Moonlight's Creed (Original Series)

Episodio 2×04

Flashback #1949: London, Bruxelles Los Angeles, Rome

LONDON
Nel corso degli anni avevo imparato a non considerare nessuna missione come completamente priva di pericoli, neppure una che sulla carta sarebbe dovuta esserlo, dunque non mi rilassai nel trovare tutto il materiale previsto esattamente dove comunicato, ovvero all’interno di un magazzino nella periferia del Cairo. Rimasi vigile e attento, mentre ogni scatola presente veniva controllata e i manufatti venivano catalogati e sigillati in casse apposite, pronti per essere trasferiti e portati a Roma. Ophelia non mi aveva rivelato il nome della fonte dalla quale era provenuta l’informazione e, benchè non avessi voluto, era stato più forte di me cogliere la sensazione che non mi avesse detto tutto, che sapesse qualcosa in più, ma per il momento avevo deciso di non approfondire la questione, fidandomi del suo giudizio in merito. Ci avrei pensato con calma al ritorno, perchè al momento la mia concentrazione era necessaria altrove; ero diffidente di natura, certo, ma quegli oggetti mi mettevano una strana agitazione addosso.. sapevano di ossessione e fanatismo, pensieri e piani malati, erano inoltre immersi in quell’aria di mistero che li faceva essere difficili da collocare su un piano concreto.
Avevo inoltre imparato, purtroppo, che a volte tutta la concentrazione e la prontezza di riflessi del mondo non era abbastanza, e che un attacco a sopresa ben studiato poteva far breccia pressochè in qualsiasi difesa, lasciandovi uno squarcio arduo da notare e ancora di più da chiudere. Nè l’esperienza, nè l’essere più o meno pronti al peggio, infatti, preparò me e il mio collega — Brandon, un ragazzo di appena venticinque anni — all’attacco che ci piombò addosso all’improvviso, costringendoci a separarci per trovare momentaneamente riparo e, se possibile, difendere noi stessi e i manufatti per i quali eravamo giunti fin lì. Fui sul punto di gridargli qualcosa, una direttiva, ma essa venne bruscamente interrotta da una pungente, quanto breve, sensazione di bruciore all’altezza del collo e ben presto i pensieri, così come i movimenti, presero a farsi lenti e complessi da mettere in atto. Cercai comunque di rimanere in pedi e non rimanere in balia di chiunque avesse fatto irruzione all’interno dell’edificio, stringendo ostinatamente la pistola tra le mani ( pressochè inutile, dal momento che la vista mi si era ormai offuscata troppo per ottenere una buona mira ), opposi resistenza, ma finii con un taser premuto contro il fianco, il quale mi costrinse ad arrendermi, alla fine, all’incoscienza. L’ultima cosa che vidi prima di chiudere gli occhi fu Brandon, a terra, la camicia bianca chiazzata di sangue nei punti in cui i proiettili lo avevano raggiunto.
( … ) Mi svegliai legato ad una sedia, in un luogo chiaramente differente da quello in cui ero stato prelevato e fui costretto a socchiudere gli occhi, a causa della luce solare che filtrava dalle finestre non del tutto serrate e che mi fece pensare fosse tarda mattina; al Cairo era stata sera, dubitavo di essere rimasto privo di sensi tanto a lungo, dunque l’ipotesi di essere stato portato in un paese differente si fece strada in me fino a diventare una mezza certezza. Le mani e le braccia erano fissate ai braccioli della sedia massiccia, ancorata al pavimento, quindi non ottenni alcun risultato quando provai a muovermi per testare la tenuta delle corde, tuttavia mi fermai del tutto, cessando qualsiasi movimento, non appena riconobbi l’uomo appena entrato, dimenticandomi di respirare per qualche istante. Haytham. Liberai l’aria trattenuta, mentre una strana calma andò ad invadermi i pensieri; non avevo paura, non di lui, non di quello che avrebbe potuto fare a me.

Tic-Tac. Tic-Tac.
Il tempo trascorreva mentre io stavo seduto a un tavolo con uno specchio unidirezionale davanti, che mi permetteva di osservare ogni manufatto della stanza adiacente, senza essere notato o udito. Congiunsi le mani e poggiai il mento sulla punta delle dita in attesa. Le esche erano state posizionate, ora dovevamo dovevo solo aspettare che facessero il loro lavoro.
Adrian McKay era conosciuto nel nostro ambito, la Trinity una forza antica aveva ostacolato Assassini quanto Templari per secoli, ma i loro agenti non erano mai stati un pericolo o per lo meno mai tanto astuti da essere considerati un vero e proprio pericolo per la Loggia, almeno fin quando non era arrivato lui.
Un uomo tutto d’un pezzo, intelligente e sagace che aveva fatto della sua esperienza in guerra un vanto per le sue capacità strategiche. era stato insignito di medaglie al valore e seppur non era mai stato il tipo di persona a cui interessava la popolarità o stare al centro dell’attenzione ciò non gli impedì di essere conosciuto e rispettato. Io stesso lo facevo.
Con questo mood entrai nella stanza in cui lo tenevamo, un bicchiere di scotch in mano e l’aria di chi era parecchio contrariato per come lo avevano trattato nemmeno fosse un prigioniero, motivo per cui con un semplice gesto del capo invitai i miei uomini a slegarlo.
Lui si massaggiò i polsi e nonostante fossi allerta per qualsiasi suo eventuale gesto di ribellione, lo vidi osservarsi intorno, studiare la stanza e le eventuali armi che avrebbe potuto usare, rimase fermo… probabilmente deciso quanto meno ad ascoltarmi.
« Taglia corto, Haytham. A cosa devo tutto questo disturbo? Forse dovrei addirittura sentirmi lusingato, secondo il tuo modo di vedere. »
“Non è stato il mio miglior modo di agire, lo so, ma… non potevo permetterti di prendere quei manufatti non quando i Templari li cercano da così tanto tempo. Amico mio, speravo che tutti più di tutti potessi capirlo… ”
« Non siamo amici, prima lo capisci e meglio è. Non so nemmeno se lo siamo mai stati veramente, o se mi hai preso in giro fin dall’inizio. E non voglio neanche saperlo, a questo punto. »
“Mi offendono le tue parole…” la mia voce uscì roca, bassa, di chi è rimasto davvero colpito da un’esclamazione tanto priva di tatto. Non me lo aspettavo da Adrian, non con chi avevo condiviso più di quanto molte persone condividessero in una vita intera.
Abbassai lo sguardo e mi sedetti su una delle poltrone dell’elegante soggiorno, mentre lui ancora in piedi si guardava intorno forse già pensando come liberarsi dei tue Templari che lo tenevano d’occhio e poi aggredire me.
“Offendi l’Haytham Kenway che ha servito al tuo fianco, lo stesso Haytham che è stato fatto prigioniero dai nazisti con te… lo stesso con cui hai elaborato il piano di fuga più geniale della storia…” ed io ero orgoglioso, infinitamente di tutto ciò che insieme avevamo fatto.
Certo poi era finita la guerra, una delle tante della mia vita, e lui aveva scoperto la mia Immortalità e questo non gli aveva permesso di accettarmi. Rappresentavo secondo lui lo scempio che lui combatteva, un essere innaturale e dunque immondo, ma io non ero mai riuscito a vederlo come mio nemico. Non quando dopo anni di solitudine avevo trovato in lui un fidato alleato ed amico.
“Speravo che tutto ciò che avessero affrontato e superato l’Adrian ed l’Haytham soldati durante la guerra, avrebbero potuto farlo di nuovo l’Adrian e l’Haytham di oggi… tu meglio di tutti hai capito le esigenze che mi hanno portato ad avere mille volti e mille storie. Tu sei padre come me, sai cosa vuol dire fare tutto il necessario per uno scopo più alto…” ecco perchè non perdevo le speranze con lui, ecco perchè lo avevo portato lì dove tutto finalmente si sarebbe realizzato.
Fu allora che per la prima volta dopo tempo lo vidi abbassare le difese o quanto meno abbassare quelle emotive che aveva eretto contro di me. Fece un sospiro e sedendosi  sul divanetto direttamente opposto al mio prese il bicchiere di scotch che anche per lui avevo riempito e dopo averne bevuto un sorso alzò il suo sguardo per incontrare il mio.
« Sì lo capisco. E per questo devi capire che sta arrivando un grande “cambiamento” e coinvolgerà tutti, il mondo intero… La Trinity è decisa a purificare la Terra da questi ospiti alieni. Io non ho sconfitto il nazismo solo per vedere nuovi finti Dei scacciarci… per questo ti chiedo… di comprendere. Fatico capire ed accettare ciò che sei… voi Templari cercate manufatti e reliquie, ma non per distruggerle e questo cosa dovrebbe dirmi di voi? »
“Che non siamo nemici! Non dico che usarle sia giusto, ma quanto meno studiarle… farlo vuol dire comprendere come distruggere le minacce di cui tu stesso parli… non potevo permettere alla tua organizzazione di distruggere ciò che potrebbe portarci a capire Selene e le sue pari… capire come finalmente batterle…”
Parlai con impeto e passione, piegato in avanti e con le braccia poggiate sulle ginocchia in una posizione che rifletteva quella dell’uomo di fronte a me. Lo stesso che adesso era pensieroso…
Ma prima di lasciarlo solo in quella stanza vuota, ci tenevo a sottolineare un unica ultima cosa importante, quella che volevo che non dimenticasse.
“Comunque puoi anche non considerarmi più un tuo amico Adrian, ma sappi che per quello che mi riguarda tu lo sei ancora per me…” ed era difficile credere alla sincerità nelle mie parole, proprio perchè erano spontanee. Erano forse le più vere e sentite che avessi mai pronunciato.
Ecco perchè alzandomi, non mancai di dargli una pacca sulla spalla per poi allontanarmi. Non avevo nulla in serbo per lui, nè torture nè di ucciderlo.. Semplicemente lo lasciai solo, con la consapevolezza di ciò che sarebbe accaduto e di ciò che ancora pensavo su di noi.
Fu però arrivato alla porta che la sua voce mi fermò e mi costrinse a voltarmi.
« Cedi provvisoriamente il comando della missione a me… e potremmo collaborare… Conosco un uomo, lo curiamo da tempo, è un rifugiato alieno e sappiamo quando e dove si incontrerà con Selene… »
Lo guardai curioso ed in parte anche sollevato, sapevo quanto fosse difficile per lui, ma forse era la testimonianza che non tutto tra noi era perduto.
“Perchè questo incontro è così importante?”
« Che ne dici se per ora ti propongo di mandare un mio agente ed uno tuo ad assistere allo stesso e prendere Selene se gli si presenterà l’occasione e poi magari ne riparliamo? »
“Dico che si può fare…”



“Shhh, te ne prego. Non andare avanti. Lo capisco. Lo so. Ma smettila di ripetere queste cose brutte, smettila di ripetere che è colpa tua. A costo di usare tutta l’aria che ho in corpo non ti permetterò di perdere la fede. Le cose andranno bene… un giorno. Non so quanto lontano, ma so che sarà così. Ascoltami Ophelia!” mia sorella parlava e lo stava facendo con una foga che non le apparteneva, così tanto che il tavolino sul quale eravamo poggiate tremò ed il liquido scuro del tè nelle nostre tazze ondeggiò minacciando di oltrepassarne i bordi.
“Lo so! Ne sono certa!” la fermai con un dolce sorriso sul volto. Certa delle sue parole.
Era strano vedere la mia sorellina così forte e decisa, lei che per la sua asma aveva sempre vissuto con tutte le attenzioni mie e di papà addosso e che ora grazie all’amore di Glenn era fiorita in una splendida e tenace donna.
“Siamo sorelle, il giorno che smetterò di esserti accanto sarà solo il giorno che smetteremo di esserlo e questo non accadrà mai. Non devi raccontarmi nulla se non vuoi e non puoi, ma… Se senti che il mondo ti cade addosso, posso accoglierti tra le mie braccia. Tu non dovrai dirmi nulla, io capirò e tu puoi aggrapparti a me con la consapevolezza che sono qui… per te!”
Sorrisi alle sue parole, mentre sentivo chiaramente gli occhi inumidirsi, allungai una mano in cerca della sua e la strinsi dimenticandomi per un momento che eravamo in una graziosa Sala da té di Londra ove teoricamente ci eravamo viste per parlare degli ultimi dettagli del suo matrimonio.
E’ che io e papà lavoravamo così duramente per tenerla all’oscuro della Trinity e del nostro lavoro che molto spesso il nostro volerla proteggere si trasformava in un doverle mentire continuamente ed il più delle volte passare con lei meno tempo di quanto avremmo voluto.
“Però se una cosa, anche piccola, posso farla per essere utile in questo tuo mondo assurdo… non aver paura di chiedermela… se sai che sono la tua unica speranza, non esitare a coinvolgermi!” sospirai pesantemente quasi a volerla rimproverare con lo sguardo.
Non era saggio che lei avesse letto quella lettera, ora si stava facendo curiosa e per quanto sapevo sarebbe stata un’eccelente membro della Trinity magari come studiosa, non consideravo saggio attuare quel pensiero.
Così decisi di abbandonarmi totalmente a quel momento, sapendo che ormai c’erano davvero pochissime situazioni in cui le lacrime mi rigavano il viso e sapevo anche che questa non era una di quelle. Però ci speravo, ci speravo davvero. Non dissi niente, calai nel silenzio più totale perché non potevo chiedere niente di meglio: lei capiva, non voleva sapere, non insisteva. E tutto questo si tramutava in un continuo mentire da parte mia. Volevo darle una sincerità che in nessun modo poteva avere e questo mi dilaniava dall’interno.
“Devo aver fatto qualcosa di veramente bello in una scorsa vita, per avere una sorella come te”
Lo dissi sinceramente, baciandogli il dorso di una mano e dandomi nuovamente un po’ di contegno. Mi passai le mani sul volto, mi detti una svegliata e drizzai la schiena, tornando l’Ophelia di sempre. Quella che dava l’impressione di non spezzarsi mai e di non piegarsi a niente. Non mi spezzavo mai perché dentro ormai ero già frantumata, ma questo, forse, non era il caso di dirlo a Jewel. Così come non era il caso di dirle che mi vedevo con un uomo sposato e che stava per diventare padre. Magari un giorno l’avrei fatto, quando non avrei più avuto fremiti al cuore ogni volta che lo incrociavo in corridoio o forse, quando mi sarei fatta una ragione del fatto che io e lui ci amavamo, ma ci eravamo incontrati nel momento sbagliato.
“Ora però che ne dici di occuparci di quello per cui ci siamo viste?” lo domandai cercando di rasserenarmi tanto da frugare nella borsa e tirar fuori il block notes sul quale avevo scritto alcune idee che volevo proporle, tuttavia prima che potessi pronunciare anche una sola parola la cameriera del locale raggiunse il nostro tavolo avvisandomi che c’era una telefonata per me.
Stranita, ma sull’attenti per via del mio lavoro, mi congedai da Jewel giurandole che ci avrei messo un secondo, tuttavia quando arrivai al telefono rimasi assai sopresa di scoprire che non vi era nessuno dall’altra parte, ma quello che c’era era un biglietto da visita accanto all’apparecchio che attirò la mia attenzione. Al di sopra vi era disegnata una luna d’argento e già quello era un indizio, ma fu voltandolo e leggendo cosa vi era scritto che ne fui certa. D’istinto cercai mia sorella con lo sguardo e la vidi chiacchierare amorevolmente con una donna  al tavolo e perfino alzare una mano a mo di saluto quando notò che le stavo guardando.
Sul biglietto da visita però c’era scritto altro e mentre mia sorella la seguiva ignara di tutto, io sapevo che non potevo reagire. Che dovevo fingere che quella fosse la sorpresa che Selene le avesse detto che io avevo organizzato per permetterle di portarla via e di conseguenza evitare che le facesse del male. Solo un modo avevo per salvarla ed era fingermi lei all’incontro di Bruxelles. Mi aveva incastrato, ma non le avrei mai permesso di vincere!

”A Bruxelles incontrerai una persona. Per me. Ma anche per tua sorella”
La figlia di McKay era sveglia, molto sveglia. Sapevo che non avrebbe avuto bisogno di tante spiegazioni per afferrare immediatamente la situazione, e prendere la decisione più giusta.
Che, ovviamente, era quella di seguire alla lettera le mie istruzioni. Quello che le chiedevo era di fingersi me ad un incontro molto delicato.
A parte la figura snella e l’altezza, lì si fermavano le nostre somiglianze. Sarebbe stato difficile far credere a qualcuno che mi conosceva di avere davanti la principessa della Luna, ma una somiglianza vaga in questo caso sarebbe bastata. Magari si sarebbe ossigenata i capelli per renderli biondi, magari avrebbe usato una parrucca come quelle che andavano tanto di moda. Non mi importava il come, ero certa che sarebbe in qualche modo arrivata allo scopo…
Mi avvicinai con disinvoltura al tavolino dove fino a pochi istanti prima era seduta Ophelia, e con poche abili frasi mi assicurai la fiducia e la simpatia di sua sorella.
Nel contempo, salutai con finta amicizia ed un sorriso di intesa Ophelia, che mi guardava con intensità dall’altro lato del locale, il mio biglietto stropicciato fra le mani. Mi studiò ancora qualche istante, poi si avvicinò lentamente.
”Ophelia… Hai organizzato una sorpresa per me? Per il mio vestito da sposa? Una prova esclusiva nell’atelier più alla moda della città… come facevi a sapere che era un mio grandissimo desiderio?”
Si alzò per abbracciarla ed io mi frapposi prontamente tra di loro, prendendo per mano Jewel e parlando con naturalezza alla sorella: ”Ora però dobbiamo andare, altrimenti faremo tardi e non riusciremo a provare tutti i modelli a disposizione…”
Fissai Ophelia. Questo era il momento più delicato del piano. Quello in cui tutto poteva essere vanificato, se lei avesse deciso di salvare la sorella combattendo contro di me. Il che, per inciso, sarebbe stato inutile, perché sapevo che erano a conoscenza dei miei poteri. Non avrebbe mai potuto sopraffarmi.
(…)
I Templari ed i loro alleati della Trinity non erano gli unici che tenevano tutto e tutti costantemente sotto controllo. Questa pratica era abituale anche per noi Guerriere e per gli Assassini; per raccogliere informazioni vitali molto spesso chiedevo aiuto ad Ares, che tra le mie sorelle era quella che più era abile a scovare segreti e raccogliere indiscrezioni sussurrate ai quattro angoli del globo.
Il capo dei Templari era una vecchia, vecchissima conoscenza, mentre il nuovo leader della Trinity aveva avuto la massima attenzione della mia compagna per diverso tempo. Era un uomo deciso, risoluto, devoto a principi religiosi a cui aveva dedicato ogni sua azione. Questi aspetti del suo carattere gli avevano permesso di salire la scala del comando molto velocemente. Padre di due ragazze, solo una delle due aveva attirato la mia attenzione: eccellente scienziata, molto dotata e dalla brillante intelligenza, Ophelia McKay godeva della massima fiducia del padre, tanto da esserne il suo braccio destro.
La figlia minore, Jewel, debole di costituzione, era tenuta all’oscuro delle reali attività dei familiari. La moglie era morta diversi anni prima.
Cercavo di spingere il più lontano possibile dai miei pensieri, dalla mia coscienza, il ribrezzo che mi causavano le mie attuali azioni. Il piano che avevo ideato non aveva niente della integrità, della moralità e della bontà che avrebbero dovuto essere la bussola del mio agire.
Ma avevo delle giustificazioni.
Alcuni giorni prima mi venne recapitata da una famiglia di sopravvissuti una lettera, contenente una strana richiesta. Chi scriveva diceva di essere un profugo proveniente da una delle Colonie, a conoscenza di un segreto che pesava sul suo cuore e che desiderava condividere con me, con la legittima erede dell’imperatrice Theia.
Al leggere quelle parole, mi colse un capogiro, e afferrai il bordo del tavolo per non cadere a terra.
Alcuni flash mi balenarono davanti agli occhi, con immagini così vivide e crudeli da essere come stilettate nel cervello. Purtroppo, non ero in grado di controllare il dono della preveggenza, ma solo di subire le volte in cui si manifestava, cercando di farne tesoro. Ricacciai indietro la nausea, mentre con dell’acqua fresca mi tamponavo le tempie e mi toglievo dal viso le lunghe ciocche di capelli.
Non avrei dovuto andare a quell’incontro. Il pericolo era in agguato per me, e neanche proveniva solo da una parte.
Di certo i miei spostamenti venivano controllati, ed un appuntamento così incerto era un rischio che non avrei potuto correre, ma mi sarebbe bastato assistere da lontano, e le risposte che cercavo le avrei avute comunque.

Mio padre mi aveva insegnato ad agire con onore, nella maggior parte dei casi, ma anche a saper quando assumere rischi e prendere decisioni impopolari, se le circostanze lo avessero richiesto. Avevo imparato che alle volte, la cosa più importante è agire in maniera ardita e pragmatica per creare confusione e prevalere sui nemici.
In fondo il ruolo di imperatore era un fardello molto pesante da portare, non era solo uno sfoggio di cerimonie e abiti preziosi.
Ragion per cui, seppure a malincuore, avevo pianificato un rapimento. Mentre agivo, continuavo a ripetere tra me e me che era inevitabile, che l’importante sarebbe stato il risultato, che quella ragazza non avrebbe rischiato la vita neppure per un secondo, perché l’avrei portata subito in un luogo sicuro e poi l’avrei liberata, appena Ophelia avesse parlato con il mio contatto.
(…)
Uscimmo in due dal locale. Una elegante macchina a noleggio con l’autista ci stava aspettando parcheggiata di fianco al marciapiede.



BRUXELLES
Era del tutto inutile esprimessi il mio disappunto, lo sapevo bene — fin troppo, in realtà. Conoscevo Ophelia e lo stesso, dopotutto, valeva per lei, dunque non occorreva pronunciassi una sola parola affinchè lei comprendesse ciò che mi passava per la testa, nella maggior parte delle situazioni, almeno. Non avevo alcun bisogno di esprimere ad alta voce il mio disappunto e le mie preoccupazioni, poteva sentirle tutte dal lungo silenzio che aveva seguito le sue parole. Un silenzio teso, affatto rilassato o di circostanza, più comunicativo di qualsiasi protesta avrei potuto montare su. Spezzato soltanto da un lieve sospiro e una mano sollevata a sfregarmi brevemente una tempia. Non avrebbe mai accettato di tirarsi indietro, per quanto la sapessi capace di affrontare il pericolo e mi fidassi.. quella storia non mi piaceva affatto, e mi piaceva ancor meno che sia Jewel, sia Ophelia fossero entrambe nel mirino, in un modo o nell’altro ( mi fidavo di Selene? Della sua tanto decantata giustizia? Non esattamente, non quando c’era di mezzo la mia famiglia ).
Non avevamo molto tempo, era vero, prima che lei dovesse entrare in azione, tuttavia mi ero impuntato sul vederla. Non perchè avessi consigli da darle, niente di simile ( aveva già tutte le carte in regola per cavarsela ), ma era una questione, forse, più emotiva, che perfettamente razionale ; Jewel era stata, a conti fatti, rapita, come se non bastasse da un’aliena ed io non avevo alcuna garanzia in merito alle sue condizioni, nè al suo stato una volta finita quella faccenda. Nessuna promessa sarebbe valsa a tranquillizzarmi. Ad un controllo poco attento sarei potuto anche passare per moderatamente sereno, ma ero ben lontano dall’esserlo, in quel momento, per quanto sapessi che perdere la calma in una situazione del genere non mi sarebbe certo stato d’aiuto. In un certo senso la presenza di Ophelia, l’averla entro il mio campo visivo aiutava, alleviava la sensazione di irrequietezza che avvertivo premermi costantemente sullo sterno, almeno un po’, almeno per poco. Le poggiai entrambe le mani sulle spalle, prima di decidere altrimenti e stringerla in un rapido abbraccio, di cui furono testimoni soltanto le pareti della stanza d’albergo a Bruxelles e il grigiore pallido del cielo oltre la finestra.
« Ho piena fiducia in te, lo sai. Ma non mi piace, ci sono troppe cose che potrebbero andare storte. E Jewel.. è in mano al nemico. » saperla in pericolo, anche se potenziale, era un incubo ad occhi aperti per entrambi, noi che avevamo sempre cercato in tutti i modi di proteggerla, anche e soprattutto dal nostro mondo.

Cercai di trarre dall’abbraccio di mio padre tutta la forza di cui necessitavo, anche e perchè averlo lontano per così tanti anni e non solo per colpa della guerra, mi avevano portato a riscoprirlo. Ricordavo ancora come Jewel tra le due era stata quella che subito l’aveva accolto, a differenza di me che lo accusavo di averci abbandonato… di aver voltato le spalle alla mamma per tornare solo dopo la sua morte, ma il nostro rapporto complicato via via era andato a sciogliersi e seppur rimanevano sempre delle zone scure tra noi, ciò non toglieva che l’amore che provassimo era più forte di qualsiasi cosa.

L’arrivo a Bruxelles come sempre non mise a tacere i mormorii che mi accompagnavano ovunque andassi, nonostante ormai lavorassi da ben 4 anni per la Trinity nessuno confidava in me, ero una donna e come tale dovevo essere adibita, secondo i miei colleghi, a mansioni ben diversi dall’agire sul campo come agente o dal studiare in laboratorio. Ma a me non importava, non era certo una data -il 1949- che mi avrebbe fermato, io che credevo fortemente nella mia indipendenza anche se per tutti veniva vista come la scusa buona per morire zitella. Ecco perchè mi fece piacere scoprire che ad accompagnarci nella missione sarebbe stato Haytham, quando lo avevo conosciuto avevo subito provato un profondo rispetto, ed attrazione, per un uomo non solo intelligente e posato, ma anche capace di dar valore a chi aveva davanti a prescindere dal sesso.
Da poco avevo scoperto la sua natura quanto il suo appartenere ai Templari, ma come per mio padre il mio amore nei suoi confronti non mutò, anzi se possibile si fece maggiore.
L’incontro con il contatto dell’aliena, a cui Selene mi aveva mandato e la Trinity era sicura che fosse nei paraggi, avenne nei pressi del Palais de la Justice a Rue aux Laines dove, come accordi, io stavo attendendo sul marciapiede, sotto un lampione e con indosso il mio cappotto verde scuro con sopra una coccarda rossa. Ciò che avrebbe permesso a chi doveva trovarmi di riuscire a farlo.
Aspettai per quasi un ora nella strada buia, con la certezza che uomini della Trinity e Templari erano ogni dove per vigilare l’incontro, ma anche sperare di cogliere la presenza di Selene. Fu quando ormai non ci speravo più che con le mani in tasca dal freddo notai una donna venirmi incontro: alta, magra, dal viso appuntito e gli occhi sottili. Occhiaie, una coda mal posta sul capo e pelle che non vedeva il sole da un po’. Sorrisi. Era una scienziata, dopotutto ne riconoscevo i segnali.
“Principessa… che onore” mi beffeggiò quella venendomi vicina e guardandosi intorno strusciandosi le mani una con l’altra per riscaldarle.
Io non le risposi. Semplicemente la guardai dall’alto in basso chiedendomi se fosse davvero possibile che quell’essere non conoscesse l’aspetto della sua supposta principessa.
“Credo che tu non voglia perdere tempo…”
“Sabine” rispose quella piegando il capo da un lato, ma senza smettere di guardarsi intorno “No non lo voglio ed ecco perchè prima di darti l’informazione che cerchi voglio che tu uccida una persona. Si chiama Willem Karg e si trova al bar dell’hotel all’altro lato della strada… hai 40 minuti… se non ti troverò qui allo scadere degli stessi l’accordo salta!”
Quella senza dire altro se ne andò lasciandomi con le parole in bocca, ma ancor peggio con il tempo contro. Senza pensarci mi guardai intorno sperando che mio padre o chiunque altro avesse assistito a quel colpo di scena, ma ben sapendo di non poter perdere tempo raggiunsi l’hotel ed una volta dentro soffermai il mio sguardo al bancone del bar ben lieta che ci fosse solo un uomo: la mia vittima.
Non era certo la prima volta che uccidevo e lo avrei rifatto pur che la missione andasse in porto, ma il tempo di fare un passo che qualcuno mi aveva preso per un braccio e mi aveva bloccato.
“Haytham?” chiesi esterefatta, mentre lui intimandomi di tacere mi chiese di seguirlo e così feci.
Ci sedemmo nella hall dietro un paravento sul divanetto elegante in velluto rosso.
“Non lo uccidere!”
“COSA? Ma Sabine ha detto che se non lo faccio non mi darà l’informazione!”
“E’ una trappola. Conosco Selene non ucciderebbe mai un uomo a sangue freddo e senza motivo… è una trappola…”
Lo ammiravo questo era vero, ma ciò che diceva mi confondeva, tanto che togliendomi i guanti lo guardai perplessa ed anche sospettosa.
“Sembra che tu l’ammiri…”
“So solo come ragiona. La odio quanto te. I Templari la considerano un nemico quanto la Trinity, ma se tu uccidi quell’uomo non avrai mai quell’informazione…”
La sua voce calda ed avvolgente si fece più bassa, quando incrociando il mio sguardo smerlando mi chiese “Ti fidi di me?”
Inutile dire che a fine missione avrei dovuto rispondere per aver disubbidito un ordine che prevedeva di rispettare il copione, ma confidavo che Haytham mai mi avrebbe tirato un tiro così mancino. Non ne aveva motivo.
40 minuti dopo ero di nuovo al lampione e con Sabine di fronte mantenni il mio contegno e cercai di far leva sulle poche informazioni che Kenway mi aveva dato circa Selene.
“Non l’ho ucciso!”
“Cosa?”
“Volevi constatare se ero davvero io, bè lo sono! Non ucciderei mai un uomo senza motivo e lo sai molto bene…”
Pregai dentro di me di aver fatto la cosa giusta e quando la vidi tirar fuori una boccetta dalla tasca del cappotto, e consegnarmela, ne ero certa. Dovevo l’esito della missione ad Haytham Kenway.



Ophelia era in laboratorio a studiare il campione datogli da Sabine nella sede Trinity di Bruxelles, mentre io ed Adrian avevamo avuto un’accesa discussione sul mio intrommettermi nella loro missione e perfino permettermi di dare consigli che, alla prova dei fatti, avevano permesso al tutto di andare come doveva.
Fui molto lieto dunque quando quella discussione, a mio dire inutile, venne interrotta proprio dall’arrivo di Ophelia che nel suo camice di laboratorio, con i capelli raccolti e dei fini occhiali sul naso pareva un’altra. Sempre bellissima ed affascinante ovviamente, ma così diversa dalla donna d’azione che avevo visto poco prima.
“Non ho mai visto un elemento come questo… tuttavia sono dell’idea che mescolato con gas ed altri agenti chimici, questo abbia la capacità di mutarli…”
Le sue parole mi suonavano estranee e difficili da comprendere, mentre Adrian osservava il rapporto datogli dalla figlia con la fronte corrugata. Un intenso sguardo complice con Ophelia al suo fianco seguì e capì che c’era qualcosa che non sapevo.
“Forse è ora Adrian che tu mi metta al corrente dell’intera missione non credi?”
Ophelia assentì, sapevo quanto lui potesse essere cocciuto, ma con la giusta spinta finalmente si decise a raccontarmi i dettagli e i particolari mancanti di quel grande puzzle.
“Siamo dietro al gruppo di Sabine da un po’. Si chiamano Fronte Rivoluzionario Cadmus. Da quello che abbiamo scoperto quando se ne stavano nello spazio, nel loro mondo questi erano un gruppo sovversivo, deciso a rovesciare la monarchia. Sulla Terra sono entrati in contatto con la Convenzione, un gruppo che da secoli combattiamo… un po’ come voi con gli Assassini…”
Cercai di seguire ogni minimo dettaglio di quella storia, mentre Ophelia versava dei bicchieri di scotch nell’angolo bar dell’ufficio in cui ci trovavamo e ne offriva uno a me e uno a suo padre, prima di continuare lì dove questo si era fermato.
“La Convenzione è l’opposto della Trinity. Combatte l’ordine che vogliamo portare attraverso la fede con l’esoterismo. Molteplici stregoni e streghe ne hanno fatto parte che con la loro morbosità ed eresie hanno causato danni irreparabili. Il loro scopo è portare caos e mai come ora hanno trovato una forte alleanza con Il Fronte Rivoluzionario Cadmus deciso ad uccidere tutti gli umani e consegnare questo mondo alla loro razza…”
Bevvi un solo sorso del mio scotch per abbandonarlo ben presto sulla superficie liscia della scrivania per grattarmi il mento, tutto era molto più grave di quello che credevo ed ora anche le parole di Ophelia iniziali acquisivano significato.
“Il composto che hai studiato… è…”
“La chiave per costruire una bomba chimica che ucciderebbe tutti gli uomini lasciando in vita solo quegli abomini…”
La notizia era ben più grave di quel che credevo, ma almeno ora capivo la mossa di Selene. Sapeva di Sabine, del Fronte Rivoluzionario Cadmus e sapeva la loro avversione contro la monarchia… sapeva che quelli avrebbero finto di non riconoscere Ophelia… aveva bisogno di loro per ottenere il compsto… se si fosse presentata lei… bè i Rivoluzionari l’avrebbero uccisa seduta stante.
“Come ho detto ad Ophelia conosco Selene, non farà del male a Jewel… è solo una garanzia… vuole che le consegniamo il composto!”

LOS ANGELES
”… e devo dirle, signorina, che questo colore di stoffa valorizzerà il tono della sua carnagione in maniera meravigliosa…”
Ascoltavo distrattamente il chiacchierìo incessante della commessa, che stava tessendo le lodi di una stola elegante alla mia inconsapevole prigioniera. Ero riuscita a convincere Jewel che i suoi familiari l’avrebbero incontrata a Los Angeles, e mi ero offerta di accompagnarla in questo esclusivo negozio a Beverly Hills per l’acquisto di alcuni accessori per la cerimonia ormai prossima.
Solo io sapevo cosa si nascondesse in realtà nella zona magazzino della boutique: la sede della pericolosa organizzazione di cui faceva parte la donna incontrata dalla scienziata McKay a Bruxelles.
Il mio piano era rischioso, questo sì, ma se avesse funzionato, sarei riuscita ad ottenere una vittoria importante: grazie al lavoro che avrebbe fatto in seguito la Trinity, ci saremmo liberati in un colpo solo delle persone che stavano complottando per spazzare via la vita umana su questo pianeta.
Tecnicamente questi criminali erano miei sudditi, ma avevano sempre avversato il nostro magnanimo potere per i loro scopi oscuri, ed ora, rimasti senza una casa, pretendevano di ricostruire la loro patria su questo pianeta, senza che nessun altra razza potesse ostacolarli ed infastidirli.
Intendevo avvertire Adrian McKay al momento dello scambio, per dimostrargli che eravamo, in questo conflitto almeno, dalla stessa parte. Una volta che mi avesse consegnato la pozione inoltre, gli avrei garantito la distruzione immediata della stessa. Come poteva ancora considerarmi un pericolo, quando gli avrei dimostrato chiaramente le mie buone intenzioni?
Sembrava tutto così semplice…
Dal bancone di vendita al primo piano dove ci trovavamo, vicino alla ringhiera, potevo avere sotto controllo l’entrata e l’atrio del negozio. Mascheravo bene la mia agitazione mentre i minuti scorrevano, ma finalmente vidi fare il suo ingresso nella boutique il capo della Trinity, puntuale all’appuntamento che avevamo fissato.
Mi allontanai da Jewel senza che lei se ne accorgesse, troppo presa da trini e nastri, e scesi lo scalone di marmo per andare incontro all’uomo. Questi mi fissava con una tale intensità che ad un occhio ignaro avrebbe potuto essere scambiata con ammirazione, ma io sapevo bene quali altri sentimenti si celavano dietro a quello sguardo.
Si fermò di fianco ad un manichino agghindato con un ampio vestito di organza rosso, in attesa. Mi avvicinai, il cuore stava per scoppiarmi in petto. A pochi passi di distanza mi fermai. Dopo mesi in cui ci eravamo studiati e spiati senza sosta, questa era la prima volta che ci incontravamo di persona.
“Lei dove si trova?” La domanda fatta a bassa voce sembrava un ringhio, e conteneva la promessa di minacce inenarrabili. Riuscii a mantenere la freddezza necessaria.
“E’ qui vicino, al sicuro. Non sa nulla di tutto questo, e se mi darai subito l’elemento che vi è stato consegnato, continuerà ad ignorare i nostri veri ruoli. Dove è la boccetta, piuttosto?”
Si toccò la tasca della giacca, senza proferire parola. Doveva essere un segno d’intesa con i suoi sottoposti, perché subito cominciarono ad entrare nella boutique una decina di uomini che, senza dare tanto nell’occhio, ci circondarono.
Guardai per una frazione di secondo l’uomo, che mi fissò implacabile di rimando. Sicuramente mi avrebbero ucciso, ma quando sarebbero stati ben nascosti nei loro immondi laboratori, al riparo da giudizi e da critiche altrui.
Alzai lo sguardo al primo piano. Un minimo di trambusto forse quei bellimbusti lo avevano creato, perché tra le persone che osservavano la scena c’era Jewel, gli occhi spalancati dalla perplessità. In quei giorni, con quella ragazza si era creato un legame affettuoso; era un essere puro ed innocente, ed io mi ero scoperta a desiderare solo di proteggerla da qualunque cosa potesse ferirla, quindi invece di preoccuparmi di annientare quelle persone e poi di scappare, mimai con le labbra la parola SCUSA a suo beneficio.
Poi, alzai il braccio ed un lampo di luce accecò tutti i presenti, dandomi la possibilità di raggiungere velocemente l’uscita. Quando ripresero a vedere, gli uomini venuti a catturarmi si trovarono a fronteggiare sei copie perfette di me stessa.
Questo mi avrebbe dato pochi, anche se preziosi, istanti di vantaggio. Camminai svelta lungo il marciapiede, ma ero appena arrivata all’angolo dell’isolato che udii delle grida. Mi misi a correre, alla cieca.
Forse solo in quell’istante cominciai a capire quanto ero stata avventata e poco accorta a non pianificare meglio tutte le parti del mio piano, a non affidarmi al supporto delle mie sorelle, o forse anche degli Assassini.
Sentivo passi veloci avvicinarsi, ma non potevo girarmi per affrontarli tutti, avevo quasi esaurito i miei poteri per scappare dal grande magazzino.
Mi nascosi dietro un angolo, e attesi che uno dei miei inseguitori sbucasse dal palazzo per colpirlo con un sfera luminosa. Quell’ultimo sforzo mi lasciò inerme, indifesa. Mi girai per continuare la fuga, ma dopo pochi metri mi trovai in un vicolo stretto, in mezzo a due grattacieli. Le porte di ferro erano tutte chiuse, nonostante avessi provato con disperazione a trovarne una aperta. Avevo le lacrime agli occhi. Atterrita, mi girai al sopraggiungere di McKay. Notai che in mano aveva una strana pistola, una via di mezzo tra un’arma da fuoco e le pistole per iniettare dei medicinali.
Tentai di spiegarmi: “Devi ascoltarmi! Io non voglio rendervi schiavi, voglio solo che regni la pace! I veri nemici sono quelli di Cadmus, ed io vi ho portato proprio nella loro base segreta perché li distruggeste… DEVI credermi!”
Fu come se non avessi detto parola. Alzò la pistola e prese la mira.



“Le squadre alfa e delta sono in posizione, signore.”
Annuii brevemente, in un gesto rigido che poteva sembrare distratto, forse, ma che non lo era affatto. Jonathan, ad ogni modo, non disse altro, preoccupandosi di riprendere la sua posizione, a capo della prima squadra — era un ottimo agente, preciso nel seguire gli ordini, con una mente svelta e pronta, sarebbe potuto essere un ottimo leader, in futuro. Avevo pianificato quell’azione nei minimi dettagli, da ben prima dell’arrivo a Los Angeles, o anche solo Bruxelles, si era trattato solo di migliorarne alcuni e modificarne marginalmente altri, tuttavia il fulcro della questione non era cambiato affatto ; non avrei mai affidato una fiala capace di distruggere l’umanità intera nelle mani di un’aliena, per quanto Haytham fosse pronto a giurare che di lei ci si potesse fidare. Viste le circostanze, sarei stato restio a fidarmi anche se il suo sangue fosse stato terrestre al cento per cento, il suo non essere di quel pianeta e, quindi, un’anomalia da debellare, non mi metteva nella posizione di poter anche soltanto pensare di consegnarle il composto. Forse sarei potuto essere giudicato ingiusto, o sleale, ma ero pronto a farmi carico di tali appellativi, se ciò voleva dire tenere al sicuro la razza umana da ogni possibile minaccia, latente o meno che fosse.
Avrei preferito Jewel si trovasse parecchio distante da lì, avrei preferito non fosse venuta a contatto con il mondo che io e sua sorella le nascondevamo, ed invece stava per trovarvisi in mezzo, seppur dubitavo avrebbe compreso molto di ciò che le sarebbe avvenuto intorno. Secondo i miei calcoli, ultretutto, sarebbe dovuta essere un’azione rapida ; Selene sarebbe dovuta essere colta di sorpresa e ciò ci avrebbe consentito di catturarla con moderata facilità. L’uso del condizionale, però, era sempre d’obbligo, in ogni caso. Questo lo sapevo io, come lo sapeva Jonathan e il resto dei miei uomini, mi ero raccomandato lo ricordassero sempre.
( . . . ) Appena entrato nella boutique mi guardai attorno per cogliere anche solo il minimo segno della presenza di Jewel, perchè poi avrei dovuto tenere gli occhi ben fissi su Selene. Niente. Dovetti reprimere la tensione sotto un velo di studiata calma, mentre mi avvicinavo a Selene. Meglio così, mi dissi, meglio ne rimanesse fuori il più possibile, per quel che valeva, ormai. Il segnale era semplice, studiato per non essere notato se non troppo tardi e ben presto il tranquillo negozio alla moda venne riempito da agenti.
“Arrenditi, dannazione..” Pensai, o sperai, mentre vedevo la realizzazione farsi strada, rapida, nei suoi occhi. Non mi illusi veramente, di fatti non venni affatto sorpreso dalla sua fuga.
La seguii, sorpassai un corpo a terra dandomi appena la possibilità di controllare approssimativamente se fosse vivo o meno ( a giudicare dalla bruciatura in pieno petto, non doveva rimanergli molto, ma non c’era tempo, non potevo fermarmi, anche se avrei voluto non farlo morire da solo in una strada ), arrestando la mia corsa solo quando la colsi, letteralmente, con le spalle al muro. Le sue parole, purtroppo, non mi mossero a compassione, come forse avrebbero fatto con qualcun altro.
« Forse ciò che dici è vero adesso, ma chi può garantirmi che sarà sempre così? » era una domanda retorica, logicamente, perchè non avevo intenzione di perdermi in troppi discorsi. Sollevai la pistola appena qualche attimo dopo, infatti, il dito già sul grilletto— un lampo di capelli biondi nel mio campo visivo e una voce fin troppo familiare mi fecero spalancare gli occhi e mancare il fiato. Troppo tardi. Il colpo non fece neppure rumore. Un sordo boato di morte. C’era Jewel, esattamente dove sarebbe dovuta esserci Selene. Mi mossi in automatico, come disconnesso dal mio stesso corpo, afferrandola appena prima che si accasciasse a terra e Selene.. Selene era del tutto sparita dalla mia mente, per il momento.
« Andrà tutto bene. Ti sentirai meglio, vedrai. » ebbi cuore di mentirle anche nei suoi ultimi momenti di coscienza, prima che gli occhi le si rovesciassero indietro. « Jewel.. JEWEL! »

Jonathan si occupò di tutte le direttive necessarie, mentre io non riuscivo a fare nient’altro se non tenere Jewel stretta a me, sui sedili posteriori della vettura che ci stava portando alla Trinity di Los Angeles, non lasciandola toccare a nessuno. Dentro di me sapevo che le speranze di sopravvivenza fossero pericolosamente vicine allo zero, che ci sarebbe voluto un miracolo, affinchè ce la facesse, ma in quel momento avrei dato entrambe le braccia, pur di vederla riaprire gli occhi.
« Mi dispiace. » le mormorai lasciandole un bacio sulla fronte, registrando a malapena il fatto che fosse umida, dove alcune lacrime l’avevano raggiunta.

Sapevo che prima o poi sarebbe successo. Che quel lavoro avrebbe ucciso la mia famiglia più di quanto non avesse già fatto. Sentivo addosso il peso della colpa, come un blocco di cemento sulle spalle e sul petto, perché dopo che nostro padre se ne era andato mi ero presa il peso della famiglia sulle spalle perché sapevo che Jewel non sarebbe stata in grado di sopportare tutto quello e nemmeno la mamma. Mi ero impegnata, avevo lottato con le unghie e con i denti per portare avanti una famiglia che altrimenti sarebbe andata a catafascio.
Poi mamma era morta ed il ritorno di papà che aveva portato un primo momento di confusione si era trasformato ben presto nel nuovo perno su cui costruire insieme la nostra famiglia e contro ogni previsione ci eravamo riusciti. E quel giorno che sarebbe dovuto essere il più bello si era invece trasformato nel più triste.
Stringevo tra le braccia Glenn, il promesso di mia sorella, preferendo passare per l’insensibile della situazione, alla quale non importava niente della morte di sua sorella e che preferiva mostrarsi fintamente fredda e composta piuttosto che crollare. Dovevo essere forte per Glenn e per mio padre, mentre dentro di me cercavo di mantenere assieme anche il mio cuore, la mia anima, ormai dilaniata.
“Shhh. Non fare così, respira” sentivo le lame delle mie parole, sapevo che quelle l’avrebbero trafitto così tanto da farle male, che mi avrebbe odiato più di qualsiasi cosa, che mi avrebbe umiliata se avesse potuto davanti a tutti i presenti al funerale, ma volevo che fosse forte. Doveva essere forte. Mia sorella non lo era stata, Jewel era morta perché troppo buona, perchè troppo spinta a proteggere sempre gli altri, anche quando questi altri erano dei mostri. Era questa la rabbia che mi distruggeva, che annebbiava ed avvelenava il dolore del lutto, che mi consumava dentro. Che mi avrebbe ucciso se non fossi stata più forte. Quando poi lo vidi, tra l’inconsistenza del mondo dietro le lacrime trattenute, strinsi ancora di più la presa su Glenn affondando le dita nelle sue braccia cercando di sostenerlo.
Fu solo una volta in casa, circondata dal rinfresco voluto in onore di mia sorella, che mi permisi di fuggire da tutti e nascondermi nella sua camera. Lì dove l’abito da sposa era sul letto ed io presi in braccio iniziando ad accarezzare come se fosse lei. Come se fosse la bambina che mille volte avevo tenuto sulle gambe.
Dovette trovarmi così Hayham quando entrò nella stanza, quando sedendosi al mio fianco in silenzio, mi posò una mano sulla gamba facendomi sentire la sua presenza.
“Oggi si sarebbe sposata… oggi avrebbe reso reale ogni suo sogno…” mormorai dura, impedendomi di piangere anche se le lacrime, quelle traditrici, iniziarono comunque a sgorgare bagnadomi il volto.
Fu il dito di Haytham ad asciugarle, quando costringendomi a guardarlo scoppiai incapace di trattenermi, finalmente esternando quel dolore che mi ero costretta a nascondere.
“Mi spiace Ophelia. Mi spiace… so cosa vuol dire perdere chi sia ama… vedere la vita lasciare il suo corpo e sperare con tutto il cuore e l’anima di evitare quel momento…”
“E come hai fatto? Come hai fatto ad andare avanti? A guarire?” gli chiesi disperata, in cerca di una cura a quel vuoto che sentivo dentro.
“Non l’ho fatto. Il dolore rimane, non sparirà. Imparerai solo a convincerci e da esso trarre forza…”
Le sue parole purtroppo non mi consolarlono, ma lo fecero le sue braccia in parte quando accogliendomi nella sua stretta calda mi permise di sfogarmi in un pianto copioso.

ROME
Il viaggio per Roma fu solo pochi giorni dopo il funerale. Fu un viaggio estremamente silenzioso nel quale mio padre non mi rivolse mai nemmeno una parola. Non lo fece nemmeno quando scortati in Vaticano venimmo portati al cospetto del Papa che ci aspettava in una della sale inaccessibile a chiunque non fosse tra i ranghi più alti della Trinity: quella in cui si trovava il Santo Graal.
Più volte il pontefice aveva chiesto a mio padre di bere dal calice, ma lui aveva sempre rifiutato, troppo legato alla sua umanità e alla sua missione. Non poteva diventare ciò che combatteva, ma quella volta era diverso. Il Papa aveva bisogno di lui, aveva bisogno della sua conoscenza e della sua mente per vincere quella guerra e non per una vita, ma per molte di più.
Questa volta il suo rifiuto però venne per un altro motivo, uno che mi toccò il cuore, mentre al di sotto del velo nero che mi copriva il viso sentivo gli occhi inumidirsi e le lacrime scendere sulle mie gote.
“Non posso Santità. Ho già perso una figlia, non credo sopporterei vederne un’altra non sopravvivermi…” fu una delle pochissime volte che vidi mio padre emozionarsi, mentre aprendo le braccia mi invitò a raggiungerlo ed io lo feci correndo, attraversando la sala, mettendo da parte la mia compostezza e abbracciandolo forte.
Piangemmo entrambi, mentre lui sfogandosi come non aveva mai fatto continuava a ripetermi che non mi avrebbe abbandonato, che mi avrebbe sempre protetto e fu esattamente ciò che fece sorridere il Papa che poggiando le sue mani sulle nostre schiene ci guardò, emozionato.
“Bevete entrambi figli miei. Permettete a questa famiglia di persistere al tempo. Proteggete le vostre anime dal dolore del lutto e fate di questo dono una missione per rendere questo pianeta libero e salvo”
Io e mio padre, con gli occhi lucidi, ci guardammo. Fummo colpiti da quella richiesta, ma al contempo onorati. Lo avremmo fatto. Per Jewel. Avremmo purificato il mondo in suo nome!.

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