Moonlight's Creed (Original Series)

Episodio 2×05

Present Day #2018: Nanda Parbat

Vivere nelle tenebre per servire la luce – un bel motto, non potevo negarlo. Anche perché mi ero aggrappato ad esso per andare avanti. Le tenebre mi permettevano di urlare al mondo intero il mio dolore per la perdita di colei che avevo amato sopra ogni cosa. Avevo chiuso il mio cuore alla sua morte e vedere che era stato utilizzato il “Pozzo di Lazzaro” per una persona indegna mi fece comprendere il motivo per il quale Claudia decise di lasciare l’ordine. Capivo bene i suoi sentimenti, eppure non li condividevo. Eravamo amici e proprio per questo non ho mai voluto giudicare il suo comportamento. Aveva tutto il diritto di allontanarsi da Ezio, anche se questo l’aveva spinta ad allontanarsi anche da me.
In Claudia io vedevo solo una cara amica, una donna forte ed intelligente con la quale potermi rapportare. Era bello poter parlare con lei di tutto senza per forza preoccuparmi di ciò che avrebbe potuto dire al fratello.
Essere uno dei consiglieri di Ezio comportava un grande compito da svolgere. Essere a conoscenza dei problemi della confraternita era un qualcosa che andava ben oltre il compito di un semplice adepto. Io avevo l’opportunità di lasciare un piccolo segno su questo mondo aiutando il nostro capo ed era proprio questo che volevo fare. Volevo lasciare quel segno nel mondo, anche se invisibile agli occhi dei comuni mortali solo per lei.
Avevo chiuso il mio cuore ad ogni sentimento il giorno il cui colei che avevo scelto come mia compagna di vita aveva lasciato questo mondo. Era da tempo che quell’organo che avevo in mezzo al petto aveva smesso di provare qualunque sentimento umano. Per quanto mi riguardava era un qualcosa che serviva solamente per pulsare il sangue nel mio corpo ed a parte questo non aveva nessun’altra utilità.
Eppure da un po’ di tempo sento che qualcosa è cambiato. Quel cuore che credevo non avrebbe più amato nessuno, aveva ripreso ad amare. Non sapevo se esserne felice o meno, ma ringraziavo il cielo ogni volta che i miei occhi vedevano la luce del mattino. Ero vivo e questo significava una sola cosa l’avrei rivista. Potevo rivedere colei che per me stava diventando più importante della mia stessa vita.
Potevo respirare, camminare, guardare il cielo azzurro, ma ogni mio pensiero correva da lei.
Mi sentivo felice ogni qualvolta potevamo trascorrere un po’ di tempo insieme, ma a parte questo non chiedevo altro, per lo meno non fino ad ora.
Ricordavo ancora quando un tempo le avevo chiesto se ci sarebbe stato un “noi”. All’epoca ero stato uno sciocco. Eppure ora come allora credevo ancora in quel “noi” e soprattutto ricordavo ancora ciò che ci eravamo detti prima della sua partenza. Dovevo provare. Dovevo chiederle cosa ci sarebbe stato tra noi oltre alla nostra amicizia, che ormai mi stava troppo stretta.

Erano passati una manciata di giorni da quando avevo parlato con mio fratello nella sua stanza e da quando gli avevo confessato tutto il mio passato da fuggitiva da i suoi metodi. Metodi che, inutile negarlo, allora non avevo condiviso e che ancora oggi mi facevano maledire mio fratello per avermi negato la possibilità di tenere in vita colui che avevo scelto come compagno di vita.
Ma non ero l’unica a cui era stata tolta questa possibilità, mi ricordavo bene di come anche ad un’altra persona era stato negato questo privilegio… Una persona che era un amico, un confidente, qualcuno che vedevo con occhi diversi…
Ho mentito ad Ezio. Non è vero che me ne andai senza salutare nessuno. Una persona la salutai, una persona con la quale ero a stretto contatto, una persona a cui avevo fatto una promessa che non sapevo ancora se fossi in grado di mantenere o che avrei dovuto sciogliere… Nella mia mente tanti pensieri che si accalcavano l’un l’altro: Jacob, La Discendenza, Ezio, Arno…
Mio fratello mi aveva dato qualche mansione, tra le quali c’era il collaborare con Arno, e ogni giorno che passava mi rendevo conto di quanto fossero belle le mattine. Di quanto fossi felice di vedere spuntare il sole per vivere un altro giorno. Con consapevolezza mi allenavo ogni giorno pensando che adesso avevo qualcuno in più a cui pensare, qualcuno che stava via via riacquistando sempre più importanza, ancora di più di quanto già non ne avesse. Possibile che qualcosa dentro me, dopo l’abbandono di Jacob, si fosse svegliato?
I miei pensieri erano così confusi e chiari allo stesso tempo che a volte per poter lavorare dovevo impiegare parte dei miei poteri per tenere a bada la mia mente.
Camminavo lenta ma con il passo deciso, la mente ferma e chiusa, pronta ad aprirla ad ogni evenienza se mai ci fosse stato bisogno. L’esperienza con il Cristallo Giallo mi aveva resa più attenta ad ogni minima vibrazione e dovevo fare i conti con il mio autocontrollo per non leggere nelle menti di chi mi stava vicino.
Lo raggiunsi da dietro e un mezzo sorriso illuminò il mio viso, ma quando parlai ogni traccia era scomparsa. Non potevo permettermi di perdere anche lui, non potevo permettermi troppo lusso. “Arno”
Richiamai la sua attenzione certa del fatto che mi avesse sentita arrivare, oppure no, assorto com’era nei suoi pensieri.
Chissà se ricordava quel giorno in cui mi aveva chiesto se ci sarebbe mai stato un “noi” e chissà se ci credeva ancora e se si ricordava di ciò che ci eravamo detti prima della mia partenza… Io lo ricordavo, ma non osavo scavare nella sua mente per trovare risposte alle mie domande, non ne avevo bisogno.




Dovevo tentare ad ogni costo. Preferivo che mi respingesse piuttosto che restare nell’incertezza. Ora che era tornata dovevo sapere. Avevo bisogno di sentirle dire se ci sarebbe stato quel “noi” che tanto avevo aspettato. Eppure non riuscivo a trovare il coraggio per metterla alle corde e costringerla a rispondere alla mia domanda. Ogni giorno, ogni momento che l’avevo affianco sentivo che non era giusto costringerla. Dovevo aspettare. Già aspettare. Mi stavo comportando da vigliacco. Avevo il timore di chiederle chiarimenti, perché sapevo che non ci sarebbe stato nessun chiarimento. Conoscevo bene Claudia, tanto da intuire che dal suo ritorno mi stesse nascondendo qualcosa. Nella mia mente di uomo innamorato pensavo ad un rivale. Un rivale che le aveva carpito il cuore meglio di quanto avessi fatto io. Lasciarla andar via aveva significato una sola cosa. Perderla per sempre, ed ora che era finalmente qui con me, non sapevo come comportarmi. Una parte di me voleva quella risposta, l’altra preferiva di gran lunga non sapere. Prima o poi quell’attesa mi avrebbe fatto impazzire. Persino ora che mi trovavo in giardino e passeggiavo in quel verde che tante volte mi aveva aiutato a riflettere, ed a calmare il mio spirito inquieto, quest’oggi però tutto sembrava contro di me, anche questo giardino. Era da tanto tempo che non pensavo più alla mia amata Elise, oggi però il suo viso mi tornava alla mente ogni qualvolta chiudevo gli occhi. Sapevo bene cosa voleva dirmi. Lei voleva vedermi lottare, anche se questo significava allontanarmi da lei. Era proprio questo il problema. Io non volevo dimenticarla e nemmeno sostituirla nel mio cuore. Certo amavo un’altra donna, dopo tanto tempo, ma lei sarebbe sempre rimasta al centro dei miei pensieri. Era per lei che avevo continuato a vivere. Certo ora c’era anche Claudia e svegliarmi ogni mattina sapendo di poterla vedere era una gioia che non pensavo più di provare. Eppure sapevo di non averne diritto. Poter avere Claudia per me significava tradire il ricordo di colei che avevo amato da sempre, ed anche ora che la vedevo spingermi verso altre braccia, sapevo che era sbagliato, ma al tempo stesso giusto. In tutti questi anni nessuna donna era mai stata in grado di farmi dimenticare la mia amata Elise, persino Claudia non c’era riuscita anche se per me, era diventata più importante della mia stessa vita.
”Arno”
«Buongiorno Claudia» – risposi, voltandomi verso colei che il mio cuore attendeva da tempo. Era così strano, stavo pensando proprio a lei ed eccola materializzarsi davanti ai miei occhi. Essere assorti nei propri pensieri non è poi così bello, anche perché mi aveva reso un bersaglio fin troppo facile, certo risvegliarmi e vedere di fronte a me proprio Claudia era un qualcosa che non aveva prezzo.
«Stavo pensando a quel giorno lontano in cui te ne sei andava lasciandomi qui da solo. So che ti avevo e ti ho promesso di aspettare, ma oggi come allora penso ancora …» – ma che stavo facendo? Non ero pronto. Non dovevo farlo. Potevo tacere e lasciare il discorso in sospeso. Potevo fingere. No, non potevo. Dovevo sapere. Anche se questo significava vederla andar via ancora una volta. – «… ad una possibile vita insieme. So perfettamente di non avere nessun diritto di farti una simile domanda, ma io credo, ho vissuto ogni giorno aspettando il tuo ritorno qui e credendo ogni giorno di più in una vita insieme, in quel “noi” che nessuno dei due ha il coraggio di pronunciare. Ora ti prego ho bisogno di sentirtelo dire. Ho bisogno di sapere se tra di noi ci potrà mai essere qualcosa che vada più in là di una semplice amicizia. Che ora come ora non mi basta. Ho bisogno di sapere cosa ti spinge ad evitare questo argomento. Ho bisogno di sapere …» – sussurrai le ultime parole fissandola, quasi una preghiera. Il mio cuore aveva bisogno di una risposta per placarsi ed anche io.

Si voltò verso di me e osservando la sua reazione era così palese che non mi avesse sentito arrivare che la curiosità di sapere a cosa stesse pensando, a cosa avesse rapito i suoi pensieri, si fece strada verso di me insinuandosi nella mia mente e fui ad un passo dall’entrare dentro di lui, dentro la sua mente. Cosa mi trattenette dal farlo fu solo una cosa: non volevo sapere se quello a cui stava pensando era un’altra donna.. non avrei saputo come reagire…
Non dovetti aspettare molto però, per sapere il filo dei suoi pensieri. Lo guardavo negli occhi e dentro di me sempre più presente quel sentimento di gioia quando i nostri sguardi si incrociavano. Ma dovevo stare attenta, non potevo fargli del male…
«Stavo pensando a quel giorno lontano in cui te ne sei andata lasciandomi qui da solo. So che ti avevo e ti ho promesso di aspettare, ma oggi come allora penso ancora …»
Il mio cuore ebbe un sussulto e nel mio petto si perse un battito che restò sospeso tra le parole di Arno e un secondo infinito… Cosa stava per dire? Quando continuò le mie spalle si abbassarono e nella mente il ricordo di me che mi allontano da lui si fa presente e pesante sulla mia coscienza. Come avevo potuto essere così crudele? Ma io avevo bisogno di andare via… Avevo bisogno anche di altro, altro che era di fronte a me in quel momento e che nessuno dei due aveva comunque ancora il coraggio di ammettere. Codardia? Orgoglio? Una cosa era certa, prima o poi, i nostri sentimenti avrebbero trovato le parole che non riuscivamo a far nascere.
Sembrava come avesse dato voce ai miei pensieri, lui aveva bisogno di sapere, io avevo bisogno di sapere. Sapevo però, che toccava a me… toccava a me parlare, spiegare…
Le ultime parole che mi rivolse in un sussurro odoravano di preghiera, di supplica e i miei occhi andarono a scavare dentro l’uomo che mi si trovava di fronte e che mi implorava una risposta.
Me ne accorsi troppo tardi, stavo già leggendo la sua superficie.. la determinazione, la supplica, l’angoscia, la paura,
la gioia… e l’amore… una miriade di sentimenti lo avvolgeva e quando tornai a fissare dentro ai suoi occhi stavo già facendo un passo verso di lui. Ero così vicina che potevo sentire il suo respiro lento…
“Mi dispiace…” parole che dicevo poco… “Di averti lasciato qui da solo… Ci ho pensato tante volte a quel giorno… io… Niente mi spinge ad evitare questo argomento… Avevo bisogno di andarmene e sono scappata senza nemmeno dirti che…” – Avrei potuto dirlo veramente? Mi era concesso? Il mio amato marito… Jacob… Mi era concesso amare ancora? Mi era concessa un’altra possibilità? Una vita con l’uomo che avevo sempre guardato oltre l’amicizia che ci legava? Potevo farlo davvero?
“Quel ‘noi’ di cui parli… quel ‘noi’ che entrambi, sappiamo, speriamo… Ciò che ci lega… ”
Non ero brava in questo… Non trovavo le parole… la mia mente era piena di confusione, avevo perso il controllo su di essa e mi sentivo spaesata… che fare? che dire? Le parole non volevano uscire e continuavo a guardare Arno.
“Potremmo farlo… sai?” la mia voce adesso era un sussurro che non sapevo se Arno avrebbe potuto udire se non fossimo stati così vicini… Gli occhi bassi, non avevo il coraggio di guardarlo mentre le parole successive mi uscirono in un sussurro, tutte inseme, che solo dopo averle dette ne colsi anche io il significato.
“Tra l’amore e l’amicizia c’è la distanza di un bacio… Proust”
Ormai avevo parlato… due vie si stavano aprendo davanti a me, avrebbe potuto capire, senza bisogno di parlare…
oppure mi sarei ritrovata distante dall’unica cosa per cui valesse la pena di lottare veramente, Ezio a parte.
Dopo quelle parole l’unica cosa che mi spaventava era il fatto di non sapere che fine avrebbe fatto ciò che mi faceva alzare ogni mattina, ciò che mi regalava un sorriso ogni giorno… Solo allora alzai gli occhi incontrando lo sguardo di Arno, senza indagare ancora, senza leggere nella sua mente. Lo guardavo e basta. Il cuore martellante nel petto e un pensiero fisso: Cosa avevo fatto?!

Fu la presa delle sue mani, il calore che queste trasmettevano alla mia pelle a risvegliarmi. Come se fossi andato in arresto cardiaco per qualche istante e lei, con quel solo tocco, mi aveva ridato la vita dando una scarica elettrica al cuore che aveva ripreso a battere così rapidamente che potevo dire di prendere il volo.
Non riuscii a parlare o a dire qualcosa di utile, semplicemente, la fissavo. E più lei parlava più il mio cuore batteva sempre più rapidamente senza che potessi fare niente. Neanche risposi alle sue parole, la guardavo e più lo facevo più i miei occhi prendevano una luce diversa. Da che ero completamente preso contropiede a che riuscivo a trasmettere qualcosa in più. Volevo davvero farle capire quanto fossi felice di quel che mi aveva detto, di ciò che mi stava provocando. Volevo dirle che con quelle parole mi aveva reso la persona più felice del mondo perché finalmente potevo vedere una luce in fondo al tunnel, ma non ci riuscivo.
Le parole erano bloccate in gola, non ero abituato ad essere così felice. Non ero abituato a vedere qualcosa che andava per il verso giusto, temevo sempre che ci fosse qualcosa dietro l’angolo pronto a rovinare qualsiasi cosa. Ecco, in quel caso il pericolo più grande ero io. Io rischiavo di rovinare tutto.
Alla fine, visto che le parole non uscivano dalla bocca e dovevo per forza trovare un modo per agire nell’immediato onde evitare di rovinare anche quella poca felicità che mi stava riservando e sapevo perfettamente fosse rarissima. La cosa più rara che si potesse trovare. Agii d’istinto quindi, ignorando tutto il resto, portando le mani ai lati del suo petto per spingerla indietro fino a che non incontrò il muro, rischiando di inciampare, rischiando di fare rumore, ma non mi interessava. La guardai negli occhi e sapevo che nei miei ci fosse quella luce piena di desiderio che prima di quel momento avevo ripudiato con tutto me stesso per cercare di stare meglio. Le presi il volto tra le mani e la baciai, la baciai con urgenza, come se avessi bisogno di quello per respirare. Scoprì la consistenza delle sue labbra e fu come se l’avessi sempre conosciuta. Si incastravano perfettamente le mie e le sue, sembravano fatte l’una per l’altra, come due pezzi di un puzzle che erano stati separati per tutto quel tempo e no, non mi interessava che eravamo nel giardino, che rischiavamo di essere scoperti e che non era consono. Al diavolo tutto il resto, al diavolo la Confraternita e soprattutto tutte le remore che fino a quel momento mi avevano bloccato.




Non parlava. Questa cosa mi stava uccidendo e stavo per tornare indietro sui miei passi, allontanarmi… Per quanto ne sapevo le mie parole avrebbero potuto innervosirlo… non osavo leggergli la mente…
Il calore della sue mani si stava irradiando dentro di me e quell’attesa, quel silenzio mi stava logorando.
Non erano molte le occasioni in cui dimostravo quali erano le mie reali emozioni, in realtà erano rare. Ma da quando ero tornata queste si erano fatte ancora più rare. Ma ora, in quel momento preciso… solo una frase mi martellava nella mente… Una frase che io ed Ezio avevamo letto un giorno su una meridiana a Middle Temple, a Londra: “Ex hoc momento pendet aeternitas”. Era così che mi sentivo. Esattamente come se l’eternità fosse appesa a questo momento. Un istante che non sarebbe passato mai.
Il mio cuore perse un battito quando Arno portò le mani al lato del mio petto per spingermi contro il muro, come se non ci fosse altra soluzione, come se volesse intrappolare quel momento; il mio respiro si fermò quando le sue mani circondarono il mio viso e le sue labbra incontrarono le mie.
Tutto intorno si fermò per un istante. Vidi il tempo fermarsi davanti a me, una foglia che stava cadendo si fermò nel vento, una nuvola smise di muoversi, in quel momento, tra un battito e l’altro, potevo vedere tutto quello che avevo sempre desiderato: Arno.
Persino quando entrambi avevamo deciso di scegliere strade separate, nei nostri cuori viveva il ricordo dell’altro.
Quell’istante, tra un battito e l’altro, sembrava ancorarsi all’eternità. E noi, di eternità, ne sapevamo fin troppo per sapere che era composta da tanti ora e che quello era il nostro ora.
Ricambiai il suo bacio portando le mie mani sui suoi fianchi e chiusi gli occhi, incurante del fatto che quel giardino non era privato. Potevamo essere visti, scoperti… ma non mi importava.
Tutto quello che volevo era non rovinare tutto.
Avevamo perso troppo per rovinare tutto.
Quando vedi il tempo fermarsi ti sembra che il secondo battito non arrivi mai, ed ero sicura che anche Arno si sentisse così. Mi aveva baciata come se non potesse farne a meno, come se gli servisse, come l’ossigeno… E io, la donna che ha sempre avuto paura di rovinare ogni cosa, ero felice.
Fosse anche spuntato Ezio, nulla poteva rovinare quel momento se non me ed Arno, e noi non volevamo farlo.

Il caffè nella tazza si stava freddando. Quello che avrebbe dovuto essere un attimo di pausa nell’attività intensa della giornata, si stava trasformando in un momento di… stupore, sconforto, amarezza. Troppi i sentimenti che provavo, per riuscire ad elencarli e districarli tutti.
Claudia e Arno. Claudia con Arno.
Come avevo fatto a non rendermene conto? Scossi il capo incredulo, quando li vidi abbracciarsi, e baciarsi… mi sentivo tradito, da tutti e due. Poteva sembrare solo una reazione infantile, ma non era così semplice.
Avevo aspettato mia sorella per tutti questi anni, e quando era tornata, non era neanche stata capace di dirmi cosa davvero nascondeva nel suo cuore. Aveva mentito a me, che mi ero sempre preoccupato della sua condizione, che mi ero speso più volte per difendere la sua reputazione. Mi aveva mentito anche per altre questioni, ne ero certo.
E il mio fido consigliere, Dorian, il figlio della Rivoluzione… a cosa mirava veramente? Era ambizioso, e con la destituzione di Altair era riuscito ad avvicinarsi di molto alla posizione più importante nella nostra gerarchia, un passo ancora e sarebbe stato lui, a capo di tutto. Davvero ben fatto…
Sorseggiai il liquido tiepido. Uno schifo. Lanciai di scatto la tazza contro il muro, per sfogare almeno un po’ della frustrazione che sentivo montare pericolosamente. La chiazza marrone cominciò a colare giù dal muro, i cocci sparsi sul pavimento.
Mi allontanai dalla finestra, non volevo più avere davanti quella scena. Mi chinai nervosamente a raccogliere i pezzi di vetro, volevo cancellare il prima possibile quell’attimo di debolezza, ma mentre lo facevo, un bordo tagliente mi ferì la mano. Imprecai. Non mi sentii affatto meglio.
La ferita era abbastanza profonda, sicuramente sarebbe stata più piccola se non avessi stretto con così tanta forza i pezzi di tazza che raccoglievo.
Trascorsi parecchio tempo a fissare il sangue che, poco alla volta, si stava coagulando. Mi sedetti per terra, la testa tra le mani.
Non andava bene, non era così che avrebbe dovuto essere. Dovevo fare qualcosa, qualsiasi cosa, oppure le cose sarebbero solo peggiorate. Cosa serviva essere a capo della Confraternita, se poi mi trovavo in balia di qualsiasi cosa accadesse, senza la minima possibilità di intervenire, di poter fare la differenza?
In una parte della mia mente mi rendevo conto che i pensieri stavano diventando sempre più frenetici, incontrollabili, una spirale malata che cercava di sopraffarmi.
Troppe cose stavano minando le mie certezze, i miei valori erano colonne che mostravano numerose crepe. La mia crisi era cominciata ben prima che Claudia ritornasse, e negli ultimi tempi avevo dovuto affrontare cose più urgenti: la minaccia di Eris, la crisi con le guerriere, la scissione all’interno dell’Ordine.
Ma ora, capivo di non poter più aspettare, di non poter più ignorare i dubbi che mi assalivano sempre più violenti, la stanchezza che alle volte paralizzava i pensieri e le azioni.
Stanco? Ero stanco? Come si fa a dirlo, quando non esistono paragoni umani? Quante persone potevano dire di aver vissuto così a lungo? Molti non capirebbero, ma l’eternità non è che una maledizione…
Strinsi i pugni, riaprii la ferita. Risi sommessamente, quando colsi il mio riflesso in un frammento della tazza, perché feci fatica a riconoscermi.
Sapevo questo però: se fossi stato abbastanza deciso da continuare a seguire quella parte di me che ancora ragionava lucidamente, forse ne sarei uscito.
No, non era vero che avevo il dovere di influire sulle decisioni di mia sorella. Se anche era stato così, in passato, ora si trattava solo di una pretesa che non potevo più avere su di lei. Il mio modo di intendere i rapporti familiari era… per così dire… anacronistico. E riconoscevo un’assurdità che non potevo accettare.
Ero sempre attento al cambiamento, lo fiutavo nell’aria, lo cercavo, lo sfruttavo. Mi ero avvantaggiato di ogni nuovo marchingegno per poter compiere missioni impossibili anche solo da immaginare, per persone meno ardite… non ero stato io il primo uomo a volare? Mi ero fidato del mio amico Leonardo, avevo messo la mia vita nelle mani di una sua strampalata invenzione.
Ora avrei dovuto fare lo stesso. Avrei dovuto fidarmi di Claudia, fidarmi della sua capacità di giudizio, e accettare di buon grado le decisioni che riguardavano la sua vita privata.
Avrei dovuto.
”IO sono Ezio Auditore, e non mi arrenderò senza combattere…”
Mi alzai in piedi con energia, diretto alla mia camera da letto. Avevo preso una decisione: dovevo preparare dei bagagli e partire il prima possibile, per cercare una persona.
Anzi, meglio dire due.
Non sapevo in che modo, ma avrei dovuto rintracciare e riportare a Nanda Parbat i due Mentori degli Assassini.

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