Moonlight's Creed (Original Series)

Episodio 1×16

PRESENT DAY #2017: HAMILTON

Quella di tornare alla Loggia — e di farlo con Ares, oltretutto — era stata una decisione rischiosa da prendere, ma non potevo negare attendere ulteriormente sarebbe stato altrettanto pericoloso, a quel punto. Ero stanco di nascondermi alla stregua di un traditore, di aspettare nell’ombra, quando invece quella strega di Eris continuava ad avvelenare la mente di Haytham, legandolo sempre di più a sè, annebbiando il suo giudizio e corrompendolo. Avevo provato a fare quanto mi aveva detto, a confidare nel fatto che, prima o poi, mi avrebbe fornito tutte le spiegazioni necessarie, che avrebbe smesso di tenermi all’oscuro dei suoi reali piani — ritenevo di essermi meritato almeno quello, dopo una vita passata al suo servizio, letteralmente, in un certo senso. Gli avevo dato la mia lealtà sia in vita che dopo la morte, senza mai chiedergli niente in cambio, eppure mi ero visto scavalcare da un ragazzino, avevo notato i miei avvertimenti essere ignorati. E nonostante tutto? Era dai Templari che facevo ritorno, quando avrei potuto tradirli in più di un’occasione, se solo lo avessi voluto.
Per quanto nel corso degli anni vi fossero state diverse speculazioni sul mio conto, del resto, non avevo mai avuto alcuna intenzione di prostrarmi di fronte agli Assassini e chiedere di essere accolto nuovamente tra i loro ranghi; non avrei tradito me stesso e tutto ciò che mi ero promesso. Quello era un capitolo chiuso della mia vita e tale sarebbe rimasto.
« Ho recuperato il frammento, come mi avevi chiesto. Lo abbiamo fatto insieme, Ares ed io. »
Schiena dritta e testa alta, non mi sarei messo di certo a tremare come un bambino di fronte ad un Haytham chiaramente poco felice delle mie azioni. Anzi, era possibile udire una nota di orgoglio, nella mia voce, oltre ad una tesa fermezza, mentre allungavo il frammento viola nella sua direzione. Un conteggio misero, se messo a confronto con i tre che custodivo ancora quasi in totale segreto — solo Ares sapeva, dal momento che ero stato disposto ad affidarle una conoscenza simile — ma sarebbe stato abbastanza per non compromettere ulteriormente la mia posizione. Dagli altri non potevo separarmene, sarebbero dovuti essere la mia carta vincente, l’asso nella manica da tirare fuori se mi fossi trovato in seria difficoltà.

Rimasi immobile, come di ghiaccio, quando dalla porta del mio ufficio fecero il loro ingresso Shay accompagnato da una delle mortali nemiche dell’Ordine, nientemeno che Ares in persona.
Lei, l’entità sotto le spoglie di una donna che aveva ferito mortalmente la mia amata Eris tanti secoli prima, alle spalle con la viltà di un arma a distanza.
«Ho recuperato il frammento, come mi avevi chiesto. Lo abbiamo fatto insieme, Ares ed io.»
Sentii pronunciare lui, ma soffuso, come se la sua voce provenisse da un altro pianeta.
Mantenni il silenzio per qualche minuto, con la schiena dritta e le mani intrecciate dietro di essa, soppesando le sue parole. Lo scrutai in volto, serio, mentre facevo forza su me stesso per mantenere un atteggiamento distaccato e non lasciarmi sopraffare dalle emozioni del momento.
Dovevo restare lucido, ero il leader del più importante Ordine esistente e non di certo un ragazzino con l’aspetto di un uomo, che si lasciava trascinare da sentimentalismi dettati dall’avventatezza e scarsa esperienza.
Shay se ne restava immobile, ritto come un soldatino, cercando di mantenere una postura fiera e sicura, ma il suo sguardo lo tradiva. Poteva negarlo a se stesso, ma non avrebbe ingannato me, che lo avevo accolto dopo il voltafaccia agli Assassini.
Conoscevo quello sguardo. All’apparenza freddo, ma colto spesso da tremolii e insicurezze di cui non si era mai liberato, lo stesso sguardo di un tempo che non era mai cambiato. Lo sguardo di un ragazzo che non riesce a compiere il salto per diventare uomo, perché vorrebbe surclassare il suo Mentore ma in fondo al cuore ancora prova un recondito timore reverenziale.
Gli occhi che non gli avevano permesso di ottenere il ruolo che tanto ambiva ma anche temeva, rendendolo insicuro nel perseguire con tutto il cuore quell’obbiettivo, e che mi avevano fatto dunque scegliere una persona più adatta che era stata capace di staccarsi da me nonostante la totalizzante fedeltà.
Dunque avevo tenuto Shay al mio fianco, sperando un giorno di vederlo spiccare il volo, ma mai totalmente convinto poiché con azioni, pensieri e considerazioni discordanti finiva sempre con l’ostacolare se stesso.
E ora stava nel mio studio, cercando di affrontarmi, forse rinfrancato dalla presenza di Ares.
«Tu ti presenti qui, nella mia casa…» Sibilai, spostando lentamente lo sguardo dalla finestra dietro alla mia scrivania al suo volto teso. «… con un misero risultato e una delle nemiche del nostro Ordine appresso?» Scandii le parole con calma gelida.
Non realizzai subito cosa mi frenasse dall’aggredire quello scellerato, ma poi capii: l’amore di Eris mi aveva smussato, e anche se avevo sempre avuto un occhio di riguardo cercando di capire le problematiche di ogni mio singolo sottoposto prima di prendere decisioni, ciò che stavamo costruendo e i sentimenti che aveva risvegliato in me avevano accentuato questo tratto.
Nel bene e nel male.
Shay non pareva intenzionato a rispondermi, poiché strinse le labbra e il suo sguardo tremò, ma vinse la battaglia contro se stesso e non abbassò gli occhi.
Provai un sentimento ambivalente per il giovane; di nervosismo per il suo affronto, ma anche di orgoglio verso la sua decisione.
Lasciai che per ancora un poco nella stanza aleggiasse il silenzio, prima di decidere di portare avanti la discussione.
«Mi hai molto deluso, Shay Cormac.» Cominciai duro. «Ma apprezzo che tu ti sia fidato abbastanza di me da rivelarti, invece che continuare a procedere nell’ombra, perciò non prenderò provvedimenti a riguardo. Terrò conto della tua fedeltà in tutti questi secoli e avrò fede in te. Ammetto che sarò sorpreso se essa dovesse rivelarsi infondata, ragazzo.» Conclusi con un sospiro, addolcendo la voce e lo sguardo, ma senza perdere di vista per un istante Ares, comunicando ad Aletto appena fuori dal balcone di avvertire la mia adorata Eris e tenerla al sicuro.
Il rischio faceva parte del mio compito, e se volevo continuare ad essere un Maestro equilibrato non potevo trascurare i dettagli, nemmeno e sopratutto il fattore umano.
«Avrò però bisogno di discutere con te in privato di certe questioni, e sopratutto per rispondere a tutte le tue domande come promesso. Ma lei…» Pronunciai, accennando alla Guerriera. «… non posso lasciarla a piede libero, mi capisci. Dovrò trattenerla, ma nonostante tutto sarà trattata come un ospite e non una prigioniera, almeno fino a che non avremo discusso e verificato le sue intenzioni. Mi conosci bene Shay, e sai che sono un uomo di parola quando si tratta dei miei adepti.»
Lanciai un’occhiata di sottecchi ad Ares, faticando ad interpretare le sue emozioni. Rabbia, frustrazione, probabilmente, e se fossi stato fortunato forse anche qualcos’altro di meno aggressivo a mitigare il suo carattere combattivo.
Il paradosso mi fece sorridere amaramente: proprio loro, le “guerriere” che credevano di combattere per la pace erano una delle cause primarie dello scompiglio del mondo che solo grazie ai Templari e l’aiuto di Eris, dea della Discordia che esse stesse definivano del Chaos ma unica apparentemente dotata di lungimiranza, manteneva quel tanto di ordine sufficiente a non crollare su se stesso, piegato e spezzato dai colpi delle loro assurde gesta.
Mi augurai che entrambi collaborassero al fine di placare la situazione al meglio possibile. Dopo aver discusso con Shay del Frutto non recuperato e dell’unico frammento che non mi convinceva del tutto, avrei parlato ad Eris per decidere il da farsi, ma nel mentre come promesso nessuna azione sarebbe stata intrapresa nei loro confronti.




Il breve tempo che trascorse senza che Haytham dicesse qualcosa mi sembrò lungo ore intere, ma quella era ovviamente soltanto la mia percezione momentaneamente distorta di come funzionasse il tempo. Per quanto stessi facendo del mio meglio per apparire ai suoi occhi perfettamente risoluto e sicuro di me stesso, nonchè del risultato di quella discussione, ero ben lontano dal sentirmi in quel modo; dovevo sforzarmi per non trattenere pateticamente il fiato, sotto il suo sguardo, mandando così in frantumi tutta l’illusione che stavo faticosamente mantenendo in piedi e il mio cuore — per fortuna nascosto sotto vestiti e carne — batteva fin troppo forte affinchè potessi affermare di avere un ritmo cardiaco regolare. A dispetto di quanto tempo fosse passato, non potevo non provare un assaggio della stessa soggezione dei primi giorni, soprattutto in situazioni simili, del medesimo timore di deluderlo senza rimedio. Di una cosa ero sicuro, però; se la situazione fosse stata davvero senza speranza — cosa che in qualche modo avevo l’audacia di dubitare — non mi sarei messo in ginocchio, nè avrei pregato per la mia vita.. gli avrei chiesto solamente di risparmiare quella di Ares. E quella era la prova finale, l’ultima dimostrazione che quello non fosse un mio mero capriccio. Ero disposto a mettere la sua vita davanti alla mia, come mai prima di lei avevo pensato di poter fare. Non era una missione, o un’attrazione destinata a durare poco, era qualcosa che mi stava bruciando dall’interno, ma che non faceva necessariamente male — non sempre, almeno.
-Mi hai molto deluso, Shay Cormac.
Ah. Avvertii il colpo, nonostante tutto, nonostante mi fossi aspettato qualcosa di simile. E temevo si fosse notato, sul mio volto, a dispetto di quanti anni avessi passato a cancellare meticolosamente ogni emozione da esso, ad indossare una maschera sempre diversa a seconda della necessità. In quel momento non ero altro che Shay Cormac, in fin dei conti terribilmente umano, con un cuore che non era affatto diventato di pietra — avrebbe reso tutto molto più semplice, senza dubbio.
« Mi basta sapere che non le verrà fatto alcun male. E francamente? Non è della tua parola che mi preoccupo. » pronunciai quell’ultima frase con una traccia inconfondibile di veleno.
Stavo osando un po’ troppo? Forse, ma non ero mai stato il tipo capace di mangiarsi la lingua, nel caso vi fosse qualcosa che sentivo veramente di dover esprimere ad alta voce, per quanto spinosa potesse essere. Sapeva già come mi sentissi riguardo ad Eris, dopotutto, ed era soltanto normale volessi sottolineare la questione, vista la presenza di Ares.




Serrai la mascella, indispettito.
Dopo la misericordia che gli avevo dimostrato, cercando di scendere a patti con la sua esuberanza ed insicurezza, accettando la sua umanità come adepto e protetto, era con quel tono velenoso che osava rispondermi?
«Non credo che tu sia nella posizione per permetterti certe uscite, Shay. Per te stesso, e per quella Guerriera. Ti trovi in territorio per lei ostile, non dovresti forse pensare meno a te stesso e proteggerla come puoi?» Dissi, granitico.
Nonostante la durezza delle mie parole, non c’era traccia d’astio, ma solo un sincero rimprovero per cercare di redarguirlo, ancora una volta, perché la smettesse di comportasi da ragazzino.
«Un uomo misura le sue parole, in qualsiasi circostanza. Ed insinuare insulti verso la mia Regina non aiuterà la mia clemenza nei vostri confronti. Fortunatamente per voi sono un uomo ragionevole, forse troppo accondiscendente.» Conclusi, allontanandomi dalla scrivania per spostarmi verso il centro della stanza verso Cormac.
Quella era la mia casa, il mio territorio, e affronto dopo affronto la mia tolleranza andava dissipandosi. Mi augurai per il bene delle due persone presenti nell’ufficio oltre a me che non oltrepassassero troppo il limite.
«Eris ed io siamo una cosa sola, un’anima divisa in due corpi. La mia parola è la sua parola, e viceversa. Mancale di rispetto una volta ancora, solo una, da questo momento e non risponderò delle mie azioni.» Sibilai a denti stretti, piegandomi verso l’orecchio di Shay. «Consideralo l’ultimo avvertimento sulla questione.» Conclusi risollevando la schiena e fissandolo negli occhi, stavolta da sotto l’ombra delle sopracciglia.
Non poteva certo pensare che mi fossi scordato di quello che aveva fatto mesi prima, evidentemente stava ancora provando a sfidarmi, a saggiare fino a dove poteva spingersi.
Il giovane Templare distolse per un secondo lo sguardo, e in cuor mio sperai che questa volta avesse recepito il messaggio. Poteva pensare ciò che voleva nel suo intimo e non lo avrei giudicato, ma ciò non lo autorizzava ad esprimerlo a voce.

Capii immediatamente di aver tirato troppo la corda, lo notai dal guizzo della sua mascella, ancora prima di udire le parole in risposta, dure ed inflessibili. Dal modo in cui il suo sguardo si fece più tagliente rispetto a prima. Fortunatamente non potevo affermare di conoscere bene quell’espressione per esperienza diretta, ma ero un buon osservatore; avevo passato lungo tempo a studiare i cambiamenti sul suo volto, nel suo modo di muoversi, talvolta per semplice riflesso, anche un po’ annoiato, in altre occasioni invece per fissare le informazioni nella mente nel caso fossero un giorno tornate utili. Ed in quel momento lo erano; anche se fosse rimasto perfettamente in silenzio, avrei saputo di dover ridimensionare il mio atteggiamento e, soprattutto, di dover cominciare a dosare meglio le mie opinioni riguardo Eris. Non ero tanto folle, oltretutto, da sottovalutare un avvertimento diretto, quanto più chiaro possibile e ancora meno potevo farlo vista la presenza di Ares — non potevo rischiare la sua sicurezza. L’amarezza c’era e dubitavo sarebbe mai svanita del tutto, tuttavia sarei dovuto stare maggiormente attento nel renderla nota.
Annuii, dunque, abbassando rispettosamente lo sguardo — un segno di rispetto verso di lui, l’uomo che nonostante tutto sceglievo ancora di seguire, non certo verso la donna che aveva scelto al suo fianco, della quale continuavo a non fidarmi. Pestare i piedi e fare i capricci non mi avrebbe portato da nessuna parte, lo sapevo bene, nè tanto meno continuare a puntare il dito verso Eris.. quello di prima era stato un errore, dettato da un eccessivo impulso, che non doveva ripetersi.
« Non si ripeterà nuovamente, in futuro. » assicurai, preferendo evitare di soffermarmi su fraseggi inutili, scuse che sarebbero solo sembrate campate in aria, un patetico arrampicarsi sugli specchi. Dopodiché cercai Ares con lo sguardo, in modo da tentare di comunicarle indirettamente la mia vicinanza — e sì, anche per ricordare a me stesso perchè stessi rischiando tanto. Ne valeva ogni minuto, non ne avevo il minimo dubbio.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *