Moonlight's Creed (Original Series)

Episodio 1×11

Present Day #2017: London

Premetti con forza i polpastrelli sulle tempie che pulsavano. Le dita erano fredde come il ghiaccio, non sembravano quasi appartenere a me, ma ad una statua di marmo. Un’altra notte popolata di incubi e di angosciosi presagi non aiutava certo ad alzarsi di buonumore la mattina.
Come sempre, le premonizioni mi arrivavano confuse, troppo vaghe e sfuggenti per potermi essere utili. Una sensazione di pericolo e di urgenza era quello che mi era rimasto una volta sveglia, senza poter essere più precisa. Chi era in pericolo? Io, le mie sorelle, forse?
“Quanto è frustrante…” Mormorai allo specchio.
Gettai un’occhiata distratta alla vista oltre la finestra della mia camera: il cielo plumbeo prometteva pioggia, manco fosse una novità a Londra, ma il panorama sul London Eye e sul Tamigi era comunque spettacolare.
Quando soggiornavo qui, preferivo farlo sempre in questo albergo: il Corinthia era lussuoso ma non austero, ed il suo stile rispecchiava molto i miei gusti.
Gettai sul divano l’asciugamano in cui mi ero avvolta dopo la doccia; mi vestii velocemente, con dei pantaloni morbidi a vita alta color pesca ed una blusa in seta bianca. Raccolsi i capelli in una coda di cavallo e misi dei sandali dorati con i tacchi a spillo. Presi la borsa ed il cellulare poi, dopo un’ultima occhiata critica alla mia immagine riflessa, scesi nella hall.
Trovai molte persone sedute alle poltrone o in piedi, ma nonostante questo l’atmosfera era ovattata ed una musica piacevole in sottofondo riempiva l’aria.
Dalla reception, un giovane impiegato sorridente mi venne incontro, e mi prese la mano per baciarmela. Matthew, mi pareva si chiamasse. Era un bel ragazzo, ma alle volte la sua cortesia eccedeva il limite professionale. Accettai però di buon grado.
“Miss Selene, sono molto contento di rivederla! E’ in città per fare shopping?” Non attese la mia risposta. “Come sempre, la trovo in splendida forma!”
Bugiardo. Nonostante il fondotinta accuratamente usato, la mia pelle era più pallida del solito per via della nottataccia, e a fatica ero riuscita a coprire le occhiaie dovute alla preoccupazione. Ma lo ringraziai comunque, con un sorriso gentile.
“Il suo accompagnatore la sta già aspettando, lo troverà nella Lobby Lounge, mentre il taxi vi sta attendendo all’esterno del nostro hotel. Buona giornata e buona permanenza a Londra, miss!”
Salii i pochi gradini per accedere al salone e subito vidi Jacob, stravaccato su una delle poltrone. Sembrava godersela un mondo. Mi salutò con la mano, facendomi segno di raggiungerlo. “Stratosferico questo posto, eh? Capisco perché l’hai scelto! E lo sai come si chiama il lampadario che ci sta sulla testa? Full Moon! Proprio azzeccato per te…”
Mi strizzò l’occhio e non potei fare a meno di sorridergli di rimando. Riusciva sempre a sollevarmi il morale e a strapparmi un sorriso, anche se ogni volta mi imponevo di mantenere davanti a lui e agli altri un certo contegno, più adatto al mio ruolo.

Ormai passavo al Covo soltanto lo stretto necessario, preferendo invece godermi tutto il meglio che Londra aveva da offrirmi, quando non dovevo necessariamente essere presente. Mi ero scoperto decisamente restio, negli ultimi tempi, a trovarmi tra quelle mura, molto più di quanto fosse per me normale ━ quante volte mi ero trovato, dopotutto, a trovare l’essere confinato lì dentro noioso? Quante volte mi ero lamentato con Evie di “quell’ammasso di roccia polverosa”? Eppure, in fin dei conti, avevo imparato a considerare quel posto casa, per una ragione semplice, eppure fondamentale; Evie. Lei era lì. La mia casa non avrebbe potuto trovarsi altrove.
Adesso le cose erano drasticamente cambiate e Nanda Parbat mi sembrava più vuota, il solito involucro duro e dall’aspetto poco ospitale ━ dall’esterno, soprattutto ━, privo di ragioni che potessero tenermi al suo interno. No, dovevo stare all’aria aperta, tra l’odore di fish and chips, smog e pioggia della capitale inglese, solo in quel modo avrei potuto riordinare i pensieri. Anche se più che pensare avevo fatto tutt’altro, in effetti, rifugiandomi nei familiari passatempi che Londra mi forniva, mentre la mia testa era ancora un caos ━ stavo, insomma, bellamente aggirando il problema, quando forse non ci sarebbe voluto poi così molto per compiere un passo nella giusta direzione. Sarebbe bastato, alla fine, farle una telefonata, cercare un confronto, ed invece preferivo comportarmi da testardo, non accennando minimamente a comporre il numero di colei che consideravo mia sorella, benchè non avessimo legami di sangue. Anche in quel preciso istante, stravaccato su una delle lussuose e comodissime poltrone dell’hotel Corinthia, tenevo lo sguardo incollato allo schermo del cellulare, ma piuttosto che mettermi a fare qualcosa di utile e costruttivo, come mandare uno stralcio di messaggio a Evie, stavo scorrendo distrattamente la home di instagram, dove c’erano un paio di foto che mi ritraevano ad una festa della sera prima. “Adam della festa ad Ilsington ha decisamente una cotta per me” ( ed era okay, baciava bene e tutto il resto, quindi forse lo avrei rivisto un paio di volte ), pensai, chiudendo tutto e ricacciandomi il cellulare nella tasca dei jeans, all’arrivo di Selene.
« Andiamo, mademoiselle? » intimai mentre le porgevo un braccio, affatto serio, prima di aggiungere a voce decisamente più bassa « Quelli della reception mi guardano da quando sono arrivato ━ e non nel senso lusinghiero del termine. Credo vogliano, tipo, cambiarmi i vestiti dalla testa ai piedi. »
Jeans scuri strappati al ginocchio e giacca di pelle, a quanto pareva, non era esattamente il look che i loro abituali clienti portavano di solito, chi l’avrebbe mai detto!

Quando il taxi ci lasciò davanti al British Museum erano le dieci in punto. A quell’ora apriva il museo, ed una discreta coda era già in attesa di entrare. Non dovemmo aspettare a lungo, perché preferii esibire subito il mio pass di membro onorario, per poter saltare i controlli.
Per tutto il tragitto avevo finto di ascoltare il chiacchierio incessante di Jacob, assentendo ad arte e intervenendo ogni tanto con monosillabi, anche se ad un osservatore attento non sarebbe sfuggito lo sguardo perso oltre il finestrino e il mio continuo tormentare la mano sinistra, quella a cui portavo l’anello imperiale.
Questo era un oggetto particolare, con una grande pietra bianca che ricordava il mio pianeta d’origine, la Luna, ed un’elaborata montatura di oro bianco, che non toglievo quasi mai.
Non era solo un simbolo del mio lignaggio, e neanche solo un ricordo della mia famiglia e della mia patria, ma un vero oggetto di potere. La pietra aveva la capacità magica di assorbire la luce lunare, la fonte dei miei poteri, e di potenziarmi in battaglia. In effetti, le rare volte in cui lo sfilavo era durante le notti di luna piena, quando lo lasciavo fino all’alba in una pozza di luce perlacea e lattiginosa.
Il mio pensiero continuava a tornare alle visioni delle ultime notti: questa missione di recupero alla quale ci apprestavamo poteva essere pericolosa, e quindi che fosse questo il motivo delle mie visioni?
Ripensavo spesso, spessissimo per la verità, alla mia famiglia: i poteri dei miei genitori erano ampi e sviluppati, ed io, quando era avvenuta la distruzione dell’Impero, ero sulla strada di formarmi per essere la futura imperatrice.
L’attacco di Eris mi aveva rubato tutto quello che ero, che avevo, che amavo, e che avrei potuto diventare. I miei poteri, senza la guida esperta dei miei maestri e di mia madre, erano rimasti acerbi, e con fatica continua tentavo di migliorarli, con sforzi immensi e risultati minimi. Mia madre, l’Imperatrice, per esempio, aveva una capacità di previsione impressionante. Poteva vedere con precisione e con molto anticipo gli avvenimenti futuri.
Solo una volta la sua vista non funzionò, e questo costò caro a tutti noi. Per quale motivo non fosse riuscita a prevedere l’attacco di Eris, però, era una domanda per la quale non avevo ancora risposte. Forse la nostra nemica era riuscita a celare i suoi intenti talmente bene da ingannare chiunque. D’altronde l’inganno non era la sua arma migliore? Sospirai, scuotendo lievemente la testa.
All’improvviso, mi accorsi del silenzio nell’abitacolo, e dello sguardo fisso di Jacob su di me. Capii che anche lui aveva avvertito il mio nervosismo. Sorrisi impercettibilmente, come a scusarmi, poi cercai di portare il discorso su un argomento che mi stava a cuore, e che mi ero ripromessa di affrontare con l’Assassino, che negli ultimi anni aveva vegliato sulla mia adorata sorella.
“Come mai era già a Londra? Nostalgia dei tempi passati?”
Brontolò qualcosa che non capii, quindi aggiunsi, comprensiva: “Evie sta cercando di riacquistare la serenità che aveva trovato grazie al vostro rapporto, ma anche se con noi non si confida, so per certo che sente molto la tua mancanza… “
L’atrio immenso del museo richiese tutta la mia concentrazione, per cercare di avvertire le vibrazioni che il frammento del Cristallo emanava. Erano segnali particolari della sua essenza che solo la famiglia reale aveva la capacità di percepire a grandi distanze, come se fosse un dolce richiamo, come se i loro cuori ed il mio battessero all’unisono.
Nelle immediate vicinanze, invece, era un’altra cosa: i Cristalli avevano un potere tale che veniva avvertito nettamente da chiunque.
In quello spazio enorme, ci misi qualche secondo per individuare la direzione da prendere. Salimmo al primo piano, Jacob una presenza rassicurante al mio fianco che faceva gli scalini a tre a tre. Attraversammo sale ancora deserte di pubblico, e alla fine il mio senso ci portò nell’area dedicata all’antica Grecia. Mi morsi il labbro: la mia prima casa qui sulla Terra. Quanti ricordi. Alle volte, mi sentivo terribilmente stanca di dover convivere con così tanto dolore e tristezza.
Il Cristallo mi stava chiamando, sempre più forte, ma sapevo che non era in una teca che lo avremmo trovato. Mi diressi verso un pannello alto e largo più di due metri, che nascondeva una porta con un divieto di accesso al personale non autorizzato. Una rapida occhiata all’unica telecamera della sala per “accecarla” temporaneamente, con un lampo di luce che sarebbe sembrato un malfunzionamento, e Jacob ed io ci infilammo nel locali di servizio del museo.




Era, in parte, nostalgia quella che mi spingeva a tornare sempre lì? A trovare rifugio tra le strade familiari, ma allo stesso tempo radicalmente modificate e modernizzate di Londra? Probabilmente. Lo avrei ammesso ad alta voce, o anche solo a me stesso? Ne dubitavo parecchio. Certo, meglio accantonare i problemi. Meglio non affrontare direttamente ciò che faceva più male, come se non ci fosse niente che stesse andando storto, un po’ come avere un buco nello stomaco e dire “sto bene, che vuoi che sia”. Che schifo di logica.
Il punto era che non ce la facevo. Non riuscivo a mettere da parte l’orgoglio ed ammettere che avevo torto, quanto fossi stato egoista e lo fossi tutt’ora, comportandomi come se mi fosse stato fatto un dispetto, ignorando i sentimenti di Evie, non calcolando come avrebbe potuto sentirsi lei, invece. E finchè fosse andata avanti in quel modo non ci sarebbe stato verso di migliorare la situazione. Avevo bisogno di qualcosa di bello forte che mi desse una svegliata e mi facesse rendere conto di quanto il mio comportamento fosse stupido e sbagliato e le parole di Selene, per quanto ci avesse provato, non erano lontanamente abbastanza ━ forse avrebbe dovuto provare con gli schiaffi, magari avrebbero funzionato meglio!
« Sì, beh.. adesso ha voi, no? Non ha motivo di sentire la mia mancanza. » replicai sbrigativo, guardando distrattamente davanti a me, dove un gruppetto di persone intente a visitare il museo stavano decidendo da che parte andare. Mi infilai le mani nelle tasche del giacchetto, perchè tutto quel parlare di Evie mi aveva messo voglia di fumare e farmi sbattere fuori dal british museum sarebbe stato, decisamente, controproducente. Piuttosto, pensai bene di cambiare argomento, di mettermi a parlare di tutt’altro, esattamente come avevo fatto per l’intera durata del tragitto verso il museo, solo che questa volta preferii puntare su qualcosa di più interessante rispetto al mio fine settimana; qualcosa, oltretutto, che mi era stato detto di tenermi per me, ma 1) non ero proprio in vena di tenere segreti, quel giorno e 2) credevo proprio le guerriere dovessero sapere di Cormac al più presto, prima che fosse troppo tardi.
« Ora apri bene le orecchie, che devo dirti qualcosa di serio e ━ scioccante, lo so ━ non riguarda me. Hai presente il tipo che sta con Ares, no? Ecco, è un━ »
Non feci in tempo a finire la frase, però, che venni come sbalzato via. E finii a terra su un suolo roccioso, affatto simile al pavimento del British, uno che mi sembrava proprio quello della.. oh cazzo.
« Come ci siamo finiti sulla luna?! »




Sulla Luna… certo. Conoscevo quelle rocce come se fossero il mio stesso corpo, ed in effetti era un po’ la verità. Per i governanti dell’Impero Galattico i pianeti che lo compongono sono da proteggere a costo della loro stessa vita. Sentii con gratitudine l’energia del mio amato pianeta scorrermi nelle vene, libera, senza ostacoli, come invece non accadeva sul pianeta Terra.
Notai senza alcun stupore il fatto che indossavo la mia armatura da Guerriera, come se fosse una conseguenza del fatto di essere tornata a casa. Gli alti stivali mi fasciavano le gambe fino a metà coscia, una tunica bianca con ampi spacchi laterali e degli spallacci perlacei a cui era fissato un corto mantello, di un tessuto lieve e impalpabile come le ali di una farfalla, mi aderivano addosso come una seconda pelle. Mi sentivo potente come non accadeva da troppo tempo.
Mi girai verso Jacob: “E’ l’effetto del Frammento dello Spazio. Il suo peculiare Potere consiste nel permettere spostamenti e manipolazioni del tempo e delle dimensioni, oppure può agire lui stesso in autonomia. Questo vuole dire che ci stiamo avvicinando…”
Mi concentrai per sintonizzarmi sulle sue vibrazioni. Durante l’addestramento mi era stato insegnato come comunicare con questi manufatti estremamente potenti, per potermi avvicinare a loro senza ricevere danni. In qualità di appartenente della famiglia reale, il modo per farlo veniva tramandato di generazione in generazione lungo la linea femminile, come un segreto gelosamente custodito. Ricordo con malinconia le ore passate con mia madre a intrecciare invocazioni e litanie per imparare il timbro mentale esclusivo dei regnanti.
Lanciai la mia mente nello spazio, con un messaggio chiaro all’indirizzo del frammento.
Sono l’imperatrice Selene, ho diritto di nascita sulla richiesta che ti sto facendo. Lasciami avvicinare.
Ricevetti subito una risposta, un flusso di energia che avevo imparato a identificare tanti secoli fa. Il frammento mi aveva riconosciuto l’autorità di prenderlo, di portarlo via con me.
“Jacob, dobbiamo dirigerci verso quelle rovine… lì troveremo ciò che stiamo cercando”
Le rovine erano quelle della mia città natale, la magnifica capitale dell’impero, che nei secoli di massimo splendore era stata soprannominata l’Eburnea, per via del magico aspetto dove tutto era armonia e bellezza.
Ora invece, stavamo attraversando un paesaggio di devastazione inimmaginabile, e molto spesso sentii i miei occhi colmi di lacrime. Dolore, rabbia, strazio, angoscia: erano sentimenti che stavano schiacciando tutto quello che avevo provato di positivo in vita mia. Passando in mezzo a giardini ormai deturpati, a palazzi e colonnati crollati, a strade ingombre di macerie, arrivammo davanti al palazzo imperiale.
Il mio cuore era pesantissimo, ma una determinazione che veniva da dove non sapevo neanche io mi esortava a proseguire, senza far caso a ciò che calpestavo nel mio incedere.
I portoni di bronzo cesellato erano abbattuti ed accartocciati ai lati, lo scalone di marmo bianco era crollato in molti punti: la rovina era ovunque, ma io sentivo il frammento che mi chiamava, che mi invitava, e continuavo a fare un passo dietro l’altro.
Giungemmo nell’immensa sala del trono, con alti soffitti decorati sorretti da candide e snelle colonne di marmo opalescente. Di queste, poche erano intatte, mettendo a rischio la stabilità del soffitto. Su un rialzo, anticamente erano sistemati i troni dove sedevano gli imperatori, mio padre e mia madre, durante le cerimonie ufficiali. Ora rimaneva solo il piedistallo ed un cumulo di pietre con frammenti colorati.
Su di esse, come fossero un cuscino, il frammento riluceva innocente e apparentemente innocuo, spandendo intorno una luce blu cobalto.

L’opinione altrui non era mai stata rilevante, per me, salvo delle rare eccezioni. Nemmeno una volta, durante i lunghi anni da Templare, mi ero fermato a chiedermi cosa pensassero di me, cosa avrebbero detto di ciò che facevo ed avevo fatto, certo della convinzione di essere dalla parte giusta, quella volta, di star seguendo un uomo degno di rispetto e fiducia, il quale serviva un bene superiore. Eppure ultimamente mi trovavo sempre più spesso ad essere aggredito da quesiti indesiderati, i quali mi avevano colto del tutto impreparato, tormentandomi più volte il sonno e lasciandomi spossato a un livello puramente mentale, anziché fisico; le poche ore di sonno non rappresentavano un problema, d’altronde, mentre lo stesso non si poteva certo dire dei pensieri, affilati come lame, riguardanti un’unica persona. Mi ero domandato, malgrado tutto, quale sarebbe stata la sua opinione di me, se fosse venuta a conoscenza della verità, se avesse saputo che per tutto quel tempo avevo raccolto informazioni sulle Guerriere, per la fazione a loro opposta. Se, contro ogni logica, mi avrebbe dato l’occasione di parlarle, o mi avrebbe semplicemente voluto morto. Mi resi conto che la seconda possibilità, la più probabile, causava maggior dolore del previsto ━ quella notte mi ero svegliato improvvisamente, in un groviglio sudato di lenzuola, in seguito ad un sogno particolarmente vivido.
Ares stava dicendo qualcosa, ma non riuscivo a distinguere bene le sue parole. Era bellissima, in assetto da battaglia, con le fiamme a circondarle entrambe le mani quasi fino al gomito. Tentai di sorridere, ma avevo la bocca piena di sangue, amaro e soffocante, il quale ben presto mi scivolò lungo il volto, sporcandomi la mascella fino all’orecchio. La guardai, consapevole che il suo viso sarebbe stata l’ultima cosa che avrei visto e pensai soltanto sarebbe stata una fine misericordiosa.
« Grazie. »
Mi passai le mani tremanti sul volto, rinunciando del tutto al sonno, consapevole che non sarei riuscito a dormire un secondo di più.
( . . . ) Era tremendamente appropriato fossi costretto ad attraversare il paesaggio in rovina della Luna per raggiungere il cristallo, un’ironia decisamente macabra e affatto divertente, ma che per quello stesso motivo quasi lo diventava. Vi era l’ombra di un sorriso, infatti, sulle mie labbra, una piega amara ed aspra ━ mi si addiceva, in un certo senso, dover calpestare i cumuli di ciò che un tempo era stato saldo, fiorente, in molti avrebbero potuto affermare vi fossi particolarmente portato. Quella devastazione non aveva niente a che vedere con me, tuttavia ━ ed era un discreto sollievo, mi bastava il peso di una città caduta sulle spalle.
La sala del trono manteneva ben poca della sua originaria imponenza, immaginavo, ma aveva comunque qualcosa di suggestivo, un’atmosfera particolare che difficilmente sarebbe potuta essere replicata, lo notai mentre cercavo ciò per cui ero giunto fin lì; il frammento blu del Cristallo. Ed eccolo, infatti, al centro esatto della sala, esposto ed incustodito.. sebbene non lo rimase per molto, dal momento che Selene ed un Assassino ━ Jacob Frye ━ fecero il loro ingresso all’interno del Palazzo, come non fui affatto contento di scoprire. I miei vestiti erano del tutto anonimi, scuri, privi del minimo segno di riconoscimento che potesse legarmi ai Templari, ma immaginavo la mia presenza in quel luogo fosse sufficiente a sollevare sospetti. Cominciavo ad essere davvero stanco di imbattermi in una di loro, ogni volta, ma almeno non si trattava di Ares e quello era una fonte di sollievo non indifferente.
« Questo viene via con me. » non parlai con arroganza, semplicemente con la certezza di qualcuno che si trova in vantaggio rispetto ai propri avversari, prima di mettermi tra loro e la teca. Avevo, del resto, i poteri del frammento dalla mia parte, sarei potuto andarmene senza che se ne accorgessero; avrei potuto dare l’impressione di essere lì, quando invece mi trovavo altrove, nel medesimo istante, ben al di là della loro portata. Continuavo a non essere interessato a farne un uso personale, però dovevo ammettere che quei piccoli oggetti potevano rivelarsi, all’occorrenza, decisamente utili!

Non riuscii a muovere un solo passo in direzione del Frammento, che fui investita da un nuovo presagio, questa volta talmente vivido da immobilizzarmi e sconvolgermi per la forza che aveva.
Un angolo della mia mente esultò: finalmente avevo ottenuto dai miei poteri qualcosa che poteva essermi utile.
Ma ecco quello che vidi: il soffitto della sala del trono, già molto pericolante, crollava definitivamente, seppellendo tutto ciò che vi era sotto.
Il presentimento non mi forniva il momento esatto dell’accadimento, ma io ero sicura che sarebbe stato di lì a poco. I sogni angosciosi delle notti precedenti sembravano un’eco di questa visione, ed io soffocai un lamento di orrore.
Mi portai le mani al viso, paralizzata dalla paura: cosa avrebbe provocato il crollo? Qualche nostra azione? E che ne sarebbe stato di noi, della nostra missione?
Riaprii gli occhi sentendo un’esclamazione di avvertimento da Jacob e vidi un giovane uomo vestito di scuro. Era come se ci si fosse materializzato davanti, e non sembrava così sorpreso di vederci, almeno non quanto lo eravamo io ed il mio compagno.
Si frappose tra noi ed il Frammento, con un movimento veloce. La sua voce rimbalzò nello spazio enorme della sala in una maniera che, nonostante la distanza, udimmo chiaramente ciò che disse: “Questo viene via con me”
Le sue mani indegne afferrarono quel sacro oggetto come se fosse una pietra qualunque, e nel mio animo l’indignazione sembrò quasi soffocarmi.
Non era un caso che lui si trovasse lì e non mi sconvolse l’accorgermi che sapeva come usarlo: di lì a poco, sarebbe andato via usando i poteri immensi della manipolazione dello Spazio.
Lo scontro per il possesso del gioiello durò poco meno di un secondo: prima che si smaterializzasse e potesse fuggire chissà dove, cercai di fermarlo, allungando il braccio verso di lui e colpendolo con i miei raggi lunari.
In quello stesso istante, lui lanciò verso di noi una bomba stordente. Il mio colpo lo raggiunse ad una spalla proprio mentre spariva, invece il suo ordigno ci mancò di poco.
L’esplosione, però, provocò l’urto che fece crollare il soffitto, proprio sopra di noi.
Agii senza pensare. Alzai le mani sopra la testa e creai con il potere lunare una cupola a protezione mia e di Jacob. Il contraccolpo delle pietre crollate sullo scudo mi fece cadere in ginocchio. Gemetti. Non avrei resistito a lungo, presto saremmo morti sepolti qui sul mio amato pianeta.
Avrei seguito dopo secoli il destino della mia famiglia e del mio popolo. Forse era giusto così.
Le lacrime che sentivo sul viso erano dovute alla polvere che ci stava accecando e soffocando. Nella penombra, udivo Jacob ruggire di frustazione.
Sembrò passare un’eternità, quando invece durò il lasso di tempo di pochi respiri. Improvvisamente, tutto il peso che ci premeva addosso scomparve, e noi potemmo respirare nuovamente l’aria immota del magazzino del British Museum.
Jacob mi aiutò a rialzarmi da terra, mentre ancora avevamo accessi di tosse.
Quando ci riprendemmo, alzai lo sguardo duro su di lui e gli chiesi: “Dimmi subito chi era quel Templare!”

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