Moonlight's Creed (Original Series)

Episodio 1×08

Present Day #2017: Rome

Parcheggiai il mio nuovo gioiello, una Ducati Scrambler Classic, in un posteggio nei pressi della mia destinazione. La cosa che più apprezzavo della motocicletta era la massima libertà di spostamento, per aggirare con facilità divieti e zone di traffico limitato, oltre che ingorghi infernali e rallentamenti snervanti, cosa normale quando si parlava di città caotiche come questa. Inoltre, era decisamente meno bisognosa di attenzioni rispetto ad un cavallo e avevo scoperto presto che la velocità sfrenata mi si confaceva.
Mi tolsi il casco integrale, passandomi una mano tra i capelli sudati, che mi rimasero ritti in testa. Da qualche tempo avevo cominciato a portarli corti, con la barba e i baffi curatissimi e sottili, quasi scolpiti sul viso.
La temperatura era già piuttosto alta anche se era appena giugno e l’estate stava iniziando, e… che giorno era oggi di preciso? Il 24 giugno, festa di San Giovanni. Rimasi sorpreso quando realizzai che era il mio genetliaco (anzi, il mio compleanno: sovente dovevo controllare il mio vocabolario per adeguarlo all’uso corrente). Spesso passavano interi lustri senza che mi sfiorasse l’idea di celebrarlo, anche solo tra me e me. Il punto era che quando si aveva di fronte qualcosa che assomigliava di molto all’eternità, il significato di certe ricorrenze tendeva a sfilacciarsi.
Inforcai gli occhiali da sole e mi avviai al luogo dell’appuntamento. Mentre passavo davanti ad una vetrina lanciai un’occhiata veloce alla mia figura: giubbotto di pelle rossa buttato sulla spalla, jeans e stivaletti neri, un piccolo zaino nero, maglietta bianca con cappuccio a maniche corte che evidenziava i muscoli ed il fisico che allenavo quotidianamente in maniera quasi religiosa; il particolare del cappuccio bianco era una mania che mi concedevo oggigiorno dopo averlo portato a lungo nei secoli passati per nascondermi agli occhi di chi mi cercava, ma ora lo stesso anonimato potevo ottenerlo con un paio di occhiali da sole. Coglievo numerose occhiate di apprezzamento a mio beneficio da parte di giovani donne e non: come sempre ne ero lusingato. Tutto sommato, non ero male per essere un cinquecentenario, vero?
Cercavo di non farci caso, ma ero tornato a Roma malvolentieri.
Dopo aver trascorso qui numerosi anni della mia vita, quando il mio operato all’interno della Confraternita mi aveva dato accesso ai massimi livelli dell’Ordine, caricandomi di responsabilità alle volte troppo dure da sopportare, i ricordi che questa città evocava erano spesso dolorosi e raramente felici. Però non era questo il momento di rincorrerli, di affrontarli, di scacciare i miei demoni.
La missione che avevo pianificato insieme con Altair aveva richiesto molto tempo per essere definitiva ed ora avevo bisogno della massima concentrazione. Se le nostre ricerche erano corrette, nei sotterranei del Pantheon era celato un tempio, ancora più antico del Pantheon stesso, dove era custodita una delle Mele dell’Eden.
Giunsi pochi minuti dopo a piazza della Rotonda, e la magnificenza del colonnato del Pantheon mi colpì, come sempre; l’idea che non avessimo mai pensato di cercare in quel luogo tracce della prima civilizzazione continuava a sembrarmi incredibile fino a sfiorare il ridicolo.
Mi sedetti al tavolino di uno dei bar che si affacciavano sulla piazza, da dove potevo tenere sotto controllo il gran viavai di abitanti e turisti per le vie del centro. Ordinai con un cenno al cameriere un caffè espresso: non mi piaceva, non mi era mai piaciuto, eppure certi vizi ti si incollano addosso anche se non vuoi…
Il cameriere tornò con la mia ordinazione, e mentre la zuccheravo generosamente ripassai per l’ennesima volta il piano, alla ricerca di falle, di imprevisti non valutati in maniera adeguata, di possibilità da sfruttare meglio. Questo era il mio modo di lavorare. Tutto doveva essere perfetto. Settimane, mesi, anni di ricerche non potevano andare in fumo per una distrazione, per un errore di valutazione. Non lo avrei mai perdonato a nessuno, tanto meno a me stesso. Ritrovare un frutto dell’Eden era talmente importante ai fini degli equilibri di potere tra Assassini e Templari che non avevo voluto nessun altro con me se non Athena, che tra le guerriere godeva maggiormente della mia fiducia. In fondo, era con lei che era iniziato tutto…
I minuti trascorrevano velocemente, ed io cominciavo ad essere impaziente: guardai l’orologio, tornando subito a scrutare la piazza. Era quasi ora di agire. Grazie alla mia rete di contatti avevo ottenuto uno spiraglio di dieci minuti per poter accedere ai sotterranei del Pantheon in totale riservatezza, senza la presenza di turisti e visitatori. Si trattava del momento in cui i custodi avevano il cambio turno e l’edificio veniva chiuso per qualche minuto al pubblico. Stefano, il mio aggancio, avrebbe preso servizio nel pomeriggio, coprendo così i nostri movimenti.
Il momento concordato si  stava avvicinando, e della mia compagna non c’era traccia. Strinsi le labbra, unico segno di manifestazione di nervosismo che mi permisi. Poi, eccola. In perfetto orario, come sempre. La sua figura, per quanto minuta, spiccava in mezzo a quella di tante altre persone per l’incedere sicuro e determinato.
Quando fu vicina, la salutai sorridendo: “Un caffè, mia cara?”

Ero arrivata nei pressi del luogo dell’incontro in netto anticipo come mia abitudine.
Guardai l’orologio in acciaio al mio polso sinistro: venti minuti.
Mancavano venti minuti all’orario stabilito con Ezio.
Decisi quindi di prendermela comoda.
Procedevo con calma, facendomi trasportare dalla fiumana di persone che occupava le vie.
Anche questo era un mio vizio, forse dovuto al mio carattere riflessivo, di cui però non potevo fare a meno.
Ho sempre adorato immergermi nei miei pensieri, isolarmi come in una bolla con i miei ragionamenti, facendomi cullare dal mondo esterno. Stranamente, in questo modo mi rilassavo.
Osservavo la città intorno a me: i negozi aperti e brulicanti di gente, le persone che conversavano allegramente, gli artisti che realizzavano le loro opere con estro e passione. Mi avvicinai a uno di essi: realizzava disegni stupendi raffiguranti la galassia, utilizzando solamente bombolette dai colori sgargianti. Ne rimasi affascinata e una grande nostalgia di casa mi attanagliò il cuore. Ero felice sulla Terra, non fraintendiamo. Avevo un marito stupendo che amavo con tutta me stessa, delle amiche fedeli e degli alleati formidabili, sui quali avrei sempre potuto contare.
Inevitabilmente però ogni tanto la mancanza del mio pianeta natale si faceva sentire.
Mi scrollai. Dovevo rimanere concentrata e lucida, senza farmi prendere dai sentimentalismi.
A breve avrei dovuto affrontare una missione delicata, pianificata in ogni minimo particolare. Secondo Altair e Ezio in un tempio nascosto nei sotterranei del Pantheon era custodita una Mela dell’Eden.
Continuavo a chiedermi con una punta di fastidio come era possibile che non mi fossi mai chiesta se ci fosse uno di quegli antichi artefatti là sotto. Era una situazione quantomeno ridicola. Per secoli avevo vissuto a Roma con il nome di Minerva, dea romana della guerra e della saggezza, e mai un solo pensiero sulla possibile ubicazione della Mela in quel tempio mi aveva sfiorato la mente.
Controllai nuovamente l’ora: mancavano ancora dieci minuti.
Continuavo a passeggiare per le vie quando una bottega in cui facevano orologi d’epoca attirò la mia attenzione. Adoravo quei piccoli laboratori bui: erano luoghi a sé stanti, senza tempo, che anche con il passare dei secoli erano rimasti più o meno invariati.
Appesi in vetrina c’erano orologi stupendi, di qualsiasi forma e dimensione: delle vere e proprie meraviglie. Mi aveva sempre affascinata la capacità umana di poter creare oggetti così belli partendo da materiali grezzi e primitivi.
Detti un ultimo sguardo alla vetrina, guardando velocemente il mio riflesso: i capelli castani chiari portati in un messy carré, viso al naturale se non per gli occhi marcati con un po’ di matita nera, una canottiera sui toni dell’azzurro, jeans blu, stivali marroni e uno zainetto in cuoio.
Finalmente arrivai nella piazza in cui sorgeva imperioso il Pantheon, con le sue immense colonne corinzie e l’enorme frontone che nascondeva in parte la gigantesca cupola.
Ogni volta che vedevo l’imponente edificio rimanevo  stupefatta dalla sua bellezza.
Vagai con lo sguardo per la piazza, cercando la figura familiare di Ezio.
Era tranquillamente seduto a un bar a bersi un caffè mentre contemplava il via vai dei turisti.
Sempre il solito. In cinquecento anni non era cambiato di una virgola.
Per fortuna quando serve è estremamente serio e affidabile.
Se non avessi riconosciuto in lui queste qualità non mi sarei mai mostrata a lui all’inizio di tutto.
Dopo Connor, è l’Assassino di cui più mi fido.
“Un caffè, mia cara?” mi chiese sorridendomi quando lo raggiunsi.
“No grazie, l’ho già bevuto stamattina. A proposito, quanti anni compi, 558 giusto?” gli chiesi con un sorriso “Li porti bene come sempre.”
Distolsi lo sguardo per un attimo, guardandomi attorno.
“Finisci in fretta il caffè, così iniziamo la nostra ricerca” gli dissi riportando l’attenzione su di lui.



Lasciai sul tavolino alcuni euro in pagamento e mi alzai, svelto ed energico: l’imminenza della missione cominciava già a far circolare più velocemente il sangue nelle vene.
“Andiamo, abbiamo solo pochi minuti per rintracciare l’entrata del tempio all’interno del Pantheon”.
Le illustrai con poche parole il piano, mentre passavamo in mezzo alle colonne del porticato e ad alcuni gruppi di turisti in attesa che il portone venisse riaperto. Percepii la loro curiosità quando videro che le porte gigantesche si aprirono solo quel tanto che bastò per fare entrare me e la mia bellissima accompagnatrice. Stefano era stato di parola, ma non avevo mai dubitato di questo: di solito sono abbastanza bravo a scegliere i miei collaboratori.
L’aria dentro era più fresca rispetto all’esterno ed i rumori della città vennero subito tagliati fuori: sembrava di essere entrati in un luogo sospeso nel tempo. Avevo già provato prima questa sensazione, quando ero riuscito ad infiltrarmi nella tana del papa templare e a trovare il tempio dei Precursori sotto la Cappella Sistina. Quella fu anche la prima volta che incontrai Athena, ed ora lei era qui con me. Nonostante tutto, la vita e la sua ironia continuavano a sorprendermi in maniera positiva.
Salutai a mezza voce il custode e gli strizzai l’occhio mentre gli porgevo il giubbotto ed il casco affinché li tenesse da parte per me.
Non ero mai disarmato, nessuno di noi assassini poteva permettersi il lusso di vivere tranquillo e ignorare la costante minaccia dei templari, ma nel ventunesimo secolo non era possibile portare in vista armi di alcun tipo senza incorrere in problemi di ordine pubblico. Per questo motivo, le mie lame celate erano molto diverse da quelle che indossavo quando avevo cominciato la mia vita da Assassino secoli fa. Ora sembravano quasi comuni bracciali di cuoio, per un uso puramente estetico, dato che il meccanismo era abilmente nascosto al loro interno. Provai a far uscire le due lame, che comparvero letali e silenziose: grazie alla tecnologia moderna, il funzionamento e l’efficienza erano cambiati e migliorati.
Non pensavo che avremmo avuto bisogno di combattere durante la missione di ricerca, ma ritenevo fondata la possibilità che i nostri nemici di sempre fossero in qualche modo riusciti a scoprire i nostri piani, e che cercassero di sabotarli o di sottrarci il Frutto dell’Eden una volta recuperato dal tempio.
Scambiai uno sguardo d’intesa con Athena e ci muovemmo lentamente verso il centro della basilica fino a trovarci sotto l’oculo, da cui filtrava la luce che la illuminava. A quel punto, con un minimo sforzo di volontà, passai alla visione dell’Aquila. La luce del giorno si dissolse e per un istante sembrò quasi svanire anche il mondo che mi era intorno, come se perdessi conoscenza, ma attesi, senza preoccuparmi, dato le infinite volte in cui mi ero affidato a questo speciale dono. Il mondo tornò, infatti, ma era come vedere le cose in una notte di luna piena; solo ciò che cercavamo avrebbe brillato in maniera netta.
Mi guardai intorno e la individuai facilmente, indicandola anche ad Athena: alla nostra sinistra, di fianco all’altare, l’edicola con una statua ed un sepolcro ai suoi piedi pulsava di luce intensa, come fossa dotata di vita propria. Scavalcammo i cordoni rossi per avvicinarci, e tornai alla visione abituale per poter leggere l’iscrizione: eravamo davanti alla tomba di Raffaello Sanzio. Mio coevo, nato pochi anni dopo di me. Scacciai meccanicamente i ricordi e i rimpianti per tutte le persone che avevo lasciato alla loro vita normale, sepolti ormai da tanti di quegli anni che le lapidi non recavano quasi più traccia dei loro nomi, se mai ne avevano avuta una. Mio padre, mia madre, i miei fratelli, Leonardo…
Ispezionai ogni centimetro del sarcofago e del basamento della statua, una Madonna con bambino. Athena invece fissava assorta il monumento, come se potesse ottenere risposte direttamente da questo solo utilizzando la sua notevole intelligenza. Ed infatti, poco dopo attirò la mia attenzione su un quadrato nella parete destra al fianco del sarcofago.
“Quel marmo è speculare a questo, sulla sinistra della tomba. Sono certa che, se li premiamo contemporaneamente, il congegno di apertura verrà attivato”.
Non persi tempo a discutere, quello che ci rimaneva era davvero poco e poi, come ho già detto, riponevo grande fiducia nel suo ingengo.
Una volta premuta quella porzione di muro, grande quanto la mia mano, la tomba di marmo cominciò ad indietreggiare, rivelando scalini polverosi che si perdevano subito in una penombra indistinta. Feci cenno alla mia compagna di scendere, seguendola velocemente, e mentre la tomba tornava al suo posto, voltandomi indietro vidi le porte del Pantheon riaprirsi ai turisti.

Non appena la tomba si richiuse sulle nostre teste, piombò il buio più totale.
Frugai dentro lo zaino, trovando poco dopo la torcia. Lo stesso fece Ezio.
Le accendemmo e scoprimmo che ci trovavamo in un corridoio, con alle pareti innumerevoli nicchie contenenti resti umani e sul pavimento quelle che sembravano tombe.
All’epoca questo luogo doveva essere una catacomba.
Dopo esserci scambiati uno sguardo d’assenso, procedemmo, inoltrandoci nell’oscurità polverosa e soffocante.
Arrivammo in una grande sala vuota. L’unico elemento d’interesse era quella che secondo me era la porta che ci avrebbe consentito di proseguire. Di fianco ad essa, sulla parete, c’erano degli interruttori dalla forma triangolare.
“Uno di questi aprirà la porta… ma quale?” chiesi più a me stessa che a Ezio, mentre ragionavo su infiniti calcoli, probabilità e regole matematiche che mi avrebbero aiutato a identificare il triangolo giusto. Non volevo immaginare cosa sarebbe potuto accadere se avessimo premuto quello  sbagliato.
Nemmeno il tempo di finire la frase che Ezio si avvicinò a uno di essi e, premendolo, aprì la porta, guardandomi con espressione soddisfatta. Ogni tanto tendevo a scordarmi di quella sua incredibile e particolare capacità.
Seguendo il corridoio appena trovato giungemmo in un enorme stanza con rocce, piante rampicanti e molti congegni sulle pareti. Al centro della sala c’era un grande pilastro, sulla cui sommità c’era una pietra che rifletteva la luce che filtrava da un buco sul soffitto.
Rimasi a bocca aperta per la bellezza e la solennità di quel luogo, rimasto intatto per chissà quanti secoli.
“Che meccanismo straordinario! È un gioco di luci. Dobbiamo orientare la luce proveniente dal foro sul soffitto verso quei cristalli alle pareti.”
“Per fare ciò basta tirare le leve giusto?”
“Penso di sì, e considerando il fatto che per te è estremamente facile arrampicarti, ti lascio volentieri questa parte del lavoro.” dissi sorridendo, anche se era inutile puntualizzarlo. Sapevamo già entrambi che avrebbe svolto lui questo genere di lavoro.
“Non aspettavo altro” sorrise a sua volta.
Dopo aver tirato la prima leva, attivando così il primo meccanismo, scattò veloce come un felino e cominciò a scalare rocce, colonne, fino ad arrivare alla leva successiva e così via, riflettendo ovunque la luce.
Era straordinariamente agile. Com’era possibile che un essere umano riuscisse a fare cose del genere? Dopo secoli ancora non ero riuscita ad abituarmici del tutto.
Non gli ci volle molto per tirare tutte le leve.
Attivato l’ultimo congegno, finalmente la porta si aprì.
“Sei stato davvero rapido”.
“Ovviamente.” mi disse ridendo. Sollevai rassegnata lo sguardo al cielo.
“Tieni Narciso, non perdiamo tempo” gli resi la torcia non appena mi raggiunse e ci incamminammo nel buio oltre la porta.



Il buio indietreggiò fatti alcuni passi, lasciando il posto ad un chiarore giallastro. La sala in cui ci trovammo era grande quanto la precedente: la volta era sorretta da diverse colonne e due strane sculture, dei cubi con facce barbute scolpite sopra, si trovavano ai lati della stessa.
Rimisi la torcia a led nello zaino perché la luce, pur non provenendo da alcuna fonte individuabile, illuminava il luogo perfettamente. Quella luminosità era strana, di un giallo particolare: sembrava di guardare come attraverso un topazio.
“Un nuovo enigma… però questa volta non ha a che fare con la luce, bensì con altre forze della natura. Potrei sbagliarmi, ma non lo senti anche tu, questo sibilo?”
Commentai, rilevando qualcosa a cui subito non avevo fatto caso. Uno sbuffo sotterraneo, un lieve movimento dell’aria, come se ci fossero delle correnti nascoste.
Guardai i visi di pietra, con le gote gonfie come se stessero soffiando. Mi avvicinai ad una delle sculture, per studiarla meglio. Era posta in alto, come anche l’altra, ad un’altezza pari almeno a quella di quattro uomini. Cercai con lo sguardo il miglior modo per raggiungerla, aggrappandomi alla fessura di una colonna che sembrava fatta apposta. Pochi appigli dopo, mi afferrai al bordo del cubo scolpito che cominciò a scivolare giù, per via del mio peso. Quando giunse a terra, l’aria cominciò ad uscire da una ventola gigantesca posta sopra la porta che dovevamo aprire, anche se il flusso era troppo debole per poterla muovere completamente.
Raggiunsi la mia compagna al centro della sala. “Queste sculture mi ricordano Eolo, il dio dei venti. E’ curioso, ma mi chiedo se anche gli dei fossero in realtà abitanti di altri pianeti, arrivati sulla Terra così come voi guerriere…”
Lasciai la frase in sospeso dopo aver dato voce ad uno dei molti interrogativi a cui non ero ancora riuscito a dare risposta da secoli, da quando era iniziata la nostra alleanza e collaborazione con loro, questi esseri potentissimi e così diversi da noi.
Se ci fossero cioè altri di loro, con facoltà altrettanto invincibili, rimasti nell’ombra fino ad oggi per qualche motivo a me sconosciuto.
Per quanto i nostri obiettivi ci accumunassero, erano molte le cose che avrebbero potuto dividerci. Cosa sarebbe successo se, per esempio, in una certa situazione i nostri interessi fossero stati contrastanti? Chi avrebbe ceduto per il bene superiore dell’alleanza? Forse nessuna delle due parti lo avrebbe mai fatto, fino alle peggiori conseguenze.
Era quello il mio maggior timore, ed era per quello stesso motivo che vedevo con sospetto certi legami tra loro e noi: Altair e Aphrodite, la stessa Athena con Connor. Non approvavo, e troppe erano le discussioni che avevo avuto con Altair su questo punto. Discussioni che non avevano portato a nulla, eravamo rimasti tutte le volte ognuno sulle proprie posizioni fino a diventare l’argomento di maggior attrito tra di noi, e cercavamo oramai di toccarlo il meno possibile.
Le mie riserve erano comunque note nella cerchia ristretta di noi Anziani; era per questa ragione che Arno, delle mie stesse idee, qualche tempo prima mi aveva riferito una notizia molto grave: un Templare stava cercando di infiltrarsi nel gruppo delle Guerriere.
Raggiunsi l’altro lato della sala, per poter avviare il meccanismo che per ora sembrava inceppato. La scalata fu banale, ma mentre mi stavo issando sul cubo, provai una vertigine fortissima, come non mi era mai successo prima. Rischiai di perdere la presa, e precipitare da una altezza di diversi metri. Solo la destrezza che avevo acquisito in secoli di allenamento mi permise di tirarmi in salvo, ma dovetti appoggiare la schiena al muro per riprendermi, il respiro mozzo.
In basso, vedevo Athena guardare in su, e contemporaneamente, vedevo me stesso, in cima alla scultura. Chiusi gli occhi e scossi la testa per recuperare la mia lucidità.
“Tutto bene?” La sua voce mi giunse preoccupata, con una nota di incertezza che non era abituale in lei. Mi chiesi se anche Athena avesse provato quello strano fenomeno. Nel frattempo, il cubo era sceso dolcemente a terra, come il primo. La ventola aveva cominciato a girare rumorosamente e la porta si era finalmente aperta.
Saltai giù sul pavimento. La vertigine era scomparsa, ma ora percepivo nettamente una presenza, come se la porta fosse stata una barriera che la tratteneva. La luce gialla aveva preso ancora più consistenza. Si trattava del frutto dell’Eden? Doveva essere molto vicino, e chissà quali poteri possedeva, per creare allucinazioni simili.

“Queste sculture mi ricordano Eolo, il dio dei venti. E’ curioso, ma mi chiedo se anche gli dei fossero in realtà abitanti di altri pianeti, arrivati sulla Terra così come voi guerriere…”
Al sentire quella sua affermazione mi scappò un sorriso.
Dopotutto avevo sempre saputo che aveva un ottimo intuito.
Aveva ragione: quelle che loro chiamavano divinità non erano altro che rifugiati dell’Impero Galattico e delle 8 Colonie.
Eolo fu invece uno tra i primi a venire a vivere sulla Terra, all’epoca luogo proibito per la sua arretratezza, e per questo considerato da tutti un vagabondo e uno strano.
Si era stanziato in quelle che oggi vengono chiamate, palesemente in suo onore, isole Eolie, per la precisione a Lipari, dove divenne famoso come consigliere di re.
Venne in seguito considerato dio dei venti perché era lui che gestiva e controllava i venti estremamente pericolosi che gli mandò Zeus per proteggere Marte.
Era questo che gli avrei detto se una forte vertigine non mi avesse destabilizzato, annebbiandomi la vista e mozzandomi  il respiro.
In un attimo fu come essere nella testa di Ezio e percepì ogni suo pensiero, che mi colpì come un pugno allo stomaco.
Lui dubitava. Dubitava di noi Guerriere. Dubitava di me.
Non approvava i legami che c’erano tra le due fazioni.
Mi sentì a dir poco oltraggiata, perché stava sospettando del mio matrimonio con Connor!
Che diavolo avevamo fatto per meritarci questo atteggiamento?
Cosa ho sbagliato per meritarmi questa mancanza di fiducia?!
Ancora le vertigini, la nausea mi attanagliò, e in un attimo fu come vedere me stessa con gli occhi di Ezio.
Scossi la testa con forza e tutto tornò normale.
“Tutto bene?” gli chiesi preoccupata ancora un po’ stordita, domandandomi se anche lui avesse provato qualcosa del genere, mentre scendeva dal congegno che aveva appena attivato, aprendo così la porta.
La luce nella stanza diventò ancora più intensa e iniziai a percepire perfettamente qualcosa di strano, una specie di presenza oltre il passaggio appena aperto. Molto probabilmente era il Frutto dell’Eden
Ezio mi raggiunse, anche lui un po’ instabile, e stavamo per proseguire la nostra ricerca quando mi tornarono in mente tutti i suoi pensieri.
La collera tornò, più potente e distruttiva di prima.
Erano davvero rare le volte che perdevo il controllo, e quella fu proprio una di quelle.
“Ma come ti permetti? Come osi giudicare il mio matrimonio?! Quale diritto hai? E soprattutto con quale motivazione?! Mi sembra di essermi sempre comportata in modo impeccabile, degna della fiducia che io ho sempre ricambiato, e cosa devo sentire?! Che l’Assassino, nonché uomo, che più stimo e di cui più mi fido, ovviamente secondo solo a Connor, non solo non si fida delle mie compagne, ma non si fida di me! E si permette pure di mettere bocca nel mio matrimonio! Cosa ho fatto per meritarmi questa diffidenza? Sono proprio curiosa di saperlo!”



Ero rimasta nascosta nell’ombra fino a quel momento, ma cosa mi aveva fatto scaturire la voglia di uscire allo scoperto? Sapevo a cosa andavo incontro, sapevo anche come affrontarlo, sapevo che quello non era l’ambito frutto che il mio adorato fratello sperava di trovare, ne avvertivo il potere.
Qualcosa cercava di impadronirsi della mia mente e per un attimo quella vertigine che aveva colpito sia Athena che Ezio, colpì anche me ma non potevo farmi scoprire e misi subito alla prova il mio potere.
“Posso schermarlo!” e così feci, allontanai quel potere da me, non ero propriamente immune ma lo ero meno degli altri. Essere una Discendente aveva portato i suoi frutti in fondo.
Mi ricordavo bene quando incontrai per la prima volta Jacob e quando avevo scoperto che la magia esiste, non che esiste come la intendono gli umani, ma in una forma più complicata e concreta. Jacob mi aveva insegnato ad usare la magia, a padroneggiarla, a utilizzare artefatti e libri magici come fossero il mio pane quotidiano, e lo erano, il tempo che ero stata sua allieva. Avevo imparato anche ad usare la mia mente. Come membro dei Discendenti ero diventata capace di ricordare informazioni e visualizzarle di fronte a me, ad eseguire calcoli matematici precisi e ad una velocità incredibile. Senza contare la memoria fotografica incredibile che avevo sviluppato.
Non ricordavo quanto tempo fosse precisamente passato dall’ultima volta che aveva incrociato lo sguardo di mio fratello ma sapevo che se lo avrei incrociato di nuovo lo avrei guardato con odio misto ad amore… Non era stata forse colpa sua se l’unica persona a cui avevo tenuto più di mio fratello stesso, adesso era morta e sepolta sotto una stupida coltre di terra e nebbia? L’uomo che avevo tanto amato e che mio fratello e gli altri confratelli Assassini avevano condannato alla morte eterna! Io avevo visto come il Pozzo di Lazzaro era stato usato per Nike, la mia era stata una richiesta fondata, basata sulla consapevolezza che una volta utilizzato questo metodo avrei dovuto dare molte spiegazioni a quell’uomo che non sapeva fossi un’Assassina.
Forse, e soltanto forse, era meglio così. Chiusi gli occhi un secondo per riprendere il controllo delle mie emozioni, in fondo se mi fosse stata accordata quella richiesta non sarei mai andata via e non avrei mai incontrato Jacob e non sarei mai diventata una Discendente.
Avvertivo la potenza di quell’esistenza e visualizzai davanti a me la sua posizione rispetto a noi: alzai una mano e feci un gesto, come se volessi ripulire una lavagna invisibile davanti ai miei occhi e lo vidi… Vidi una macchia scura a pochi metri da noi. Forse fu questo a farmi cambiare idea e a farmi uscire allo scoperto. O forse il fatto che le parole crude di Athena mi colpirono come membro dell’ordine degli Assassini e colpirono Ezio in prima persona. Ma non ero ancora disposta a perdonare mio fratello, lo amavo e lo odiavo con tutta me stessa, e lui doveva saperlo. Ero cambiata molto in questi anni, in questi secoli. Poi mi venne un’idea fulminea in testa e decisi di fare un bel regalo di compleanno al fratello.
“Come può fidarsi te, Guerriera, se non si fida nemmeno di un’Assassina” Avevo parlato nell’ombra ma sapevo che mio fratello aveva riconosciuto la mia voce, sapevo che stava guardando nel punto esatto da cui la voce era venuta, sapevo che a breve avrebbe usato l’occhio dell’Aquila per sapere chi li aveva seguiti, che falla ci fosse nel suo piano, fu allora che decisi di togliergli questo divertimento. Dovevo prenderlo alla sprovvista e dovevo farlo prima che lui utilizzasse la Vista.
“Non serve utilizzarla” Lo bloccai e uscii dal mio tetro nascondiglio “Buon compleanno, fratello” calcai l’ultima parola ed incrociai il suo sguardo, avvertii il suo disappunto, la sua meraviglia e altre mille emozioni, avvertii anche la sorpresa di Athena che ignorai non perché non la considerassi ma perché prima dovevo salutare Ezio.
Mi avvicinai a lui fino a trovarmi a pochi centimetri dal suo viso “Oh, ti ho interrotto nel bel mezzo di una risposta?” Inclinai la testa di lato e lo guardai con maggiore intensità, approfittai di quel potere per ampliare i pensieri di Ezio utilizzando la mia mente e riuscivo quasi a leggerli “No, non sono un ologramma” Adesso lo guardavo con durezza e decisi che era arrivato il momento giusto. Mi concentrai e come fosse un velo tolsi da me la protezione che mi ero creata per schermarmi da quel potere e lo feci a tratti, potenti e intensi, per far arrivare a mio fratello tutto quello che provavo.
Questi pensieri però colpirono anche Athena ovviamente e mentre continuavo a mandare le mie emozioni a tratti intensi e sempre più lunghi, ad un certo punto incrociai il suo sguardo e mi schermai ancora da quel potere che era diventato quasi frustrante. Non stavo solo inviando le mie emozioni ma stavo anche ricevendo le loro. Ed era straziante sentire mio fratello, i secoli che aveva passato da solo e come si era sentito quando io ero fuggita. Non potevo stare a sentire più di così, non potevo sostenere il suo sguardo… non aveva tutti i torti dopotutto…
“Athena” la salutai con un cenno del capo e mi avvicinai a lei per sfuggire alla morsa dello sguardo di Ezio che sentivo ancora sulle mie spalle “Forse, se non si fida veramente non dovrebbe custodire quello che si trova al di là di quella porta”
Nella sua mente avevo letto il disappunto nei confronti di Ezio per non provare troppa fiducia nei suoi confronti e nei confronti delle Guerriere, potevo biasimarla? Potevo biasimare lui? Era giusto però, che entrambi sapessero cosa stavano veramente cercando. Dovevano entrare preparati in quella stanza, altrimenti sarebbe successo il finimondo. Non che non mi piacesse un po’ di confusione, ma da quando ero diventata una Discendente e avevo imparato ad utilizzare la magia, avevo scoperto una calma incredibile.
“Ciò che si trova dall’altra parte di quella porta non è il Frutto dell’Eden” feci una pausa per guardare Athena e ripresi “Ciò che si trova dall’altro lato di quella porta, altri non è che il frammento Giallo del Cristallo d’Argento. Tu lo sapevi vero, Athena?” Parlai lentamente scandendo bene le parole.
“E’ questo il potere immenso che si avverte vero? Il potere della Mente di tutto l’Universo racchiuso in un piccolo frammento di cristallo”
Guardai Ezio e poi Athena, facendo scorrere lo sguardo dall’uno all’altra e viceversa. “Prima che entriate nell’altra stanza volevo avvertirvi che il suo potere è incommensurabile… A chi spetta quindi, il diritto di vegliare su questo piccolo frammento?”
Mi avvicinai ad Ezio e cercai di comunicargli con lo sguardo il mio scopo. Il mio scopo non era quello di portare discordia, affatto, il mio scopo era tornare. Era tornare come Assassina e Discendente. Non come un nemico.



“Cosa ho fatto per meritarmi questa diffidenza? Sono proprio curiosa di saperlo!”
Rimasi quasi immobile, a prendermi addosso tutta la rabbia di Athena, combattuto tra due reazioni opposte.
La mia parte razionale cercava di elaborare l’accaduto, di dare un senso agli ultimi secondi. Cosa era quello strano fenomeno? Il Frutto stava cercando di sminuire le nostre facoltà mentali, prova ne era che, invece di rimanere focalizzati sull’obiettivo, ci stavamo lasciando andare a sentimenti distruttivi e a recriminazioni.
Ma non era quello il momento per farlo, tutto era sbagliato, me ne rendevo conto, anche se a fatica, solo io? Solo io avevo avuto il flash, poco più che una frazione di secondo, di un terzo punto di vista? Infatti, durante il capogiro, avevo nettamente visto me stesso come se fossi Athena, ma per un breve istante avevo visto entrambi, da una prospettiva che stavo cercando di ricostruire, partendo dalle zone rimaste in ombra nella sala. Come potevamo permetterci di litigare tra noi, quando un possibile nemico stava spiandoci, attendendo magari proprio la nostra discordia per attaccarci?
L’altra parte della mia mente, però, sembrava sempre più in balia di questo strano incantesimo, e un aspetto oscuro del mio carattere stava cercando di uscire. Il temperamento deciso, l’abilità nel comando, la capacità strategica, che mi avevano permesso di essere riconosciuto come guida permanente, insieme con Altair, all’interno della Confraternita, possedevano un retro della medaglia: una bestia pronta ad uscire per affermare la propria posizione, qualora fossi stato contraddetto.
Parole sferzanti mi premevano già in gola, non sapevo quanto ancora sarei riuscito a controllarmi.
Piantai i miei occhi nei suoi: se era telepatia quella che stavamo sperimentando, dovevo cercare di comunicarle l’allarme per l’intruso che era nella sala. Sguainai silenziosamente le mie lame, e vidi lo sguardo di Athena incupirsi, non so se perché aveva capito il messaggio o solo perché pensava che con il mio gesto la stavo sfidando apertamente.
Alla fine, non ebbe importanza: da dietro una delle colonne notai un movimento, e una voce mi gelò all’istante. Una voce che non sentivo da secoli, ma che riconobbi senza alcun indugio.
“Buon compleanno, fratello”
Mi girai lentamente. Avevo paura di credere ai miei occhi. La figura era tremendamente familiare, e mi sarebbe piaciuto molto sperare nel miracolo che avevo davanti.
“No, non sono un ologramma”
Le lame celate rientrarono.
“Claudia, sorella mia…” Quanti anni avevo passato ad aspettarla? Ad illudermi che si sarebbe rimangiata l’orgoglio che caratterizzava noi Auditore? Troppi, ed inutilmente.
Vederla andare via era stato un dolore inaudito, ma non aveva fatto vacillare per un solo istante la decisione che prendemmo: avevo anche provato a parlarle, a spiegarle che l’acqua di Lazzaro aveva effetti imprevedibili su noi umani. Noi umani, diversi perciò dalle Guerriere.
Non ero riuscito a farle cambiare idea, come temevo, già sapendo che avrei dovuto scontrarmi con la sua proverbiale cocciutaggine. Ma avevo dovuto provare, non potevo perdere lei, che era tutta la famiglia che mi rimaneva. Avevo fallito in questo.
La rabbia per quello che ritenevo un tradimento, nei confronti della Confraternita e soprattutto nei miei, era evaporata dopo pochi anni. Per quanto avessi provato a cercarla, Claudia era stata molto brava a coprire le sue tracce.
Perchè ora era tornata? Cosa era cambiato in lei, tanto da renderla così sicura e perentoria come non era mai stata? Erano domande che avrebbero dovuto aspettare, per il momento, poi avrei accettato il volere di mia sorella, anche se non avesse inteso colmare per me il vuoto di tutti quei secoli con un racconto.
“Forse, se non si fida veramente non dovrebbe custodire quello che si trova al di là di quella porta”
Accidenti a lei. Come poteva parlare di fiducia? Possibile che non capisse che non era quello il punto? Io mi fidavo di lei ciecamente, avrei voluto averla vicina perché la ritenevo una consigliera accorta e leale, ma ero suo fratello, e avevo il dovere di proteggerla, come avevo fatto con lei e con nostra madre, quando nostro padre era stato ucciso. Questo era quello che avevo sempre cercato di fare.
“Prima che entriate nell’altra stanza volevo avvertirvi che il suo potere è incommensurabile… A chi spetta quindi, il diritto di vegliare su questo piccolo frammento?”
Liquidai la domanda di mia sorella con un gesto secco della mano.
“Frutto dell’Eden o Frammento di Cristallo che sia, ci atterremo al piano originale. La cosa più importante ora è recuperarlo e portarlo al sicuro a Nanda Parbat. Lì, decideremo il da farsi…” Spostai lo sguardo su Athena “…e chiariremo alcuni punti, mia signora. Fino ad allora, ricordiamoci che siamo una squadra!”
Il tono era stato più tagliente di quanto avrei voluto, ma cercavo di impormi una calma che stava sfuggendomi sempre di più. Mi avviai con passo deciso verso la porta aperta, la mascella contratta dalla tensione.

C’era qualcosa di strano.
Da quando la porta si era aperta tutto era diventato caotico e confuso.
Ero in preda alla collera ed ero sicura che ci fosse altro, un altro segreto che però non avevo fatto in tempo a scoprire.
Era altro però quello di cui dovevo preoccuparmi: me stessa.
Non mi riconoscevo. Da quando mi lasciavo andare così tanto alla rabbia, perdendo la lucidità che mi ha sempre contraddistinta?
Per di più durante una missione…
Era strano. Inspirai profondamente, recuperai la calma e liberando la mente da quei pensieri negativi iniziai ad analizzare la situazione.
Un Frutto dell’Eden, se non in mano a qualcuno, non avrebbe mai scatenato il suo potere in modo autonomo.
E se non fosse ciò che pensiamo?
Qualunque cosa ci fosse oltre quella porta, la sua presenza diventava sempre più forte e opprimente, mettendo a dura prova la mia mente.
La mente! Che idiota, come ho fatto a non arrivarci prima? Solo il Frammento Giallo del Cristallo può avere una simile influenza sulle nostre menti!
Il frammento ci stava mettendo uno contro l’altra. Ed era sempre più dura resistergli.
Ricambiai lo sguardo di Ezio. Anche lui aveva intuito qualcosa e a quanto pare stava tentando di comunicarmelo.
Fece scattare le lame.
In un primo momento mi incupii, chiedendomi come fossimo arrivati a quel punto, ma subito dopo percepii cosa voleva davvero dirmi.
Intruso.
Non feci in tempo a realizzare l’avvertimento che qualcuno parlò.
Una donna, stesso accento di Ezio. Quest’ultimo sbiancò sentendo quella voce.
Non poteva che essere Claudia, sua sorella.
“Buon compleanno, fratello.”
Ezio non sembrava credere ai suoi occhi.
“No, non sono un ologramma.” gli disse lei, in risposta ai suoi dubbi e alla sua sorpresa.
Lui fece rientrare le lame e subito fummo entrambi investiti dai sentimenti e i pensieri di Claudia.
Percepivo tutto. L’affetto, l’odio, la rabbia, la nostalgia, il rammarico che quei due si stavano scambiando.
Mi sentivo in imbarazzo, un pesce fuor d’acqua, un intrusa. Non mi sembrava giusto assistere a quello scambio disperato di emozioni fra fratelli.
Guardai Claudia, e sentii il suo disagio, la sua frustrazione.
Distolse lo sguardo da entrambi, per poi posarsi nuovamente su di me, salutandomi con un cenno del capo.
“Athena, forse, se non si fida veramente non dovrebbe custodire quello che si trova al di là di quella porta.”
La rabbia e la delusione nei confronti di Ezio iniziarono a ribollire nuovamente.
Aveva ragione. Come potevo affidargli nuovamente qualcosa, Frammento o Frutto che fosse? Se lui non si fidava di noi Guerriere, di me, come potevo io fidarmi di lui?
Anche se volevo negarlo con tutta me stessa, quella sfiducia mi aveva colpito come una pugnalata alle spalle, come un fulmine a ciel sereno, creando in me innumerevoli dubbi.
“Ciò che si trova dall’altra parte di quella porta non è il Frutto dell’Eden” disse Claudia, riportandomi al presente “Ciò che si trova dall’altro lato di quella porta, altri non è che il frammento Giallo del Cristallo d’Argento. Tu lo sapevi vero, Athena?”
Quella sua affermazione confermò finalmente la mia teoria.
Ora tutto aveva un senso.
“Lo sospettavo”.
“Prima che entriate nell’altra stanza volevo avvertirvi che il suo potere è incommensurabile… A chi spetta quindi, il diritto di vegliare su questo piccolo frammento?”
Percepivo il disappunto di Ezio alla domanda di sua sorella.
“Frutto dell’Eden o Frammento di Cristallo che sia, ci atterremo al piano originale. La cosa più importante ora è recuperarlo e portarlo al sicuro a Nanda Parbat. Lì, decideremo il da farsi…” Fece una breve pausa per poi rivolgersi a me“…e chiariremo alcuni punti, mia signora. Fino ad allora, ricordiamoci che siamo una squadra!”
Tono tagliente o meno, Ezio aveva ragione. Quello non era né il luogo né il momento di discutere e dubitare. A quello ci avremmo pensato a missione compiuta.
Concordai con lui con un cenno deciso del capo.
Mi avvicinai anch’io alla porta, le mani strette a pugno con forza, unica manifestazione della mia preoccupazione per ciò che poteva accadere oltre quel bagliore giallo.
Solo percependo l’energia del Frammento Giallo ci siamo messi una contro l’altro. Cosa accadrà quando entreremo direttamente in contatto con lui?



Claudia, sorella mia… sentirmi chiamare così non aveva prezzo… erano secoli che non sentivo la voce di Ezio chiamarmi in quel modo e quando la udii il mio cuore, fino a quel momento freddo, chiuso e assetato di amore, parve sciogliersi e il mio corpo volle spingersi verso mio fratello per abbracciarlo e sentire il suo profumo dopo anni e anni, ma non glielo permisi e mi bloccai subito, dovevo fare la mia parte, fargliela pagare e giocarmi le mie carte come meglio potevo. Avevo imparato molto e tutte le mie conoscenze mi permettevano di guardare negli occhi Ezio direttamente.
Mi passai una mano tra i capelli e vederli sorpresi mi riempiva l’anima di una calma profonda, dopo tutto quella era la mia piccola vendetta seppur contavo di restare. Athena sembrava in imbarazzo e ritornai in me in pochi istanti chiudendo gli occhi e immergendomi in una meditazione silenziosa.
Le mie parole avevano colto nel segno entrambi e questo mi rendeva ancora più orgogliosa di quanto non lo fossi già a causa del mio sangue di Auditore. Nonostante questo non mi feci pervadere dalla preoccupazione che avrebbe dovuto attanagliare tutti noi al pensiero di cosa sarebbe potuto succedere una volta al cospetto del frammento. Pensa al Frammento. Non ad altro.
Certo hai ragione, portarlo a Nanda Parbat è la cosa più ovvia da fare ma… concordavo con Ezio sulla destinazione primaria del frammento ma c’era un’altra cosa di cui dovevano discutere Non devi solo chiarire alcuni punti con le Guerriere lasciai la frase in sospeso e mi voltai verso Athena Sai come ci si comporta davanti a quel frammento? Certo, a me sarebbe bastato schierare la mia mente e farmi uno scudo ma loro? Il pensiero che quei due potessero iniziare a scagliarsi contro l’uno contro l’altro mi si era infilato nel cervello e non voleva mollarmi.
Non guardai Ezio nel mentre pronunciavo quelle parole, non volevo ancora pensare a ciò che attendeva me ed Ezio una volta tornati a casa sui nostri passi . Ero sicura che avrebbe voluto una spiegazione, ero sicura che la sua mente era invasa da mille domande e non volevo assolutamente schermarmi e provare a frugare nei suoi pensieri, non era giusto, aveva il diritto di chiedermi quelle cose con la sua voce.
Sicuramente si chiedeva quanti anni fossero passati, perché fossi tornata, cosa era cambiato, dove ero stata tutto questo tempo, cosa avevo fatto e sicuramente si stava chiedendo, per tutte le lame del mondo, come facevo a sapere dove si trovasse lui in questo momento e con chi era.
Bastava poco perché una squadra smettesse di essere tale ed io lo sapevo bene, io ed Ezio eravamo una squadra ed ero pronta ad esserlo di nuovo ma era bastato poco per rompere quel filo… Non propriamente poco in effetti e il filo che ci teneva legati non si era rotto per niente, in fondo lui era tutta la famiglia che mi restava e forse era per quello che avevo deciso di tornare…
Mi avvicinai al suo braccio destro restando un passo dietro di lui così da poter vedere entrambi e ampliai la mia mente pronta alla battaglia. Non ero certo disarmata ma la maggior parte del mio potere risedeva dove la mano dell’uomo non può accedervi e le stempiaggini delle armi non possono nuocere. Alzai il volto e fissai quel bagliore giallo che ci invitava a proseguire nel cammino.
Attenta. Allerta. Onesta. Ripetevo il mio mantra e mossi un passo in avanti insieme agli altri proteggendo la mia mente.

Ritrovare Claudia era stato indubbiamente un piacere inaspettato, tuttavia mi confondeva enormemente il suo modo di porsi. Non era per via delle freddezza che mi riservava, figlia di un confronto che speravo prima o poi di dipanare con lei, quanto più per una conoscenza che mi chiedevo da dove le venisse. Anche se dopotutto era mancata per così tanto tempo che non potevo sapere ove era stata o ancor più cosa avesse visto o affrontato. Improvvisamente era parsa come inghiottita dalle viscere dalla terra, io che non mi ero mai dato per vinto non ero riuscito più a trovare tracce da seguire e per un momento ero arrivato anche a credere che fosse morta… dopotutto chi sparisce senza lasciare traccia di sè?
“E tu da quando sai così tante cose?” le chiesi con un pizzico di malizia ed indulgenza, fu allora che un lampo di luce passò nei suoi occhi. Di chi aveva molto di cui parlare, ma che forse non lo avrebbe mai fatto.
“Importa davvero fratello?” mi chiese retorica, prima di affiancare Athena e con lei aprire le grande porte che ci trovavamo davanti. Io ero dietro alle due eppure la luce gialla che ci invase fu così forte da farci credere per un momento che quella stanza fosse fatta di ambra pura.
La mia testa divenne improvvisamente un vortice di pensieri, immagini e ricordi. Stesso accadde ad Athena che piegandosi in due stava annaspando, seppur meno di me, a contatto con un potere così grande. Solo Claudia sembrava tranquilla, seppur celava un autocontrollo che mi chiedevo dove avesse imparato, quando avvicinandosi alla gemma alzò le mano in cielo e come se aprisse un non so cosa di fronte a lei la vidi attenta ad osservare il soffitto. Seppur piegato dal dolore seguì il suo sguardo, ma non vidi nulla eppure lei muoveva le mani avanti ed indietro velocemente come chi sposta cose o componeva lettere a mezz’aria. Non avrei saputo definirlo, ma dopo alcuni minuti smise di sussurrare tra sè e sè, con le mani fece un gesto di chiusura a mezz’aria e poi iniziò a muovere la gemma sul piedistallo in un modo che non compresi. Il tempo di riportarla alla sua posizione centrale che io ed Athena improvvisamente ci sentimmo senza fiato, ma liberi. Nessun cerchio alla testa. Nessuna immagine. Nessun pensiero condiviso. Nessun dolore. Niente.
Alzai lo sguardo su mia sorella, la mano ancora appoggiata al muro e l’espressione piena di domande da rivolgerle.
“Era protetta da una sorta di protezione, questa vi ha fatto impazzire…” spiegò con semplicità prima di prendere il frammento ambrato tra le mani e avvicinandosi a me ed Athena porgerlo sul suo palmo.
Non proferì parole. Guardò prima me poi Athena. Inutile dirlo. Io sarei stato sulle mie posizioni.
“Voi ci avete affidato i Frammenti anni fa…” esclamai alla Guerriera al mio fianco.
“Il Frammento viene a casa con me!”



Finalmente il momento tanto atteso era arrivato.
Eravamo immobili a contemplare l’immensa porta in pietra, che pur essendo lì da secoli era ancora bella e perfettamente intatta.
La tensione e la curiosità che stavo provando erano forti in egual misura.
Un brutto presentimento si insinuava sempre più nei miei pensieri. Non sapevo perché, ma ero certa che la situazione sarebbe peggiorata più di quanto già non fosse.
Avrei scoperto solo in seguito che quelle mie preoccupazioni erano più che fondate.
Guardai i miei due compagni, per poi avvicinarmi al portone e assieme a Claudia aprirlo.
Mi resi subito conto che non ero pronta a ciò che avrei trovato in quella sala.
La luce gialla ci investì come un’onda, accecandoci per un attimo. La testa si fece pesante, il mal di testa a martellarmi le tempie.
In un primo momento sembrava di non essere più sotto al Pantheon, ma nella galassia, di fronte a una di quelle stelle ambrate che amavo vedere da piccola con il mio adorato telescopio.
Mi appoggiai alla parete sentendo le gambe cedere e il fiato mancare. Anche Ezio era nelle mie stesse condizioni, percepivo il suo disagio e il suo dolore.
Era in balia dei ricordi. Riuscivo a vederli, a sentirli, e molto probabilmente anche lui poteva vedere i miei.
Afferrai quasi convulsamente la pietra di Mercurio che avevo al collo, tentando di placare la nostalgia e la malinconia che prepotentemente mi stavano pian piano piegando, spezzando. I volti delle persone a me care tornarono nei miei pensieri come fantasmi indelebili.
Mio padre, dall’aspetto serio ma con animo estremamente intelligente e appassionato; mia madre, delicata e dolce, lo sguardo furbo e sempre allegro. Me li rivedo mentre mi trasmettevano il loro sapere e mi mostravano le bellezze del nostro immenso universo. Poi li vidi sgretolarsi di fronte a me, scomparire, insieme a quasi tutto il mio popolo e al mio amato pianeta.
Alzai lo sguardo a fatica, vedendo Claudia avvicinarsi al Frammento come se niente fosse. Lei era l’unica che sembrava non risentire dell’enorme potere della pietra, sicuramente grazie a un autocontrollo pazzesco.
Alzò le mani al cielo e iniziò a gesticolare come se stesse sfogliando un libro, mentre pronunciava sottovoce parole incomprensibili.
Il dolore alla testa era sempre più insopportabile. Pensieri confusi e sconnessi mi stavano attraversando la mente come un vortice, ma uno attirò la mia attenzione.
Kevin Finnegan è Shay Cormac.
Il sangue mi si gelò nelle vene.
Per un attimo interminabile tutto attorno a me si bloccò, la mia mente si svuotò.
Kevin, il fidanzato di Ares? È un Templare?! Gli Assassini lo sapevano e non ce l’hanno detto?!
Rialzai lo sguardo e vidi Claudia prima spostare e poi rimettere al proprio posto la gemma. In quell’esatto momento mi sentii mancare l’aria, come se mi avessero appena tirato un pugno allo stomaco. Subito dopo però eravamo finalmente liberi dal mal di testa, da tutti quei pensieri caotici e confusionari… però ormai era troppo tardi.
“Era protetta da una sorta di protezione, questa vi ha fatto impazzire…” spiegò Claudia, prima di avvicinarsi a me e porgermi il Frammento.
Guardai Ezio. Era un fascio di nervi, lo vedevo dalla sua espressione dura.
“Voi ci avete affidato i Frammenti anni fa… il Frammento viene a casa con me!”
“È vero. Ve li affidammo anni fa, quando eravamo certe della vostra lealtà… Ma ora non è più così.” gli dissi lapidaria, guardandolo con occhi di ghiaccio.

La situazione aveva preso una piega prevedibile, ma che al contempo avevo sperato fino all’ultimo si sarebbe potuta sistemare. Un tempo avrei appoggiato la causa degli Assassini e di mio fratello senza battere ciglio, ma ciò che avevo imparato in quegli anni mi aveva portato ad essere più posata, ma soprattutto a capire meglio le sfumature delle situazioni.
Con quel tumulto interiore portai il mio sguardo su mio fratello, i suoi occhi pieni di domande che non trovavano voce per essere espressi mi colpirono più di quanto fossi disposta ad ammettere.
“Era protetto da una sorta di incantesimo… questo vi ha fatto impazzire”
Spiegai con calma ad entrambi mentre prendevo il frammento tra le mani e mi avvicinavo a loro.
Li guardai entrambi esitando per un momento ‘credo in te fratello’, pensai, mentre posavo il frammento sul palmo di Athena. Il tempo di farlo che la voce di Ezio mi giunse alle orecchie prima ancora che potessi guardare la sua espressione nervosa e imbestialita “Voi ci avete affidato i Frammenti anni fa… il frammento viene a casa con noi!”
Athena lo guardò con furia “È vero. Ve li affidammo anni fa, quando eravamo certe della vostra lealtà… ma ora non è più così”
Tutto ciò era esattamente ciò che speravo che non accadesse, ma non fui abbastanza veloce a realizzare e pensare come mediare che le lame nascoste di mio fratello spuntarono veloci, nello stesso momento in cui Athena scattava in posizione di difesa.
Ezio era in posizione di combattimento e prima che potesse andare avanti e degenerare la situazione mi misi in mezzo a quella faida e alzai le mani. Immediatamente tolsi lo scudo che mi ero creata e sfruttai il potere del frammento per gridare nella loro teste.
Ezio non si scompose di molto, Athena si portò le mani alle orecchie facendo cadere il frammento, guardai Ezio ricambiare il mio sguardo e prendere il frammento da terra.
Si trattava pur sempre di mio fratello. Ezio infilò il frammento nello zaino, poi sibilò: ““Non venirmi a parlare di lealtà, Athena! Tu hai letto nella mia mente, ma anche io ho avuto accesso alla tua! Le Guerriere perseguono i loro obiettivi, e così gli Assassini!”
Mio fratello considerava concluso il discorso, infatti le girò le spalle e se ne andò senza aspettare nessuno. Mi sentivo pessima, ma non potevo mentire, la famiglia veniva prima di tutto.
“Come hai potuto Claudia mh? Come hai potuto? Mi fidevo di te!”
“Non fraintendermi Athena, non è una dichiarazione di guerra contro voi guerriere”
“E’ esattamente ciò che sembra, lo riferirò a Selene e… non garantisco che non ci saranno conseguenze…”
“Fidati di me, ti prego. Ci penserò io. Lo farò ragionare, lascia fare a me”

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