Moonlight's Creed (Original Series)

Episodio 1×09

Flashback #1784: Rockport




Era un’estate fredda quella in cui ormai vecchio e ritirato dalla vita di Assassino anche il mio ultimo tentativo disperato di ampliare la Confraternita era miseramente fallito. Avevo creduto negli ideali della giovane schiava Patience Gibbs e alla sua ribellione maroon contro il dottore Templare Edmund Judge, eppure ogni mio sforzo di convincerla ad unirsi a me era stato vano. Con ogni proposito ormai morto di continuare l’opera di costruzione di una Lega di Assassini del Nord America e con un matrimonio alle spalle ormai fallito, ogni mio desiderio si era lentamente spento. Mia moglie si era portata via i nostri figli quando erano troppo piccoli e ormai risposata con un ricco mercante nemmeno sapevano che fossi loro padre, avevo creduto negli ideali della Confraternita come nell’amore di una donna bianca, ma adesso che entrambi erano venuti meno passavo le mie lunghe giornate nella tenuta Rockport in attesa dell’inevitabile fine, senza però mai rinunciare a combattere le ingiustizie lì dove le vedevo.
Ero poco più di un’eremita quando alla mia strada si presentò il leader degli Assassini caraibici Eseosa alla ricerca di aiuto, io che fui ben felice di darglielo e poter così con piacere morire in solitudine, ma in battaglia.
Ciò che più di tutto mi stupì fu il risvegliarmi, ero sicuro che quello fosse il mondo degli avi che mi accoglieva, ma quella certezza venne meno quando nomi di antichi Assassini si presentarono a me… Altaïr Ibn-La’Ahad, Ezio Auditore, Edward Kenway… Non erano spiriti, ma fatti di carne ed ossa e mi avevano riportato alla vita, mi avevano restituito la giovinezza e mi avevano portato a Nanda Parbat nuovo ed unico covo mondiale degli Assassini nascosto ad occhio umano grazie al potere di loro alleate che chiamavano Guerriere, ma che ognuno di noi avevano conosciuto anche con altri nomi come la Prima Civilizzazione…
Incantato ed esterrefatto lentamente avevo ripreso confidenza con le armi, con l’azione e con il contatto umano seppur il mio carattere schivo e riservato non rinnegava mai le mie origini ancora fortemente radicate.
Era stato scioccante scoprire che mio padre fosse in vita, perchè aveva profanato acqua dalla nostra fonte sacra, anch’essa regalo della leader delle Guerriere e nostro compito custodirla, quanto fu sorprendente conoscere mio nonno e nonostante l’enormi ed abissali differenze trovare quella famiglia che entrambi avevamo perso con Haytham…
Fu in una fredda notte di dicembre che ebbi il mio primo incontro con una di queste formidabili Guerriere di cui tanto avevo sentito parlare, ma che mai avevo incontrato. La temperatura esterna era al di sotto dello zero e quella donna se ne stava immobile nella neve con una semplice e lunga veste azzurra che lasciava scoperto il suo generoso decoltè e le gambe lunghe e allenate. A malapena le sue braccia erano coperte con un copri spalla grigio e una lunga mantella blu volteggiava al freddo vento che spirava. Appariva assai diversa da qualsiasi altra donna e non per la sua pelle diamantina quanto per la postura orgogliosa, ma gentile e l’abbigliamento quasi di un altro pianeta…
Sostava nel bosco probabilmente in attesa del mio arrivo in quanto mi avevano inviato per incontrarmi con una delle Guerriere. Le stesse e gli Assassini erano venuti a sapere che il matematico Adrien-Marie Legendre, che da poco aveva inventato gli omonimi polinomi, avevano sviluppato una formula matematica con la quale avrebbe potuto dare accesso ai Templari a delle funzioni dei Frutti dell’Eden sconosciute fino a quel momento. Le stesse che a detta delle Guerriere avrebbero potuto richiamare Eris e che loro invece avrebbero potuto usare per imprigionarla una volta per tutte.
Loro scopo era trovare il matematico prima dei Templari, distruggere la formula e se necessario ucciderlo per impedirgli di diffonderla, in quanto le sue inclinazioni pro-Templari sono assai note.
Camminavo a passo furtivo, non per sorprenderla, ma perchè mi veniva del tutto naturale e quando improvvisamente si voltò a guardarmi rimasi sorpreso dallo scoprire -per via della vicinanza ormai minima- quanto chiara la sua pelle fosse.
“Ratonhnhaké: ton per servirvi Signora” esclamai con tono fermo, ma rispettoso, non ingannando il mio solito modo di fare impacciato con il gentil sesso.
“Ma potete chiamarmi Connor, se preferite…” conclusi trasformando impercettibilmente la linea retta delle mie labbra in un flebile sorriso, ma mai guardandola negli occhi, segno profondo di rispetto e riconoscimento da parte mia della sua altezza in grado.

Quello era decisamente un brutto periodo.
Il nervosismo che era nell’aria era tangibile, quasi opprimente.
Discutevo con tutti, anche per cose insignificanti.
L’idea che i Templari potessero trionfare, che Eris potesse tornare era a dir poco fastidiosa, a maggior ragione se ci fossero riusciti grazie a delle formule matematiche. Come poteva la matematica, esempio di razionalità e ordine, favorire il caos? Non aveva il benché minimo senso!
Avrebbero dovuto passare sul mio cadavere per far si che una cosa del genere accadesse.
L’avrei impedito ad ogni costo.
Per questo motivo mi offrii volontaria per quella missione. Non sopportavo di rimanermene con le mani in mano.
Fu così che mi ritrovai in quel bosco, in mezzo alla neve, a contemplare il cielo con un velo di malinconia negli occhi, in attesa dell’Assassino che mi avrebbe affiancato.
Non lo conoscevo. Mi dissero solamente che si era risvegliato di recente grazie alla fonte sacra, che era imparentato con Edward e che era in gamba.
Ovviamente io ero estremamente diffidente e scettica.
Possiamo davvero fidarci di questo nuovo arrivato? Sarà all’altezza delle aspettative?
Tutte domande che mi risultarono estremamente stupide appena lo vidi arrivare, silenzioso in mezzo alla neve che cadeva placida a terra.
Era sicuramente un nativo americano, lo capii dal colore della pelle, i capelli nerissimi, la postura dritta e fiera e dalle armi che aveva con sé: arco, frecce e un tomahawk, ascia tipica del suo popolo.
“Ratonhnhaké: ton per servirvi Signora.”
Mi si rivolse con rispetto e fermezza, con voce calda e calma.
Mi incuriosì il suo sguardo verde come lo smeraldo, come l’erba appena tagliata, orgoglioso ma riguardoso, non tradendo una certa goffaggine nel relazionarsi con gli altri.
Lo trovai a dir poco dolce.
“Ma potete chiamarmi Connor, se preferite…” continuò, senza mai guardarmi negli occhi.
Accennò un sorriso. Non era abituato a farlo, si vedeva.
Quella scena mi provocò un moto di tenerezza.
Strano a dirsi, ma quell’uomo alto almeno venti centimetri più di me, infagottato in quegli abiti così seri e ricoperto dalla testa ai piedi di armi mi fece tenerezza. Se fossi stata più incline a seguire l’istinto piuttosto che la ragione, sicuramente l’avrei già abbracciato.
Ovviamente non lo feci. Rimasi lì, a studiarlo con attenzione, per poi presentarmi a mia volta.
“Piacere di conoscerti Connor, io sono Athena” gli dissi sorridendo, mentre feci un passo verso di lui.
“Per favore, diamoci del tu, non sopporto i formalismi.” continuai avvicinandomi sempre di più, cercando incuriosita il suo sguardo.
Finalmente mi guardò e una piacevole scossa mi attraversò la schiena.
Lo capii all’istante: di lui ci si poteva fidare.
Il mio sguardo ormai s’era incatenato al suo, curioso, avido di conoscerlo.
Non mi era mai capitata una cosa del genere. Rimasi io stessa sorpresa da questo mio comportamento.
Purtroppo lui spostò lo sguardo, visibilmente imbarazzato. Compresi che non aveva difficoltà a rapportarsi con gli altri, era solo estremamente impacciato con le donne.
Come dargli torto, soprattutto se la donna in questione ero io.
“Non ti mangio mica se mi guardi, sai?” gli dissi ridendo.

“Perdonatemi…” mormorai ancora a capo chino per poi correggermi “Perdonami…” dissi poi, solo allora permettendomi di alzare il mio sguardo nel suo e sorridere impercettibilmente alla sua esclamazione.
“Sono lieto ed onorato di accompagnarti in questa missione, ho sentito moltissimo i miei confratelli parlare di te e le tue compagne. Il Gran Maestro Altair che mi ha raccontato la vostra formidabile storia…” ci tenni a dirle quelle cose sempre con immensa riverenza, ma anche una certa ammirazione.
A differenza dei miei compagni ero stato colui che meglio aveva digerito la loro incredibile storia, forse per via delle credenze con cui ero stato cresciuto, a me il loro passato e la loro natura era indifferente. Nel senso che non mi stupiva da quanto lontano venissero o quanto diverse fossero le loro culture dalla mia, di fatto anche quelle dei bianchi apparivano ai miei occhi già estranee, quanto più ero affascinato dal loro percorso così simile agli Dei di cui mia madre era solita parlarmi per ispirarmi ideali quale coraggio o intelligenza.
Conoscere Athena era dunque tornare ad un’epoca lontana, che credevo ormai dimenticata, in cui spensierato con i miei amici e famiglia di tribù sentivo queste storie venirmi raccontate e impregnavo la mia giovane mente di ideali ed ispirazioni.
Mi incamminai al suo fianco, la residenza ove Legendre era ospitato da un amico Templare, era poco distante. Raggiunta avremmo deciso il da farsi.
“Mi spiace se posso sembrarvi scostante oppure brusco, semplicemente le relazioni interpersonali non sono il mio forte…” esclamai a mezza voce, sforzandomi di apparire simpatico. Di fatto lo ero. Non avevo nulla contro di lei, ma sapevo che il mio modo di pormi timido e il mio aspetto rude traeva in inganno, rendendomi istintivamente antipatico anche per via delle mie origini native che generavano un naturale disprezzo.
Ciò che mi colpì più di ogni altra cosa fu la sua serenità e la sua calma, oltre che le sue vesti che apparivano assai diverse da quelle che ero solito vedere sulle donne e non solo quelle indiane…
“Posso porti una domanda?” chiesi improvvisamente “Non hai freddo?”
La neve era alta e l’aria assai fredda e tagliente eppure lei appariva totalmente a suo agio, non potevo certo sapere che sul suo pianeta vi era un’escursione termica che passava da minime di −173 °C a massime di 427 °C.
Le posi quella domanda con tutta l’innocenza di un bambino, ma al contempo con la galante preoccupazione di un uomo, mentre raggiungendo il limitare del bosco la grande residenza templare di campagna apparve di fronte ai nostri occhi.




“Sono lieto ed onorato di accompagnarti in questa missione, ho sentito moltissimo i miei confratelli parlare di te e le tue compagne. Il Gran Maestro Altair che mi ha raccontato la vostra formidabile storia…”.
In tutti i miei secoli di vita nessun essere umano mi ha mai guardata in questo modo subito dopo aver scoperto le mie origini.
Nel suo sguardo non c’era paura o disprezzo. Non mi vedeva né come una minaccia né come un alieno. Mi guardava con ammirazione. Lo affascinava la mia storia, non i miei poteri.
Capii in quel momento che lui era diverso.
Ci incamminammo verso il luogo in cui si trovava Legendre.
“Mi spiace se posso sembrarvi scostante oppure brusco, semplicemente le relazioni interpersonali non sono il mio forte…” ruppe così il silenzio che regnava nel bosco.
“L’avevo intuito, ma non preoccuparti, sembri tutt’altro che scostante. Sei solo timido e sicuramente la stupida ostilità che la società di questo secolo ha verso il tuo popolo non aiuta. Per tua fortuna io non sono di quest’idea.” gli dissi con un sorriso, lasciandolo visibilmente sorpreso. “Se ti può consolare, anch’io in passato ho provato lo stesso senso di rifiuto.” mentre dicevo queste parole ripensai a quando venivo considerata come una specie di mostro, una sorta di pericolo per chi si imbattesse in me.
Calò nuovamente il silenzio.
Gli unici suoni provenivano dagli animali del bosco e dai nostri passi che affondavano nella neve fresca.
Ogni tanto sentivo il suo sguardo posarsi furtivo su di me.
Era curioso, lo sentivo.
“Posso porti una domanda?” mi chiese improvvisamente.
Annuii, curiosa a mia volta.
“Non hai freddo?”
Quella domanda, posta con estrema innocenza e tenerezza, suscitò in me un sentimento che ormai non provavo da un po’.
Sorpresa.
Da che io ricordi, nessuno prima di lui mi aveva mai chiesto una cosa così semplice da risultare persino ovvia, preoccupandosi per me.
Quel suo interesse premuroso nei miei confronti mi fece sorridere in modo estremamente spontaneo, come non mi succedeva da tempo.
“Sai, sul mio pianeta in genere è… anzi, era davvero freddo quando si raggiungevano -173°C. La temperatura invernale sulla Terra equivale a quella primaverile su Mercurio. Per di più i miei poteri sono strettamente legati all’acqua, al vento e alla neve. Quindi, come avrai ben capito, sono completamente a mio agio.”
Un moto di nostalgia mi oppresse. Ogni volta che ricordavo il mio pianeta natale era così.
Erano passati millenni, eppure non riuscivo a non provare quella maledetta sensazione.
Quando sentii Connor fermarsi al mio fianco, capii che eravamo arrivati.
Alzai lo sguardo e vidi la grande casa stagliarsi di fronte a noi.
“Un’enorme villa in mezzo al bosco… È un ottimo posto dove nascondersi.” dissi in tono palesemente sarcastico “Legendre sarà pure un grande studioso, ma penso proprio che la sua intelligenza sia circoscritta unicamente alla matematica.”

Ero rimasto piacevolmente colpito dalle sue parole, quanto più di sentirla parlare del suo pianeta con quella naturalezza, dovuta trattandosi di casa sua, ma che mi confondeva. Per me l’astronomia era ancora una scienza confusa ed oscura, la stessa a cui non mi ero mai molto interessato. Non mi consideravo un uomo capace di comprendere tali fini pensieri e non perchè non ne fossi in grado, ma semplicemente perchè per noi nativi la scienza, la matematica e tutte quelle arti da bianchi erano lontane anni luce dalle nostre conoscenze più primordiali, ma calde, come l’omeopatia o le divinità. Ma il mio venir costantemente discriminato, mi aveva insegnato nel tempo a non fare lo stesso con gli altri e per questo ero estremamente affascinato da lei seppur eravamo distanti anni luce per via delle nostre nature e di mercuriana e terrestre, di uomo o donna, ma proprio di mente, cuore ed anima. Questo non mi spingeva tuttavia lontano da lei, al contrario ne venivo attratto come se una forza gravitazionale invisibile mi impedisse di cambiare orbita.
Arrivati al limitare degli alberi mi permisi di abbassare lo sguardo che fino a quel momento avevo tenuto sulla sua figura, per posarlo sulla casa.
“Potremmo entrare, ma non conosco la vigilanza e quante persone potremmo incontrare…” analizzai a bassa voce prima di inginocchiarmi ed osservare il terreno umido.
“Le impronte nel terreno bagnato indicano almeno due guardie che passano di qui ogni ora, probabilmente per controllare il perimetro della casa…” osservai notando quanto fossero profondi i solchi nel terreno. Alzai di nuovo il viso verso la residenza e notai un movimento alla finestra probabilmente Legendre e il Templare che lo aveva ospitato.
“Siamo a quota quattro…” notai a mezza voce.
“Facciamo otto se consideriamo anche le altre due guardie sul tetto e quelle sul terrazzo del secondo piano…” mi disse Athena indicando le figure che congelate tremavano al freddo.
“Son indeboliti dal clima rigido, potremmo farcela…”
“Ma rischiamo che Legendre scappi o che dia a qualcuno le sue ricerche e mentre combattiamo quello li porti via… no dobbiamo agire in modo diverso…”
“Suggerimenti?” la spronai tornando in piedi e prendendo dalla cintura il mio tomahawk. Non ero abituato di sentirmi dire cosa fare, ero istintivo e normalmente agivo seguendo solo quello, ma… ero aperto ad un approccio diverso. Forse era solo una scusa per conoscerla meglio…
“Creerò un diversivo all’esterno, attirerò la loro attenzione… lascerò una sola via di fuga…”
“Ed io sarò lì ad aspettarlo…” non c’era bisogno di dire altro perchè i nostri sguardi si erano concatenati come le nostre menti immediatamente sincronizzate sullo stesso canale. Un lieve sorriso, ma sincero, comparve sulle mie labbra…

Bastarono gli sguardi che ci scambiammo a farci capire esattamente come dovevamo agire.
Ogni parola in più sarebbe stata superflua. Era incredibile il legame che si era già creato fra me e Connor. Mai avevo avuto la stessa connessione, la stessa sincronia e armonia che avevo con lui.
Gli feci un cenno deciso con la testa e la missione ebbe davvero inizio.
Estremamente rapido e silenzioso, solo come chi ha vissuto a stretto contatto con la natura sa fare, andò verso il retro della casa, da dove sarebbe quasi certamente uscito Legendre, in attesa della mia mossa.
Avanzando lentamente, con passo calmo e misurato, mi concentrai senza particolare sforzo sulla neve attorno alla casa che dopo poco iniziò ad emanare vapore.
In qualche secondo la residenza era completamente avvolta dalla nebbia, impedendo a chiunque di orientarvisi.
Ovviamente tranne me.
Come avevo previsto, tutte le sei guardie e il Templare uscirono dalla porta principale della casa. Solo Legendre scappò da quella di servizio.
Perfetto. Connor l’avrà già bloccato.
Riportai la mia attenzione alle figure che ancora vagavano confuse nella mia nebbia.
A un mio cenno della mano la neve ai loro piedi si ghiacciò, immobilizzandoli.
La coltre si diradò e finalmente mi videro.
I loro sguardi erano colmi di confusione, rabbia e paura. Tanti furono gli insulti e gli implori nei miei confronti.
Con sguardo impassibile e glaciale mossi le braccia con movimenti fluidi e la neve, rispondendo ai miei comandi, diventò acqua, fluttuando tutt’intorno a me.
Ammetto che ero davvero orgogliosa ogni volta che qualcuno vedeva i miei poteri all’opera, frutto di anni e anni di allenamento e studi.
Il flusso d’acqua si fermò a mezz’aria. Schioccai le dita e si trasformò in una moltitudine di schegge di ghiaccio acuminate.
Ormai avevano tutti capito quali erano le mie intenzioni.
Chi iniziò a piangere disperato, chi mi insultò rabbioso più di quanto avesse fatto fino a quel momento, chi se la fece addosso tremante dalla paura e chi pregava.
Non mi piaceva vedere quelle reazioni, le ho sempre odiate, ma la guerra è guerra.
Ognuno deve svolgere il suo compito, la sua parte, senza cedere né alla paura né al trarne piacere.
La guerra è strategia, distacco, calma, concentrazione e lucidità. Erano questi gli aspetti che mi affascinavano, che mi sentivo più congeniali.
A volte è stato difficile mantenere la calma quando invece avrei solo voluto abbandonarmi al rimorso e alla consapevolezza di aver stroncato l’ennesima vita che, nella maggior parte dei casi, non c’entrava niente con la rivalità per ottenere il Cristallo o i Frutti dell’Eden.
Con gli anni, per poter convivere con me stessa, avevo iniziato a vedere le mie vittime come pedine degli scacchi, e quelle che avevo davanti in quel momento non erano diverse.
Con fredda determinazione, mossi veloce il braccio nella loro direzione, scagliandoli contro quelle immacolate lame ghiacciate, che in un attimo si tinsero di rosso.




La coltre che Athena aveva creato mi ricordò con piacere gli inverni nei pressi del mio villaggio, quando bambino con i miei amici ci addentravamo delle nebbie usando quell’effetto della natura come nostro vantaggio nella caccia. Gli anziani ci avevano insegnato come la poca visibilità non fosse necessariamente sinonimo di cecità ed ecco dunque che quegli insegnamenti mi tornarono comodo quando facendo afiddamento solo sugli altri miei sensi, l’udito in primis, riuscì ad andare incontro a Legendre ed ucciderlo prima che lui potesse anche solo fiatare. Nemmeno mi aveva visto e quando aveva percepito la lama nel suo stomaco era ormai troppo tardi… Non fu difficile dunque liberarmi dei pochi templari che non erano caduti sotto il giogo di Athena ed il nostro vantaggio si era facilmente appena trasformato in una vittoria.
Avevo attraversato l’intera casa uccidendo i pochi templari rimasti e quando uscì dalla porta principale lo spettacolo a cui assistetti fu quella della Winyan Mni Capi che con i suoi spettacoli poteri aveva fatto sì che brillanti e pure schegge di ghiaccio si trasformassero in potenti e micidiali armi.
I corpi ricaddero a terra inermi svelando la mia figura ad osservarla, la divisa sporca di sangue segno che anche io avevo svolto il mio compito, il tomahawk ancora tra le mani, lo stesso che lanciai apparentemente contro Athena nel momento che il mio sguardo si incrociò con il suo e che lei schivò con estrema eleganza spostandosi di pochissimi centimetri abbastanza affinché non colpissero lei, ma l’unico templare rimasto e che alle sue spalle stava per colpirla.
Avevamo agito con una sincronia e precisione degna solo di “due anime legate dal destino”, come era solita dire mia madre per indicare due essenze di vita che gli Dei avevano concatenato l’una con l’altra prima della loro venuta al mondo.
“Winyan Mni Capi, la casa è libera… possiamo recuperare le formule di Legendre…” dissi con calma e il capo basso e rispettoso. Non avevo paura di lei anzi forse io fra tutti i miei Confratelli ero l’unico che immediatamente era entrato in sintonia con la loro natura senza esserne spaventato, ma al contempo rispettandola con una riverenza che mai sfociava in venerazione.
La vidi raggiungermi con un lieve cenno di sorriso sul volto, che divenne maggiore e curioso quando si risolse direttamente a me.
Winyam Mni Capi? Donna dell’acqua buona?”
“Ehm perdona io… tu conosci la mia lingua?”
“In realtà tutte le lingue e dialetti del tuo pianeta, sono affascinata dallo studio degli idiomi e… no… non chiedermi perdono perchè è bellissimo… Sono onorata che tu mi abbia dato un nome Mohawk”
Per un momento ebbi come la sensazione che stava arrossendo e facendolo a mia volta le feci strada all’interno della tenuta. Nostro compito era trovare gli scritti di Legendre ed assicurarci che non andassero in mano ai Templari. Non mi erano state direttive dunque non sapevo se Athena avrebbe voluto distruggerle o si sarebbe fidata a permettere alla Confraternita di custodirle…

Per l’ennesima volta nel giro di poche ore ero rimasta piacevolmente sorpresa, forse più di quanto lo sia mai stata in vita mia.
Non solo per la sorprendente e inspiegabile sincronia in combattimento, ma anche, e soprattutto per come mi aveva appena chiamata.
Mi aveva dato un nome Mohawk: Winyam Mni Capi.
Ne fui davvero onorata. Un sorriso spontaneo increspò le mie labbra.
Rimasi sconvolta dalla mia reazione al sentirgli pronunciare quell’appellativo nei miei confronti.
Sentii il petto e le guance scaldarsi repentinamente.
Notai con un moto di piacere che impercettibilmente arrossì anche lui prima di entrare nella residenza.
Oltre il grande salone c’era lo studio perfettamente ammobiliato, con librerie in quercia che rivestivano due delle quattro pareti della stanza, una grande scrivania al centro, ricoperta di scartoffie, che solo avvicinandomi riconobbi essere gli scritti di Legendre.
Iniziai a leggerli e impallidii.
“Per fortuna siamo arrivati in tempo. Con queste formule nelle loro mani, i Templari sarebbero sicuramente riusciti a liberare Eris.”
“Menomale. Recuperiamo tutti i documenti e portiamoli al covo, così potranno essere analizzati e custoditi dalla Confraternita.”
Mi voltai di scatto non appena finì la frase.
Sobbalzai. Era davanti a me in tutta la sua imponenza ed era vicino, molto vicino.
Inconsciamente indietreggiai di un passo, ristabilendo una distanza accettabile.
“Assolutamente no.”
“Assolutamente no? Lo scopo della missione era recuperarli e portarli a Nanda Parbat.”
“Ma ti rendi conto del pericolo e del rischio che comportano? Se cadessero nelle mani sbagliate sarebbe la fine! Non solo i Templari avrebbero un enorme potere, ma l’incarnazione del caos sarebbe libera di giocare con la Terra come un bambino con un giocattolo da quattro soldi!”
“E cosa dovremmo fare, distruggerli?”
“Esattamente. Sarebbe la scelta più saggia.”
“Ero sarcastico. Dobbiamo prima studiarli. Non ti interessa scoprire se esiste un modo per fermare Eris?”
Avanza verso di me e io di conseguenza arretro.
“Connor, ho già letto le formule più importanti e fidati, oltre a come sbloccare funzioni sconosciute dei Frutti dell’Eden e a come richiamare la regina del caos non c’è niente.”
“Non è che non ti fidi di noi?” mi chiese con sguardo inquisitore, facendo un altro passo in avanti.
Quella volta rimasi immobile dove ero.
Quella sua insinuazione mi offese, mostrandomi, purtroppo, per l’ennesima volta la fragilità del legame fra gli Assassini e noi Guerriere.
“Sì, mi fido di voi, non avrei motivo per non farlo, quindi non dubitarne più.” gli dissi in tono alterato, puntando lo sguardo determinato nel suo e facendomi più vicina.
“Ma poi che domanda è?! Qui non c’entra la fiducia. Se voi custodiste questi documenti c’è l’alta probabilità che i Templari ne vengano a conoscenza e quindi c’è il rischio tangibile che ve li possano sottrarre. Riesci a capire cosa intendo?”
I suoi occhi si addolcirono e l’ombra di un sorriso apparve sul suo viso.
Il turbamento che avevo fino a poco prima scomparve come una bolla di sapone di fronte a quello sguardo di un verde quasi irreale.
“Bene, allora vorrà dire che i documenti sono andati distrutti durante il combattimento.”
Fu in quell’istante che ne ebbi la conferma: Connor era l’unico tra gli Assassini di cui mi sarei sempre potuta fidare al 100 %.

Athena era lì di fronte a me così piccola ed imponente nello stesso momento quando, guardandomi ebbi quasi come la percezione che stesse arrossendo e quello allargò maggiormente il mio sorriso come non mi era solito fare.
“Chiamami di nuovo così…” pronunciò dopo un lungo momento che parve infinito eravamo uno di fronte all’altro e ci stavamo guardando come se improvvisamente avessimo dimenticato dove fossimo e perchè.
“Come? Winyam Mni Capi?” chiesi con voce bassa e roca, mentre lei sorridendo appena chiudeva gli occhi assaporando quelle parole come una persona fa di un piatto gustoso.
“Ti prego non sottovalutare la fiducia che ripongo in te… mai… sei il primo a cui la sto dando incondizionalmente…” e capivo che in quelle poche parole c’era qualcosa di ben più profondo.
Avevo capito che Athena mi assomigliava più di quanto desse a vedere. Era facile giudicarla a primo sguardo pensando che fosse studiosa, intelligente, pragmatica e se questo era vero era molto più complesso capirne le sfumature. Era anche schiva, riservata e con un gran problema di fiducia nei confronti degli altri e quello non era per una questione di superbia, ma di insicurezza. Sapevo cosa voleva dire sentirsi giudicati per ciò che si dava a vedere, sapevo cosa voleva dire cercare di fidarsi degli altri quando questi ci ferivano alla prima occasione.
“Lo stesso vale per me…” mormorai di rimando.
Lo avevo fatto con Achille, ma non completamente. Ci avevo provato con mia moglie e ne ero rimasto scottato. Ci avevo creduto con mio padre e non era finita bene. Ma con lei… con lei sentivo che questo non sarebbe successo, dopo il mio Credo era la cosa più stabile che possedevo, l’unica in cui credere.
Non so nemmeno come tutto accadde, come i nostri corpi si avvicinarono e di come le nostre bocche si cercarono, ma successe. Athena si sospinse un poco sulla punta dei piedi, mentre io la sostenevo stretta contro di me. Le nostre bocche erano inesperte, di chi pochi baci aveva dato e ricevuto e di chi soprattutto aveva vissuto una vita priva d’amore, ma bastò poco per entrare in confidenza. Per conoscerci e lasciarci trasportare in un bacio decisamente più passionale e profondo.
Quando solo pochi minuti dopo eravamo fuori dalla casa, vicini, la stessa arsa dalle fiamme e la timida e fredda mano di Athena alla ricerca della mia grande e possente.
Voltai appena il capo a quel contatto per guardarla, lei che mi era riconoscente. Tutti gli studi di Legendre stavano bruciando con lui.
“Pilamaye” / “Grazie” mormorò nella mia lingua natia e niente poté farmi più piacere che sentirla uscire dalla sua bocca in un tono così soave e con un accento più perfetto, tanto che la mia presa intorno alla sua di mano divenne più stretta.

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