Moonlight's Creed (Original Series)

Episodio 1×15

PRESENT DAY #2017: NANDA PARBAT

“E quindi ricordi?” fu la voce di Athena ferma e composta a sollecitarmi.
“Ogni singolo particolare!” proferì con fermezza e decisione.
“Anche la tua vita come Evie?”
“Evie. Nike. Ero sempre me stessa, solo con la mente un po’ più confusa!” la mia risposta alla domanda di Ares suonava tranquilla e quasi ironica, ma mascherava assai bene un certo fastidio.
“E sei arrabbiata con noi…” concluse Aphrodite nella sua posa rilassata sul divano. Le braccia conserte e l’espressione di chi mi conosceva fin troppo bene.
“Per avermi impedito di scegliere? O no, come potrei…” la mia risposta piccata non mancò di arrivare e Selene, che fino a quel momento era stata in piedi alle spalle del divano su cui erano seduta Aphrodite e Ares, in quanto Athena era seduta vicino a me, prese la parola.
“E’ mio compito prendermi cura della mia gente, ancor più delle mie sorelle…” rimarcò quella parola con una tenerezza che non mi lasciò indifferenze “So che tu avresti preso la stessa decisione se al tuo posto ci sarei stata io o le altre… Ho promesso di prendermi cura di voi…”
“Non siamo noi ad averlo fatto…” questa volta il mio tono era più docile, tanto che scuotendo la testa mi dissi che non aveva senso quella discussione. Non quando aveva ritrovato le persone che amavo e sopratutto eravamo coinvolte in problemi più grandi.
“Che ne dite se invece di perdere altro tempo su questo mi aggiornate?” presto detto.
Il mio ritorno da Great Inagua mi aveva portato a quel confronto con loro che era sfociato in un bellissimo ritrovarci e in un ancor più bello sentirmi nuovamente parte delle Guerriere e del giuramento a cui avevo affidato la mia vita.
Inutile dire che le notizie che ognuna di loro mi diede furono un poco aspettate, considerando la conversazione che avevo avuto con Edward -quel poco che avevamo parlato quando non eravamo impegnati in altro-, ma ciò non toglieva che altre cose non poterono non lasciarmi colpita o quanto meno dar adito a dei miei pensieri.
“Tu hai vissuto con loro, tu li conosci…”
“E quindi dovrei fare la spia? Siamo messe così ora? Siamo loro nemiche?”
“Diciamo che la prudenza non è mai troppa, abbiamo già visto cosa provoca fidarsi ad occhi chiusi…” e sapevo che Ares lo aveva appena detto con condizione di causa. Non eravamo sciocche, parlava da donna ferita, ma anche da guerriera tradita. Il fuoco che la smuoveva era ormai un incendio pericoloso.
“Il problema non è che Auditore abbia voluto tenersi per sè la notizia, ha logica… pensateci voleva solo avere più informazioni prima di comunicarcelo, ma…”
“Non è che ora sei più Assassina che Guerriera?” mi pungolò Aphrodite, tornando al suo posto solo perchè Selene glielo intimò con lo sguardo. Anche lei era infastidita, lo vedevo. Sui nostri pianeti si rischiava la vita per tenere nascoste informazioni come quelle, ma mi incitò a continuare. Era chiaro che voleva sentire il mio punto di vista.
“Il problema è Dorian e chi come lui… è da tempo che nella Confraternita si sta diffondendo un certo disappunto sulla gestione di Altair… come gli è già successo in passato le sue azioni gli stanno facendo perdere autorità… Ricordate che Arno è un figlio della rivoluzione ed è questo che ora vuole… una rivoluzione che rovesci il potere. Non si fida del giudizio di Altair, ma di quello di Ezio sì. Lo vede più affine ai suoi principi e anche se Auditore non lo vorrebbe mai, molti assassini stanno complottando per metterlo al potere…”
Le mani erano congiunte di fronte alla bocca, mentre con i gomiti poggiati sulle ginocchia ero piegata in avanti, pensierosa nell’esprimere quei pensieri e non mancando di notare il nervosismo sul viso di Aphrodite o l’attenzione su quello di Selene.
“Mi sento di concordare con Nike… Ezio è ci ha rubato il frammento è vero, ma… non sarebbe mai capace di cose del genere… possiamo non concordare con il suo operato, ma il suo pensiero non è così sbagliato… Anche noi non li abbiamo informati sul Frutto dell’Eden recuperato, decise a farlo una volta ottenuto anche quello Templare, ma Dorian…”
“E’ pericoloso…”
“E non solo per Altair” sottolineò voltandosi verso l’amica.
In quel momento una ribellione avrebbe voluto perdere alleati preziosi. Alleati che conoscevano i segreti delle Guerriere oltre che provocare una frattura nell’ordine che avrebbe avvantaggiato una sola parte: i Templari.
Selene sbottò dando un violento pugno sul divano. Era chiaro che fosse furiosa, infatti i suoi occhi cristallini e azzurri si erano fatti stretti.
“Eris sta ottenendo esattamente ciò che vuole!” mormorò a bassa voce “Perchè è lei! E’ lei che sibila nel buio e sta diffondendo il caos…”
Selene aveva ragione e lo sapevamo, per questo avevamo deciso che era meglio intervenire prima che fosse troppo tardi. Athena ed Ares avrebbero continuato a lavorare al recupero del Frutto dell’Eden che mancava, mentre Selene ed Aphrodite sarebbero andate a parlare con Altair ed Ezio. Inutile dire che io avevo una questione da risolvere prima e fui felice che Selene mi permise di occuparmene.
Tornare a Nanda Parbat mi faceva strano, perchè avevo vissuto in quel luogo credendo di essere un’altra persona e adesso che ricordavo tutto, mi sentivo come se stessi rivivendo i ricordi di qualcun altro.
Sapevo esattamente dove andare e da chi e seppur sapevo che vedermi sarebbe stato l’ultimo dei suoi desideri fui felice che Rebecca, una delle Assassine, mi fosse venuta in aiuto. Doveva attirare ad ogni costo Jacob di nuovo alla Confraternita, visto che ultimamente passava molto tempo a Londra, e certa che ci fosse riuscita fui lieta di trovarlo nella sua camera.
Steso sul letto e ben attaccato a quel maledetto IPhone di cui non poteva fare a meno… a volte stentavo a credere che fosse un figlio della rivoluzione industriale eppure…
“Chi non muore si rivede Jacob Frye…” pronunciai il suo nome con calma e calore, mentre con un braccio ancora poggiato allo stipite della porta della sua stanza, lo guardavo con lo stesso sorriso caloroso e amorevole che gli avevo rivolto fin dalla prima volta che avevo aperto gli occhi dopo il Pozzo di Lazzaro… quando credevo che fosse il mio gemello…

Chi non muore si rivede Jacob Frye.
La voce di Evie sembrava uscita da un sogno, uno in cui tutto era come prima; lei non se ne era mai andata ed io non mi ero comportato da vero cretino, tanto per cominciare. Non mi meritavo affatto, pensai, di alzare lo sguardo e trovarla davvero lì, in carne ed ossa, con quel sorriso sulle labbra. Non meritavo niente di tutto quello, nè lei stessa. Ora che avevo visto con i miei occhi cosa aveva perso — o meglio una parte — , trovandomi davanti la devastazione sulla Luna.. i miei mi sembravano i capricci di un bambino viziato. Ed era proprio quello che ero stato, in quei secoli, viziato da una presenza che non mi apparteneva, che aveva avuto letteralmente un’altra intera vita prima di me alla quale non potevo certo chiederle di rinunciare solo perchè non riuscivo a fare i conti con il non averla intorno ventiquattro ore su ventiquattro o giù di lì. Quello era un mio problema, uno che dovevo risolvere senza farlo pesare a lei e, sicuramente, senza comportarmi come un ragazzino offeso. E lo avrei fatto, ero pronto a giurarlo su ciò che avevo di più caro — buona parte si trovava già esattamente di fronte a me, sorridente sulla porta della mia camera.
Quando provai a sorriderle di rimando — debolmente, ma ci provai lo stesso, per principio — il risultato fu a dir poco pietoso e tutto quello che riuscii a cavarne fuori fu una smorfia, la quale mi faceva sembrare più uno che aveva incassato un pugno nello stomaco invece di qualcuno che aveva rivisto una persona cara dopo diverso tempo. Come faceva a non essere arrabbiata con me? Come faceva a volermi ancora rivolgere la parola?
« Ehy. » mormorai, tornando quasi subito a guardare altrove — il pavimento, il muro alle sue spalle, qualsiasi cosa era meglio dell’espressione tranquilla che aveva in volto. Nemmeno quello, però, era una cosa molto matura da fare, mi resi conto con qualche secondo di ritardo, quindi tornai a guardare Evie e le feci addirittura cenno di avvicinarsi. Eravamo stati a distanza abbastanza a lungo, mi pareva, no? Già, e di chi era la colpa? Così non andava bene, non andava bene per niente. Un bel respiro, poi un altro, le mani incastrate nelle tasche della felpa perchè stavano tremando. Dovevo parlare adesso, dirle quello che avevo, finalmente, capito.
« Mi dispiace, Evs. Sono stato un vero coglione — sul serio, questa volta. Non avevo il diritto di comportarmi in quel modo. »
“Avevo solo paura di perderti per sempre.”




“Oh sì lo sei stato!” esclamai senza battere ciglio e anzi standogli davanti con le braccia ben conserte al petto e lo sguardo su di lui che nervoso cercava di nascondersi nella felpa che indossava. Un atteggiamento ed un modo di fare che mi fece sorridere e che lo faceva apparire ai miei occhi come il fratello scanzonato e casinista che era sempre stato. Quello che ricordavo amavo sopra ogni cosa, considerandolo il simbiote senza il quale avrei potuto vivere.
Certo non potevo negare che sapere che fosse stata tutta una menzogna bruciava e infastidiva, ma prima che potesse accorgersi dei miei occhi lucidi feci un passo avanti e con uno slancio lo abbracciai ancor prima che potesse rendersi conto del mio gesto.
Affondai il mio viso nell’incavo del suo collo come tante volte avevo fatto, perdendo una mano nei suoi capelli sempre fuori posto e che io adoravo scompigliargli ulteriormente e non parlai. Per un lungo momento non dissi nulla, desiderosa sola di assaporare ogni momento che simile a quello c’era stato e ricordando con un sapore dolce amaro in bocca come fosse stato essere sua sorella. Vivere una vita così diversa da quella che era stata la mia su Giove…
Quando mi allontanai, per tornare a guardarlo in viso, i miei occhi verdi non mascheravano quella melanconia nello sguardo, una sensazione che come Edward, sapevo che avrebbe frainteso. Tutti, perfino le mie sorelle lo avevano fatto e capì che non era perchè non mi conoscevano davvero, ma perchè io non avevo mai dato loro la possibilità di scoprire davvero chi Nike fosse.
Avevo sempre preferito mantenere quell’imperturbabilità che al tempio mi avevano insegnato, quella per cui era impossibile per chiunque leggermi. Capire le mie vere intenzioni o sensazioni. Apparire come colei che dura e ferma intimidiva con un solo sguardo ad esigere giustizia e rispetto. Ma questo mi aveva reso probabilmente indecifrabile per tutti, nemici ed amici compresi.
“”Ehm scusa… immagino che ora dovrei chiamarti Nike…” disse Jake un po’ impacciato tra l’infastidito e l’imbarazzato, torturando quella povera felpa che non gli aveva fatto niente di male.
“E perchè mai? Sono stata Evie quanto sono stata Nike e… mi piace che per te rimarrò sempre la tua Evs…” dissi ben sapendolo di prenderlo in contropiede, avevamo molto da chiarire e come mi ero aperta con Edward avevo capito che avrei dovuto farlo anche con lui.
Prendendo una sua mano la strinsi nella mia e avvicinandomi al suo letto lo costrinsi a sedersi sul bordo, accanto a me. Non lasciai la presa della sua mano. Non ne avevo la minima intenzione.
“Immagino che quello che pensi è… che tutto ora è cambiato. Che ciò che per secoli c’è stato tra noi verrà cancellato, che io tornerò la Guerriera di sempre e faremo come se nulla fosse mai successo…” perchè era questo quello che tutti si aspettavano, che tutti avevano messo in conto.
“Bè mi spiace deluderti Jake, ma non ti libererai facilmente di me…” feci una pausa e poi un l’ombra di un sorriso comparve sulle mie labbra.
“Due Assassini. Stessa altezza. Una femmina e un maschio. Vent’anni.. e un sorrisino diabolico. Siete i gemelli Frye!” mormorai ripetendo le parole che Henry Green ci rivolse molto tempo prima. La conferma che per me, niente era cambiato.

Nonostante tutto fu semplice ed automatico, avvolgerle le braccia attorno alla vita, naturale quanto entrare in contatto con una parte di me — poco importava che non lo fosse veramente. Lo era per me e, speravo, anche per lei, solo quello importava. Non ero mai stato troppo bravo con le parole, in generale, men che meno con l’esternare ciò che provavo, quindi misi tutto in quell’abbraccio, tutto quello che avrei voluto dirle; che mi era mancata, nell’ultimo periodo, durante il quale avevo sistematicamente evitato il Covo e qualsiasi posto in cui avrei potuto incrociarla, che avrei dovuto telefonarle o almeno mandarle qualche messaggio, che mi dispiaceva di essermi comportato da ragazzino impaurito e codardo, e un sacco di altre cose. Evie era diventata particolarmente brava a decifrare i miei — rari, lo ammettevo — silenzi, dunque non credevo avrebbe avuto problemi a capirne la maggior parte.
Quell’abbraccio mi fece sentire decisamente più rilassato rispetto a prima, un po’ più a casa entro quelle mura. La sua presenza riempiva un vuoto che in quei giorni mi aveva subdolamente tormentato giorno e notte — mi ero circondato di persone, certo, avevo partecipato a più feste di quante potessi ricordare con certezza, ma mi ero sentito sempre solo, incompleto, con Evie distante da dove mi trovavo, non solo fisicamente. Non ero riuscito a capire, prima, ma ciò che avevo visto sulla luna.. mi aveva colpito con più forza del previsto, costringendomi a venire a patti con la realtà.
« Quindi continuerai ad essere.. anche un’assassina? » domandai, senza più timore di guardarla negli occhi. Mi sentivo ancora un idiota, ma almeno quel bruciante senso di colpa e la paura di aver rovinato tutto erano quasi del tutto attenuati.
« La tua stanza è ancora come l’hai lasciata, sai? Anche se non ho passato molto tempo qui, ultimamente, mi sono assicurato che nessuno si azzardasse a toccarla. »




“Non potrei non farlo” osservai ad alta voce mentre, pensierosa, alzavo il capo ed osservavo di fronte a me la stanza. Il disordine di Jacob era proverbiale, ma quello non riusciva a non farmi sorridere e ricordare il tempo che avevamo vissuto a Londra. Nella nostra casa.
Parlare con lui mi stava servendo anche a chiarirmi con me stessa, con quei dubbi che da quando avevo recuperato la memoria mi accompagnavano dalla mattina quando aprivo gli occhi fino alla sera quando li chiudevo.
“La prima cosa che mi sono chiesta, appena recuperata la memoria, è stata proprio se essere di nuovo Nike annullava completamente il mio essere stata Evie…” capivo che ciò era quello che l’aveva terrorizzato e che lo aveva portato a reagire come aveva fatto. Forse per quello quando mi volsi a guardarlo di nuovo non mi sorpresi di vederlo teso in attesa del mio responso.
“E dopo averci ragionato molto ho capito che Nike ed Evie sono sempre io… potevo non ricordare di avere poteri o di non essere nata su questo pianeta, ma di fatto le mie decisioni o il mio comportamento era per l’appunto sempre mio… come le mie scelte. Anzi… essere Evie mi ha dato qualcosa che non ho mai avuto, ma che sempre ho desiderato… una famiglia…” gli occhi erano divenuti lucidi, mostrando quella fragilità che avevo imparato a non mostrare mai, ma che Jacob era stato tra i pochi, se non tra gli unici, a vedere.
Tuttavia tutto ciò che conosceva di Evie era ciò che ignorava di Nike ed era ora che lo sapesse.
“Su Giove sono stata abbandonata appena nata. Devi sapere che il mio pianeta considera la giustizia, nelle azioni e nel pensiero, il massimo ideale a cui aspirare e rispettare. Il marchesato dello stesso non è designato da una famiglia o una casata reale come per le mie consorelle, ma da una profezia. Quando essa viene professata dai sacerdoti del tempio ed indica l’eletto esso deve essere abbandonato a loro per essere cresciuto ed educato al compito cui gli Dei lo hanno designato. Questo è toccato a me e io non ho mai saputo chi fossero i miei genitori, se avessi dei fratelli o sorelle… ricordo che ogni volta che camminavo per le strade di Giove mi chiedevo, ad ogni persona che incontravo, se essa fosse importante per me…” le lacrime mi solcavano il viso, mentre la voce tremava figlia di un dolore che per milenni mi era stato proibito esternare, ma che non per questo era sparito nel tempo.
“Anche se non ho mai conosciuto Ethan e Cecily Frye mi è bastato credere di essere loro figlia per sentirmi completa… perchè in cuor mio sapevo di avere dei genitori e di avere un fratello… Hai la minima idea di quanto mi faccia sentire fortunata e felice averti Jacob? Hai riempito quel vuoto che credevo incolmabile…”
Ormai le lacrime avevano bagnato le mie gote copiosamente e il mio tentativo di mantenermi ferma mi stava fuggendo dalle mani, costringendomi a cercare il suo abbraccio come l’unico porto sicuro in cui sentirmi protetta ed amata.
“Sarò sempre un’Assassina come sarò sempre tua sorella… perchè essere Evie mi ha permesso di riavere indietro quella vita di cui sono stata privata…” singhiozzai contro il suo petto, stringendomi a lui come se avessi il terrore che fosse solo un sogno da cui mi sarei risvegliata.
Io ero felice di essere una Guerriera, quanto di essere la Marchesa di Giove e di aver servito il mio popolo ed il mio pianeta, ma ciò non toglieva che ringraziavo gli Dei di aver posto sul mio cammino Evie e tutto ciò che, essere lei, mi aveva regalato…

Per una volta restai in silenzio. Esatto, incredibile. Rimasi a bocca chiusa per tutta la durata della spiegazione di Evie — anche se avrei avuto certamente un bel po’ da dire sul modo in cui funzionavano le cose sul suo pianeta, dal momento che lo ritenevo a dir poco barbaro ed assurdo —, lasciandola parlare. Poteva venire — letteralmente — da un altro pianeta, ma ciò non la rendeva una persona completamente diversa da quella che avevo conosciuto, aveva senso, adesso lo riconoscevo come indubbiamente vero, tanto che pensai ancora una volta di essere stato un vero idiota, senza nemmeno darle il tempo di orientarsi e di spiegare; parlava ancora allo stesso modo, perfettamente familiare, e la sensazione di completezza che provavo nello starle vicino era esattamente la stessa di prima, di sicuro non le era spuntata un altra testa.
La strinsi di nuovo a me, dopo averle scostato i capelli dal viso, lasciandola libera di sfogarsi sul mio petto come se non fosse fatto per nessun altro scopo e, finalmente, sorrisi, anche se forse poteva parere uno strano contrasto, considerate le lacrime che le stavano rigando le guance. Era tutto a posto, ogni cosa era come doveva essere e quella volta, perlomeno, non avevamo avuto bisogno di sfiorare la morte per rimettere in sesto il nostro rapporto.
« Spiacente, sembra proprio che sarai bloccata con me a vita, allora. » affermai per sdrammatizzare, benchè non stessi poi troppo scherzando, prima di poggiarle un bacio sulla cima della testa. Uno pure bello lungo, come se fossi riluttante al pensiero di lasciarla andare. Lo feci, in effetti, soltanto per poterla scostare un attimo ed asciugarle le lacrime dal viso, piano, senza fretta — mi aveva sempre stretto il cuore vederla piangere, dopotutto.
« Non ti dico che sarei arrivato a lasciare l’ordine, se tu avessi deciso di non essere più un’assassina, ma ti garantisco che sarebbe stato un bel casino farmi accettare un altro partner di squadra. Mi sarei impuntato sulle missioni in solitaria e sarei diventato l’incubo di Altair ed Ezio. » mi pronunciai pure in una breve risata, al pensiero, dal momento che in teoria aveva del potenziale per essere uno scenario divertente — solo in teoria, ovviamente. Dal punto di vista pratico non volevo nemmeno considerare l’idea, perchè il problema non sussisteva proprio!
« Ehy, sei nata letteralmente nello spazio! » oh sì, c’erano un bel po’ di domande, circa serie, in arrivo per lei e la prima era, ovviamente: « Ci sono navi spaziali tipo l’Enterprise?»

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