, stretta e poco illuminata, la quale — ovviamente — non esitai minimamente ad imboccare a mia volta.
« Hey! »
Non ci voleva certo un genio per capire che la compagnia che aveva trovato era tutto, tranne raccomandabile, composta da criminali di scarso livello, ma pur sempre armati. Ci misi un attimo solo, ad infilarmi il tirapugni alle dita e passare all’attacco con l’intenzione di spaventarli abbastanza da farli sgomberare alla svelta — mica potevo tirare fuori la pistola, dopotutto! Ma tu guarda, se dovevano mettermi i bastoni tra le ruote proprio quella sera…

Era da un’infinità di tempo che non entravo in un pub, da quando la mia vita aveva ancora una parvenza di normalità. Quella sarebbe stata una delle serate più normali degli ultimi tempi se non fosse stato che ero lì per una missione, anzi, un favore.
Un vecchio amico di mio padre, un certo Adrian McKay, mi aveva contattata qualche giorno prima. Mi chiedeva di avvicinarmi ed infiltrarmi negli Assassini, gruppo affiliato alla Trinity, e passargli tutte le informazioni possibili. Ovviamente non me lo feci ripetere due volte. Quando poteva ricapitarmi un’occasione del genere? Potevo finalmente vendicarmi, rendere giustizia a mio padre, e soprattutto potevo farlo dall’interno, boicottando gli alleati dei suoi assassini. Per fare ciò però dovevo incontrare casualmente uno di loro. Dopo varie ricerche ero arrivata ad un certo Jacob Frye, cliente abituale del pub londinese in cui mi trovavo in quel momento. Dovetti ammettere ben presto che era un’ottima compagnia. Simpatico, estremamente sarcastico ed estroverso. Non dovetti impegnarmi troppo per sembrare naturale e a mio agio, cosa davvero strana per me. L’esperienza su Yamatai aveva lasciato un segno indelebile, una cicatrice profonda che mai si sarebbe rimarginata del tutto. Andai persino dallo psichiatra per tentare di riottenere quella normalità che tanto sapevo non sarebbe mai tornata.
Però con quel Jacob quegli incubi sembravano annullarsi.
Come poteva un ragazzo così far parte di quei bastardi? Non riuscivo proprio a spiegarmelo.
La serata giunse al termine ed io me ne andai, dimenticando il cellulare sullo sgabello che avevo occupato fino a poco prima, così da poter attirare Jacob fuori.
Fortunatamente tutto andò come avevo pianificato, perchè un attimo prima che io imbucassi un vicolo buio lo vidi uscire dal pub.
Ciò che però non mi aspettavo era di trovare dei criminali da quattro soldi armati di coltello che volevano derubarmi.
Sicuramente non avrebbero fatto una bella fine.
Se di una cosa potevo essere grata a Yamatai era di essermi fatta un po’ di esperienza nel combattimento e di avermi resa più decisa e rapida, meno timorosa della vita. Per questo, sotto lo sguardo di Jacob, quando uno dei malviventi mi attaccò non esitai un attimo a colpirlo in pieno stomaco, facendolo crollare a terra.
“Allora, chi è il prossimo?”




Ritenevo da sempre la questione del gentil sesso una gran bella cazzata, se proprio dovevo essere onesto, una delle più grandi che ci fossero. No, sul serio, chi meglio di me poteva saperlo? Evie era una donna, eppure avrei sfidato chiunque a mettersi contro di lei, sebbene fosse meno propensa allo scontro fisico rispetto a me. L’avevo vista battere senza troppe difficoltà uomini imponenti e robusti.. ed inoltre, nel corso degli anni, avevo avuto altre dimostrazioni di quanto fosse forte il “gentil sesso” ( anche quel termine, gran cazzata eh! ). Ad ogni modo, pensavo di poter essere perdonato, se nel vedere una persona armata attaccare Lara non avevo pensato “ah, fa nulla, se la caverà da sola!”
Mossi solo qualche passo avanti, tuttavia, perchè lo mandò al tappeto in poche, pratiche mosse ( riconoscevo qualcuno che ci sapeva fare quando lo vedevo! ). Inaspettato, sì, ma certamente non inverosimile, quindi non rimasi a guardarla a bocca aperta, anzi — piegai le labbra in un sorriso, prima di posizionare bene i piedi ed evitare i maldestri attacchi dell’uomo che mi si era scagliato contro con il coltello alla mano. Lo scontro durò meno di un minuto, ma repressi il senso di insoddisfazione che mi stava montando dentro, dal momento che non ero lì per dare spettacolo. Quando tutti e quattro i ladruncoli furono a terra ( ne avevamo sistemati due a testa ) mi feci scivolare il tirapugni nella tasca, senza adoperarmi troppo per nasconderlo alla vista della ragazza. Adesso che eravamo rimasti i soli in piedi e coscienti in quella stradina semi buia, senza un nome di cui fossi a conoscenza, mi passai una mano tra i capelli, appena scombinati dall’esercizio fisico inatteso — ma sempre benvenuto — prima di tornare a guardare Lara.
« Però, niente male.. mica me lo avevi detto che sai combattere. » rieccolo, il sorriso sulle labbra « Ti dirò, non mi dispiace un po’ di mistero.. »
Evie avrebbe detto stessi usando quel tono di voce, quello che usavo quando ci provavo con una persona. Ci stavo provando? Beh, indubbiamente non mi sarebbe dispiaciuto rivederla, oltre quella sera, soprattutto dopo averla vista in azione.

Lo scontro era durato davvero pochi attimi.
Quei quattro sicuramente pensavano di avere la vittoria in tasca -una ragazza sola soletta, in un vicolo buio, accerchiata da uomini armati… odiavo tremendamente quando mi sottovalutavano, quando, dopo avermi guardato per mezzo secondo, pensavano di sapere già tutto di me.
Era successo già troppe volte in ventisei anni di vita.
Fu quindi per questo che mandarne due al tappeto mi riempì di soddisfazione –sicuramente non come un combattimento più impegnativo, ma dovevo accontentarmi.
Però quello che mi si era presentato come un imprevisto aveva giocato a mio favore.
Non solo mi aveva dato la conferma che Jacob fosse un Assassino –una sicurezza in più, considerando quello che stavo per dirgli-, ma anche il pretesto giusto per andare dritta al sodo.
“Però, niente male.. mica me lo avevi detto che sai combattere. Ti dirò, non mi dispiace un po’ di mistero…” mi disse sorridente, dopo aver messo via il tirapugni ed essersi passato una mano fra i capelli.
Che fa, ci prova? Ora? Questo ha una strana concezione del tempismo…
Quel pensiero mi fece scappare un sorriso. A quanto pare ero riuscita forse fin troppo bene nel mio intento di avvicinarlo. Dovevo ammettere che mi dispiaceva distruggere le sue aspettative, ma l’avrei fatto. Dovevo farlo. Per mio padre.
“Ah, che situazione…” distolsi momentaneamente lo sguardo, per poi riportarlo su di lui il più serio e impassibile possibile. “Senti, l’incontro di stasera non è stata una coincidenza. Sono venuta in questo pub perché sapevo che avrei trovato te… mi dispiace se ti ho preso in giro, davvero, ma non potevo fare altro. Voglio entrare nella Confraternita, diventare un’Assassina e l’unico modo per farlo è entrare in contatto e farsi aiutare da qualcuno che ne fa già parte… e quel qualcuno sei tu.”
Stava per parlare. Sapevo già cosa stava per dire. Era logico. Dopotutto la Confraternita era segreta, solo pochi individui al mondo erano a conoscenza della sua esistenza. Peccato per loro che io fossi fra questi. “Ah, e che non ti passi per l’anticamera del cervello di dirmi che non esiste o che tu nei sei uno di loro, perché perderesti solo tempo. So che esiste e niente e nessuno potrà farmi cambiare idea.” e su questo ero davvero sincera. La testardaggine l’avevo ereditata tutta da mio padre. Se non fosse stato per questo lato del mio carattere sicuramente non sarei diventata quella che sono.
Incrociai le braccia al petto, lo fissai dritto negli occhi con atteggiamento di sfida, in attesa della sua risposta.




Avevo aperto bocca per parlare, quasi subito, anche se non per i motivi che credeva lei – non solo, almeno. Era okay, davvero, non serviva ci andasse piano nel dirmi “mi sono divertita, ma è finita qui”, non ero uno di quei tipi dalla mascolinità fragile che si sentivano feriti nell’orgoglio, quando succedeva qualcosa del genere. Io stesso lo avevo detto un sacco di volte — solitamente dopo un po’ più d’azione di così, ma faceva lo stesso — lo sapevo accettare senza farne una tragedia. Feci pure per dirglielo, ma — cazzo! — quello che aggiunse mi spiazzò non poco. Non me lo aspettavo proprio per niente e, ero pronto ad ammetterlo, rimasi diversi momenti senza sapere assolutamente cosa fare, o dire — era Evie la stratega, mica io! Calma, dovevo ragionare e pure in fretta, perchè la ragazza sembrava essere parecchio ostinata sul voler diventare un’Assassina e tutto il resto, certa della nostra esistenza a tal punto da non voler sentire ragioni. Stupida non era, quindi a quel punto rifilarle la carta del “sono tutte dicerie, non esiste niente del genere, ma figurati!” era piuttosto fuori questione, ma allo stesso tempo non potevo certo dirle “oh, certo, vieni che ti faccio conoscere tutti i big”, eh no, non funzionava così. Nel dubbio, per il momento, tirai fuori una sigaretta e l’accendino, prima di muovere una mano verso l’uscita del vicolo.
« Prima togliamoci di qui, va bene? » Non era piacevole continuare a parlare con il puzzo di marcio misto ad alcol nelle narici, dopotutto.
Come accidenti ci aveva scoperti, volevo proprio saperlo, anche se non aveva molta importanza, al momento. Dovevo solo pensare a non fare cazzate e distoglierla almeno un po’ da ciò che si era messa in testa, almeno momentaneamente. Feci un tiro, ancora in silenzio, dopo essermi accostato ad un muro qualsiasi, perlomeno pulito e non marciscente, guardando per qualche secondo le persone muoversi per la strada, chi in direzione della metro, chi per affrettarsi per un’ultima pinta prima dell’orario di chiusura dei pub ; nessuno, com’era naturale che fosse, ci stava prestando attenzione.
« Ipoteticamente parlando, credo sia meglio parlarne un’altra volta, magari al caldo e con due boccali di birra davanti. » conclusi, alla fine, facendo attenzione a non sbuffarle del fumo in faccia. Nel frattempo mi stavo mordendo la lingua per non farle un milione di domande, sia chiaro, ma mi toccava essere almeno un po’ responsabile e fare attenzione.

A giudicare dalla sua reazione, si aspettava che gli dicessi ben altre cose, tranne che quella. La sorpresa e lo sbigottimento erano evidenti, anche se durarono per poco meno di un istante in seguito al quale riprese subito il controllo di sè.
Con calma si accese una sigaretta e mi indicò l’uscita del vicolo.
” ​Prima togliamoci di qui, va bene?”
Secondo me era nervoso e indeciso sul da farsi, ma lo stava nascondendo più che egregiamente. Era decisamente bravo nell’ostentare sicurezza. Una persona qualsiasi avrebbe creduto senza problemi a quella facciata, io invece no, o almeno, non più.
Sin dalla mia infanzia ho dovuto imparare ad osservare le persone nei minimi dettagli. Dovevo capire cosa significava ogni gesto, cosa nascondeva ogni reazione, come a voler leggere loro nel pensiero. Come mi ripeteva sempre il mio precettore prima e le insegnanti nel maledetto istituto femminile di Wimbledon poi “Un’aristocratica come voi, Miss Croft, deve saper vedere anche sotto le maschere di gioielli e sorrisi da cui siete e sarete circondata. Nessuno è mai quello che sembra.” Ovviamente, ambendo a ben altra vita, non avevo mai dato peso a quelle parole e a quegli insegnamenti. Per me erano tutte stupidaggini per nobili con la puzza sotto il naso. Di conseguenza avevo sempre tentato di ignorali, fare l’opposto di quello che mi dicevano, una sorta di ribellione contro quegli ambienti in cui ero nata e cresciuta e dai quali volevo scappare con tutta me stessa.
Molto probabilmente fu proprio per questo che mi incaponii con l’archeologia -in parte per colpa anche di mio padre. A sedici anni seguii l’allora mio mentore Werner Von Croy; a ventuno intrapresi il viaggio verso Yamatai, volendo riscattarmi per l’esito fallimentare e tragico di quella spedizione in Cambogia. Purtroppo proprio a Yamatai, con il tradimento del professor Withman, mi accorsi di come quegli insegnamenti forse non erano tanto inutili e sbagliati come pensavo da bambina.
Intuire i pensieri e i sentimenti di chi si ha di fronte può essere un’arma incredibilmente valida.
​E in questo caso questa capacità mi tornò utile per intuire che Jacob non sapesse che pesci pigliare.
Ci fermammo per strada: lui appoggiato ad un muro mentre fumava la sua sigaretta, chiuso nel suo silenzio; io di fronte a lui, le mani in tasca e lo sguardo inquisitore fisso su di lui in attesa di una risposta che non tardò ad arrivare.
“Ipoteticamente parlando, credo sia meglio parlarne un’altra volta, magari al caldo e con due boccali di birra davanti.”
Questa volta era io quella spiazzata.
Mi aspettavo scuse, bugie e altre cose inverosimili e campate in aria. Insomma, pensavo che avrebbe mentito spudoratamente​,​ invece era rimasto vago, senza però negare l’esistenza della Confraternita.
Un mezzo sorriso, forse un po’ troppo accentuato, mi si stampò in viso. Questo qui mi stava sempre più simpatico.
Spostai lo sguardo sulla strada illuminata solo dai lampioni stradali e mi appoggiai anch’io al muro.
Tornai a guardarlo con espressione divertita.
“Mmm, perché no? Voglio però sperare che sia per parlare della Confraternita e non un tuo espediente solo per rivedermi.”




Onestamente? Non trovavo una sola, misera, ragione secondo la quale non avrei dovuto volerla rivedere. Nemmeno mezza, a dirla tutta. Ero sempre stato dell’idea, dopotutto, che unire il dovere al piacere non fosse una così poi brutta cosa — non ci vedevo niente di male, quindi, nel vedere dove potesse portare quell’incontro, non esattamente tanto fortuito quanto avevo creduto fino a poco prima. Ed era okay, anche quello ; nella sua posizione avrei fatto lo stesso, davvero inutile negarlo ed io non avevo intenzione di mettermi a fare l’ipocrita proprio in quel momento. Avevo passato una bella serata, del resto, con tanto di finale a sorpresa che rendeva tutto più interessante e quello, per me, contava di più del fatto che mi avesse avvicinato per ottenere informazioni sugli Assassini. Persino quello, in fin dei conti, me la faceva soltanto trovare più intrigante ; sapeva ciò che voleva e con quali mezzi ottenerlo, oltre a sapere il fatto suo per quanto riguardava il combattimento.
Le sue parole mi strapparono un sorriso divertito, appena allusivo e volutamente ambiguo. Non risposi subito, in primo luogo mi limitai a stringere tra due dita il tubicino di tabacco ed allontanarlo, ancora una volta, dalle labbra. Poi buttai fuori il fumo, verso l’alto, assieme ad una piccola risata, anch’essa in risposta a ciò da lei pronunciato. Accidenti, quella ragazza e la sua franchezza erano un bel salto in avanti rispetto a tutte le persone — attraenti, ma fondamentalmente vuote e tutte uguali — delle quali mi ero circondato nei mesi che avevo passato lontano dalla Confraternita! C’erano stati bei momenti, magari, ma rari casi avevo trovato quella fluidità, una specie di sintonia che quella sera, invece, c’era stata. Quindi, per concludere, sì, il mio era anche un’espediente per rivedere Lara. Poi, che pensassi pure avrebbe potuto farci comodo, parlando strettamente di abilità fisiche, era un altro discorso, uno al momento non rilevante al cento per cento, per quanto mi riguardava.
«Hai mai sentito parlare di unire l’utile al dilettevole? » domandai, piuttosto retoricamente, prima di aggiungere, « Be’, ho intenzione di fare proprio quello. Le cose troppo formali non sono il mio forte, sai.. »
Abbandonai la cicca in uno dei appositi posacenere, poco lontano da noi, poi tirai fuori il cellulare dalla tasca e lo agitai appena.
«Allora, tu mi mostri il tuo ed io il mio? » ritenei d’obbligo utilizzare una simile battuta, vista la situazione, era più forte di me, per quanto clichè potesse essere.

“Hai mai sentito parlare di unire l’utile al dilettevole? Be’, ho intenzione di fare proprio quello. Le cose troppo formali non sono il mio forte, sai…” ​una risata spontanea mi uscì dalla gola.
“Su questo non avevo il minimo dubbio…” gli dissi scostandomi dal muro, avvicinandomi a lui ​”… e non hai idea di quanto non lo siano nemmeno per me.” ed era la verità. Mi resi conto che forse era la prima cosa vera che gli avevo detto in tutta la serata.
​Era da tanto tempo che non mi sentivo così leggera e sinceramente divertita. Forse da quando da piccola giocavo con mio padre e ascoltavo incantata ed estasiata le sue mirabolanti e affascinanti storie.
Sembrava quasi che con Jacob avessi recuperato quel divertimento e quella spensieratezza perse con la morte di mio padre.​.. la sua morte… causata da loro. Loro erano gli alleati della Trinity​. Non potevo distrarmi, perdermi nei ricordi della mia infanzia. Per quelli avrei avuto tutto il tempo dopo aver eliminato i suoi assassini​.
Mi sorprendevo ogni volta di quella determinazione e sete di vendetta che sembrava divorarmi. Mi stavo pian piano trasformando, ma in fin dei conti era giusto così.
Avevo fatto di tutto pur di seguire i miei sogni, per far sì di sfuggire a quel futuro nobiliare a cui sembravo incatenata. Dopotutto sono una Croft, e come mio padre una testarda e un’anticonformista. E’ vero, non sempre le mie scelte mi erano state favorevoli e al momento non mi stavano portando esattamente dove avrei voluto. La vendetta era un sentimento decisamente nuovo per me.
Le esperienze vissute mi avevano segnato, sia in positivo che in negativo, ma proprio per questo le accettavo. Non avrei cambiato niente, altrimenti non mi sarei ritrovata lì, in ballo per ottenere giustizia per mio padre.
“Allora, tu mi mostri il tuo ed io il mio?” mi disse ironico tirando fuori il cellulare.
Ed ecco che l’ennesimo sorriso e sguardo di sfida mi affioravano in volto.
Avevo sempre apprezzato quel tipo di persone: solari, sarcastiche, irriverenti, che ti sanno mettere a proprio agio solo dopo un’occhiata e un sorriso.
E se c’era una cosa che avevo capito di Jacob, era che lui era proprio quel tipo di persona… e più che questo pensiero diventava una consapevolezza, più che mi chiedevo come potesse un ragazzo del genere far parte di quei mostri. Non riuscivo a spiegarmelo.
Di una cosa però ero sicura: già da quell’incontro sentivo che la missione si sarebbe rivelata più piacevole del previsto.

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