Moonlight's Creed (Original Series)

Episodio 1×13

PRESENT DAY #2017: HAMILTON

Un’elegante fiamma arancione danzò di fronte ai miei occhi. Sprigionò la sua forza, di chi vuole rompere la gabbia in cui si trova e vuole fuggire e poi tornò inerme a nascondersi nel frammento che la conteneva.
Il frammento dell’Anima, arancione, era per ora quello in mano ai Templari e io mi ero preoccupata di incantare la teca in cui Haytham l’aveva posta  affinché non fuggisse.
“Oh Nemesi… devi davvero essere furiosa per essere stata divisa mh?” chiesi accarezzando il vetro freddo, le mie iridi incantatrici fisse sui due frammenti.
“Ma non è con me che devi prendertela, è stata la tua cara Selene a farlo… Non combattere e vedrai io sarò un’alleata ben più saggia… Ti hanno tenuto secoli incastonata su uno scettro, simbolo della loro casata e del potere che avevano sull’Impero Galattico e le 8 Colonie, ma io… o Nemesi… io ti farò sprigionare tutto il tuo potere, non ti terrò al guinzaglio ed insieme… potremmo finalmente avere l’universo nelle nostre mani…”
La fiamma tornò viva a sbattere contro il vetro della teca, costringendomi a tirar indietro la mano come scottata. Offesa diedi le spalle alla teca e uscendo dalla stanza la lasciai di nuovo sprofondare nell’oscurità. Odiavo il modo in cui continuava a combattermi e a rifiutarmi, come poteva essere così succube di Selene? Come poteva quella maledetta riuscir sempre a manipolare tutti? Perfino un’essere ancestrale come Nemesi, affinché l’amasse?
Diedi le spalle alla teca furiosa e frustrata, prima di uscire dalla stanza e lasciare di nuovo il frammento e Nemesi avvolti nel buio.
“Mancano ancora altri cinque frammenti”
Mi ricordò Aletto volando sulla mia spalla, mentre io continuavo a camminare per il lungo corridoio che mi aveva condotto alla stanza che Haytham aveva predisposto per contenere i Frammenti raccolti e in cui pochissimi sarebbero potuti entrare, la barriera che avevo creato con i miei poteri aveva reso la porta della stanza visibile solo a chi era stato consentito l’accesso.
“Lo so Aletto. Haytham è alla disperata ricerca dei frammenti verde, blu, viola e rosso. E’ chiaro che quegli stolti di Assassini e Guerriere hanno il giallo, ma gli altri? Non sono in mano loro nè nostra… sembra che abbiamo un altro nemico da cui guardarci…”
Esclamai pensierosa prima di sentire Aletto gracchiare vicino al mio orecchio, non aveva bisogno di comunicarmelo telepaticamente. Era chiaro che il mio sospetto era anche quello delle mie fedeli compagne.
“A poco servirà riunire il Cristallo se Nemesi si rifiuterà di servirti…”
Megera era sempre la più spigolosa e quando entrai nella camera da letto mia e di Haytham eccola lì a ricordarmi ciò che non avrei mai voluto sentirmi ripetere. Stizzita la fulminai con lo sguardo, mentre Aletto volava dalla mia spalla al trespolo su cui erano riposte le sue compagne.
Mi sedetti sul bordo del letto ed iniziai a massaggiarmi le tempie, stanca e spaventata. Più di quanto chiunque potesse solo immaginare.
“Ancor meno se i Frutti dell’Eden verranno riuniti… le Guerriere lo sanno, sanno che è l’unica cosa che potrebbe fermarti…” la voce di Tisifone mi fece rabbrividire. Lo sapevo. Haytham aveva dato ordine di cercare il Frutto mancante, ma… il mio sesto senso non mentiva, gli Assassini vi erano più vicini… se avevano due frutti su tre… avrebbero avuto più possibilità di riunirli tutti e allora…
“E allora tu sarai sconfitta!”
Il tremolio si fece più forte, mentre lacrime che da secoli non sentivo così amare sul viso presero a scorrermi. Non era la morte a spaventarmi, non quando vi si poteva fuggire… era tornare nel grande sonno provocato dai frutti… quella prigione era peggio di qualsiasi dolore mi si potesse infliggere… era un tormento di chi vive mille vite tutte insieme, senza viverne nessuna. Di chi vede il tempo correre infinito, mentre è fermo. Era essere inermi di fronte alla fine, implorarla per poter finalmente stare in pace e vedersela negata.
“Non tornerò in quella prigione! MAI! Mi avete sentito? MAI!” urlai alzandomi in piedi ed urlando contro le Erinni, ma di fatto urlando contro a quell’orribile prospettiva e alle Guerriere. Non glielo avrei permesso.
Un giramento di testa però mi colse improvviso e indietreggiando cercai l’appoggio di una delle colonne del letto, mentre aggrappandomici cercai una nuova stabilità, difficile considerando la mia instabilità di quei giorni causata dalla debolezza degli eventi, quanto più di qualcosa che in me stava cambiando… stava crescendo…
Non mi accorsi nemmeno che Aletto volò fuori dalla finestra per entrare in quella aperta dell’ufficio di Haytham, ai piani inferiori, per poi posarsi sulla sua scrivania. Fece pochi passi e beccando gentilmente la sua mano attirò la sua attenzione.
Aletto fece cadere dell’inchiostro su uno dei suoi fogli bianchi e con le zampe ed il becco ricreò il tatuaggio che sulla schiena avevo, la mia condanna… indicò i Frutti dell’Eden…
“La sua fine è vicina Maestro Kenway” gracchiò nella mente dell’uomo che con il tempo aveva imparato a sintonizzarsi con le Erinni e a capirle, soprattutto Aletto che gli era la più fedele.
“Ma in questo caso non sarebbe solo lei a perdere…” continuò piegando il capo e mostrando nei suoi occhi neri come la pece una velatura di tristezza impossibile da nascondere.
Con il beccò accarezzò appena il dorso di Haytham e poi volò via…

Sedevo alla mia scrivania con la mano appoggiata alla guancia, mentre con le dita mi massaggiavo le tempie.
Di fronte a me stavano, sparsi, fogli completi a metà di appunti e scarabocchi.
Non ricevevo da un po’ notizie di Thomas sulla sua ricerca del Frutto in Italia, faccenda che aveva deciso di prendere in mano personalmente recandosi sul campo, e speravo fosse perché si trovava vicino ad impossessarsene.
Con un lieve fruscio d’ali, Aletto si posò sulla mia scrivania, rovesciando una boccetta di china e zampettò sui fogli verso di me, lasciando al suo passaggio impronte nere di corvo. Con mia sorpresa, ridisegnò perfettamente il marchio di Eris tra i fogli bianchi. Poi gentilmente, strusciò il grande becco color ebano sul dorso della mia mano, guardandomi con occhietti perfetti come perle.
«La sua fine è vicina Maestro Kenway, ma in questo caso non sarebbe solo lei a perdere…»
Rimasi per un attimo interdetto, in un miscuglio di sentimenti. Sospettavo qualcosa, ma fino a che Eris stessa non mi avesse parlato non osavo sperare nulla.
Mi alzai con un sospiro, e mi recai nella stanza che condividevo con colei che era divenuta parte della mia stessa anima.
La trovai seduta sul bordo del talamo, pallida ed indebolita, perciò mi affrettai al suo fianco.
«Mia cara, ti senti bene? Dovresti riposare, o forse sono le eccessive preoccupazioni.» Mormorai, inginocchiandomi davanti a lei e prendendo la sua mano fresca tra le mie, accarezzandole il palmo.
«Sono stato distante ultimamente, ma non temere… Riuscirò a recuperare i Frutti, dovessi personalmente strapparli dalle mani degli Assassini.» Sussurrai, dandole un leggero bacio a fior di labbra.
Lei sospirò scuotendo la testa, facendo ondeggiare i morbidi capelli scuri che le cadevano sulle spalle, ma un lieve sorriso speranzoso illuminò comunque il suo volto splendido, nonostante cercasse di celarlo.
Sorrisi a mia volta, dissipando almeno per un momento le preoccupazioni che velavano il mio cuore, e prima che Eris potesse parlare mi alzai e le porsi il braccio.
«Forse prendere un po’ d’aria ci farà bene. Posso avere l’onore di accompagnarti per un quieto giro nei giardini?» Dissi infine, esagerando una profusa riverenza, che riuscì a strapparle una risata.




Non c’era cosa che potessi odiare di più che fosse Haytham a vedermi in quelle pessime e tristi condizioni. Era come se il mio fisico stesse percependo la sconfitta e si stesse preparando per la lunga prigionia che lo attendeva. I capelli scuri facevano apparire la mia pelle più diafana del solito e delle leggere occhiaie sotto gli occhi non ingannavano gli altri a percepire che non brillassi come sempre. Qualcosa si era spento e la preoccupazione e la paura non facevano che accentuare la situazione.
Solo Haytham riuscì a strapparmi un sorriso e dunque accettai di buon grado la sua proposta, assentendo lievemente con il capo e stringendogli il braccio seguendolo nel grande giardino della tenuta.
Era un vero e proprio pezzo d’Inghilterra con il parco all’inglese che dava la sensazione di camminare costantemente in un polmone verde sconfinato e selvaggio quando invece ogni trapianto di albero o fiore era stato attentamento studiato per dare quella sensazione.
Avvolta in un lungo abito color nero, dalla gonna larga e il corpetto con una lavorazione in sangallo mi stavo godendo la freschezza dell’aria sul mio volto come se inconsciamente sentissi che sarebbe stata l’ultima volta che lo avrei fatto.
“Ancora nessuna notizia da Thomas?” chiesi dopo un lungo momento di silenzio voltandomi a guardarlo e sorridendogli con le labbra ancora tese. Il Frutto in mano ai Templari era al sicuro e sapevo che Haytham stava già organizzando una missione per il recupero di quello in mano agli Assassini. Ma aveva anche così tanto altro a cui pensare come il recupero dei frammenti mancanti in quanto solo quello che lui stesso aveva preso era in possesso dell’Ordine.
“Perdonami. Hai così tanto a cui pensare che non dovresti pensare anche a me… Dovrei essere l’ultimo dei tuoi pensieri…” sospirai pesantemente tornando a guardarmi intorno. Non volevo essere un peso, non quando avrei dovuto essere invece un aiuto e lo stavo facendo rintracciando la posizione dei frammenti, spiando gli Assassini e le Guerriere con le Erinni… ogni loro mossa era fondamentale per noi per anticiparli. Avevo messo in sicurezza il Frammento dell’Anima e stavo lavorando per capire come domare il Cristallo. Tante cose seppur mi sembrasse di non star facendo nulla.
I Frutti erano invisibili ai miei occhi, nessun mio incanto mi permetteva di localizzarli nè di prenderli tra le mie mani e poi quella strana debolezza che mi aveva avvolto in quegli ultimi giorni non mi stava aiutando.
Fu allora che mi fermai un attimo presa da una fitta all’addome che mi tolse il fiato e per un attimo mi costrinse ad aggrapparmi al braccio di Haytham.
“Ora passa… Ora… sto già meglio…” lo tranquillizai a mezza voce. Mentre alzando il capo al cielo cercavo nuova aria da respirare a pieni polmoni.
“Mi spiace. Non è mio desiderio aggiungermi alla tua lista di preoccupazioni, ma… ho la schiena in fiamme da giorni… il tatuaggio dei Frutti brucia come non mai… è un avviso… avviso che Selene ha il coltello dalla parte del manico…” lo dissi a denti stretti perchè non avevo la minima idea di come ciò fosse possibile o se nemmeno lei ne fosse ancora a conoscenza, ma… era così.
Scossi il capo voltandomi verso Haytham poggiando le mie mani sul suo viso in una dolcissima carezza.
“Risolverò anche questa. So badare a me stessa…” lo avevo fatto per molto tempo, anche se non nego che mi piaceva sentire che c’era chi si preoccupava per me e teneva a me.
Involontariamente poggiai una mano sul ventre… Una gravidanza come quella, se fosse stata tale, avrebbe voluto dire qualcosa di nuovo anche per me. Un figlio metà umano e metà ancestrale come me. Un figlio che sarebbe stata la perfezione, un figlio che mi avrebbe amata, una concezione di famiglia da dove venivo io…
Il capo era ancora basso e mi sentì confusa. Se fosse stato vero, parte della mia debolezza era dovuta a lui. Eppure per la prima volta sentivo che valeva la pena essere vulnerabile se questo avrebbe voluto avere lui. Io che non avevo mai concepito la possibilità di essere spezzata o fragile. Io che avevo fatto della mia solitudine, oscurità e grandezza la mia fortezza.

Passeggiammo tranquillamente per i giardini, godendoci la tranquillità di uno dei nostri luoghi preferiti e assaporando il profumo della tenera erba e dei virgulti in piena fioritura.
«Ancora nessuna notizia da Thomas?» Mi domandò Eris ad un certo punto, con un leggero sorriso sul volto.
Era tesa, comprensibilmente, ma rimanevo sempre ammirato per la cura che amorevolmente mi riservava, cercando di non darmi preoccupazioni nonostante ci fosse la sua stessa vita in gioco.
Scossi la testa, rammaricandomi di non poterle dare una bella notizia.
«Purtroppo no, non ricevo da giorni sue missive. Spero però che il motivo sia che è su una buona pista, o già in azione.» Le risposi, accarezzandole una spalla per rassicurarla.
«Perdonami. Hai così tanto a cui  pensare che non dovresti pensare anche a me… Dovrei essere l’ultimo dei tuoi pensieri…» Sospirò la mia amata, mentre la felicità si spegneva sul suo volto per lasciare posto a tutta l’apprensione che la attanagliava.
Schiusi le labbra per replicare, ma non riuscii ad emettere un suono che lei gemette di dolore aggrappandosi al mio braccio mentre si piegava in avanti.
Non ascoltai nemmeno le sue rassicurazioni che, preoccupato, la feci immediatamente accomodare ad una vicina panchina di legno, inginocchiandomi davanti a lei per assicurarmi che stesse bene.
«Risolverò anche questa. So badare a me stessa…» Continuò, le sopracciglia ancora corrugate dalla fitta, che però andava alleviandosi.
Io non potei che sospirare, leggermente sollevato, e scossi la testa con un sorriso.
«Mia amata… mia adorata Eris…» Le presi le mani fra le mie, guardandola negli occhi mentre il cuore mi batteva forte come ogni volta che posavo lo sguardo su di lei. «Non sei più sola, e se me lo permetterai non lo sarai mai più. Affronteremo tutte le sfide, tutti gli ostacoli, insieme. E sempre insieme sistemeremo le cose.»
Sollevai una mano portandola al suo volto, mentre le scostavo una ciocca di capelli dietro l’orecchio e con lo stesso gesto le accarezzavo la guancia tiepida e morbida.




Avere la certezza di avere lui vicino, nonostante tutto e tutti, era il più grande dono che mi era stato fatto e le sue premure mi riempivano di un calore che il mio corpo non possedeva, ma che lui riusciva a darmi.
Sorrisi lievemente dunque alle sue parole e al suo tocco, prima che le mie mani con le dita lunghe e affusolate presero la sua tra le stesse e guidandola con cura e e dolcezza la posai sul mio ventre che, al tatto, non nascondeva il suo leggerissimo rigonfiamento.
Non sapevo cosa dire e così rimasi a guardarlo un po’ perplessa e un po’ confusa. Non sapevo come affrontare quel fatto tanto che con il capo ancora basso e lo sguardo rivolto in basso pronunciai a mezza voce: “Ricordi che una volta ti raccontai la mia storia?” gli chiesi e solo allora tornai a tuffare il mio sguardo innamorato nel suo.
“Ti dissi che ero l’ultima di ventiquattro figli e che nella mia famiglia ogni figlio aveva uno scopo… è triste immagino a fronte della tua concezione di famiglia…” lo avevo visto studiando i terrestri, ma ancor più lui. Standogli vicino avevo letto nel suo sguardo ciò che voleva dire, il modo in cui parlava di Connor e come a volte stretti di fronte al fuoco mi raccontava tutto ciò che con lui avrebbe voluto condividere e come conservava ancora la speranza che si unisse al suo fianco.
Famiglia per loro non voleva dire mettere al mondo una vita per poi dargli uno scopo da compiere con distacco e severità… Loro percepivano il concetto in maniera diversa. Io non avevo mai nemmeno osato pensare di giocare con i miei fratelli o di abbracciare la mia progenitrice, lei era solo un mezzo e noi dei soldati dell’universo. Invece lo sguardo di Haytham in quel momento se possibile era ancora più avvolgente e amorevole di quanto non fosse mai stato nei miei confronti, per loro dare vita ad un figlio era la realizzazione e la concretizzazione dell’amore e dei sentimenti di due essere viventi. Un concetto così romantico e poetico da risultarmi estraneo.
“Non so come sarà… perchè non sarà mai come Connor…” e quello volevo che lui lo avesse ben chiaro. Mio figlio. Nostro figlio. Sarebbe stato diverso. Unico. Non potevo prevedere nemmeno io come avrebbe potuto svilupparsi o che abilità avrebbe acquisito. Non esistevano incroci tra ancestrali e terrestri e per logica, mai sarebbero dovuti esistere… noi eravamo eterni, loro erano cenere… la mia razza non avrebbe mai concepito un tale incrocio e forse nemmeno io… Ma c’era di più e solo quando un Haytham tremante dall’emozione si strinse a me prendendo posto al mio fianco che aggiunsi: “Sono sterile Haytham… lo sono sempre stata… perchè il Caos non può concepire una discendenza, ma…” con l’Ordine aveva trovato il suo complemento e forse questo avrebbe dato luce alla Perfezione.
Mi morsi un labbro, non aveva ancora detto una parola ed io iniziavo a preoccuparmi così posandogli una mano sul volto mi rassicurai dei suoi pensieri.
“Dì qualcosa Haytham, te ne prego mi stai preoccupando e… non vorrei che questo ti abbia spaventato o fatto arrabbiare…” forse perchè non desiderava un altro figlio, forse perchè non era il momento adatto o forse perchè non ne avevamo mai parlato. Non sapevo come funzionasse per loro e di fatto nemmeno come avrebbe funzionato per me. Io sapevo solo che ora che avevo trovato il mio Re non volevo perderlo e che avrei combattuto con le unghie e con i denti per tenermi stretto ciò che avevo conquistato, quella realtà piena di amore e felicità e soprattutto il mondo intero ad aspettarmi…

In un certo senso mi aspettavo ciò che silenziosamente mi rivelò Eris quando guidò le mie mani a posarsi sul suo ventre, ma rimasi ugualmente pietrificato nel realizzarlo poiché avevo scacciato con tanta forza quel pensiero per non restare deluso se per caso la verità fosse stata diversa.
Perciò tutte le emozioni che avevo represso fino a quel momento mi inondarono in un’istante, come un vortice di vento da una scogliera a picco sul mare.
Sentivo la mia amata parlare, la sua preoccupazione crescere, ma non riuscivo ad articolare una singola sillaba per rassicurarla.
«Dì qualcosa Haytham, te ne prego mi stai preoccupando e… non vorrei che questo ti abbia spaventato o fatto arrabbiare…» Al suono della sua voce colma di confusione mi riscossi, e la guardai negli occhi, quegli occhi scuri che tanto adoravo ora velati di timore ed aspettativa.
Senza dire nulla mi piegai lentamente verso di lei, le circondai i fianchi sottili con le braccia e me la strinsi vicino. Posando il lato del viso al suo, odorai il profumo dolce dei suoi soffici capelli, e lasciai andare un sospiro, come se avessi trattenuto il fiato fino a quel momento.
Con il cuore che mi martellava nel petto, strinsi gli occhi… e finalmente lasciai che tutto ciò che provavo si riversasse all’esterno, dapprima con un leggero tremore, fino a che non fui scosso da singhiozzi liberatori.
Calde lacrime mi scorrevano sulle guance, ma sorridevo, sorridevo come mai avevo fatto in vita mia prima d’allora, mentre stringevo a me la mia Regina che mi aveva donato ciò che di più bello e sacro v’era al mondo.
Non mi importava di poter apparire debole, abbandonando la mia stoicità, né tantomeno effemminato o quale altro dispregiativo. Contava solo una cosa in quel momento, ed era Eris, che serbava la chiave della nostra felicità.
Dopo minuti che parvero ore, sciolsi l’abbraccio che ci teneva legati per guardarla in viso.
«Mia adorata, giuro solennemente su tutto ciò che di buono c’è nel mondo, che non permetterò a nessuno di farti… di farvi del male.» Pronunciai solenne, per poi aprirmi in un largo sorriso, sentendo ancora gli occhi lucidi.
Le baciai teneramente la fronte, mentre ancora una volta me la stringevo al petto, e mentre lei si abbandonava contro di me sperai che avesse potuto percepire tutto ciò che avrei voluto dirle, le dolci parole che vorticavano nella mia mente e che ancora non riuscivo ad articolare.
Volevo tempo, tempo per sussurrargliele tutte, e lo avrei ottenuto a qualsiasi costo.

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