Moonlight's Creed (Original Series)

Episodio 1×10

Present Day #2017: New York




“La questione non era “trovare i Frutti dell’Eden” ed impedire che il Caos in persona aiutasse i Templari?”
“Lo era prima che Nemesis tornasse libera nel mondo… I frammenti sono persi Altair e se non mi credi controlla tu stesso…”
Era questo lo scambio di battute che era avvenuto tra i due massimi esponenti di Assassini e Guerriere, i loro leader in capo, i loro punti di riferimento. Dal canto suo Altair era confuso, come sempre lo era stato nelle questioni concernenti le loro alleate, seppur mai si era tirato indietro dal suo dovere, quanto dall’altra Selene si sentiva stretta in una morsa che non la faceva respirare.
I poteri di preveggenza le erano caduti addosso come una valanga, sapeva che il giorno sarebbe arrivato. Sapeva che era un dono che le spettava come Imperatrice, ma pensava che ci sarebbe stata sua madre a guidarla nel loro uso e a comprendere come gestirli senza impazzire, mentre adesso si ritrovava sola e con una spettanza in più da caricare. Era Leader delle Guerriere, era il punto di riferimento per loro quanto per tutti i migranti dell’Impero Galattico Lunare e le 8 Colonie sulla Terra che la riconoscevano come Imperatrice seppur mai ufficialmente è avvenuta l’incoronazione e adesso quello. Era il fardello dell’essere la guida di un popolo, ma gestirlo era tutt’altro paio di maniche. Perchè seppur non esisteva un palazzo dal quale governava il potere, di fatto esso era comunque nelle sue mani. Ancelle o meno, lusso o meno, famiglia reale o meno… era e rimaneva la leader indiscussa del suo popolo e delle Guerriere.
Quando Altair tornò da lei con la scatola che per secoli aveva contenuto i sei frammenti che a fatica avevano recuperato e rinchiuso lì dentro, rimase interdetto quando aprendola la trovò vuota. Un interdizione che non colpì Selene seppur purtroppo confermò le sue premonizioni.
“Ma come è possibile?”
“Eris ha giocato con questo mondo da quando vi ha messo piede, credi forse che le Crociate che tu hai affrontato e qualsiasi altro scontro e guerra sia stata casuale? Rimarresti sorpreso di quanto il mio Impero e le Colonie fossero pacifiche… Le ingiustizie che ella ha seminato in questo luogo ha stimolato a lungo andare Nemis che satura dal disordine provocato si è liberata… Te lo dissi più volte Altair, i frammenti… il Cristallo…. sono vivi… racchiudono l’anima di un essere supremo, portatore di giustizia. Ma la sua è giustizia cieca, obbiettiva… Io ho fatto ciò che mai avrei dovuto fare, frammentando la sua anima, non ho certezza che mi ubbidirà quando recupereremo il Cristallo… non se riterrà giusto punirmi per il mio affronto…”
Era inutile negare che nella voce della donna c’era tanta stanchezza, quanto preoccupazione. Aveva studiato secoli, si era preparata secoli e a cosa era servito tutto quello? A nulla! Eris si era alla fine confermata più forte di lei e tutto l’Impero messo insieme… l’aveva distrutto con la sua zizzania e odio e adesso i loro sforzi erano nulli di fronte alle sue continue vittorie.
“Cosa mi stai dicendo Selene? Che dobbiamo dare la caccia ai frammenti prima che li trovino i Templari o chiunque altro, ma anche se li riavessimo non sei certa che questi rimarranno tali?”
“Purtroppo è così… questo mondo stimola Nemesi costantemente, è come una pallina di un flipper impazzita… troppi impulsi… troppe ingiustizie… Non è il luogo giusto dove controllarla…”
Come se ci fosse stata occasione di portarla altrove. Le Guerriere avrebbero potuto, ma dove? Il Sistema Solare era ormai una landa desolata e perfino in quella desolazione non erano sicure che qualcuno l’avrebbe mai trovata. Il Cristallo era sempre un pericolo, ecco perchè la famiglia reale lunare aveva l’impegno quotidiano a proteggerlo.
“Per ora preoccupiamoci di trovare i frammenti prima che facciano più danno che altro, al poi ci penseremo…” sospirò Selene toccandosi l’anello imperiale, quello con cui governava i suoi poteri lunari e che la insignivano del suo ruolo, come una corona fa di una Regina.
Quella conversazione privata e tensa aveva avuto come conseguenza che senza aspettare il ritorno di Ezio ed Athena immediatamente i migliori Assassini erano stati affiancati alle Guerriere per scovare qualsiasi indizio o rivelazione di evento straordinario che avrebbe potuto indicare l’attività di uno dei frammenti.
La segnalazione più rilevante arrivò da alcuni nostri confratelli che si trovavano a New York per seguire un banchiere templare e i suoi strani finanziamenti, a quanto pareva nei pressi di una chiesa poco fuori città stavano accadendo fatti per cui i cittadini erano terrorizzati e incapaci di spiegarlo. Le segnalazioni di defunti che tornavano a loro erano all’ordine del giorno e seppur la maggior parte dei media credevano nelle solite trovate pubblicitarie per attirare l’attenzione, i due Assassini avevano visto con i loro occhi persone vestite da soldati della Guerra d’Indipendenza o di epoche varie girare per la città di notte. Non erano zombie e tanto meno fantasmi, persone in carne ed ossa che tornavano ad esigere giustizia dai loro cari lì dove credevano che mancasse.
Agli occhi dei più quello sarebbe parso da matti oltre che impossibile, ma per gli Assassini più anziani che ormai avevano imparato ad avere a che fare con quelle stranezze era il sintomo di qualcosa di ben più grave. Per questo io ed Arno ci mettemmo immediatamente in viaggio.
Uno dei frammenti era denominato dalle Guerriere dell’Anima proprio perchè capace di cose di quel genere. Ai miei occhi il tutto appariva non molto diverso da alcune credenze riposte nel mio popolo, ma per Arno era solo follia con cui mai gli Assassini avrebbero dovuto avere a che fare.
Non era cattivo nè scettico, semplicemente tra tutti era quello che sempre aveva visto meno di buon occhio le Guerriere e le loro “stregonerie”. Lui era pragmatico e a suo dire gli Assassini si sarebbero dovuti occupare di problemi ben più reali, inutile dire che il suo spirito rivoluzionario non era mai morto.
“Avresti dovuto dirglielo…” esclamai a mezza voce. Stavo cavalcando il cavallo con cui, insieme ad Arno, eravamo usciti da una delle “porte” di Nanda Parbat che ci fece uscire direttamente al Clay Pit Ponds State Park Preserve a soli 25 miglia dal luogo ove erano stati segnati i vari strani eventi. Una chiesetta ormai in rovina dei primi dell’ottocento ne era il fulcro vibrante.
“L’ho fatto”” rispose lui lapidario.
Quasi tutti noi Assassini preferivano usare i nostri cavalli per gli spostamenti, fedeli compagni dalle nostre epoche originarie e spesso di notte ed in zone come quello era anche possibile riuscire a non dare nell’occhio.
“Con Ezio, non con la diretta interessata…” ciò che aveva scoperto su Cormack era sconvolgente, ma ancor di più che la sua incapacità e assenza di volontà di aver a che fare con le Guerriere lo avessero spinto a non parlarne direttamente con Ares.
Io ero taciturno e apparentemente disinteressato a chiacchiere e pettegolezzi, ma vedevo tutto, conoscevo le storie personali e più meno tragiche di tutti i miei compagni e anche di quelle di mia moglie. L’amore era una costante a cui nessuno riusciva a scappare.
“Diglielo tu visto che ci tieni tanto…”
“Non riferisco cose che non mi competono. Tu lo hai scoperto. Tu devi dirlo…”
“Sempre il solito Kenway vero? Dimmi è un’usanza di famiglia lavarsene le mani con quell’aria di superiorità?”
Non persi nemmeno tempo a rispondergli, tanto meno a voltarmi verso di lui per guardarlo in viso, in quel momento ero più impegnato a fermarmi con il mio cavallo sulla Winant Pl, la strada principale, e concentrandomi attivai la visione “Occhio dell’Aquila” per poter individuare l’edificio che cercavamo…

Eris mi aveva parlato a lungo delle particolarità di ciascuna Gemma, e proprio per quel motivo quando dai miei Templari della zona venni a conoscenza dell’accadimento di fatti bizzarri, decisi di recarmi ad investigare di persona.
Attività sospette che concernevano l’avvistamento di defunti risalenti all’epoca della Guerra d’Indipendenza mi facevano pensare al frammento che doveva possedere capacità affini, perciò era una questione troppo importante per poterla affidare a chiunque, sopratutto con Thomas impegnato a recuperare il Frutto in Italia e Shay alle prese con la sua missione.
Le apparizioni erano localizzate per lo più nei dintorni di una chiesa scomunicata fuori New York, in un’area piuttosto remota e non di facile accesso, una delle poche non invase dall’urbanizzazione. Ovviamente viaggiai facendo trasportare anche il mio fidato Etere, poiché ovviamente per ogni spostamento che lo permetteva preferivo sempre utilizzare la mia fidata cavalcatura, silenziosa e capace di inerpicarsi nelle zone più impervie.
Giunto alla base Templare delocalizzata dalla città, diedi qualche ordine agli uomini del posto e a quelli che avevo portato con me, principalmente assicurarsi che la zona rimanesse deserta, e il giorno dopo all’imbrunire mi recai sul posto in sella al mio purosangue.
Ero certo che avrei avuto compagnia, perciò mi ero preparato a dovere.
Quando raggiunsi la chiesetta isolata dopo una gradevole anche se piuttosto lunga cavalcata, il sole stava per tramontare dietro le lontane alture, accarezzando con i suoi ultimi raggi rossi la costruzione diroccata che stava pian piano venendo inglobata dalla vegetazione del posto, che si stava riappropriando di essa come un’edera si nutre di un tronco morto.
Era una visione gradevole seppur malinconica, che mi lasciò un leggero sorriso sulle labbra mentre mi prendevo qualche minuto per assaporare la scena. Da molto tempo ero arrivato ad avere l’immortalità alla mia portata, ma non per questo avevo perso di vista la bellezza del mondo.
Lasciai Etere nelle vicinanze a brucare tranquillo, nascosto dai cespugli per non renderlo individuabile ma comunque a portata perché potesse venire da me se lo avessi chiamato, e con passo tranquillo mi diressi alla chiesa per esaminarne l’interno.

Strano come mi ero ritrovato in quella situazione con Connor, in sella a un cavallo, a vagare per i veicoli bui di New York.
Connor era una delle persone più taciturne che avessi conosciuto dentro e fuori la cerchia degli Assassini ed adesso cercava addirittura di dirmi cosa dovevo fare con le informazioni che custodivo.
“Avresti dovuto dirglielo…”
“L’ho fatto” ribattei infastidito.
Cosa si aspettava? Non ero legato a queste cosiddette “Guerriere” come il resto dei miei compagni e comunque anche se fosse lo avevo detto a uno dei nostri Maestri: Ezio Auditore. Non mi sentivo di aver agito in modo sbagliato, anzi. Auditore era l’alternativa che consideravo la più adatta: rivoluzionario con una innata voglia di scoprire la verità oltre che mio superiore.
Mentre queste Guerriere… loro avevano un non so che di insolito: poteri magici e bellezza altrettanto misteriosa. Donne che, insieme ai rifugiati dei loro pianeti, in epoca antica aveva dominato sulla Terra come Dei, non per niente la Prima Civilizzazione o Mitologia nasceva da loro. Chi ci diceva che non sarebbero state capaci di farlo di nuovo?
“Pongo la mia fiducia e lealtà negli Assassini, lo sai…”
“…più che in queste ‘Dee’ venute da chissà dove…”, ma quello evitai accuratamente di dirlo. Non avevo voglia di discutere più di quanto stavamo facendo, ero più interessato a concentrarmi sulla missione.
Ed eccoci dunque qua, a New York. In cerca di un frammento altrettanto strano e potente che dovevamo recuperare prima che finisse tra le mani dei Templari. Come se già esseri come le Guerriere non bastassero ora una loro nemica, si era alleata niente che di meno che con i Templari e minacciava di distruggere il mondo come lo conoscevamo.
Fu così che mentre attraversavano le strade di New York, sentì la tensione provenire non solo da Kenway, ma anche e soprattutto dall’atmosfera che ci circondava. Dopo che usò l’occhio dell’Aquila, ci portammo davanti all’edificio in questione: una chiesa. Luogo santo quanto inquietante. Le vetrate erano illuminate dalla luce lunare e illustravano un insieme di colori e sfumature da poter togliere il fiato. Seppur in rovina non aveva perso il suo splendore. Il tutto poi era reso ancora più macabro dalle porte ormai rovinate e circondate da ragnatele. Quell’edificio emanava un’aurea… angosciante. Non sapevo cosa stava per accadere, infatti avanzai nell’erba alta e nel buio con tutti i sensi all’erta, i muscoli tesi e le lame celate pronte a scattare. Fu quando però percepì un rumore, una presenza alle mie spalle, che scattando pronta a colpirla rimasi immobile con la lama a mezz’aria… non potevo credere chi avevo di fronte.
“Elise…?” mormorai a mezza voce tra l’incredulo e lo spaventato.
“Arno, che bello rivederti…” sussurrò invece lei pacata e tranquilla, sorridente quasi. Esattamente stupenda come me la ricordavo con i suoi capelli rossi raccolti e la divisa da Templare che tante volte le avevo fatto scivolare via in una delle nostre lunghe notti di passione.




La mia voglia di discutere in quel momento con Arno era pari a zero e per questo lasciai cadere nel vuoto sia il suo affronto nei miei confronti e tanto più le sue considerazioni.
Continuare a parlare non sarebbe servito a nulla non quando lui avrebbe continuato a star fermo sulle sue posizione e io sulle mie, dunque lo ascoltai e senza perdere ulteriore tempo ci dedicammo poi alla missione, senza che gli risposi.
Avevamo raggiunto il luogo designato, quello che sembrava essere il centro di tutte quelle strane attività e di conseguenza il nostro luogo d’interesse. Entrammo con tutti i sensi all’erta, le lame celate ben pronte a scattare e lo sguardo attento a guardarci intorno.
Non c’erano segnali strani, forse perchè la chiesetta già non era molto grande ed essendo in rovina non lasciava grandi spazi da perlustrare, quasi tutto era ben a vista.
In quel momento non mi ero accorto che Arno era rimasto due passi dietro di me, mentre io continuando ad avanzare cercavo di usare l’Occhio dell’Aquila per capire cosa fosse il bagliore che vedevo, ma pareva non funzionare.
“Arno tu ci riesci? Non capisco perchè non funziona…” dissi notando però poco dopo che la mia osservazione era caduta nel vuoto. Avanzai verso il bagliore, per fermarmi una volta inginocchiato a terra.
“La luce sembra venire da sotto queste assi, sono marce non dovrebbe essere dif-” mi bloccai.
“Arno mi ascolti!?” lo chiedi decisamente scocciato, ma fu quando mi voltai per guardarlo che capì perchè non aveva proferito parola fino a quel momento.
Lui ed Elise erano uno di fronte all’altro: la lama di lui al collo di lei e la spada di lei al collo di lui. Elise sorrideva serena, Arno era un blocco di marmo.
Fu allora che percepì un piede schiacciare la mia mano, quella che avrebbe voluto spostare l’asse di legno, e fu quando mi voltai per capirne il motivo che persi un battito.
“Madre?” chiesi con la bocca secca.
“Non hai niente da fare qui figlio mio…” il suo piede si tolse ed io indietreggiai sconvolto, così che nello stesso momento in cui lo fece Arno, finimmo entrambi schiena contro schiena.
Kaniehti: io si abbassò con sguardo severo e spostando l’asse di legno prese tra le sue mani il frammento del Cristallo, colui soprannominato il “Frammento dell’Anima”.
“Nostro compito proteggerlo, da tutto e tutti… compresi voi…”
“Elise ha ragione. Ratonhnhaké: ton non costringermi a farti del male, vattene!”
Sentire il mio nome dopo così tanto tempo e dalle dolci labbra di mia madre era un sollievo per il cuore, ma non per la mente, non quando il flashback del mio incontro con Athena di molto tempo fa, mi passò per la mente.
Non eravamo sposati da molto e ricordavo ancora quando, stringendola tra le mie braccia, dopo una notte di amore, lei mi parlò dei frammenti.
“Sono pericolosi…” mi aveva detto seria. Il suo corpo sempre così innaturalmente freddo si era stretto al mio e poi alzando lo sguardo lo aveva puntato in quello mio, prendendomi il viso tra le mani.
“Nemesi ha una coscienza sua, si protegge… i frammenti se separati lo fanno altrettanto… L’Impero Galattico e le 8 Colonie ci hanno messo secoli ad imparare quanto meno a conoscere questo potere, non dico nemmeno a gestirlo che… non oso immaginare quanto pericolosi potrebbero essere su questo pianeta…”
La mia mano finì involontaria a toccarmi la guancia, come se percepissi ancora la mano di mia moglie su di esso… le sue parole mi erano tornate vive in testa e mi avevano fatto recuperare la lucidità persa.
“Arno, focus sulla missione. Loro non sono chi abbiamo perso, non sono chi amiamo… o sì… lo sono, ma… è come se non lo fossero…” notai che non era facile esprimermi e per questo preferì l’azione correndo contro a mia madre per affrontarla, ma finendo miseramente a terra quando questa mi atterrò con una forza incredibile, mentre piegata con un ginocchio a terra mi stava stringendo la gola come una morsa. A nulla serviva tutta la mia forza per riuscire a fermarla.
“Ti avevo avvertito, Ratonhnhaké: ton!”

Mentre sopraggiungeva l’imbrunire mi trovavo ancora ad esaminare l’interno della chiesa poiché, per qualche strano motivo, l’Occhio dell’Aquila interiore appariva disturbato da una qualche fonte di luce che proveniva dal pavimento. Per evitare sorprese, mi ero perciò concentrato prima sul piano superiore, dal quale vidi il sopraggiungere dei nemici dell’Ordine quando si fece ormai notte fonda.
Rimasi quieto, accovacciato nell’oscurità sulle assi che dominavano la sala principale, e mi presi tutta la calma per osservarli e vedere gli sviluppi, sapendo che anche le famose “apparizioni” avrebbero potuto comparire di lì a poco.
D’improvviso sentii il cuore martellarmi nel petto quando riconobbi la voce di uno dei due uomini come quella di Connor. Non lo vedevo da ormai moltissimo, e comunque era stato solo di sfuggita mentre lo osservavo di nascosto, per sapere almeno qualcosa di lui negli anni.
Sapevo che aveva sposato una Guerriera, che era una donna colta e graziosa, e che si amavano molto; non avrei mai potuto dimenticare gli sguardi che si erano lanciati il giorno della cerimonia, e del bacio dolce e pieno di sentimento che si erano scambiati. Mi scaldava il cuore sapere che finalmente mio figlio era felice con una persona speciale al suo fianco, ma l’amarezza di non poterlo avere vicino mi tormentava ogni giorno da ormai secoli.
Con mia grande sorpresa, però, fui strappato dai miei ricordi da ciò che stava succedendo sotto di me: l’uomo che si chiamava Arno era minacciato dalla lama di quella che pareva una donna, mentre Connor era stato prima bloccato da un’altra figura.
Si trattava quasi certamente delle apparizioni di cui mi avevano parlato provocate dal Frammento, ma dall’alto non ero riuscito a sentire ciò che si stavano dicendo.
All’improvviso, chi aveva bloccato mio figlio lo atterrò brutalmente e lo costrinse a terra stringendogli la gola. In quel momento l’istinto ebbe il sopravvento e mi lanciai giù dall’asse su cui mi trovavo, atterrando sopra alla figura che minacciava la vita di Connor e facendola rotolare lontano per il contraccolpo. Mi rialzai subito facendo perno sulla braccio, e sfoderai le lame nascoste parandomi a protezione di fronte a mio figlio, sperando che non decidesse di piantarmi un coltello nella schiena.
Gli lanciai uno sguardo da sopra la spalla per assicurarmi che stesse bene, e quando mi voltai di nuovo per fronteggiare l’apparizione, mi pietrificai.
«Kaniehtì:io» Sussurrai, mentre l’ossigeno lasciava i miei polmoni.

C’era tumulto intorno a me, percepivo che stava succedendo qualcosa a Connor dopo che mi aveva parlato, ma il mondo sembrava ormai scomparso.
I suoni erano distanti, lo sfondo sfocato, e l’unico rumore udibile il martellare impazzito del mio cuore nel petto.
Nei miei occhi, solo lei.
Elise, di fronte a me, come la ricordavo. Anche quel sorriso bieco, leggermente meschino, mentre mi puntava la spada alla gola.
Sapevo che cosa stava succedendo in quella chiesa, prima della missione ci era stato detto da Athena che poteri avesse il Frammento che dovevamo recuperare, ma niente mi aveva preparato ad affrontare ciò che per tutti questi secoli avevo cercato di seppellire nei più profondi recessi della mia coscienza.
Elise, qui, davanti a me, pronta ad uccidermi.
D’un tratto, Elise spostò il peso in avanti per affondare la lama nel mio collo, e solo l’istinto di sopravvivenza fece in modo che balzassi indietro evitando la stoccata mortale.
Caddi all’indietro, le gambe incapaci di sostenere il peso del mio corpo che era come di pietra.
Vedevo tutto succedere lentamente, mentre con gli occhi sbarrati non riuscivo a recuperare la lucidità.
Dovetti fare appello ad ogni fibra del mio essere per riuscire a rotolare di lato in tempo, evitando un’altro fendente indirizzato questa volta al mio cuore.
“Non è Elise, non è Elise, non è Elise” Continuavo a ripetermi mentre, dopo essermi alzato, paravo ogni colpo di spada deviandolo con le lame celate, costretto ad indietreggiare sempre di più.
La guardavo, disperato, e sul suo volto non v’era l’ombra di alcuna emozione. Solo quel sorriso sghembo, crudelmente bello, mentre fissandomi nelle iridi cercava di uccidermi.
Urlai con tutto il fiato che avevo in corpo, mentre il fiume di ricordi mi travolgeva: la nostra infanzia, le cospirazioni, le battaglie vinte insieme, la possibilità di una pace fra Assassini e Templari, il suo infantile desiderio di vendetta che l’aveva portata alla morte…
Ed ora lei cercava di uccidermi, mentre io non riuscivo a fare niente se non trovarmi con le spalle al muro, ancora incapace dopo secoli di prendere una decisione.
«Se non hai lo stomaco per questo… allora non mi servi!»
Il ricordo improvviso delle sue parole riecheggiò nella mia mente come un colpo di pistola, e come se fossi stato colpito da un fulmine, scattai verso sinistra mentre mi trovavo con le spalle contro il freddo muro della chiesa nel momento in cui un’ennesima stoccata diretta al mio volto vi si conficcava, e roteando su me stesso serrai gli occhi pieni di lacrime con tutta la forza e affondai la lama celata nel corpo della donna di fronte a me.




Scoprire mio padre lì non fu una sorpresa, sapevo che i Templari erano sulle tracce dei frammenti quanto noi (era naturale pensarlo) ed ancor più che trattandosi di un argomento tanto delicato lui stesso avesse voluto occuparsene.
Ero ancora steso a terra con il fiatone per via della stretta innaturalmente forte di mia madre sul mio collo che osservandomi attorno capì che tutto sarebbe uscito fuori controllo a breve.
Non avrei mai creduto un giorno di vedere i miei genitori uno di fronte all’altro io che avevo vissuto con mia madre dalla mia nascita alla sua morte e solo dopo avevo scoperto e conosciuto mio padre. Era un momento dunque a modo suo importante, quanto lo era per Arno ritrovarsi di fronte l’unica donna che avesse mai amato. Ma capivo che proprio tutto ciò era illogico e pericoloso. Athena mi aveva parlato tantissimo non solo di sè stessa, del suo pianeta e le sue origini e la sua cultura, ma anche di quanto il Cristallo d’Argento fosse potente, di come fosse un’essere senziente che regolava la vita dell’intero Impero Galattico Lunare e le 8 Colonie.
“La nostra infinita disciplina deriva dagli insegnamenti di Nemesi, lei è l’anima del Cristallo d’Argento e se frammentata ogni frammento vive a sè stante… Avere a che fare costantemente con responsabilità così grandi ti disciplina… voi non siete pronti e dubito mai lo sarete. Il vostro mondo non è abituato a tale potere… Cosa faresti se mai di fronte ai tuoi occhi apparisse la tua più grande debolezza e fortezza allo stesso tempo?” la voce delicata e gentile di mia moglie arrivò alle mie orecchie, figlia di un ricordo lontano. Mi aveva messo all’erta di fronte ad una possibilità del genere ed adesso che ci ero in mezzo mi accorsi che aveva ragione e bastava la confusione sul viso di mio padre ed Arno a confermarmelo.
Fu allora che senza aspettare altro tempo ancora mi alzai con un colpo di reni e tirando fuori il mio tomahawk, mi voltai di scatto e lo lanciai alle spalle di Elise nello stesso momento in cui la lama di Arno la trafiggeva. Ma lei era una non morta non sarebbero servite armi per distruggerla, non quelle che conoscevamo.
“Ebbene… ora mi avete fatto arrabbiare…” esclamò quella ignorando il mio tomahawk conficcato nella sua schiena e sgusciando fuori dalla lama di Arno, mentre dandogli le spalle camminava a passo sicuro verso di me. Ci fu qualcosa nel suo sguardo che mi fece capire, comprendere forse per la prima volta le parole di Athena.
“La tua più grande debolezza e fortezza…” ripetei quella frase tra me e me, mentre schivavo i colpi di Elise e combattevo contro di lei quanto mio padre faceva con mia madre, schiena contro schiena.
“Cosa stai dicendo figliolo?” la voce di Haytham attirò la mia attenzione, sapevo che non fosse saggio condividere con lui il mio sapere, ma dando una rapida occhiata ad Arno capivo che su di lui non potevo contare per uscire da quella situazione. Solo io e mio padre, nonostante lo sconcerto, sembravamo lucidi abbastanza per farlo e dunque seppur per solo per un momento, eravamo dalla stessa parte. Lui era l’unico su cui potevo contare.
“Loro sono la nostra più grande debolezza… perchè sono le persone che amiamo… è questa la loro fortezza…”
“La nostra incapacità di guardarle senza estirpare da noi l’amore che per loro proviamo…”
Mio padre era un uomo intelligente ed aveva subito capito cosa intendevo. Continuammo quella danza di spade ove loro potevano ucciderci, ma ogni nostro colpo nemmeno le scalfiva.
Dovevamo riuscire ad ignorare in noi ciò che per loro provavamo, non vederle come le persone a noi care, ma nemici da sconfiggere, solo la nostra assenza di sentimento verso di loro le avrebbe sì sconfitte…
“Elise ferma Arno! Sta correndo verso il frammento!” urlò Kaniehtì:io che immobile di fronte a me ed Haytham al nostro fianco fece per colpirci se non fosse che qualcosa la fermò.
Si immobilizzò e ci guardò questa volta lei interdetta.
“Haytham… Ratonhnhaké: ton… non mi guardate così… smettetela!” iniziò ad urlare isterica “Sono io! Sono io Kaniehtì:io! Non potete guardarmi così! Non potete! Sono la donna che ami Haytham… sono la donna che ti ha dato la vita Ratonhnhaké: ton”
“No non lo sei!” una frase dura e freddo come il marmo che mai mi sarei aspettato di pronunciare con tanta cattiveria, la stessa con la quale avanzando passo deciso usai tirando fuori la lama celata e tagliandole la gola, questa volta sì andando a segno. La donna si accasciò a terra. La guardai dall’alto prima di voltare il capo verso mio padre e cercare il suo sguardo, durò un attimo perchè il tempo di tornare alla donna ai miei piedi che mi accorsi non c’era, il suo corpo era scomparso.
“Dorian non ne sarà mai in grado…”
Era una constatazione cinica quella di Haytham, ma vera ecco perchè sorpassandolo corsi verso il mio compagno, dovevamo prendere il frammento ed andarcene, avevamo perso fin troppo tempo…

Era bello tornare a combattere insieme a mio figlio, schiena contro schiena, uniti contro una comune minaccia. Lo avevo salvato, e lui mi aveva ripagato aiutandomi a scuotermi e a lottare non contro la donna che entrambi ricordavamo ed amavamo, ma contro un nemico che vilmente si mascherava come coloro che amavamo.
Menammo fendenti ma al tempo stesso difendendoci a vicenda, fino a che Connor diede all’apparizione il colpo finale, tagliando la gola a ciò che aveva l’aspetto di sua madre.
Soffrii ad assistere a quella scena, perché in un modo o nell’altro quello era stato l’unico momento in cui eravamo stati tutti insieme. Come non era mai stato, come non sarebbe mai potuto essere.
Voltandomi, vidi che il compagno di mio figlio era in grave difficoltà, e anche lui se n’era accorto.
«Dorian non ne sarà mai in grado…» Commentai quasi rassegnato.
Fortunatamente per Arno, Connor ed io avevamo sistemato in fretta il nostro nemico, e il suo istinto di sopravvivenza lo aveva tenuto in vita abbastanza da permettere a mio figlio di correre in suo aiuto.
A malincuore dovetti scuotermi e ricordarmi che loro erano Assassini ed io un Templare, ed eravamo qui per lo stesso motivo.
Assicuratomi che Connor avesse il controllo della situazione e non corresse pericolo, feci due passi indietro e schiantai con un piede la trave tarlata su cui un attimo prima di scomparire si era accasciato il cadavere di Kaniehtì:io, e immersi il braccio nel foro, cercando di raggiungere l’oggetto luminescente che avevo intravisto quando mi trovavo sul tetto.
Vi strinsi le dita guantate attorno e lo trassi alla luce. Aprii la mano, e sul mio palmo il Frammento dell’Anima brillò brevemente, irideo e perfetto.
Lanciai uno sguardo a mio figlio, che con abilità sottometteva il suo nemico, e mormorai un saluto silenzioso. Probabilmente non ci saremmo rivisti presto, il che sarebbe stato positivo per l’Ordine, ma continuavo a sperare di incontrarlo ancora anche se sapevo che mi portava rancore per la carica che ricoprivo.
Mi voltai, corsi fuori dalla chiesa e chiamai Etere che rispose presto alla mia voce raggiungendomi.
Saltai in sella e, senza guardarmi indietro, galoppai via nel buio della foresta notturna.

Stavo combattendo con vigore ed attenzione, mio unico pensiero era riuscire ad impedire che Arno venisse ucciso niente di meno che da un fantasma del suo passato. I miei gesti erano sicuri e scaltri, ma come già avevo intuito nessun mio fendente andò a segno. Se io colpivo Elise non vi era alcun modo di riuscire a farla sparire.
“Arno devi colpirla!”
“Non posso!”
“Devi!”
“Non ci riesco!”
“Ci riuscirai!”
Il nostro scambio di battute era rapido, mentre come in una danza combattevamo entrambi con Elise molto più forte e veloce di me. Ero così preso da ciò che stavo facendo che ammetto che il frammento e il fatto che stavo dando il cammino libero a mio padre passò totalmente in secondo piano.
Con la coda dell’occhio però non mi persi nessun suo movimento, come la luce aranciata del frammento che ora più viva e irradiata nel buio della notte mi fece ben comprendere che non era più nascosta sotto l’asse marcio del legno.
“Papà!” urlai vedendolo fermarsi di spalle, non lo avevo mai chiamato così. Non ero solito farlo, ma mi venne spontaneo ancor più se sapevo che in quel modo si sarebbe fermato. Per mia sfortuna non avevo modo di corrergli incontro e bloccarlo, non quando dovevo scegliere tra quell’azione ed aiutare Arno con Elise.
“Devi scegliere Connor…” mi disse come se fossi ancora un bambino, voltando appena il capo, ma non il corpo e così facendo permettendomi di intravedere il suo profilo illuminato dal frammento.
“O segui me o salvi Dorian!” nemmeno a dirlo che fui costretto a imprecare tra i denti, mentre voltandomi verso Arno, mio padre coglieva l’occasione per fuggire con il Cristallo.
La spada di Elise e la mia si erano incontrate e adesso spingevamo affinché la lama dell’uno andasse sulla gola dell’altra e ahimè lei stava avendo la meglio, mentre io spazientito sudavo freddo.
“ORA ARNO!!!” e lo gridai con tutta la frustrazione che avevo, mentre finalmente vidi la lama celata di Arno colpire Elise e quella dissolversi come aveva fatto mia madre poco fa. Nemmeno il tempo di guardarci in volto che io ed Arno eravamo già corsi fuori per vedere solo mio padre e il suo destriero scomparire nella notte.
“MALEDIZIONE!”
“Disse colui che doveva fermarlo…” a quella frase non ci vidi più e seppur silenzioso mi voltai verso Arno fulminandolo con lo sguardo.
Scherzava speravo, perchè se avevamo perso tempo era per colpa sua.
“Oh non mi guardare così Kenway, sei tu quello debole che non riesce a distinguere tra chi amare e chi combattere” chiara frecciatina ad Haytham quanto ad Athena.
“Devo ricordarti che sei stato tu quello incapace di affrontare la tua ex ragazza templare?”
“Cosa mi stai rinfacciando?” mi chiese infastidito venendomi sotto.
“Io? Niente, ma è questo il problema Arno… questo…” dissi con un dito indicando me e lui. Non volevo perdere tempo in altre parole inutili, ma era chiaro che fosse quello il problema. Non dovevamo farci la guerra, non noi. Non compagni di armi che passavano le stesse sfide e che avrebbero dovuto per questo capirsi, non darsi addosso.
Decisi dunque di chiudermi nel mio silenzio che più di mille parole diceva e allontanandomi di scatto da lui raggiungere il mio cavallo.
“Torniamo a casa. Non abbiamo più nulla da fare qui…” esclamai senza nemmeno voltarmi a guardarlo, mentre con il tacco davo un colpo al mio cavallo che subito si mise in marcia.

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