Moonlight's Creed (Original Series)

Episodio 2×02

Present Day #2018: Davenport Manor



Davenport distava solo 170 miglia da New York eppure ero contento di constatare che nonostante il passare dei secoli fosse ancora una zona tranquilla fatta di natura e pace. Certo rispetto ad un tempo la popolazione era aumentata così come le case, ma ancora riuscivo a ritrovare il Maniero e nelle terre circostanti alla mansione che possedevo, quella serenità e quell’angolo di passato che mi ricordavano casa. All’interno della casa tutto era fermo alla metà del Settecento e i terreni tutti intorno erano un territorio di caccia fertile per chi come me amava ancora prodigarsi a procurarsi il cibo o semplicemente fare una camminata nella natura. Erano così vasti da permettere anche lunghe cavalcate ed in alcuni angoli erano perfino nascosti casupole di rami o tapee in cui potevo ancora celebrare le cerimonie sacre alla mia tribù e che mai avevo rinnegato. Nanda Parbat era la mia casa certo, come il loft lo era per Athena, ma quella era la NOSTRA casa ove vivere come una famiglia e chissà forse un giorno ampliarla anche se mai avevamo osato discutere di tale tema.
L’ultima guerra che era intercorsa per il Cristallo d’Argento aveva lasciato profonde cicatrici, ma anche e soprattutto profondi cambiamenti. Ora che il Cristallo era nelle mani sagge e sicure di Selene, che i Frutti dell’Eden erano tornati persi e nascosti chissà dove nel mondo ed Eris era stata sconfitta come per millenni le Guerriere avevano solo sognato di riuscire a fare… c’era una nuova pace, una nuova calma che stava portando tutti, dopo l’imminente necessità della guerra, a fare i conti con le proprie di necessità.
Altair aveva lasciato la Confraternita e non solo perchè era stato destituito dalla maggioranza degli Assassini, ma anche perchè aveva sentito la necessità di tornare in cerca delle sue radici e di riscoprire il suo passato. Io ed Edward al tempo stesso avevano fatto lo stesso e non per voltare le spalle ad Ezio e tanto meno per dimostrare il nostro disaccordo su quell’agire della Confraternita, ma anche e soprattutto perchè avevano cose con cui fare i conti, problemi e dubbi che la possessione dei Celestiali ci avevano lasciato quanto scoperte inaspettate.
Athena mi aveva fatto sapere che Nike, da donna indipendente quale fosse, aveva fatto una sorpresa al mio avo acquistando niente poco di meno che l’antica Mansione di Edward a Great Inagua ed usare tale dono come il suo personalissimo modo di chiedergli di sposarlo e di conseguenza fare di quel posto la loro casa, come Davenport Manor lo era per me ed Athena. Io che non potevo fare a meno di continuare a rimuginare sul sogno ed il desiderio di avere un figlio e farlo in un modo che non avevo mai creduto possibile. In passato ero già stato padre, è vero, ma mai avevo sentito in me il desiderio e la capacità di esserlo per davvero, non tanto e quanto lo sentivo in quel momento.
Tante troppe cose mi erano successe nei frangenti più sbagliati e meno adatti della mia vita, ma sembrava che finalmente fossi giunto lì dove avevo sempre sperato. Alla maturazione tale per fare quel passo in più, per capire che essere un Assassino non era tutto ciò che volevo essere e per fare i conti con la mia anima quella che mi spingeva a voler qualcosa di più solido con Athena quanto di trovare un punto d’incontro con mio padre.
Edward non era dello stesso avviso, noi che non eravamo mai riusciti a sviluppare un vero e proprio rapporto familiare. Non riuscivo a vederlo come nonno e lui non riusciva a vedermi come nipote, eravamo amici… colleghi e avevamo un punto di vista assai diverso sulla questione Haytham, una che evitava lui ed una che volevo risolvere io.
Preso da quei pensieri non mi ero reso conto di quanto tempo fosse passato, noi che in casa non avevamo orologi, nè tecnologia e nemmeno l’elettricità. Molti miei compagni mi consideravano folle per quell’attaccamento alla mia epoca, ma spesso era tutto ciò di cui avevo bisogno per sentirmi davvero a casa.
Da quando ero tornato alla mansione avevo ripreso in mano il mio vecchio diario e la sera prima di andare a letto non era raro che facevo nottata allo scrittoio trasformando i miei pensieri in parola e trasferendoli sulla carta. Era un mezzo come un altro per far chiarezza nella mente.
Ormai però era tardi e chiudendo il diario e mettendolo via in uno dei cassetti della scrivania, presi la bugia in mano e camminando a piedi nudi sulle assi di legno del pavimento raggiunsi la camera da letto. Athena era già profondamente addormentata ed io senza far rumore raggiunsi la mia parte del letto, posai sul comodino la bugia e soffiando sulla candela andai a dormire.Non passarono nemmeno dieci secondi che Athena, sentendomi al suo fianco, si accucciasse contro il mio petto.
La mattina successiva mi svegliai di buona ora ed andando a cacciare fui molto lieto di tornare a metà mattinata con due conigli ed alcuni dei frutti di bosco che per Athena avevo raccolto.
“Questa sera a quanto pare avremo coniglio alla brace…” mi accolse lei ben sorridente vedendo il mio bottino e venendomi incontro cun una brocca di latte lasciandomi un lieve bacio sulle labbra.
“Il tempo di cambiarmi ed arrivo…” la rassicurai tranquillo. Lei che in soggiorno aveva già allestito tutto per la colazione e che ogni giorno mi trovavo a stupirmene come se quella quotidianità non mi appartenesse. La gente sposata viveva insieme, ma per noi non era mai stato così ovvio e dunque tutto quello ci sembrava ancora estremamente nuovo, ma anche estremamente bello…

Due mesi.
Erano passati solo due mesi, ma a me sembravano anni per la calma e la tranquillità con cui passavo le giornate, così diverse da quelle che avevano preceduto l’inevitabile guerra contro Eris.
Ricordavo l’ansia, il nervosismo, la rabbia, la paura di compiere un passo falso, di perdere le mie sorelle e Connor in quel subdolo e maledetto scontro, che nei giorni successivi mi aveva lasciato non poche ferite, sia fisiche ma soprattutto psicologiche.
La freddezza negli occhi di mio marito durante quel combattimento, quella durezza -in netto contrasto con il suo sguardo dolce e rassicurante di quel verde che riusciva sempre a farmi star bene- me li sognavo ancora durante la notte e sicuramente non li avrei scordati facilmente.
Dopo la sconfitta di Eris erano accadute molte cose e altrettante erano cambiate.
Nike ed Edward si sarebbero sposati, recuperando così tutto il tempo perduto e potendo finalmente stare insieme.
Shay era scomparso, e anche se Ares, orgogliosa com’era, non voleva ammetterlo, era decisamente preoccupata per lui. Dopotutto lo amava, non poteva farci nulla. Poteva anche urlare al mondo intero che voleva vedere con tutta sé stessa la sua testa su una picca, ma sia io che le altre sapevamo perfettamente che le mancava terribilmente.
Per quanto riguardava Connor, un po’ ero preoccupata.
La possessione di Jemiah, anche se all’apparenza poteva non sembrare, aveva lasciato il segno. Forse per il fatto di essersi fatto manipolare, o per avermi fatto del male contro la sua volontà. Le mie erano tutte supposizioni. Non ero ancora riuscita a comprendere a pieno cosa provasse o pensasse, e a dir la verità non glielo avevo ancora chiesto apertamente, per timore di farlo soffrire maggiormente.
Ciò che mi faceva anche più preoccupare era il fatto che si stesse allontanando dalla Confraternita. Era strano, troppo strano. Era la sua essenza, una parte di lui, un modo di vivere e di pensare. Ha sempre dato l’anima per gli Assassini, ed ora si comportava così. Sembrava quasi che con i suoi confratelli si sentisse a disagio.
Non riuscivo davvero a capire.
Avevamo quindi deciso di prenderci un periodo di pausa da tutto e di tornare a casa nostra, a Davenport, dove eravamo semplicemente Connor e Athena, senza guerre a condizionare le nostre giornate.
Adoravo il Maniero, lo adorai sin dal primo istante in cui ci misi piede.
La casa, immersa nella tranquillità più assoluta della natura, era deliziosa.
I mattoncini rossi, il porticato e gli infissi in legno dipinti di bianco, il tetto scuro sormontato dalle canne fumarie dei camini. Era buffo: avevo visto e vissuto in innumerevoli abitazioni nelle epoche più disparate, ma mai avevo provato una sensazione di familiarità e sicurezza come in quella.
Passare le giornate nella più totale serenità era estremamente rilassante.
Era in quei rari -purtroppo- momenti a Davemport che potevamo finalmente vivere come una coppia, come una famiglia.
Sentire il suo calore accanto a me nel letto, mangiare assieme, parlare del più e del meno, passeggiare per i campi e nel bosco, stare nella stessa stanza in completo silenzio, lui a scrivere e io a leggere un bel libro, anche concentrarsi sui propri interessi individualmente -lui a cacciare o a vagare per le sue amate terre, io a dipingere o a dedicarmi al “fai da te”-, ma sapendo di essere vicini, a disposizione l’uno per l’altra per qualsiasi cosa.
Possono sembrare cose estremamente banali, perfino ovvie, ma per noi non lo era. Sapevamo apprezzarne la bellezza perché per noi erano tutt’altro che scontate.
“Questa sera a quanto pare avremo coniglio alla brace…” lo accolsi con un leggero bacio sulle labbra una di quelle mattine vedendomelo rincasare con due conigli e i miei frutti di bosco preferiti.
“Qui è tutto pronto.” gli dissi sorridente dopo aver poggiato la brocca colma di latte sul tavolo apparecchiato per la colazione.
“Il tempo di cambiarmi ed arrivo…” mi disse dalla cucina, dove lasciò il suo bottino di caccia, per poi salire le scale dirigendosi verso camera nostra.
Tornai in cucina per prendere la zuccheriera che avevo dimenticato, quando puntai con lo sguardo i frutti di bosco di cui ero estremamente golosa. Ne rubai rapida qualcuno, assaporandone il sapore dolce e aspro, mentre tornavo in soggiorno.
Mi sorprendevo da sola per la frequenza con cui formulavo quel pensiero, ma quanto mi piaceva quella vita! Ogni volta speravo potesse durare all’infinito, come per tutte le persone normali…




La colazione passò estremamente serena e tranquilla, come ormai trascorrevano ogni nostra giornata interrotta solamente ogni tanto dalla visita inaspettata di alcuni dei rifugiati delle Colonie che, vivendo nelle vicinanze, portavano i loro omaggi ad Athena sicuri che lei li avrebbe portati a Selene. Sulla Terra si era diffusa la voce più velocemente di quanto si potesse immaginare e tutti i rifugiati avevano scoperto che la loro Principessa era divenuta Imperatrice.
Ammiravo il fatto che anche se quelle persone non avevano più una casa e si erano integrate perfettamente sul nostro Pianeta non avevano smesso di mantenere le loro tradizioni, le loro culture, la loro fede, ma soprattutto ancor più non avevano mai smesso di essere fedeli alla corona e alle Guerriere. Loro le vedevano come le loro guardiane, come tutto ciò che rimaneva del loro amato governo e la loro lealtà era così profonda che non passava giorno che non ricevessimo visite di persone che portavano in dono oggetti a loro cari, un’antica tradizione che voleva che ad ogni incoronazione o nuovo membro della famiglia, i sudditi si prodigassero come potevano e come volevano a rendere omaggio.
Tutto quello mi colpiva e vedendo che colpiva anche Athena che con loro poteva sentirsi di nuovo una mercuriana che poteva parlare la sua lingua, con gli abitanti del suo pianeta, o semplicemente parlare di cose a loro care come eventi o ricordi.
A metà mattinata ci fu l’ennesima visita, ma quando Athena andrò ad aprire rimase colpita da notare che chi aveva di fronte non era nessuno che poteva dire di conoscere, infatti quella visita non era per lei… ma per me.
L’uomo nemmeno entrò in casa, in quanto io lo accolsi sulla soglia e una volta consegnatemi una lettera se ne andò senza guardarsi indietro. Io non persi tempo ed appena chiusa la porta di casa lessi con furia la lettera che mi arrivò non mancando di portarmi una mano sulla bocca, massaggiandomi la mascella tra lo sconvolto ed il sorpreso.
Lo sguardo preoccupato di Athena lo sentì su di me e non potei fare a meno di passargli dunque la lettera che mi era stata recapitata. Era un contatto che avevo nei Templari… non potevo considerarlo una spia, solo una persona che mi doveva un favore e che aveva appena scontato il suo debito. Nella lettera vi era riportato che il giovane Atlas cresceva in fretta… troppo in fretta… Haytham si prodigava a tenerlo nascosto, ma i suoi rapidi cambiamenti erano visibili a tutti.
Avevo scoperto di avere un fratello solo un mese prima, quando prodigandomi a scoprire come stesse mio padre (perchè preoccupato della sua sorte dopo la guerra) lo vidi in compagnia di Atlas. Così lo chiamava, mentre stringendolo tra le braccia gli parlava di me… della sua gioia di essere il padre che non era mai stato, ma al contempo al rimpianto di non avermi al suo fianco in quel momento… con loro.
La notizia mi aveva sconvolto e allo stesso tempo mi aveva reso felice, ma poi era venuta la consapevolezza di CHI figlio egli fosse.
“C-Connor… te lo dissi ricordi? Se davvero fosse stato figlio di Eris…”
“Avrebbe dimostrato proprietà uniche…” ribadì facendo eco alle sue parole, quando raggiungendo il soggiorno mi lasciai cadere su una delle due poltrone che avevano di fronte al camino che in quel momento scoppiettava riscaldando la stanza.
Leggevo sul volto di Athena la preoccupazione di quella notizia, sapevo che non voleva essere precipitosa nè ferirmi, ma sapeva che c’era da mettere in conto che Atlas si sarebbe potuto rivelare pericoloso quanto se non più della madre. Eris era la Regina del Kaos e lei e le altre avevano già conosciuto gli altri suo figli, nessuno degno di nota per la loro bontà.
“C-Connor… per ora non lo dirò alle Guerriere…” mi disse facendo un piccolo passo verso di me quasi timorosa della mia reazione, mentre allungando una mano la invitai a raggiungermi e sedersi sulle mie gambe. Lei che gettò la missiva nel fuoco prima di raggiungermi e allacciare le sue braccia intorno al mio collo.
“E’ tuo fratello… è normale che tu sia preoccupato per lui e per questo dobbiamo dargli il beneficio del dubbio… dopotutto ha anche il tuo sangue nelle sue vene e non posso credere che nessuno che sia legato a te non possa non essere buono…” la sua voce piena di amore riuscì a strapparmi un debole sorriso, mentre stringendola a me non potevo non sentirmi impotente e confuso circa quella situazione.
Non cadeva in un momento buono, non quando vedendo Haytham e Atlas insieme ero stato investito da una forte malinconia, vuoi un po’ perchè in quel momento mi sentivo isolato dai miei confratelli della Confraternita e un po’ perchè la voglia di diventare padre ultimamente stava divenendo sempre più forte…
“Che sia legato a me?” chiesi facendo scivolare la mia mano sul suo ventre. Mi conosceva mi servivano poche parole e pochi gesti per fargli capire esattamente cosa pensavo.
“Ed io non riesco a non immaginare che qualcuno legato a te non possa non essere così comprensivo e paziente…”

Presi la lettera che Connor mi porse e la lessi tutta d’un fiato, avida di conoscere l’origine della sua reazione.
Atlas, che Connor aveva da poco scoperto essere suo fratello, era figlio di Eris.
Iniziai a ragionare, immaginandomi le possibili conseguenze.
Sarebbe stato un pericolo come la madre o no? Sarebbe forse stato persino peggio di lei? Gli altri suoi figli che avevamo già affrontato avevano seguito le sue orme. Forse lui sarebbe stato l’eccezione. Se però si fosse davvero rivelato una minaccia, che avremmo fatto? Come avrebbe reagito Connor?
Maledizione, non so che pensare!
Ero preoccupata, terribilmente preoccupata. Non sapevo come spiegare i miei timori a mio marito senza ferirlo.
Vederlo sconvolto in quel modo, abbandonato sulla poltrona come senza forze mi addolorava.
“C-Connor… per ora non lo dirò alle Guerriere…” gli dissi avvicinandomi lentamente a lui, che con un gesto della mano mi invitò a sedermi sulle sue gambe.
Diedi la lettera in pasto alle fiamme del caminetto prima di accoccolarmi a lui.
“E’ tuo fratello… è normale che tu sia preoccupato per lui e per questo dobbiamo dargli il beneficio del dubbio… dopotutto ha anche il tuo sangue nelle sue vene e non posso credere che nessuno che sia legato a te non possa non essere buono…” gli dissi dolcemente con un sorriso.
Mi strinse a sé sorridendomi debolmente, ma nei suoi occhi leggevo chiaramente confusione e malinconia, lo stesso sguardo che spesso aveva avuto in quegli ultimi mesi.
Anche lui non sapeva che fare, era chiaro… o almeno così mi era sembrato fino a quel momento, a quella frase, alla sua mano sul mio ventre.
“Che sia legato a me? Ed io non riesco a non immaginare che qualcuno legato a te non possa non essere così comprensivo e paziente…”

Come avevo potuto non accorgermene? Come?! Era così ovvio! Ecco perché il suo strano comportamento! Pensavo fosse colpa solo dei problemi nella Confraternita e della scoperta di Atlas, del fatto che suo fratello avrebbe beneficiato dell’affetto di Haytham che lui non aveva mai avuto… in realtà c’era altro.
A volte dimenticavo che, come me, anche lui aveva vissuto “un’altra vita” prima di conoscermi. Aveva avuto una moglie e dei figli, ma non era andata bene. Lei lo lasciò, si risposò e si portò via i figli, lasciando solo il vuoto nella vita di Connor.
Non aveva vissuto il calore e l’amore della famiglia, nè quando era bambino nè quando era adulto. Gli aveva solo sfiorati ed agognati.
Mi venne una stretta al cuore. Desiderava davvero diventare padre, e io… io non ci avevo mai pensato. Mai, nemmeno una volta. Non mi era mai passato nemmeno per l’anticamera del cervello di voler diventare mamma.
Non sapevo perché, ma avevo sempre dato per scontato che ci saremmo bastati solo noi due. Io e lui nella tranquillità di quella stupenda casa, che improvvisamente mi sembrò immensa, troppo grande e silenziosa, quasi vuota.
In quel momento dovevo avere un espressione davvero buffa e preoccupante.
Mi aveva spiazzata. Ero in balia dei miei pensieri, troppo rapidi e confusionari per poter sembrare anche un minimo comprensibili.
Non sapevo davvero che fare. Non sapevo che volevo.
Cosa potevo dirgli? COSA?! Ero nel panico più assoluto.
Lo guardai negli occhi, i miei sgranati e lucidi.
Le mani allacciate al suo collo tremarono leggermente.
“I-Io… Io non lo so.”




Chi mi guardava da fuori doveva immaginare grandi cose del sottoscritto, forse illudendosi che vista la mia prestanza fisica e le mie capacità di combattimento fosse scontato che queste si traducessero anche in un carattere forte e deciso. Come se i miei lunghi silenzi ed il mio modo di fare schivo fossero sinonimi di grandezza e superbia. Ma tutto questo era solo la facciata che gli altri di me vedevano, una che non mi ero costruito, ma che semplicemente esisteva come una corazza per proteggere il mio animo gentile e forse anche troppo spesso imbranato.
Dopo l’incidente che avevo avuto in mattinata con Athena avevo velocemente fatto cadere il discorso, imbarazzato e a disagio ringraziando di come la mia pelle scura mascherasse alla perfezione il rossore che si era creato sulle mie gote.
Non era stata mia intenzione metterla in difficoltà e tanto meno spingerla verso una decisione che, erroreamente, pensavo appartenesse ad entrambi, ma mi ero detto che avevo intrapreso male i segnali e di conseguenza avevo fatto i conti senza l’oste.
La giornata trascorse così tranquilla e  io  ne approfittai per ritirarmi nel mio tapee nel bosco, per ragionare e meditare, non mancando di avvisare mia moglie a cena di informare le sue sorelle.
Non volevo che rimanessero all’oscuro delle origini di Atlas, seppur ero lieto della sua premura, perchè non era nel mio modo di essere mentire o tenere per me informazioni che sapevo importanti anche se sì… avrei lottato per mio fratello, forse come non avevo mai smesso di fare nemmeno per mio padre.
Era più forte di me. Nonostante le delusioni e l’evidenza, seppur non mi tiravo mai indietro di fare la cosa giusta, non riuscivo a fare a meno di credere che ci fosse sempre del buono negli altri.
Come era successo all’epoca delle Colonie. Avevo creduto davvero alla causa dei Coloni, all’idea che una volta cacciati gli inglesi ci sarebbe stata salvezza per la mia tribù e tutti gli altri indiani, ma in realtà le cose erano andate diversamente e la conseguenza era stata una razza che oggi si contava sulla punta della dita.
Sentivo una profonda tristezza nel profondo di chi seppur con tutte le più buone intenzioni finisce sempre per credere in ciò che si rivela poi sbagliato… o che diventa causa del proprio male.
Non ero stato in grado di salvare mia madre, di convertire mio padre, di trovare una soluzione per la mia gente, di essere utile per Atlas, di resistere al Celestiale, di impedire che la Confraternita di spaccasse, di tenermi mia moglie e i miei figli ed ora… anche di far funzionare quel matrimonio. Amavo Athena, amavo come non ero mai stato capace di far prima, perchè mi sentivo accettato per quel che ero, ma sembrava che fossi sempre fuori posto… Avevo provato ad essere solo un indigeno, poi solo un Assassino ed anche un figlio, marito e padre, ma… sembrava che nessun ruolo riuscisse davvero a calzarmi, come se ci fosse sempre qualcosa che lo impedisse.
Anche quella notte rimasi fino a tardi piegato a scrivere sul diario, ma anche una volta chiuso non trovai sonno per coricarmi e rimanendo così a fissare la fiamma che lenta danzava davanti ai miei occhi così scuri quanto persi…

Un tuono mi svegliò.
Era notte fonda e fuori imperversava violento un temporale.
Avevo sempre adorato il suono della pioggia mentre mi rilassavo a letto. Mi dava un senso di calma incredibile.
Chiusi nuovamente gli occhi per tentare di riaddormentarmi, quando mi tornò alla mente quello che con ogni probabilità era il sogno che stavo facendo prima di svegliarmi.
Il pianto disperato di un bambino.
Scattai immediatamente a sedere, come spaventata da quel suono che abitava solo nella mia testa.
Era da quella mattina, da quella conversazione estremamente imbarazzante e strana con Connor, che quella strana sensazione e quei pensieri non mi abbandonavano.
Qualsiasi cosa avessi fatto durante la giornata mi faceva tornare con la mente a quell’argomento. Rumori, suoni, qualsiasi cosa. Ora ci si mettevano persino i sogni.
Mi stavo sdraiando nuovamente, decisa ad addormentarmi senza strani pensieri per la testa, quando mi accorsi che la parte di letto di mio marito era vuota.
Sospirai. Anche lui per tutto il giorno era stato strano dopo quella chiacchierata. Aveva passato tutto il tempo fuori, nel bosco. Solo per cena eravamo stati insieme…ma era stata una serata alquanto anomala. Non avevamo parlato molto, solo della questione di Atlas e di altre cose non molto rilevanti. Finito il pasto lui si era ritirato a scrivere come ogni sera sul suo diario.
Mi alzai e uscii dalla camera, sicura di trovarlo ancora nello studio, dal quale, come previsto, proveniva una luce.
Mi avvicinai lentamente, tentando di non fare rumore, mi affacciai oltre lo stipite della porta e lo trovai seduto allo scrittoio ad osservare la fiamma della candela. Era immobile davanti ad essa, le spalle leggermente ricurve, le braccia conserte su cui era abbandonata la testa. Sembrava estremamente triste e sconsolato… e la colpa era mia e del mio “Io non lo so”.
Che razza di idiota che sono. Ho la delicatezza di un ghiacciolo…
Quanto avrei voluto rimangiarmi quelle maledette parole.
Odiavo vederlo in quello stato. Non lo sopportavo.
“Connor…” dissi varcando la soglia e avvicinandomi a lui “Sono le tre di notte passate. Vieni a letto.”
“Tu vai pure. Io ti raggiungo fra un po’.” mi rispose con voce piatta e incolore.
Nessun movimento. Non si voltò nemmeno, rimase fermo come fosse fatto di pietra.
Ignorai completamente la sua risposta e lo raggiunsi, posando una mano sul suo braccio, che questa volta, anche se quasi impercettibilmente, si contrasse al mio contatto.
Mi abbassai e gli accarezzai la guancia, per poi voltargli dolcemente il viso verso di me.
Aveva un’espressione stanca, gli occhi spenti e persi.
Non l’avevo mai visto in quel modo. Vederlo in quello stato mi faceva soffrire incredibilmente. Era come se il mio cuore fosse in una pressa, vicino allo sbriciolamento.
“C-Connor… parlami, per favore. Non tenerti tutto dentro. Ti fa tutt’altro che bene.”




L’impotenza di quel momento e la mia tristezza mi stavano facendo perdere di vista il potenziale male che potevo fare ad Athena lo stesso che lessi nel suo sguardo quando mi costrinse a legare il mio al suo. Era così vicina e così dolce da ricordarmi nel profondo il motivo che mi aveva spinto verso di lei, lo stesso che per la prima volta mi aveva concesso di mostrarmi così com’ero, con le mie incertezze e le mie paure, senza il timore di venir giudicato.
“Perdonami…” mormorai appena vedendola scuotere il capo confusa, motivo per cui alzandomi in piedi la fronteggiai. Era appoggiata alla scrivania che dietro di lei la sostenava, mentre io di fronte l’affrontavo.
“Non era mia intenzione oggi farti pesare il discorso di stamattina, perchè non è quello il motivo per cui sono stato così sfuggente…”
“E allora qual è?” mi chiese circondandomi il viso con le mani, così da costringermi da tenerlo sempre eretto e dritto verso il suo.
“Sono io Athena e questo maledetto senso di incapacità che mi perseguita da secoli…” sbottai con un tono di voce più alto del solito. Uno che non mi apparteneva, ma che ebbi per uno sfogo che stavo trattenendo da dentro da troppo tempo. Ma dopotutto con chi mai avrei potuto parlarne?
“Credi che non lo sappia? Che non lo veda? Di come a prescindere da ciò che faccio o del ruolo che assumo sono sempre fuori posto? Niente di quello per cui ho combattuto ha avuto un seguito. Sono diventato un’Assassino e per cosa? Per vedere i Coloni agire contro la mia gente peggio di come avevano fatto gli Inglesi. Sono diventato marito e padre e nemmeno quello mi è riuscito. Ed il mio ruolo di figlio? O una delusione totale, visto che non sono riuscito a salvare mia madre e nè mio padre… ed ora Atlas e la certezza di fallire anche come fratello… lo capisco. Ti capisco e non ti giudico… hai tutte le ragioni per non volere un figlio con un fallito come me…” lo dissi con un veleno che non era indirizzato a lei e a nessun altro, se non a me stesso. Quel veleno che mi scorreva dentro dal giorno in cui il mio villaggio era stato distrutto e che mi aveva spinto a combattere e fare la cosa giusta solo per venir poi sempre tradito dai miei stessi valori. Era una solitudine la mia, di quelle voraci che nonostante la miriade di persone che avevo incontrato e conosciuto mai mi aveva permesso di sentirmi davvero parte di qualcosa.
Anche ritrovare mio nonno era stato importante, tanto che avevo pensato che avrebbe cambiato qualcosa, ma Edward ed io non eravamo mai riusciti a costruire un rapporto che andasse oltre alla semplice conoscenza, nemmeno amici riuscivo a considerarci anche perchè di fatto forse non ne avevo mai avuti.
Le mani erano poggiate sulla scrivania “intrappolando” Athena tra la stessa e me, mentre il mio capo -ora basso- cercava di gettare all’indietro le lacrime e l’ira che minacciava di uscire e che non ero sicuro di riuscire a trattenere.
“Il Celestiale ha solo reso tutto più chiaro nella mia mente… ciò che avevo tentato inutilmente di ignorare…” mormorai a mezza voce, stringendo gli occhi e sentendo le vene del capo pulsare.
Quella sera ero tornato diverso dal bosco. In un atto di puro istinto mi ero tagliato i lunghi capelli ed avevo cambiato il mio modo di apparire, avevo fatto così tanto in quei secoli per ricordare più un bianco forse da dimenticarmi chi ero e quello mi aveva spinto alla necessità di sentirmi più Ratonhnhaké:ton che Connor.
“Sai ti dirò una cosa che non ho mai potuto dire ad alta voce…” le confessai cercando il suo sguardo ed in questo modo permettendole di vedere i miei occhi lucidi e la mia mascella serrata.
“Solo con Haytham mi sono sentito… sereno… Non dovrei dirlo, perchè anche il solo pensarlo mi rende un traditore agli occhi degli Assassini, ma molte volte mi sono chiesto cosa avrebbe significato seguirlo… Odio ammetterlo, ma Haytham è un ottimo padre… e non mi ha mai voluto diverso da ciò che sono…” quella consapevolezza mi fece alzare gli occhi al cielo con un sorriso beffardo sul volto che morì quando Athena, senza proferire parola, mi baciò. E lo fece con quel trasporto che non eravamo mai soliti mostrare in pubblico. Tutti si divertivano a prenderci in giro per quello, chiedendosi se il nostro era più un matrimonio sulla carta che altro, ma a noi non importava. Non quando avevamo sempre creduto che non servivano atti di romanticismo pubblico per renderci una coppia.
Il suo bacio divenne sempre più profondo quanto urgente. Un’urgenza che si incontrò con la mia, quando slegandole il nodo della vestaglia feci cadere questa a terra e prendendola in braccio la feci sedere sulla scrivania. La mia mano percorse la sua gamba nuda ed alzandole il babydoll arrivò ai suoi fianchi solleticandole la pelle chiara, mentre le sue gambe si incrociavano dietro la mia schiena costringendo il mio bacino più vicino al suo. La sentivo stringere la mia schiena nuda, mentre le mie labbra scendevano e dalla sua bocca raggiungevano la giugolare e poi la spalla.
Stringendomela addosso la portai fino in camera da letto e poggiandola sullo stesso feci attenzione a sovrastarla per non caricarla dal mio peso, mentre alzandole una gamba mi accomodai tra di esse vedendola sorridere quando fermandomi dal baciarla ero rimasta ad osservarla spostandole alcune ciocche di capelli dal viso.
“A me puoi dire tutto e lo sai… Non sarò io a giudicarti se mi dici che vuoi bene a tuo padre, perchè non è sbagliato… amare non lo è mai e sai chi me lo ha insegnato? Tu… Per tutti gli Dei… tu sei il mio Connor… il mio Ratonhnhaké:ton e prima di incontrarti non mi sarei mai immaginata così… Avevo immaginato mille futuri, ma in nessuno avevo contemplato di amare ed essere amata… quindi nessuno meglio di me sa cosa vuol dire sentirsi fuori posto… Ma non osare mai più dire che sei un fallito, perchè se lo fossi, il mondo sarebbe di certo un posto peggiore”

“Credi che non lo sappia? Che non lo veda? Di come a prescindere di ciò che faccio o del ruolo che assumo sono sempre fuori posto? Niente di quello per cui ho combattuto ha avuto un seguito. Sono diventato un Assassino e per cosa? Per vedere i Coloni agire contro la mia gente peggio di come avevano fatto gli Inglesi. Sono diventato marito e padre e nemmeno quello mi è riuscito. Ed il mio ruolo di figlio? O una delusione totale, visto che non sono riuscito a salvare mia madre e nè mio padre… ed ora Atlas e la certezza di fallire anche come fratello… lo capisco. Ti capisco e non ti giudico… hai tutte le ragioni per non volere un figlio con un fallito come me…”
Sapevo che quelle parole non erano per me. Erano per sé stesso, ma mi fecero male ugualmente. Vederlo in quel modo, così fragile e tormentato, così tanto dolore nello sguardo, era straziante. Pensava che io non volessi un figlio insieme a lui perché era un fallito… quanto si sbagliava, ma quello non era certo il momento di farglielo notare. Aveva bisogno di sfogarsi, e io non l’avrei fermato.
Era come una diga sul punto di rompersi. Finalmente stava buttando fuori tutto quello che non si era mai permesso di dire. Anni di solitudine, senso di inadeguatezza, rabbia mai espressi a pieno stavano venendo fuori come un fiume in piena.
Tutto ciò per colpa, o meglio, grazie ad Arishem. Era innegabile che fosse stata un’esperienza da dimenticare, ma aveva sbloccato qualcosa in Connor. Gli aveva ricordato, anche se con l’effetto collaterale di pensieri e sentimenti che potevano facilmente portare all’autodistruzione, chi era veramente.
Incatenò il suo sguardo lucido al mio, la mascella serrata e rigida.
“Sai ti dirò una cosa che non ho mai potuto dire ad alta voce… Solo con Haytham mi sono sentito… sereno… Non dovrei dirlo, perchè anche il solo pensarlo mi rende un traditore agli occhi degli Assassini, ma molte volte mi sono chiesto cosa avrebbe significato seguirlo… Odio ammetterlo, ma Haytham è un ottimo padre… e non mi ha mai voluto diverso da ciò che sono…” un sorriso sarcastico gli apparve in volto mentre parlava. Nelle sue parole c’era tanta sofferenza. Vedeva del bene in lui, una figura che gli infondeva sicurezza, che lo accettava per quello che è, che gli ricordava di non cambiare per farsi accettare. Voleva bene a suo padre, ma non era libero di mostrare apertamente tutto quell’affetto altrimenti sarebbe sembrato un traditore. Questa era la beffa che lo perseguitava da secoli.
In quel momento avrei voluto dire tante cose, ma sapevo che nessuna di queste sarebbe servita.
Forse contro ogni sua – e mia- aspettativa lo baciai con trasporto, cancellando quel sorriso beffardo dalle sue labbra. Capii solo in quel momento di quanto ne avessimo entrambi bisogno. Tutto quello che era accaduto, tutto quello che era stato detto scomparve come una bolla di sapone.
C’eravamo solo noi, stretti l’uno all’altra a baciarci in modo quasi famelico, mentre lui mi metteva a sedere sulla scrivania, accarezzandomi dolcemente prima la gamba e poi i fianchi.
Istintivamente lo avvicinai ancora di più a me, imprigionandolo fra le mie gambe e il mio bacino, stringendo la sua schiena forte e massiccia fra le mie braccia esili.
Non passò molto prima che mi portasse in camera e mi poggiasse sul letto, sovrastandomi con cautela.
La dolcezza con cui mi guardava mentre mi spostava qualche ciocca di capelli dal viso mi sciolse il cuore, ricordandomi quanto fossi fortunata. In tutta la mia vita nessuno mi aveva mai dato così tanto amore. Nessuno tranne lui. Mi fissava con tutto quell’affetto negli occhi come se fossi la cosa più preziosa al mondo, sensazione che mai avevo provato prima di conoscerlo.
Era in momenti come quello che nella mia mente si insinuava un pensiero che non doveva nemmeno esistere, che il solo formularlo poteva farmi sembrare ignobile, una traditrice nei confronti dell’Impero e le Colonie, verso tutti i sopravvissuti e quelli che purtroppo non ce l’hanno fatta… ma non ce la facevo. Non potevo soffocare quel maledetto pensiero, altrimenti avrei tradito la me del presente. Anche se Eris aveva seminato terrore e dolore, distrutto la mia famiglia, i miei conoscenti e amici, la mia gente, la mia casa, tutto ciò a cui tenevo, rendendomi orfana in mezzo all’immensità dell’universo, un piccolo lato di me le era grata. Già, le ero grata, perché se non fosse stato per lei non sarei mai finita in mezzo a quel bosco completamente innevato nel 1784, non avrei incontrato quello che mi sembrò un gigante dal cuore tenero, quello di cui presto mi innamorai e che ora era sopra di me a guardarmi come se ci fossi solo io al mondo.
“A me puoi dire tutto e lo sai… Non sarò io a giudicarti se mi dici che vuoi bene a tuo padre, perchè non è sbagliato… amare non lo è mai e sai chi me lo ha insegnato? Tu… Per tutti gli Dei… tu sei il mio Connor… il mio Ratonhnhaké:ton e prima di incontrarti non mi sarei mai immaginata così… Avevo immaginato mille futuri, ma in nessuno avevo contemplato di amare ed essere amata… quindi nessuno meglio di me sa cosa vuol dire sentirsi fuori posto… Ma non osare mai più dire che sei un fallito, perchè se lo fossi, il mondo sarebbe di certo un posto peggiore” gli sorrisi, sicura più che mai di ciò che gli avevo appena detto mentre gli carezzavo dolcemente il viso. Il verde del suo sguardo si illuminò ancora di più, la bocca si allargò in quel timido sorriso che tanto amavo prima di riavvicinarsi alla mia, riprendendo il bacio interrotto poco prima con ancora più passione.
(…)
Il sole era appena sorto, ma noi eravamo già svegli -forse sarebbe più corretto dire che non avevamo dormito quasi per nulla-, io accoccolata sul suo petto, stretta fra le sue braccia a bearmi delle sue carezze.
La mia mano delineava con leggerezza ogni suo muscolo.
“A che pensi?” chiese voltandomi il viso verso il suo prima di iniziare a baciarmi le guance, le labbra, la mandibola, il collo.
“È difficile pensare con una distrazione così piacevole…” risposi per poi tornare a concentrarmi sulla sua bocca, con baci sempre più profondi e impetuosi che ricordavano vagamente quelli che ci eravamo scambiati durante tutta la notte.
“Alla risposta che ti ho dato ieri… e al pensiero del tutto errato che ti sei fatto al riguardo…” gli sussurrai poco dopo sulle labbra rispondendo alla sua domanda “Ti ho detto non lo so non per nascondere chissà quale motivo. Ti ho detto così perché è la pura verità. In tutta la mia vita mai avevo pensato all’eventualità di diventare madre. Mai. Ieri mattina è stata la prima volta in assoluto. Mi hai preso completamente alla sprovvista e non sapevo né che pensare né che dire. Ero andata nel panico più totale… sai, fino al giorno in cui Eris distrusse l’Impero, l’unico futuro che vedevo per me era quello di Guerriera. Nient’altro. E pensa, se non fossi mai diventata Guerriera molto probabilmente sarei diventata uno dei Saggi di Mercurio. Avrei condotto una vita triste e solitaria. Pensandoci ora mi vengono i brividi. Come ho fatto a vivere così tanto a lungo senza amore? Come avrei fatto se quel futuro che tanto mi inorgogliva si fosse realizzato? Mi sarei persa così tante cose… fra cui anche scoprire in me l’inaspettato desiderio di volere un figlio con te.”

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