Moonlight's Creed (Original Series)

Episodio 1×12

PRESENT DAY #2017: GREAT INAGUA

La mia nuova casa, con le mie nuove coinquiline, era divenuta in pochissimo tempo vuota. La prima a partire era stata Athena, non che fosse così strano. Da quello che avevo capito lavorava come collaboratrice freelance nell’ambito del marketing di azienda e non era raro che partisse ovunque venisse chiamata. La seconda a lasciare la cosa fu Selene, da quello che mi aveva detto Ares lei era coinvolta nell’ambito della moda come stilista di gioielli e dunque non era raro che viaggiasse spesso. Tolta Ares che lavorava “semplicemente” come investigatrice privata, ma il suo studio era tra  i più grandi e rinomati del paese, tutte erano coinvolte in attività remunerative e importanti. Aphrodite ad esempio lavorava come modella e non passava giorno che non avesse un servizio fotografico da qualche parte.
Nel mio piccolo mi sentivo quasi una nullità anche se l’attività di investigatrice con Ares mi entusiasmava tantissimo, tuttavia sentivo che mi mancava il mio ruolo di Assassina e leggevo la mia stessa frustrazione anche in quelle coinquiline che con il tempo erano divenute amiche.
Allontanarmi da Nanda Parbat mi era servito per riflettere, tanto che i sogni strani che avevano popolato le mie notti quando vivevo lì, si erano intensificati da quando vivevo al loft.
I mal di testa erano all’ordine del giorno quanto più i flashback di luoghi e persone che sentivo di conoscere, senza però ricordarli… La rivelazione arrivò in una torrida notte estiva, quando sola in casa mi ero svegliata in preda a un dolore lancinante al capo. Il sogno sembrava non essersi interrotto nemmeno una volta sveglia e tremante e dolorante mi ero trascinata in bagno in cerca di una qualsivoglia pastiglia, prima di svenire rovinosamente a terra prima di riuscirci.
Quando mi ero risvegliata non solo il dolore era sparito, ma la mia memoria era tornata. Le immagini che per mesi mi avevano tormentato avevano trovato un loro posto. Il sollievo e la felicità lasciarono però ben presto posto allo sconforto quando scoprì che per poco più di un secolo avevo vissuto lontano dalle mie sorelle dimenticando loro, il nostro legame, la nostra missione oltre che il mio pianeta e chi io fossi per davvero…
Giunta in cucina mi versai un bicchiere di acqua fredda e poi girando per il loft disabitato sentì una fitta al cuore a vedere alcune delle foto incorniciate delle mie compagne, di loro quattro in anni ed esperienze che avevano vissuto senza di me… noi che eravamo divenute l’unica famiglia che l’un l’altra ci era rimasta. Loro che avevano dovuto accettare quel martirio pur di salvarmi e che fingevano una vita che non le apparteneva… anche io ne avevo avuta una, ma mi resi conto di quanto ero stata fortunata, perchè se una cosa di essere Evie Frye avevo amato era stato scoprire cosa volesse dire avere un fratello, uno che sentivo di amare nonostante sapevo benissimo non lo fosse…
Ancora arrabbiata e confusa mi lasciai andare  sul divano, non accesi la luce e ragionai a lungo se ero felice che tanto avevano combattuto per salvarmi o sentirmi amareggiata del fatto che avevano preso una decisione del genere costringendomi a dimenticare…
Era un dibattito interiore che mi faceva suscitare mille domande che avrei voluto rivolgere alle mie sorelle, quanto agli Assassini che non riuscivo a non considerare come parte della mia famiglia, ma lo erano davvero? Loro che mai si era fidati totalmente delle Guerriere? E in tutto quel tempo mi avevano considerato davvero una di loro o era una finta? E Jacob? Ero stata solo una fardello? Una recita da portare avanti?
Così tante domande e nessuna risposta, che mi costrinse a respirare e calmarmi, quando a colpirmi di nuovo al cuore arrivò lo sguardo penetrante di Edward… lo ricordai in un flash e pensai quanto doloroso per lui era stato… lui che avevo amato e amavo con la forza di un fulmine, lui che era la mia tempesta perfetta e che per tutto quel tempo avevo semplicemente ignorato o visto come niente di più che un mio compagno…
Mi alzai in piedi ed iniziai a camminare avanti ed indietro tenendo la testa tra le mani frustrata. Sicuramente avrei preso a pugni qualcosa e avrei distrutto qualsiasi cosa mi fosse capitata a tiro, se non fosse che una telefonata improvvisa impedì tutto ciò. Era il mio cellulare che suonava e il numero era sconosciuto, quando risposi scoprì che era una mia compagna della confraternita che mi chiamava da un telefono pubblico di Toronto. Mi chiamava spesso di nascosto e mi teneva aggiornata su ciò che stava succedendo, non che ci fosse bisogno di farlo alle spalle di Altair o gli altri, ma era chiaro -adesso- che nessuno mi parlava apertamente e mi diceva esattamente come stavano le cose.
Fu grazie a lei che scoprì del ritorno in circolazione del Cristallo d’Argento frammentato e fu sempre grazie a lei che capì i viaggi di Athena a Roma, di Selene a Londra e perchè Ares e Aphrodite fossero così sfuggevoli in quei giorni.
Finita la telefonata non persi tempo, mi aveva parlato di una forte attività temporale che gli Assassini stavano mitorando nei Caraibi e ricordando una mappa che avevo visto sulla scrivania di Ares della stessa zona, decisi di entrare in azione.
Non volevo starmene con le mani in mano e men che meno in quel momento, avevo bisogno di pensare e una bella missione solitaria sarebbe stato ciò di cui avevo bisogno. Una volta vestita e salita in sella alla mia moto feci una capatina all’ufficio di Ares, era notte fonda, ma avevo le chiavi e conoscendola sapevo come e dove avrebbe nascosto la mappa e infatti trovarla fu facile come riconoscere la zona di mare in cui stavano succedendo le varie tempeste temporali. Tutti i puntini segnati dalla mia compagna avevano un solo punto in comune: Great Inagua.
Mi trovai a sorridere a quella stramba coincidenza e senza soffermarmi oltre sulla stessa, misi tutto a posto, e risalendo in moto mi diressi in aeroporto ove presi il primo volo disponibile. Sentivo l’elettricità scorrermi nelle vene e la collana che portavo al collo, come tutte le mie sorelle, che custodiva un pezzo di terreno del mio amato Giove riprese significato.
Ero una Guerriera sì, ma adesso anche un’Assassina. Di fatto le anziane del tempio avevano ragione: ero stata forgiata per portare giustizia.

Bussai con decisione alla porta dell’ufficio del Mentore. Entrai senza attendere risposta, troppo nervoso per preoccuparmi di innervosire a mia volta il mio interlocutore.
Ed eccolo lì, seduto alla scrivania di legno, con davanti il suo personal computer, anche se non sembrava lo stesse usando. Aveva come lo sguardo perso, un’espressione accigliata. Sapevo che era tornato pochi giorni prima da Roma, da una missione che si era rivelata fruttuosa, ma estremamente complicata, per lui. Gli altri assassini mi avevano accennato a grosse novità, ma non era quello che mi interessava sapere, in quel momento.
Neanche la mia missione era stata particolarmente facile, in Germania. La cellula di templari che avevamo dovuto stanare ed eliminare ci aveva dato del filo da torcere, avevo rischiato di perdere alcuni membri del gruppo che mi era stato affidato. Tornato dopo qualche settimana, sempre con il pensiero fisso su Nike e sul risveglio della sua memoria, avevo scoperto che lei se ne era andata pochi giorni dopo il suo compleanno.
Ecco il motivo della mia agitazione, dunque.
Il sospetto che i mentori mi avessero mandato lontano per tenermi fuori dai giochi era reale, ma preferii, una volta tanto, ignorare questo ulteriore motivo di scontro, in vista di qualcosa di molto più importante.
Dovevo ottenere un permesso dai capi, costasse quello che costasse.
Auditore mi fissò, un’espressione indecifrabile sul viso. Lo sapevo di essere, da sempre, una spina nel fianco, nel suo specialmente, ma avevamo siglato una tregua decenni fa, entrambi per il bene della Confraternita.
Il punto era però che venire a sapere che settimane erano passate senza che nessuno dell’Ordine avesse controllato lo stato di Nike mi metteva in agitazione, quindi interloquii senza mezzi termini: “Lei dove è?”
Il Mentore mi fissò a lungo, senza muovere un muscolo. Cominciavo a spazientirmi, quando lui sospirò e rispose: “A Toronto. Ha trovato rifugio presso le sue sorelle”
Dissimulai la sorpresa e la soddisfazione. Perfetto. Forse questo poteva venirmi utile. Forse stare insieme a loro le avrebbe fatto tornare la memoria più velocemente, ma la domanda era: se si era ricordata del suo passato, perché non era venuta a cercarmi? Forse quella parte della sua memoria, quella legata ai sentimenti che provava per me, non era ancora tornata?
“Devi mandarmi là, a vedere cosa sta succedendo!” Picchiai il pugno sul ripiano di legno lucido, per sottolineare il concetto. I suoi occhi si ridussero a fessure. Sapevamo entrambi che ci stavamo muovendo su un campo minato, io e lui ci ricordavamo perfettamente quello che era successo più di due secoli fa, qui, a Nanda Parbat.
“Credo che Evie se la sappia cavare anche da sola, e poi è comunque controllata dalle sue sorelle, non abbiamo nulla da temere”
Sorrisi sarcastico: “E così adesso ti fidi delle Guerriere senza battere ciglio? Hai fatto un bel passo avanti, in tema di fiducia reciproca!”
Vidi che l’argomento sembrava pungerlo sul vivo, ma rimase impassibile. Sputò le parole successive: “Vuoi andare? Bene, ti accordo il permesso, ma…KENWAY!” Mi fermai a mezzo sulla soglia “…non fare casini come  tuo solito!”
Gli risposi con un ghigno, sbattendo la porta mentre andavo via.
L’edificio era situato nella zona residenziale più moderna e ricca della città; c’era addirittura un portiere che controllava l’andirivieni dei suoi benestanti abitanti. Mi imbattei subito in lui, che mi impedì di salire, apostrofandomi seccamente. Era un uomo di mezza età, pingue, che stava seduto dietro ad un bancone chiuso da una vetrata. Solo un’apertura per comunicare con il mondo esterno.
Tentai di spiegargli il motivo della mia presenza, ma probabilmente la mia giacca di pelle nera, i jeans scoloriti e i capelli non perfettamente tagliati ma anzi, lasciati lunghi e spettinati, non coincidevano con il classico abitante di quel palazzo.
“Non sono tenuto a condividere con lei informazioni riguardanti le persone oneste che abitano qui. Tutti i miei clienti hanno il diritto di poter contare sulla mia estrema discrezione a questo proposito”
Non avevo tempo da perdere con questo personaggio, e pochissima voglia di discutere con lui, quindi mi sporsi oltre il bancone e lo afferrai per la camicia, tirandolo a me, mentre gli facevo sbattere intenzionalmente la testa nella cornice del vetro. “Io non voglio sapere i fatti di tutti i tuoi padroni, ma solo di uno, la ragazza con i capelli lunghi e neri che vive nell’attico”
Stranamente era diventato molto più collaborativo: “La signorina Frye abita qui da qualche tempo, però ieri è uscita precipitosamente, e non so proprio dove possa essere andata…”
Lo lasciai andare. Non mi serviva più rimanere lì.
Appena fuori dal portone, feci una chiamata dal cellulare: “Rebecca? Ho bisogno del tuo aiuto, è urgente. Dovresti farmi una ricerca sui passeggeri dei voli da Toronto delle ultime ventiquattro ore…”
Quando terminai la telefonata, rimasi piantato in mezzo al marciapiede. Aveva cominciato a cadere una pioggerellina fredda e fastidiosa. Odiavo i climi come questo, ma non era quello il problema, ovviamente.
Rebecca era stata efficiente come al solito, e mi aveva fornito in pochi secondi le informazioni che mi servivano. Dedussi facilmente dove si stava dirigendo Nike, e questo era il problema. Great Inagua.
Immaginavo che prima o poi avrei dovuto fare i conti con il passato, anche se, dopo quello che era successo, avevo giurato che non avrei mai più messo piede in quel luogo.
Ora però avrei dovuto darmi una mossa. Lei aveva un bel po’ di vantaggio su di me, e non volevo rischiare di arrivare troppo tardi.



Great Inagua era esattamente come ricordavo seppur aveva perso gran parte della sua bellezza o quella che io consideravo tale. Ricordavo il suo spirito selvaggio quando era divenuto covo dei pirati e più precisamente dei pirati di Edward Kenway. Mancava l’aria frizzante delle taverne, i canti che dalle stesse arrivavano e quella gioia mista all’odore di rum che infestava le strade. C’era così tanto che mi ero persa, più di quanto era possibile calcolare. Certo non avevo perso degli anni, ma viverli come un’altra persona mi aveva fatto sentire di perderli come Nike.
Quando Edward aveva lasciato l’isola? Quando i pirati l’avevano abbandonata? E da quanto era un’isolato atollo ora paradiso turistico?
Fu triste scopire che la grande casa colonica, un tempo di DuCasse e poi di Edward, era divenuto ora un lussuoso hotel. L’unico dell’isola e dunque l’unico ove presi una stanza.
Quella che mi era toccata la riconobbi immediatamente come quella di Bonnie per via delle due lettere scritte sul muro della stanza, incise nel legno. M e B. Mary e Bonnie. Un lieve sorriso mi comparse sulle labbra quando accarezzando quegli intagli per un attimo mi sentì sopraffatta dal ricordo di tutte quelle persone che non avevo potuto salutare, che semplicemente il tempo aveva fatto sfumare via…
Era dura prendere coscienza di tutto ciò che avevo vissuto ancor più sapendo che ero stata spettatrice inermi di scelte che non mi era stato possibile prendere.
“Signorina Nike” un giovane cameriere aveva interrotto i miei pensieri, mentre io alzando lo sguardo gli prestavo le mie attenzioni. Ero seduta in veranda,  di fronte alla caffetteria dell’hotel, e mi stavo gustando un buon caffè nero e amaro in attesa che mi arrivasse risposta per la richiesta che avevo mosso in reception solo qualche ora prima.
“La sua richiesta è stata accolta. Non abbiamo classi oggi pomeriggio dunque uno dei cavalli della scuderia è completamente a sua disposizione” sorrisi al giovane e gli diedi una piccola mancia per ringraziarlo.
A quanto pare l’hotel non concedeva ai suoi ospiti passeggiate solitarie sull’isola senza essere accompagnati, ma Matias aveva fatto il possibile per esaudire la mia richiesta e ci era riuscito.
Salire su un cavallo e cavalcare nella parte più selvaggia dell’isola mi restituì per un attimo quell’epoca a cui ero stata strappata rivedendo di fronte a me la Great Iguana che era stata e non che era.
Ero arrivata da poco più di un giorno e non avevo smesso di fare ricerche, come una buona Assassina il mio compito principale era stato raccogliere informazioni in città e tra gli ospiti dell’hotel e i suoi lavoratori e non ci misi molto a scoprire il mio punto  d’interesse. Ogni storia ascoltata girava sempre intorno alla stessa zona, tutti gli avvenimenti strani di persone che improvvisamente si erano ritrovati a vivere in carne propria deja vù reali si erano svolti nei pressi nel vecchio porto lì dove ricordavo che in passato svettavano sempre gli alberi della Jackdaw. Scalai alcune rocce a picco sul mare seguendo il mio occhio d’aquila, oltre che il mio istinto per raggiungere una rientranza nella roccia, una grotta, sicura che lì avrei trovato le mie risposte, ma… Non ero stata la prima ad arrivare.
“Cormark!?” chiamai tra l’incredula e l’arrabbiata. Sapevo che lui fosse il fidanzato di Ares, da lì lo sconcerto, ma anche quello che si diceva sulla sua vera natura, da lì l’ira. Allora era vero. Il grande Shay Cormark di cui nessuno aveva visto il volto, tranne Arno quasi, era proprio lui. Kevin o come diavolo si faceva chiamare. Il fidanzato di Ares. L’uomo che per così tanto tempo ci aveva preso in giro… L’ aveva presa in giro.
Sentì nuovamente il piacere dell’elettricità scorrermi nelle vene e caricarmi come da troppo ormai non faceva. Piegai il viso da un lato e poi dall’altro, una saetta passò nel mio sguardo e una scarica partì dalla mia mano dritta contro l’uomo che si spostò in tempo tanto da essere solo bruciato di striscio sulla spalla.
Anche le lame celate scattarono fuori ora cariche di una nuova energia, di una nuova forza. La Guerriera di Giove era tornata.

Era da settimane intere, quasi un mese esatto per la precisione, che non facevo ritorno alla Loggia e che non davo mie notizie al suo Gran Maestro — ma non era la prima volta e neppure, certamente, il periodo più lungo di tempo durante il quale fossi stato via. Haytham lo sapeva, mi conosceva abbastanza da non ritenerlo un comportamento insolito, da parte mia, nè tanto meno preoccupante e degli altri non me ne crucciavo affatto; per loro ero un’ombra, un nome sussurrato tra i corridoi, una figura sfuggente e nota quasi soltanto grazie ai racconti del passato e tale avevo intenzione di rimanere. Si poteva affermare, dopotutto, le mie capacità sociali non avessero affatto giovato dei miei anni come Templare, durante i quali il contatto umano era stato ridotto ai minimi termini, all’indispensabile e solo unicamente per dovere e non mi aveva mai pesato, prima, non mi ero mai soffermato a pensare a quanto fosse, effettivamente, deprimente — prima di Ares. Lei era stata la prima che mi avesse fatto desiderare di stabilire un contatto reale, non legato unicamente ad un qualche compito da svolgere, un obiettivo a cui arrivare e, senza nemmeno accorgermene, avevo cominciato a perdere di vista i confini di quello che facevo per la missione e ciò che facevo, invece, semplicemente perchè volevo. Mi aveva fatto sentire nuovamente una persona e non solo un involucro di carne e sangue, che si muoveva unicamente in base ai compiti affidatogli. Era in parte per lei che stavo continuando a temporeggiare, forse, a mantenermi in disparte, sebbene fossi ormai in possesso di ben due frammenti del Cristallo, per quella Guerriera che mi aveva colto alla sprovvista e mi aveva fatto dubitare di aver vissuto davvero, fino a quel momento, sebbene non fosse l’unica ragione che mi aveva portato a quello, a vacillare tanto criticamente quando, in passato, non avrei esitato a far ritorno. C’era, infatti, una questione che da parecchio tempo, ormai, non mi dava pace, mi tormentava i pensieri e mi portava, a volte, un senso di paranoia, oltre ad una terribile confusione riguardo di chi potessi fidarmi e quanto; Eris. Mi ero indubbiamente sentito più tranquillo, l’ultima volta che avevo parlato con Haytham, ma c’erano zone d’ombra che non riuscivo ad ignorare e il pensiero che i suoi sentimenti per lei stessero offuscando il suo giudizio non ne voleva proprio sapere di lasciarmi. Avrei aspettato ancora, dunque, e nel frattempo mi sarei tutelato come meglio potevo, in particolare contro le Guerriere — ad eccezione di Ares, a cui proprio non potevo immaginare di recare danno —, ironicamente grazie al sangue di Eris, tra tutti, il quale avevo scoperto essere velenoso per loro.
( . . . ) Avevo messo in conto che recuperare il cristallo a Great Inagua non sarebbe stato facile, mi ero aspettato delle protezioni di qualche tipo da dover aggirare, ma non mi trovai affatto pronto per ciò che, invece, vidi tanto chiaramente da darmi l’impressione di star vivendo nuovamente il passato, i punti peggiori di esso. Riprovai la sensazione della terra che tremava violentemente e si spaccava sotto i miei piedi, la consapevolezza di aver provocato un disastro naturale ed aver indirettamente ucciso migliaia di persone, la delusione ed il rancore verso Achille, cocenti esattamente come il giorno in cui lo avevo confrontato, spezzando per sempre il mio legame con lui e gli Assassini. Mi trovai senza fiato ed in ginocchio, all’arrivo di Nike, che non avevo minimamente sentito arrivare, ma il frammento era saldo nella mia mano e non ero per niente intenzionato a cederlo a lei.
« Immagino che chiederti di voltarti e tornare da dove sei venuta sia troppo, giusto? » lo chiesi del tutto retoricamente, dal momento che era evidente non lo avrebbe mai fatto. Combattere non rientrava tra ciò che avrei preferito fare, al momento, spossato — fisicamente e mentalmente — com’ero, ma andava da sè non avessi altra scelta, se volevo andarmene di lì con il frammento. Avrei sì mirato a finire lo scontro il più in fretta possibile, ma non in modo stupido, quindi invece di lanciarmi semplicemente verso di lei aspettai di vedere degli spiragli nella sua difesa per poterla colpire, mentre schivavo i feroci attacchi che mi stava rivolgendo. Fu così, infatti, che riuscii a colpirla al fianco sinistro, con la lama macchiata dal sangue di Eris.
-Nike!
Era Edward, il quale aveva assistito alla scena e, senza dubbio, non era troppo felice del risvolto. Il pensiero di dover avere a che fare anche con lui era troppo, quindi utilizzai il frammento, senza avere un’idea precisa di quello che avrebbe fatto su di loro. Tutto ciò che volevo, in fin dei conti, era andarmene, il resto veniva in secondo piano.

L’ultima parte del viaggio fu la più complicata, che mi fece perdere ulteriore terreno su Nike. Voli diretti non ce n’erano per quella minuscola porzione di mondo, quindi dovetti affidarmi alle mie amicizie… non molto in odore di legalità. Lo ero stato anche io per molto tempo, un fuorilegge, e certe abitudini, certi stili di vita non ti abbandonano più.
Chiesi un passaggio ad un contrabbandiere, che disponeva di un ultraleggero per evitare radar e polizie locali. Me lo concesse solo perché doveva trasportare un carico. Occhieggiai dentro alle casse, dove erano stivate statuette della Madonna, e chiesi con aperto sarcasmo: “Ti sarai mica convertito? Un tipo come te proprio non ce lo vedo a fare fioretti…”
Il tizio rise di gusto: “Ormai sono condannato all’inferno senza redenzione, quello che importa non è tanto la scatola, ma la droga che c’è dentro…”
Redenzione… chissà se io l’avrei mai ottenuta. Non credevo in un dio ultraterreno, ma nella possibilità che le persone a cui volevo bene potessero riuscire a perdonare le mie azioni…
Quando l’aereo mi lasciò sulla piccola pista di atterraggio dell’isola, era già pomeriggio inoltrato. Noleggiai una jeep per attraversare senza problemi terreni accidentati, e mi diressi verso il vecchio porto.
Quello di cui avevo bisogno, in verità, era una buona bottiglia di rum, per annegare in qualche modo tutti i ricordi che si ostinavano a tornare a galla.
Lasciai la jeep sotto la scogliera, e scalai a memoria il tratto per arrivare all’apertura della grotta. Sapevo che lei era lì, lo sentivo con ogni fibra del mio corpo. Era venuta a Great Inagua per recuperare qualche manufatto prezioso, ma in questo momento, per quanto fossi un Assassino e avessi ben chiare in testa le regole del gioco, non me ne importava un accidenti.
Volevo solo lei. Ritrovarla, ritrovarci.
Dal basso, vedevo lampi accecanti provenire dalla grotta. Non era un buon segno. Riconoscevo l’energia di Nike, voleva dire che stava combattendo. Ed io non ero lì con lei. Una rabbia cominciò a montarmi dentro. Dovevo essere al suo fianco, non potevo mancare di nuovo al mio dovere nei suoi confronti.
Mi precipitai come una furia dentro alla grotta, ma feci solo in tempo a vedere un uomo che colpiva la mia amata.
L’urlo che mi uscì dalla bocca sembrò lacerarmi le viscere: “Nike!”
Avevo già vissuto questo momento, era un incubo che si ripresentava, non sapevo se avrei potuto sopportarlo a mente sana. Per un secondo mi preparai a saltare addosso al Templare – non poteva essere altro e appena lo avessi avuto tra le mani lo avrei fatto a pezzi. Poi vidi Nike accasciarsi lentamente. La raggiunsi in poche falcate e la presi tra le braccia, mentre la adagiavo al suolo. Nike mi guardava muta.
Nike. Era lei.
Le lacrime che mi bruciavano gli occhi erano di gioia, forse. La sua mano fredda mi toccò la guancia. Non c’era bisogno di dire niente. La strinsi maggiormente a me, mentre sentivo che la sua energia stava pian piano affievolendosi. Era una vita maledetta quella che, dopo un tempo infinito in cui eravamo stati separati, ci faceva ritrovare solo in prossimità di una nuova separazione, questa volta definitiva.
Il veleno che l’aveva uccisa la prima volta stava agendo in questa così velocemente che l’unica cosa che potevo fare era tenere i miei occhi nei suoi, mettendoci dentro tutto ciò che avrei voluto dirle.
(…)
E mentre continuavo a fissarla, una voce chiamò con urgenza: “Edward, dobbiamo andare!”
Mi riscossi. Ero in piedi, e vicino a me si trovavano Selene e Nike, pronte a combattere. Digrignai i denti. Nonostante la confusione per il cambiamento repentino, riconoscevo quel posto, e quella situazione.
Era il 1868, eravamo all’interno dell’Osservatorio, i Templari avevano trovato il modo di rintracciare il Cristallo d’Argento, e noi tre dovevamo fermarli. La voce di Selene si fece più pressante: “Non c’è più tempo, Edward! Nike resterà indietro per proteggerci, ma noi dobbiamo andare. ORA!”
Scossi la testa con decisione: nel passato, quando avevo lasciato Nike da sola per seguire Selene, lei era stata colpita a morte, ed io non avevo potuto opporre alcuna resistenza a ciò che era successo dopo.
Questa volta, forse, avrei potuto cambiare le cose. “No, io rimango indietro a combattere!”
Selene mi guardò contrariata, ma non aggiunse altro e si avviò velocemente verso la sala dove i nemici avrebbero presto messo in funzione la sfera armillare con il sangue della principessa.
Invece di seguirla come mi era stato comandato, io ero rimasto lì, cocciutamente. In qualche modo, avrei cambiato il passato. Avrei fermato la lama avvelenata, Nike non sarebbe stata colpita. E noi avremmo potuto rimanere insieme, almeno fino al momento in cui un Templare non l’avrebbe uccisa a Great Inagua nel 2017.
Questo era ciò che pensavo, follemente, prima di sentire l’urlo di Selene, poco lontano.
Chiusi gli occhi. Quello che avevo intenzionalmente ignorato era che, senza il mio aiuto, Selene sarebbe stata sopraffatta dai nemici. Avremmo fallito la missione, ed il Cristallo d’Argento sarebbe caduto in mano templare. Saremmo morti tutti. Questo per colpa di una mia scelta egoistica.
Sconfitto, lanciai un ultimo sguardo d’addio alla persona che amavo, e corsi verso la sala principale dell’Osservatorio, masticando imprecazioni ad ogni passo.
Il passato non si può cambiare, ed io non ho mai avuto la saggezza necessaria per accettarlo.



C’era qualcosa di estremamente crudele con la storia della mia vita ed era di non poter mai dire addio alle persone che amavo o quanto meno aver modo di salutarle, di dir loro qualcosa prima di venir irrimediabilmente trascinata dagli eventi lontana o senza possibilità di ritorno.
Quando abitavo su Giove la mia vita era stata segnata fin dalla mia nascita. Non avevo mai saputo chi fossero i miei genitori, anonime figure che mi avevano abbandonata alle porte della Torre della Saggezza. Lì ero stata educata dai sacerdoti del tempio e grazie a loro aveva appreso le mie potenzialità e avevo adempito al compito di Marchesa del pianeta. Un sorte fortunata la mia o forse semplicemente triste.
Poi il mio pianeta era stato distrutto e io non c’ero stata per impedirlo o almeno far qualcosa. La vita aveva continuato a segnarmi con i suoi tiri meschini dal conoscere Edward al perderlo senza nemmeno rendermene conto. Dall’acquisire un fratello e poi perderlo come un fantasma all’improvviso.
Quante volte ancora sarei stata impossibilitata ad essere padrona delle mie scelte? Di non esserci nei momenti che contavano? Di perdere chi faceva parte della mia vita?
Erano quei i flash e le domande che mi ponevo quando la lama di Shay nel presente e quella di un Templare nel passato, mi trafiggevano. Noi Guerriere eravamo esposte alla morte come qualsiasi essere vivente, ma avevamo scoperto che su quel pianeta non vi era nulla che potesse riuscirci a meno che non si usasse il sangue di Eris… puro veleno per chiunque fosse figlio della luce.
Lei era stata la mia condanna non due, ma ben tre volte, da quando anche colpa sua era la distruzione del mio pianeta, del mio popolo e di tutto ciò che consideravo casa.
Come se vivessi fuori dal mio corpo venni trasportata non so dove e vidi me stessa priva di vita venir immersa nel Pozzo di Lazzaro, un dono che Selene aveva fatto agli Assassini non indifferente. Un pozzo che un tempo risiedeva nelle viscere del palazzo reale e che Hyperion era restio ad usare. Io ero una combattente, non sarei mai venuta meno al mio destino, anche se tanto avverso. Morire non era nei miei piani, ma tanto meno venir riportata in vita senza aver voce in capitolo.
E lo vidi. Oh sì vidi Edward… il suo urlare e scalciare, lui che nonostante il dolore di avermi persa, stava facendo valere le mie ragioni. Era stato ignorato. Messo da parte. Come la vita aveva messo da parte me tante volte.
E poi Jacob, il suo non volermi. Il suo non desiderare una responsabilità tanto grande e poi invece non poterne fare a meno. Legarsi a me come un bambino che necessità di affetto e che lo da senza condizioni.
Sentivo le lacrime amare scorremi sul viso, mentre in un battito di ciglia mi trovavo su Giove. Tutto era vivo esattamente come lo ricordavo, pulsante ed emozionate. Un pianeta di persone cui il valore e l’onore veniva sopra tutto.
Sorrisi amara, sapevo che era solo un illusione e nonostante una voce mi sibilava che non era vero. Che potevo restare lì e fare tutto da capo, cambiare il corso degli eventi… io conoscevo la verità. Non avrei potuto salvare Giove perchè il passato era passato e l’unica cosa con cui potevo fare i conti era il presente ed il futuro, perchè quello sì che potevo sceglierlo io e lo avrei fatto!
Bastò quel semplice pensiero a farmi aprire gli occhi e sentire un alito di vita fuoriuscirmi prepotente dalla bocca, mentre mettendomi a sedere toccai il ventre e scoprì che nessuna ferita era presente seppur il taglio sugli abiti, provocato dalla lama di Shay c’era.
Avrei potuto perdere altro tempo a cercare una spiegazione, ma in quel momento mi accorsi di Edward e niente ebbe più importanza. Nemmeno parlare. Lo guardai e in quel blu dannato dei suoi occhi mi persi, l’elettricità riempì l’aria e la mia bocca prese possesso della sua.

Avevo visto cose strane ed incomprensibili nel corso della mia vita, e a molte avevo rinunciato a dare una spiegazione. Per cosa, poi? Risolto un enigma, se ne presenta subito un altro. Prima Civilizzazione, manufatti potenti, magie strabilianti, resurrezione dei morti. Al diavolo.
Un attimo prima Nike stava morendo tra le mie braccia, un secondo dopo della ferita non ne rimaneva traccia, e lei mi baciava con passione.
Beh, ecco cosa avrei fatto: come un ladro, mi sarei preso il bottino, ottenuto per pura fortuna o per merito, e sarei scappato, fregandomene di come era andata.
La baciai a lungo, nel tentativo di recuperare il tempo che avevamo perso. Volevo che sapesse che non l’avevo dimenticata, che il mio amore per lei non si era arreso alla realtà dei fatti.
Poi, mi staccai da lei, e la guardai serio.
Non avrei voluto interrompere questo nostro ritrovarci, ma non potevo neanche dimenticare che, nonostante il miracolo che era appena avvenuto, avrei dovuto occuparmi di chi ci aveva messo in quella necessità. Avevo un conto in sospeso con un Templare, ed ora che ero certo che la mia amata stesse bene, mi sarei occupato di lui.
“Devo andare a cercare quella canaglia che ti ha colpita ed ha rubato quello che stavi cercando in questa grotta. Aspettami al vecchio porto, io ti raggiungerò lì appena avrò scovato quel figlio disgraziato di una cagna rognosa!”
Nike mi trattenne per un braccio, scuotendo la testa: “Lascia perdere, ormai Shay Cormac non è più alla nostra portata. Con il potere del Frammento Verde avrà già raggiunto un luogo sicuro. Ce ne preoccuperemo dopo…”
Il suo sguardo si ammorbidì, e un lieve rossore le colorò le guance: “Ora… torniamo a casa!”
(…)
La luce del giorno filtrava dalla finestra aperta, con le tende bianche che si muovevano alla brezza fresca. Cercai di non muovermi e di respirare lentamente, per non disturbare Nike, che dormiva su un fianco dandomi la schiena. Io la abbracciavo da dietro, respirando il suo profumo.
Baciai lievemente la sua spalla nuda, troppo invitante, e lei si mosse un poco, mormorando qualcosa.
La avevo svegliata? Osservai il suo respiro, calmo e regolare. No. Meglio.
Ci eravamo amati tutta la notte, fino alla sfinimento, e in quelle ore credevo di essere l’uomo più felice e fortunato del mondo. Vivevo il momento senza pensare troppo al futuro, al ritorno ai nostri obblighi. Sapevo che ci stavano aspettando grossi problemi, e temevo che le conseguenze di questi avrebbero potuto dividerci nuovamente.
Ma con l’alba, il tempo che avevamo rubato per noi, era scaduto. E brutti pensieri avevano ricominciato a farsi sentire.
Dovevo essere sincero con lei, raccontarle ciò che mi pesava sul cuore. Sperare in un suo perdono, sperare di ritornare ad essere libero da quelle catene che mi ero imposto.
Ma erano troppo grosse le colpe di cui mi ero macchiato.
Prima tra tutte, di non essere stato al suo fianco per proteggerla, e poi di aver permesso che la riportassero in vita, senza la memoria, nonostante sapessi bene quanto una simile evenienza l’avesse sempre fatta inorridire. Avevo provato ad oppormi, ma inutilmente.
Quel giorno in cui una persona che non mi avrebbe mai riconosciuto era stata riportata alla vita, avevo quasi ucciso con le mie mani Auditore. Ce n’erano voluti tre, di assassini, per togliermi di peso da addosso a lui. Ma il mio intervento non era servito a nulla. Quando poi lei aveva riaperto gli occhi ed era chiaro come credesse alle bugie che le stavano propinando, me ne andai, lasciai Nanda Parbat per mesi e mesi.
Non mi accorsi che i miei pensieri si erano trasformati in sussurri. Con chi parlavo? Nike dormiva.
“Avevo anche progettato di rapirti. Ti avrei portato in un posto segreto. Credevo che se avessi potuto rimanere solo con te, sarei stato in grado di farti ricordare, di risvegliare i tuoi poteri ed il tuo amore per me…”
Era stato un momento di follia e disperazione, quel progetto che non avevo mai messo in pratica. Osservandola vivere come un’Assassina, sorella di Frye, ignara di tutto, mi ero reso conto che era serena. Forse, anche felice. Non avevo nessun diritto di interferire, senza la certezza che avrei ottenuto un risultato positivo.
A quel punto, avevo rinunciato a combattere.
“Me ne stavo in disparte, evitandoti ed ignorandoti quando ci trovavamo alle riunioni, o nella sala degli allenamenti… Devi aver pensato che quel Kenway fosse davvero un tipo da cui girare alla larga…”
In quel periodo avevo ripreso a bere smodatamente, e a cercare conforto in altre donne.
“Eppure, qualcosa mi aveva sempre impedito di smettere di amarti… e di cercarti. Il giorno più fortunato? Quando ho origliato la tua conversazione con Jacob, il giorno del… vostro… compleanno”
Mi doleva la gola. Come se avessi tirato via di forza, dal mio cuore, ogni singola parola. Magari un giorno avrei anche trovato il modo di confessarglieli, questi miei peccati.
Oggi no. Nella quiete della mia antica dimora da pirata, mi ero preso un frammento della felicità che avevo progettato di costruire con lei, secoli prima.



Non era egoismo il mio e tanto meno mancanza di senso del dovere, nessuno più di me ne aveva avuto… tuttavia prendermi quel tempo sentivo e sapevo che mi era dovuto. Troppe cose mi erano state tolte ed imposte senza permettermi di scegliere che, concedermi quella parentesi prima di tornare alle mie responsabilità era un obbligo verso la mia persona.
Ecco perchè non c’era senso di colpa nè preoccupazione sul mio viso quando, nuda e stretta tra le braccia di Edward, lo sentivo parlare alle mie spalle e ogni tanto donarmi piccoli baci sulla spalla o una carezza decisa sulla gamba. Mi sentivo di essere dove esattamente mi dovevo trovare e questo lo mostrava la mia espressione rilassata oltre un lieve sorriso stampato sulle labbra.
Mi stavo svegliando lentamente, i raggi del sole che baciavano il mio viso e sottolineavano le mie lentiggini. Mi voltai con il capo per incontrare lo sguardo di Edward, seppur il mio era ancora assottigliato dalla luce e dal risveglio.
Capì nonostante tutto le sue parole e rimasi ad osservarlo con attenzione, mentre una mia mano giocava con una ciocca dei suoi lunghi capelli biondi.
Mi morsi un labbro immergendomi in lui e immaginandomi come tutta quella situazione doveva averla vissuta, mi irrigidi un secondo immaginandolo tra le braccia di donne sconosciute o attaccato alla bottiglia di rum al punto di non ricordare chi fosse. Ma dopotutto le circostanze e gli eventi ci avevano reso estranei e anche io avevo uomini, persone che ero arrivata perfino a credere di amare, prima di rendermi conto che nonostante la mia mente non ricordasse, il mio cuore era già di qualcun altro…
Mi voltai dunque completamente verso di lui e stando stesa su un fianco allungai una gamba nuda, che fuori uscì dal lenzuolo che mi copriva a mala pena, e l’appoggiai sulla sua. Cingendomi meglio al suo bacino, quasi in un gesto di possesso.
Fu allora che il mio sguardo ricadde sul suo dorso scolpito e tatuato, lì dove notai subito la collana che indossava sempre. Quella che nascondeva sotto gli abiti e custodiva cimeli importanti per lui, tra cui la mia rosa… o più giustamente, il mio cuore… quello che gli avevo dato tanto tempo fa…
Presi il ciondolo tra le mani con un senso di leggerezza e posandovi appena un bacio a fior di labbra, mi concessi di alzare il mio sguardo cristallino nel suo, prima di poggiargli una mano sul capo, tra i capelli e spingere lo stesso contro di me… a baciarmi con la stessa passione e trasporto con cui avevamo fatto l’amore tutta notte…
“Forse avresti dovuto farlo…” esclamai ancora sulle sue labbra, distanziandomi un poco per guardarlo meglio in volto.
“Rapirmi intendo. Legarmi a una sedia e passare notte e giorno con me, costringendomi a ricordare…” lo dissi senza alcuna ombra di sarcasmo, mentre la mia mano ancora tra i suoi capelli scivolava sulla sua spalla e disegnava i muscoli del suo braccio, il dito emanava una leggera scossa elettrica, niente di doloroso, ma abbastanza eccitante.
“Non ti ho mai considerato strano se è quello che credi che io abbia pensato, ma certo mi chiedo come fosse possibile che ti desiderassi tanto…” mormorai cingendomi di più a lui, prima di ridacchiare alla sua ultima esclamazione. Era un riso nervoso, di chi si era appena ricordato di aver un lungo conto in sospeso.
“Oh Jacob… mi aspetta una lunga discussione con lui e non solo…” lo dissi con un leggero moto di fastidio.
“So che sono state le mie sorelle a volere questo, probabilmente Selene a chiedere tale concessione ad Altair… Immagino anche che Auditore si sia ben imposto contro la stessa… come te…” poteva sembrare un tono accusatorio il mio, forse anche perchè il mio dito, fermandosi all’altezza sul bicipite, gli aveva dato un scossa più forte delle altre, ma così non fu.
“La verità è che non so nemmeno io cosa avrei voluto… perchè vedi Edward, è questo che mi strugge, non l’aver dimenticato o l’aver perso anni intersi fingendo di essere un’altra…” perchè sapevo che invece quello era ciò che lui pensava e avrebbero pensato tutti appena avessero saputo che ricordavo.
Tutti erano preoccupati della mia reazione, di come l’avrei presa, di come conoscendomi avrei preferito che mi lasciassero morta e invece… sorprendentemente, anche per me forse, non era quello il problema.
“E’ stato il frammento verde a farmene rendere conto sai?” gli chiesi in una domanda retorica, sorridendo e stupendomi io stessa di scoprire quel lato di me.
“Ciò che mi turba è rendermi conto di non aver scelto NIENTE… assolutamente NIENTE… della mia vita. Non ho scelto di essere stata abbandonata, non ho scelto di essere stata cresciuta dai saggi del tempio, non ho scelto di essere insignita Marchesa del mio pianeta, non ho scelto di  diventare una Guerriera, non ho scelto le mie amicizie, non ho scelto la sorte della mia casa, non ho scelto di allearmi con voi, non ho scelto di morire, non ho scelto di resuscitare, non ho scelto di vivere una vita come un’altra persona e nè di avere un fratello e…” parlai come un fiume in piena perchè quelle cose me le portavo dietro da così tanto tempo ormai che quasi mi ero arresa all’idea che avrei dovuto semplicemente accettarle.
“E seppur la maggior parte di queste cose siano state una salvezza, una benedizione e qualcosa che non rinnegherò mai…” e di quello ne ero certa “… non ho avuto voce in capitolo…” sottolineai.
Un colpo di reni poi, degno dell’amazzone che ero, ed Edward era steso sotto di me, io a cavalcioni su di lui, le mie mani a bloccargli i polsi contro il cuscino.
“Sai qual’è l’unica cosa che ho scelto? Te! E per tutti gli Dei dei Fulmini ti giuro che non vi rinuncerò… cascasse il mondo Kenway, tu sei mio… e di nessun’altra…” come io ero irrimediabilmente e totalmente sua.

Fuoco io e fuoco lei. Quando ci eravamo incontrati, avevo creduto che fosse così diversa da me.
Invece era un carattere impetuoso e fiero come il mio. Ci intendevamo alla perfezione.
Il suo impeto combattivo era lo stesso che albergava in me, che mi aveva reso un pirata ancor più temuto e famigerato di Barbanera.
Nell’attaccare una nave per razzìa, non avevo bisogno di ricorrere ai suoi trucchi come i tizzoni nella barba per infondere il terrore nei miei nemici, bastava la mia sola presenza, la furia che mi coglieva nella battaglia.
In altre culture, questo furore era di guerrieri chiamati berserk. Io mi trasformavo in un berserk, riuscivo a devastare il ponte di una nave e sottometterne l’equipaggio in pochi minuti.
Nel corso della mia vita, abbracciando il Credo, ero passato da essere un semplice criminale pericoloso ad essere un buon combattente, ed una persona che agiva secondo nobili principi. Molto della mia evoluzione era dovuto alle persone che avevo incontrato sul mio percorso, da James Kidd, a Tatch, ma soprattutto a Nike.
E la dichiarazione di amore che mi aveva appena fatto toccava il profondo della mia anima perché rispecchiava il mio stesso sentimento: sarei passato sul cadavere di chiunque, chiunque, pur di non dover più rinunciare a lei.
La mia amata era splendida, con quella luce negli occhi.
Un sorriso compiaciuto mi spuntò sul viso, mentre con una mossa veloce capovolgevo la situazione: la buttai sul materasso e mi misi io sopra di lei, le mie gambe che le stringevano i fianchi. Avvicinai lentamente il viso al suo, mentre con le dita disegnavo il contorno dei suoi lineamenti.
Divenni serio: “Sai, c’è una cosa che non ti ho mai detto, ma per te sarei disposto a sfidare Satana in persona. Grazie al tuo amore sono una persona migliore, ed ho ottenuto quel riscatto che quando mi guadagnavo da vivere assaltando galeoni spagnoli e brigantini inglesi attribuivo solo all’oro. Ero uno stolto”
La baciai, e ci ritrovammo a fare l’amore con l’intensità della prima volta che era successo, a bordo della Jackdaw ancorata al largo di Juventud.
(…)
Ci eravamo ritrovati. Ci eravamo dichiarati il nostro amore, e avevamo giurato di liberarci di ogni ostacolo che ci avrebbe impedito di stare insieme. Quindi, arrivati arrivati alla fine della fiaba, si poteva dire: e vissero tutti felici e contenti? Nah. Quelle sono solo fiabe.
Lasciammo Great Inagua il giorno stesso. Nel mio cuore non c’era posto per il rimpianto di ciò a cui avevo rinunciato quando lasciai l’isola alla fine dell’epoca della pirateria. Non sono un tipo particolarmente sentimentale, però, fino a quel momento avevo accuratamente evitato di tornare, mentre negli ultimi giorni ero riuscito a fare pace con quel luogo.
Raggiungemmo l’aeroporto più vicino poche ore più tardi. Al mio gate di imbarco ci separammo, la previsione era di ritrovarci pochi giorni dopo al Covo degli Assassini. Io ci sarei andato direttamente, mentre lei non aveva voluto dirmi dove si sarebbe diretta. Rispettavo la sua scelta, ammiravo la sua indipendenza e la sua forza d’animo.
Quando avevo riacceso il cellulare avevo trovato un messaggio vocale con una convocazione ufficiale da parte dei mentori. Questo tipo di chiamate non promettevano mai nulla di buono, speravo solo che non volessero impormi nuovamente delle scelte che non avrei condiviso.
Se pensavano che le avrei accettate di buon grado, come era stato in passato, si sbagliavano di grosso. Il mio onore mi vincolava a rispettare l’autorità di chi mi era superiore, ma ormai il mio cuore era libero, non più tenuto in ostaggio di rimorsi o ricatti.

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