Moonlight's Creed (Original Series)

Episodio 1×07

Present Day #2017: Hamilton

Trecento anni erano passati da quella fredda notte a New York in cui tutto ciò che tanto pazientemente avevo desiderato mi era stato portato via in un alito di vento… Avevo dato il mio triste addio ad Haytham pronta per scivolare nel mio lungo sonno certa che non ci sarebbe stato lui ad attendermi…
Le Erinni con la loro forza avevano fatto del mio corpo fumo nero che trasportato in un luogo lontano, li dove avevo avuto vita, avevano vegliato sul mio sonno. Forse se il colpo inferto non sarebbe stato da parte delle Guerriere non mi avrebbe mai costretto a un tempo di ripresa così lungo… ma il fuoco di Marte seppur non era mortale per me era tremendamente doloroso… ancor più considerato il mio corpo ormai stanco e consumato dai secoli.
Quando mi risvegliai il piccolo Jacob Frye aveva solo undici anni e io dovevo riabituarmi a un mondo che nel mentre era cambiato e riniziando una lunga scalata all’interno dei Templari.
La mia scalata iniziò lenta, ma non troppo così da divenire dama della futura Regina Vittoria, segundo le orme della cara Eris ai tempi dell’Impero Galattico, e via via facendomi sempre più vicino alla sovrana fino a divenire un membro della corte quando finalmente riuscì ad entrare, prima come amante e poi moglie, nella Loggia Templare del tempo.
Fu un periodo lungo e di estenuanti ricerche dei frammenti fin quando ormai giunta al secondo dopo guerra, rinvigorita dalla forza datemi dai due conflitti mondiali, venni a scoprire per caso della Loggia di Hamilton e del suo Gran Mestro “immortale” Haytham Kenway.
Il mio cuore aveva ripreso improvvisamente a battere incredula del fatto che fosse riuscito li dove non speravo. Il mio suggerirgli uno degli ingressi alla realtà nascosta di Nanda Parbat nasceva dall’egoistico desiderio di donare al mio amato Re tutto il tempo necessario per aspettarmi e ricongiungermi a lui, ma non vi era certezza in tale desideri…
Nonostante il desiderio ardente di mostrarmi lui, sapevo che i tempi non erano maturi seppur a lui non sfuggì a volte la visita delle Erinni che ogni tanto scorgeva su un albero o nel cielo. Ma forse erano corvi comuni o no?
Loro mi tenevano aggiornata su di lui e lo proteggevano, affinché io potessi -seppur da lontano- essergli sempre vicino e aiutarlo. Lo avevo fatto per interi anni mettendolo sempre sulla strada giusta o propiziando la vittoria di una missione. Fu quando però il suo nuovo pupillo, Shay Cormack, ne iniziò una nei confronti della Guerriera che mi aveva costretto al mio lungo sonno, che tutto cambiò…
Haytham non poteva saperlo, ma il suo pupillo si stava lasciando influenzare, non era più affidabile e lo stava allontanando dal ritrovamento dei frammenti… Era ora di tornare da lui, di mostrarmi e riprendere li dove tutto era stato interrotto.
Finalmente ero forte, le guerre mondiali mi avevano donato un nuovo vigore, e il mio corpo ero rigenerato. Così forte e splendente rispetto a quando lui mi aveva conosciuto. Se all’epoca potevo apparirgli radiosa e magnetica, adesso tutto era diverso. La mia nuova linfa mi rendeva ammaliatrice e la mia eleganza sembrava maggiormente sottolineata.
Quando mi presentai alla Loggia Hamilton indossavo uno stretto tubino nero sbracciato che aderiva perfettamente al mio fisico magro e slanciato. Indossavo delle decolte con stiletto nere di vernice che davano sex appeal al mio outfit serio e chic, mentre un cappello di tesa larga di paglia bianca mi proteggeva dal sole come facevano gli occhiali da sole con la montatura di tartaruga.
Le labbra erano di un viola chiaro, così come le unghie lunghe e smaltate. Una porchette di Gucci tra le mani e un sorriso suadente rivolto all’uomo che mi venne incontro.
“Buongiorno. Informi il Gran Maestro Kenway che c’è una visita ad attenderlo” dissi senza troppi preamboli e dettando legge.
“Signorina?
“Eris”
“Eris e… cognome?
“Solo Eris” non aggiunsi altro e mentre guardavo il giovane allontanarsi mi guardai intorno.
I tempi erano cambiati, ormai le Logge non erano più nascoste come una volta o per lo meno solo pubblicamente. C’era ancora tutto un mondo sommerso, che io conoscevo bene e che per questo mi aveva permesso di giungere fino a lui e porre tale richiesta.
Mi tolsi gli occhiali da sole e gli occhi scuri, ma velati di una sfumatura viola, si guardarono intorno nella grande sala dal pavimento nero e bianco.
Amavo la maestosità che li vi era contenuta, la stessa che ormai il mondo aveva perso. Odiavo quei tempi. Quel presente. Dove Assassini e Guerriere erano divenuti invisibili ad occhio umano, dove i Templari avevano maggior potere, ma dove tutto era orribilmente volgare e approssimativo. Si era persa la bellezza e l’eleganza, seppur dovevo ammettere che il caos che regnava di quei tempi mi era favorevole… ora avevo io il coltello dalla parte del manico e con Haytham, questa volta, avremmo trionfato.

Il rumore attutito degli zoccoli di Etere sul sottobosco ricoperto di erba tenera e novella, e l’ondeggiare regolare del suo passo erano la miglior medicina per il mio animo.
I tiepidi raggi di sole che filtravano dai lussureggianti rami degli alberi che si intrecciavano a formare un tetto verde sopra la mia testa, davano vita ad uno spettacolo di luci e ombre che non smetteva di meravigliarmi nonostante l’eternità fosse ormai quasi da me palpabile.
Grazie alle indicazioni della mia amata Eris, tanto tempo prima, ero riuscito ad introdurmi nella base nascosta degli Assassini e rubare loro quanta acqua dalla Fonte della Giovinezza i miei collaboratori ed io potemmo trasportare, e ci eravamo attrezzati molto bene.
Poiché ne bastavano poche gocce ogni 50 anni per garantire l’arrestarsi del processo d’invecchiamento e rendere reversibile addirittura la morte, mi ero riservato la responsabilità di decidere tramite determinate liste chi nell’Ordine meritasse di allungare la propria vita e in quali casi venisse sottratto loro il privilegio. Come unico capriccio che mi concedevo nei secoli, era il serbare una sostanziosa fetta del prezioso liquido per i miei due cavalli, Etere e la giumenta Frisona rimasta da quel giorno senza un nome, limitandomi a riferirmi a lei come “bellezza” ed altri nomignoli affettuosi.
Il mio fido stallone era una delle poche gioie rimastemi, e nel corso di tutti quegli anni avevamo costruito un rapporto a dir poco unico, oltre che gran parte del sangue dei cavalli da corsa del mondo poiché mi ero ritrovato a collaborare verso la fine dell’800 con un allevatore italiano chiamato Federico Tesio, ad oggi ancora noto come il migliore di tutti i tempi.
La giumenta, invece, era un nastro che mi teneva allacciato a lei, serbava i miei ricordi e mi ascoltava quando ero preda dello sconforto.
Dopo Eris, avevo fatto l’errore di innamorarmi una seconda volta, e dopo che anche lei mi fu portata via non volli più intrattenere rapporti amichevoli di nessun tipo con altre donne. Inoltre, a causa delle menzogne ed indottrinamenti degli Assassini, si era allontanato da me anche il mio unico figlio, unico ricordo della mia amata Kaniehtí:io.
Avevo anche affidato a Thomas il comando dell’Ordine in Europa, dunque mi sentivo indubbiamente quasi completamente solo.
Uscii dalla macchia boscosa e, intravedendo alla fine dei prati lussureggianti la loggia, come d’abitudine spronai il mio destriero ad un galoppo sciolto, sollevandomi sull’inforcatura e dandogli redine, per far esplodere la sua potenza e godermi la sensazione di libertà e unione che quel momento mi regalava.
Quando giunsi alla mia scuderia, dissellai Etere e dopo una rapida spazzolata lo condussi nel suo recinto, situato di fianco a quello della Frisona e collocato direttamente sotto alla finestra dei miei alloggi, così da poterli sempre avere sotto agli occhi.
Prima che potessi rientrare, un mio sottoposto corse trafelato al mio cospetto.
«Gran Maestro Haytham, l’ho cercata da tutte le parti. Circa mezz’ora fa un’ospite ha chiesto di essere ricevuta e-…»
Sospirai, e prima che finisse o potesse dirmi chi mi attendesse, entrai nella loggia con lui che mi trotterellava dietro dandomi comunicazioni di poca importanza. Probabilmente era un appuntamento di cui mi ero dimenticato, ma poco importava. Non mi curai nemmeno di cambiarmi d’abito, anche perché ormai stivali e camicie dal gusto classico erano diventate il mio tratto distintivo. Sentivo spesso la mancanza della mia divisa del ‘700, ma in quell’epoca trovavo l’abbigliamento equestre classico un decente compromesso.
Spalancai la porta del mio ufficio mentre il sottoposto blaterava ancora scuse per aver fatto accomodare l’ospite nella stanza, ma nel momento in cui la vidi il tempo si fermò.
Non potevo credere ai miei occhi.
Mi richiusi la porta alle spalle, lasciando fuori il ragazzo senza tante cerimonie. Avevo occhi solo per la figura che si stagliava davanti ai miei occhi, mentre si voltava lentamente e riponeva nella borsa i grandi occhiali scuri.
Il cuore mi batteva dolorosamente nel petto, stretto in una morsa, mentre grosse lacrime si formavano nei miei occhi spalancati.
Era come ritrovarmi all’improvviso, di nuovo, in quella radura, quel giorno.
«Eris.» Mormorai, incapace di muovermi o contenere il fiume in piena delle mie emozioni.




Fu così forte l’emozione di poter a incontrare il suo sguardo scuro che un sorriso inebriato e fine mi si aprì sul viso, mentre muovendo grandi passi verso di lui abbandonavo la mia pochette sulla scrivania.
“Mio Re…” mormorai a voce bassa e roca, rotta dall’emozione. Così tanto lo avevo sognato, così tanto lo avevo agognato e adesso era lì di fronte a me in un modo che non mi lesinò di lasciarmi andare a quel modo di chiamarlo sempre presente nella mia mente.
Ad un passo da lui lo abbracciai non prima di toccare il suo viso, identico a come lo ricordavo, e poi avvicinando le mie labbra alle sue saggiare il sapore salato delle sue lacrime miste alle mie.
“Hai trovato il mio dono per te…” sussurrai appena la mia bocca si staccò dalla sua, ma senza l’intenzione di allontanarmi. Ero alta e quel tubino mi slanciava ancor di più rivelando la mia figura esile e snella.
Mi tenni vicino a lui, le mie braccia intorno al suo collo e il mio corpo unito a quello di lui.
“Non immagini quanto siano stati duri e tristi questi anni senza te, io che scivolata nel mio lungo sonno credevo che non ti avrei mai più rivisto…” da quella triste frase piena di una malinconia ormai lontana, perchè adesso sostituita da nuova gioia, sentì il dovere di raccontargli tutto.
Mi prese sotto braccio e mi portò a passeggiare nella meravigliosa Galleria dei Passi Perduti. Il palazzo della Loggia era stato costruito a metà del settecento e custodiva quella bellezza che a lui quanto me, tanto mancava. Fece uscire tutti da quel luogo di passaggio, così imperiale e maestoso dalla luce riflettente.
La Galleria, che collegava l’area privata degli alloggi con quella comune della Loggia, era uno degli ambienti più sorprendenti e spettacolari dell’intero complesso.
Anche le dimensioni della Galleria erano del tutto ragguardevoli con un’altezza al centro volta di circa 15 metri, una lunghezza di circa 80 metri ed una larghezza di 12 metri.
Una delle peculiarità della Galleria era lo splendore dei fasci di luce generati dalle 44 ampie finestrature e dai grandi 22 “occhi” (aperture ovali all’interno e rettangolari all’esterno) posti sulla volta che consentivano un gioco di luci e penombre tali da esaltare la varietà degli infiniti decori e delle due esedre, suggestionando inesorabilmente chi di lì vi passava.
Il pavimento a scacchiera nero e bianco accolse i nostri passi mentre io raccontavo lui a come ero stata costretta a dirgli addio dopo che la ferita infertami mi condannò ad un sonno lungo cento anni. Inconsapevole se lui sarebbe mai riuscito nell’impresa della fonte preferì salutarlo. Gli raccontai come il mio risveglio accadde nel 1858 e quanta fatica feci per recuperare il tempo perduto e la mia posizione all’interno dell’Ordine. Preferì evitare di raccontargli dei miei amanti e mariti, solo mezzi in quel lungo cammino che mi fecero però provare a caro prezzo sulla pelle una sensazione sconosciuta: il ribrezzo. Concedermi era stato facile quando non provavo nulla, ma Haytham mi aveva fatto provare l’amore, mi aveva legata a lui e ogni unione successiva la sentì come una vile violenza alla mia persona, che dovevo però accettare per non soccombere.
Continuai raccontandogli di come venni a sapere di lui quasi a metà novecento, ma anche come mi era impossibile avvicinarmi a lui, c’erano tanti elementi che me lo impedivano, tra cui le Guerriere. Se avessero saputo del mio ritorno, si sarebbero sguinzagliate alla ricerca dei Frutti dell’Eden per liberarsi una volta per tutte di me e non potevo permetterlo, non quando la lontananza da lui mi permetteva di aiutare l’Ordine… di aiutare lui. Pensai che a quella mia rivelazione tanti “aiuti” inaspettati ora prendevano un senso come la visione casuale di corvi, che dava per scontato non potessero essere le Erinni.
“Quando mi hai conosciuto ero una Regina spezzata dal tempo, dall’attesa e dalla fatica. Per questo per le Guerriere è stato così facile spezzarmi, ma il lungo sonno a cui sono stata costretta mi ha ritemprato…”
“… come ha fatto il caos di quest’epoca moderna…”
Mi fermai con quel pensiero in testa. Eravamo esattamente a metà della Galleria e io mi ero voltata verso di lui, prendendo le sue mani nelle mie. Necessitando il contatto con la sua essenza.
“Temevo tanto il tempo, avevo paura che ti dimenticassi di me… Che la lontananza cancellasse il mio ricordo, un’amnesia di un tempo perfetto mai avvenuto…” mi tremava la voce, ma non era debolezza era solo timore di un suo rifiuto.
“Ma se tu me lo permetterai, amor mio, io sono tornata da te e questa volta per rimanere al tuo fianco nelle vittorie e nelle avversità, per sempre…”

Riaverla al mio fianco, poter ascoltare la sua voce e le dolci parole che solo a me riservava, mi aveva elevato ad un sentimento che non provavo da secoli.
Mi sentivo leggero, anche se il mio cuore era stretto d’emozione, e non riuscivo a smettere di guardarla. Il mio sguardo non riusciva a saziarsi di lei, di ogni suo più piccolo gesto… e il suo profumo! Non era cambiato, dolce e rassicurante, mi circondava e agitava il mio animo di centinaia di emozioni diverse.
Quando ci fermammo, in mezzo al lungo e finemente decorato corridoio, stringerla di nuovo a me fu il definitivo culminare della mia esistenza.
«Come avrei mai potuto dimenticarti?» Sospirai, chiudendo gli occhi, mentre stropicciavo il viso sull’incavo del suo collo, così liscio e delicato come lo ricordavo.
Mi staccai lievemente, guardandola con occhi ricolmi nient’altro che d’amore e nostalgia, e la condussi silenziosamente fuori.
I due cavalli ci vennero incontro, e la vidi fremere quando riconobbe la giumenta, mentre la cavalla faceva altrettanto.
«Sta ancora aspettando il suo nome.» Dissi, sorridendo di una felicità travolgente. Quegli animali erano stati per me fino a quel momento l’unica gioia dell’esistere, ed essere finalmente tutti insieme mi rendeva l’uomo più felice del mondo.
Non ero ancora però completo, poiché avrei avuto bisogno di dirglielo, prima.
«Eris, mia amata, perdonami ma ho così tanto da dirti, che almeno per questo non voglio aspettare.» Le presi le mani minute fra le mie, tremanti dall’emozione. Non sapevo bene come iniziare il discorso, ma non ci girai troppo intorno perché avevo bisogno che lei lo sapesse, e avevo aspettato troppo.
«Ho amato una sola donna oltre a te, Kaniehtí:io, di un popolo forte e fiero. Mi è stata portata via, dopo che l’ho abbandonata perché avevo paura… paura di essere lacerato come era accaduto quel giorno lontano con colei che mi ha sempre completato. Ma ho finito con il perdere di nuovo tutto. Lei mi ha dato un figlio, Ratonhnhaké:ton o anche conosciuto come Connor, ma a causa degli Assassini e del loro lurido indottrinamento non ho potuto avere nemmeno lui.» Proseguii, ferito, mentre un mare di ricordi mi travolgeva. «Dovevo dirtelo, mia amata, perché senza Connor non posso essere completo. Ma anche per dirti… che nonostante tutto, non hi mai smesso di sperare, e di aspettarti.»
Trattenni le lacrime, che così poco sembravano a me avvezze, ma la accarezzai con sguardo ricolmo d’emozione.
«Sei tornata da me.» Sussurrai solo, con voce roca e rotta dalla commozione.

“Makhai” esclamai quando rividi la mia splendida giumenta che accarezzai come poco prima avevo fatto solo con il mio amato Haytham che si era dimostrato così felice del mio ritorno e che con i suoi modi da galantuomo mi aveva ricordato il suo calore e il suo amore.
“Lo spirito delle battaglie…” mormorai sul muso della giumenta mentre appoggiavo contro esso la mia fronte. Quello non era un semplice gesto, nemmeno un semplice nome, ma stavo investendola come mia figlia donandole quel potere… lo stesso che riservai ad Etere accarezzandone il muso e ricevendo dalla sua parte una carezza con lo stesso sul mio viso che mi fece sorridere.
Ero ancora avvolta da quella sensazione familiare dettata da me, Haytham e i nostri “figli” quando il suo racconto su Kaniehtí:io mi prese contropiede. Non ero brava ad accettare i tradimenti e tanto meno di essere soppiantata, dunque mantenni la mia posizione immobile dedicando le mie attenzioni ai cavalli, ma percependo il suo racconto. Altra stilettata. Ratonhnhaké:ton. Connor. Suo figlio.
Deglutì il vuoto e  mi sentì mancare il fiato come se Ares mi avesse nuovamente ferito con la sua freccia infuocata, motivo per cui mi scostai un po’ da lui, pronta a ragionare su come ribattere o a reagire, ma fu nuovamente la sua voce a dissipare ogni mia incertezza.
Non aveva mai smesso di amarmi. Inconsapevolmente mi aveva aspettato.
“Tornerò sempre da te…” soffiai infine finalmente tornando a guardarlo e senza più remore gettandomi tra le sue braccia.
Lo baciai e mi spinsi oltre lì dove era chiaro la necessità che di lui avevo e dunque senza aspettare oltre finimmo nelle sue stanze dove facemmo l’amore senza limiti nè pudore. Troppo tempo avevamo passato separati e la mancanza di lui era stata insopportabile e così lo presi e mi lasciai prendere cavalcando insieme tra dune di passione e singulti di piacere.
Rimanemmo a lungo stretti uno nell’altro, lui madido di sudore ed io piacevolmente accoccolata ad accarezzarne i muscoli ancora tesi. Avevamo bisogno di tempo per noi, ma anche di parlare e sapevo che non esisteva posto più sicuro per farlo.
Ancora nuda dunque mi misi a cavalcioni su di lui, il lenzuolo mi copriva a malapena e lui con la schiena contro lo schienale in legno del letto, era seduto e mi guardava ancora ebbro di piacere. Quanto me.
Un mio dito aveva disegnato il profilo delle sue labbra e adesso era sceso lungo il suo collo, fin sopra il dorso… sui suoi pettorali…
“Non sei il solo a sapere del mio ritorno…” esclamai improvvisamente mordendomi il labbro inferiore, avevo lo sguardo basso sulla sua pelle e solo allora lo alzai nel suo.
“Anche le Guerriere e sono decise più che mai a mettermi sottochiave una volta per tutte…” lo dissi con voce greve e lui sapeva il perchè. Un Frutto dell’Eden era in loro possesso, ma un altro lo avevano gli Assassini. Il terzo attualmente impossibile da tracciarne la posizione.
“Ho liberato Nemesi” proseguì inarrestabile. Lo conoscevo, era come me, in quei casi voleva tutte le informazioni precise e subito. Non c’era da perdere tempo.
“Lei è l’anima del Cristallo d’Argento in un certo senso, il giorno della mia… morte… Selene l’ha frammentata e so che per secoli la ricerca delle Gemme ha creato una caccia al tesoro infruttuosa per l’Ordine…” perchè si era conclusa con il totale dominio delle stesse da parte degli Assassini.
In quel momento lo sentì irrigidirsi e per questo feci scivolare le mie mani sulle sue braccia.
“Ascolta Haytham, ora sono di nuovo libere. Tutte e sei. Sparse chissà dove. L’Ordine può trovale e finalmente riottenere il Cristallo… Ma devo chiederti un favore…” e solo io sapevo quanto odiassi farlo.
Per questo inghiottì l’orgoglio e iniziai a giocare con i lunghi capelli che sciolti giacevano su una mia spalla.
“Recupera i Frutti dell’Eden, uno è nelle mani degli Assassini e potresti mandare Cormack ad occuparsene… dopotutto è quello più vicino no?” perchè mentirgli era ovvio che lo avevo tenuto d’occhio e sapevo della missione di quel Templare, lo stesso che a mio dire si stava lasciando influenzare da Ares. Quella sarebbe stata indubbiamente una prova di fiducia.
“L’altro si trova a Milano, nella collezione privata di un ricco conte annoiato…” e lo dissi con tutto il disgusto possibile, sapevo di questo per delle chiacchiere che mi erano giunte. Altrimenti sarebbe stato impossibile per me saperlo, come facevo se i Frutti erano invisibili ai miei occhi? E ancor peggio non li potevo prendere in mano?
“Farò il possibile per aiutarti, combattendo al tuo fianco…” sussurrai infine inclinandomi verso di lui solo per sentire nuovamente le mie labbra ricongiungersi con le sue e i miei seni nudi schiacciarsi contro il suo dorso scolpito.




Mi si strinse il cuore a vedere come la mia amata Eris soffrì dopo che le ebbi parlato di Kaniehtí:io e Ratonhnhaké:ton, ma era giusto che la donna della mia vita sapesse, e di come nonostante tutto non avessi mai smesso di vivere unicamente nella speranza di rivederla.
Facemmo l’amore quel giorno, fino alla mattina dopo, con passione ma tenerezza, gustando l’uno della presenza dell’altra come se non ci fossimo mai separati.
Quando si mise a cavalcioni su di me, entrambi ebbri d’amore, non potei non pensare che tutti quei secoli di dolorosa attesa erano valsi tutti i patimenti provati. Non smisi un secondo di accarezzarle il viso mentre mi parlava di ciò che era successo, delle Gemme ora sparse e dei Frutti.
«Recupera i Frutti dell’Eden, uno è nelle mani degli Assassini e potresti mandare Cormack ad occuparsene… dopotutto è quello più vicino no? L’altro si trova a Milano, nella collezione privata di un ricco conte annoiato…» Mi disse, mentre le sue labbra piene e rosee scandivano morbidamente ogni parola, ogni sillaba, con espressività perfetta.
Non mi era sfuggito il sott’inteso che aveva insinuato su Shay, che mio malgrado condividevo appieno, e dunque già un piano prese forma nella mia mente, mentre l’esaltazione di poter recuperare i Frutti si faceva nuovamente strada nelle diramazioni delle possibilità.
Dovevo distruggerli. Dovevo liberarla.
E non avrei permesso che mi venisse portata via di nuovo.
«Oggi stesso convocherò Cormack per affidargli la missione, mia adorata. Quanto al secondo frutto… Ti farà piacere sapere che il mio caro Thomas è a capo dell’Ordine in Europa, e anche l’Italia è sotto la sua giurisdizione. Lo contatterò il prima possibile, non ci deluderà.» Le risposi con un sorriso, mentre non riuscivo a saziare lo sguardo della vista del suo corpo sopra il mio, percependo finalmente il suo calore, la sua presenza che tanto mi era mancata.

Sapere di Thomas mi aveva fatto estremamente piacere, sapere che quel ragazzo che sempre era stato come un figlio per Haytham lui lo aveva tenuto con sé condividendo con lui i prodigi della fonte e questa mia felicità era ben visibile dal lieve sorriso che comparve sul mio volto quando Haytham disse il suo nome.
Presto ci saremmo dovuti sollevare e preparare, rivestire i nostri corpi nudi e tornare ai nostri affari e per quanto avrei voluto passare l’eternità in quel letto con lui, sapevo che quanto meno ora più nessuno ci avrebbe diviso… Avevamo tanto da fare, ma lo avremmo fatto insieme.
Tuttavia mi permisi di deliziarlo ancora un po’ con le mie attenzioni, i miei baci e le mie carezze prima che mal volentieri gli permisi di alzarsi per raggiungere il bagno in suite ove si sarebbe concesso una doccia per tornare fresco e reattivo all’azione.
Io dal canto mio rimasi ancora un po’ a letto ad inspirare il profumo del cuscino ove solo pochi attimi prima Haytham era appoggiato, con il lenzuolo che copriva poco e male il mio corpo nudo.
Chiusi gli occhi e improvvisamente mi senti piena come in millenni di vita non ero mai riuscita ad essere nonostante le numerose guerre, le numerose missioni e sofferenze. Avevo un luogo a cui tornare, un uomo che mi considerava sua e un cuore che lento stava imparando a battere.
Quando riaprì gli occhi le Erinni appollaiate sul davanzale mi guardavano fiere, mentre io avvolgendomi alla bene al meglio con il lenzuolo mi alzai appoggiando i piedi nudi contro il parquet caldo.
Feci pochissimi passi prima di sentirmi spintonare contro il muro, il pezzo di schiena nuda era schiacciato contro la parete e la lama fredda della lama celata minacciava il mio collo.
Ghignai guardando lo sguardo furente del mio assalitore.
“Come se potessi uccidermi…” lo beffeggia con un fil di voce, solo per sentirlo premere maggiormente la lama contro la mia pelle.
“Ma posso farti davvero male… Eris
Quanto disgusto c’era nella sua voce nel pronunciare il mio nome, mentre stringendosi maggiormente contro di me aumentava la sua presa.
“Quanto rancore Cormack…”
E mi biasimi? Credi che non abbia notato il tuo tenermi sott’occhio? Il tuo spiarmi? Il tuo mettermi i bastoni tra le ruote? Potrai avvelenare la mentre del Maestro, ma non la mia… non mi ammali… non c’è niente di te che possa farlo…
“Ma ci riesce Ares vero?” a quella mia domanda, che lo punse sul vivo, la sua lama premette così tanto che le prime gocce di sangue iniziarono a cadere dal mio collo, mentre io emettevo un piccolo mugugno di dolore.
“Ho sempre visto l’oscurità in te vacillare… sei più Assassino di quanto sei pronto ad ammettere… La luce ti seduce… tu hai paura di non diventare mai forte come Haytham Kenway! glielo sputai addosso ignorando il dolore, perché niente poteva zittire ciò che lui sapeva fosse vero, ma che con tanta fatica rinnegava da secoli ormai.
Haytham era riuscito li dove lui ancora stava combattendo. Rinnegare gli Assassini. Abbracciare l’Ordine e fare tutto ciò che era necessario… Lui che adesso più che mai, da quando aveva incrociato il suo destino con Ares stava vacillando dando adito a quel lato mai scomparso…
Io potevo leggere la sua anima, poteva nascondersi a tutti e mentire, perfino a se stesso, ma non a me… per questo aveva così paura, per questo non mi voleva intorno…
Tutto ciò lo aveva così colpito che in quel momento la sua presa era così forte che probabilmente la sua lama mi avrebbe staccato la testa se non fosse stato per l’arrivo provvidenziale di Haytham che uscito dal bagno mi staccò di dosso Shay, mentre io mi premevo il collo dolorante.
Vidi Haytham venirmi incontro preoccupato, ma lo rassicurai. Non mi avrebbe perso. Non di nuovo. Gli posai una mano sulla guancia e gli chiesi di darmi tempo per riprendermi e rigenerami. Nemmeno a dirlo e pochi secondi dopo rimasi sola nella sua stanza in compagnia delle Erinni, mentre Haytham raggiungeva la Sala dei Passi Perduti deciso più che mai ad affrontare il suo adepto: Shay Cormack.

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