Moonlight's Creed (Original Series)

Episodio 1×06

Flashback #1191: Acri

Al Mualim era morto e dirlo ad alta voce ancora mi faceva uno strano effetto ancor più se consideravo che nonostante la mia azione giusta ed inevitabile ero considerato ora al pari di un traditore. Nessuno lo diceva a voce alta, lo diceva con coscienza, ma era chiaro che questo era tutto e solamente ciò che in me i miei compagni vedevano: colui che aveva ucciso il Mentore. Sì ma che uomo era? Un uomo a cui io in primis dovevo tutto e che nonostante questo si era lasciato corrompere da uno dei poteri più grandi che avessi mai visto in vita mia e adesso che quel pericolo lo avevo nascosto e che gli Assassini erano tornati liberi, mi ero dovuto comunque allontanare iniziando un viaggio nel mezzo di una Crociata ancora in atto e senza mai perdere di vista la mia missione: combattere i Templari. Una piaga dalla quale sembrava impossibile liberarsi…
Da una parte avevo preferito andar via, allontanarmi, mi ero sempre sentito a mio agio nella solitudine e mentre coordinavo l’attacco al porto di Acri fui lieto di sentire l’adrenalina dello scontro darmi forza ed energia. Molti Assassini mi erano rimasti fedeli in quella terra che avevo promesso proteggere e con Malik al mio fianco fu facile riuscire a scoprire i piani di Armand Bouchart, nuovo Gran Maestro dei Templari.
“A che punto siamo?” chiesi avvicinandomi al mio braccio destro che stava dando gli ordini agli ultimi Assassini assicurandosi che tutti ricordassero i loro posti.
“Sono tutti pronti ad entrare in azione, ma tu sei sicuro del piano?”
Malik me lo chiese con risolutezza, mentre voltandosi completamente verso di me nella penombra di quel piccolo capanno di legno nel porto mi guardava serio e preoccupato. Eravamo in minoranza, lo sapevo.
“Non possiamo fare altrimenti, i Templari si stanno preparando a raggiungere Cipro e se la raggiungono non riusciremo mai a fermarli…” mormorai risoluto. Da quando avevo scoperto che avevano acquistato l’isola per pochi denari e che ne avevano fatto la loro roccaforte, capì che considerando in quanti pochi eravamo rimasti dopo la scissione le possibilità di successo erano ai minimi storici e se avevano un’occasione dovevamo coglierla.
“Qualsiasi cosa accada lascia a me il braccio destro di Bouchart è l’unico che può portarci a lui!” perchè era lui che aveva capitanato la messa in sicurezza del posto e dai nostri sopralluoghi aveva fatto un ottimo lavoro.
Malik mi porse una mano e io non ci pensai due volte a prenderla, le nostre mani a stringersi i polsi e lo sguardo di chi sapeva che con quella missione ci stavamo giocando tutto.
“حظا سعيدا”
“حظا سعيدا لك أخي”

Fosse stato per me, non avrei voluto aver niente a che fare con quella questione, con il conflitto in atto, l’ennesimo, avrei semplicemente continuato a guardare le crociate con uno sdegnoso distacco, tenendomene alla larga, lasciando che si distruggessero tra loro, se così era loro volere. Solo la distruzione che si portavano dietro macchiava il mio distacco con una rabbia che mi scorreva nelle vene come la corrente impetuosa di un torrente, quella mi era particolarmente difficile da ignorare, quella mancanza di rispetto per ciò che di bello c’era a quel mondo giovane ed ancora grezzo, almeno dal mio punto di vista — stringevo i denti, serravo i pugni e non davo a vedere quanto quella devastazione mi ferisse nel profondo, nascondevo tutto dietro l’azzurro limpido e freddo delle iridi, mascherandolo con un’espressione che non permetteva alle mie emozioni reali di lasciare tracce sul mio viso.
Stavo aiutando, se così si poteva dire, i Templari per un unico motivo, non certo perchè avessi intenzione di schierarmi dalla loro parte, ma perchè avevano qualcosa che dovevo recuperare a tutti i costi, qualcosa che apparteneva a me e al resto delle Guerriere, ovvero il Cristallo di Selene. Sarebbe potuto essere estremamente pericoloso, in mani indegne e, per quanto avevo potuto vedere durante il tempo trascorso sulla Terra, gli umani parevano avere una capacità innata per distruggere lo stesso pianeta sul quale vivevano. Quello, più di tutto, non concepivo. La vedevo come la più grave mancanza di rispetto che ci potesse essere. Quello che provavo nei loro confronti, tuttavia, non aveva importanza, non per il compito che dovevo svolgere, quindi lo misi da parte come ogni volta, lo nascosi nei recessi del mio cuore.

( . . . ) Gli assassini arrivarono sotto la luce rossastra dell’alba, creando una scena che sarebbe potuta essere oggetto di una raffigurazione, ma non persi troppo tempo a perdermi nella poeticità del momento, soffermandomi appena, giusto il tempo di un mezzo respiro. Non degnai della minima attenzione gli altri, puntai dritto verso l’assassino che avevo già incontrato sul mio cammino, qualche tempo prima e che, più volte, mi aveva ostacolata, rendendo la mia missione più complicata di quanto già fosse. Mi lasciai trascinare dalla frustrazione che covavo dentro, lanciandomi nello scontro.
« Assassino. » glielo sibilai contro, pronunciando quella parola come un’accusa, anzichè un semplice appellativo.
« Uccidendo Roberto mi hai rovinato. »
Diedi una giustificazione a quello slancio improvviso, subito dopo, mentre andavo ad attaccarlo con una lunga daga. Una recita convincente, senza dubbio, anche se un fondo di verità c’era; non ero decisamente contenta di trovarmelo sempre trai piedi.

Era davvero una donna ciò che mi trovavo di fronte? Per un attimo fermo nella mia posizione di attacco mi bloccai perchè nonostante il suo viso non mi era nuovo, sapevo che aveva preso il posto lasciato libero da Roberto di Sable una volta ucciso, mai mi sarei aspettato che tanto abile potesse essere da mettere in atto -in quei mesi- strategie tanto accorte ed elaborate, al punto che più di una volta noi Assassini ci eravamo trovati in difficoltà.
“Ti ho vista al funerale di Majd Addin…” esclamai con tono atono di chi non era lì per fare conversazione e stava semplicemente affermando un fatto, azione dopo la quale non persi tempo ed ingaggiai un vero e proprio combattimento con lei senza esclusione di colpi.
La spada era decisamente la mia arma e nonostante lei avesse uno stile pulito ed elegante questo non l’avrebbe salvata dal vincermi, certo sapeva destreggiarsi benissimo -come in una danza- a schivare i miei colpi, ma fino a quel momento non ne aveva messo a segno uno.
“Roberto ti ha insegnato bene امرأة, ma questo non ti basterà…”
Così dicendo l’ennesimo colpo andò a segno e come previsto bloccai il suo colpo di spada riuscendo a fare una resistenza tale per cui, facendole lo sgambetto, ricadde all’indietro sul molo, mentre anche la sua spada finiva nella mia mano prima che la gettassi via. Fu allora che osservandola dall’alto le puntai la lama alla gola invitandola ad arrendersi e poter così accogliere la sua morte con onore, ma quella non pareva sentirsi sconfitta e sganciando la catena che aveva legata alla vita mi intrappolò le caviglie facendomi cadere a terra e disarmandomi.
Non avevo ben capito come le sue catene, divenute inspiegabilmente luminose, avessero potuto riuscire in un azione del genere -non avendo spazio di azione per muoverle- ma questo accadde e mi lasciò scoperto.
Ero un uomo concreto e ciò che stava accadendo era per me così inspiegabile per una frazione di secondo riuscì a farmi vacillare, ma prima che usasse di nuovo quella diavoleria su di me già ero rotolato su un fianco e con un colpo di reni mi ero tirato in piedi. Dovetti faticare parecchio per sfuggire ai suoi colpi di frusta, ma il risultato fu che abilmente riuscì a prenderla alle spalle e immobilizzandola puntarle la mia lama celata al collo.
“Ora tu mi porterai da Bouchart…” le sussurrai all’orecchio e quella non era una richiesta se non un ordine, ancor più considerando come l’attacco di Malik aveva avuto i suoi frutti e il porto era caduto di nuovo sotto il controllo degli Assassini…

Prima ancora di iniziare quella missione mi ero promessa non avrei fatto uso delle mie abilità al cospetto di alcun mortale, non mostrando mai il mio vero potenziale, a meno che non fosse stato strettamente necessario. Mai una volta mi ero trovata a doverne fare uso, prima, ma non avevo davanti un avversario qualsiasi, quel giorno.
Con la spada non vi era alcun dubbio su chi fosse il più forte tra noi due, dunque mi fu presto chiaro che non avrei mai potuto batterlo ad armi pari, ma piuttosto che arrendermi a lui, abbassare il capo e gettare l’arma a terra.. usai le catene che per precauzione — e gesto affettivo — portavo sempre alla vita, opportunamente nascoste, ma sempre a portata di mano. Provai un lampo di sollievo e soddisfazione, nel vederle brillare nuovamente tra le dita, per poi sferzare l’aria e trovare il loro bersaglio con la solita facilità, senza che io dovessi mirare, ma non durò molto, sebbene per qualche attimo avessi pensato seriamente di poter prevalere; mi trovai bloccata tra il suo petto e la sua lama. Ci pensai, ma non trovai alcuna via di uscita, alcun modo in cui mi sarei potuta liberare e, poco a poco, smisi di fare resistenza, anche se non mi rilassai mai del tutto. Mi chiusi nel silenzio, quindi, stringendo i denti contro l’impulso di costringerlo a togliermi il coltello dalla gola in qualche modo e presi a condurlo esattamente dove mi aveva chiesto, da Bouchart, per il quale ovviamente non provavo simpatia, nè lealtà, ma era la pista più valida per il Cristallo e adesso era probabilmente andata in fumo, tutto per colpa dell’uomo alle mie spalle. Non prima, però, di avergli esposto una condizione fondamentale;
« Arrivi tardi Ibn-La’Ahad, i Templari sono già salpati… »
( . . . ) Attraversai a testa alta l’accampamento, senza distogliere neppure una sola volta lo sguardo da quelli degli uomini che incrociavano il mio, con Altair alle mie spalle, distante appena qualche passo. Erano inferiori e stupidi, per la maggior parte, mi ripetei, poco mi importava ciò che pensavano di me. Non mi insospettì il loro atteggiamento, dal momento che nessun uomo mi aveva mai tenuta in alta considerazione nè su quel Pianeta nè su Venere una vita fa.
Fu una volta sola nella tenda con Altair e il suo braccio destro che decisi di presentarmi.
« Aphrodite… »
« Cosa? »
« Mi chiamo Aphrodite. Se devi parlare di me preferisco che usi il mio nome piuttosto che امرأة »

La stavo ancora osservando incredulo e non tanto per come aveva attirato la mia attenzione in modo beffardo e canzonatorio, ma anche come pareva del tutto priva di paura. Aveva guidato l’attacco sicura di aiutare Bouchart per poi scoprire che l’aveva usata, tradita e abbandonata per poter guadagnare un vantaggio e nonostante questo ancora se ne stava lì fiera ad affrontarmi a capo alto. Ne ero profondamente colpito e ammirato e questo non mancò di essere notato da Malik che prendendomi per un braccio mi fece voltare di nuovo verso di lui e allontanandosi un poco da dove lei era seduta con le catene ai polsi, abbassò il tono di voce.
“Conosco quello sguardo. Non starai provando ammirazione?”
“Devi riconoscere che ha carattere…”
“No è solo una gran orgogliosa… come te”
Sorrisi quel poco che mi contraddistingueva tanto che era difficile capire che la linea dritta della mia bocca aveva subito una leggera incurvatura all’insù.
“Detto questo caro Malik ti lascio a capo della Cofraternita qui ad Acri, io partirò”
“Non dirai sul serio Altair. Vuoi davvero inseguire i Templari da solo?”
“Non ho mai detto che lo sarò” risposi sardonico e così fu perchè il giorno dopo mi ero già imbarcato, con Aphrodite come mio ostaggio, per una barca diretta a Cipro. Ci avrebbe accompagnato un commerciante amico di Malik già in partenza sulla stessa rotta. Inutile dire che il mio caro amico non aveva trovata saggia la mia decisione, ma conoscendomi sapeva anche che era impossibile farmi cambiare idea.
Non potevo permettere a Bouchart di farla franca, non adesso che potevo distruggerli quando erano ancora deboli dopo la caduta in Siria e prima che potessero attaccare in forze la Confraternita.
Oltretutto un confratello mi aveva indicato di cercare un possibile alleato, chiamato Alessandro, una volta sbarcato sull’isola.
Il viaggio si preannunciava lungo e avevo solo un giorno di svantaggio sui Templari, nulla di irrecuperabile. Stavo pensando a questo quando sul ponte avevo notato Aphrodite, era sera tardi e lei osservava il mare con quel distacco nello sguardo che teneva nei confronti di tutto e tutti.
Faticavo a credere che fosse una Templare, che combattesse davvero perchè fervente dei loro ideali, ma a quel punto perchè si ostinava ad essermi ostile? A proteggerli?
L’avvicinai porgendole un tozzo di pane e un po’ d’acqua, non era certo mia intenzione tenerla legata per tutto il viaggio e nemmeno debilitata, non ne avevo motivo oltre al fatto che in pieno mare non poteva scappare da nessuna parte.
“Aphrodite mh?” chiesi improvvisamente notando che un nome del genere non aveva assolutamente nulla di arabo, oltre al fatto che suonava esotico e lontano.
“Nessun cognome?” era lecito chiederglielo visto che lei aveva mostrato palesamene di conoscere il mio.

Per poco non lo sentii arrivare, alle mie spalle, coperto dal rumore delle onde contro lo scafo e dalla mia stessa distrazione, ma perlomeno ebbi la prontezza di non sussultare, nel voltarmi piuttosto bruscamente verso di lui, l’uomo che oltre ad avermi sconfitta mi aveva fatta prigioniera nella sua nave. Non lo avrei ammesso ad alta voce, eppure trovarmi circondata da tutta quell’acqua mi rendeva irrequieta e faticavo ad abituarmi al costante ondeggiare sotto i miei piedi, oltre che ad addormentarmi. Mi sentivo ancora più in trappola del normale, anche date le circostanze e non vedevo l’ora di toccare nuovamente terra, sebbene non sapessi con certezza cosa mi avrebbe aspettato, a quel punto. Tutto era meglio di quella distesa infinita della quale non vedevo alcuna fine, nemmeno il minimo affiorare di terra all’orizzonte. Letteralmente qualsiasi cosa. Speravo, almeno, non mancasse troppo alla meta, così mi sarebbe stata risparmiata quella tortura il più presto possibile.
« Solo Aphrodite. » risposi, senza alcuna particolare inflessione, sempre dandogli le spalle e mantenendo le braccia appoggiate al parapetto dell’imbarcazione, mostrando una disinvoltura che non provavo realmente. Mi raddrizzai poco dopo, ad ogni modo, voltandomi a guardarlo senza un briciolo di timore nello sguardo, con fierezza e un fondo di fredda mal sopportazione. Mi si poteva biasimare se non gradivo particolarmente essere diventata una specie di prigioniera di guerra? Non credevo affatto.
« Cosa speri di ottenere portandomi con te? Se sono informazioni sui templari, che vai cercando, non le avrai da me, stanne pur certo »
Avrei voluto mostrarmi più ostile di così, non tanto arrendevole di fronte alla sua offerta di cibo ed acqua, ma non potei fare a meno di allungare almeno la mano verso il bicchiere e berne il contenuto con la rapidità tipica di una persona assetata. Un’eccessiva ostilità, dopotutto, non mi avrebbe aiutato, in quel frangente.
Lo osservai in silenzio, mio malgrado incuriosita dalla sua figura; in altre circostanze avrei potuto ammirare il modo che aveva di muoversi, o semplicemente di occupare lo spazio stando perfettamente immobile, la linea dritta della sua postura, gli occhi che sembravano giovani quanto il suo viso, ma non del tutto, come se fosse stato costretto a crescere troppo in fretta, tuttavia mi stava facendo perdere tempo prezioso ed ero meno incline del solito ad indugiare in simili considerazioni. Però aveva un che di magnetico, quello dovevo ammetterlo, mi era difficile distogliere lo sguardo da lui.

C’era una strana vibrazione in quella donna, quasi come se non fosse di quell’epoca o di quella realtà. Era un pensiero strano e lontano dal mio modo di pensare e vedere il mondo sempre con estrema concretezza razionalità eppure c’era qualcosa che mi attraeva verso la sua figura orgogliosa, quanto che mi respingeva indietro quasi l’istinto volesse mettermi in guardia.
“Ho già capito che non è tua intenzione aiutarmi, anche se non ho capito perchè…” le feci notare con voce ferma e calda, mentre poggiandomi al parapetto di legno dell’imbarcazione con la schiena spezzavo il mio tozzo di pane portandomene un pezzo alla bocca. Lo sguardo alto al cielo che adoravo vedere così illuminato dalle stelle e dalla luna.
“E’ chiaro come la luce del giorno che tu non sei una Templare, che tanto meno desideri proteggere Bouchart… hai un obbiettivo, anche se non ho ancora compreso quale sia…” anche se ci stavo lavorando e glielo feci capire lanciandole uno sguardo fugace accompagnato perfino da un mezzo ghigno.
“Perchè ti porto con me? Mah, chissà, forse perchè voglio scoprire cosa nascondi o forse ancora perchè ho un piano…” in ogni caso non le avrei mai raccontato quale delle due fosse. Preferivo mantenere un alone di mistero, ancor più se si considerava che durante il viaggio qualcosa poteva cambiare. Magari mi ero imbarcato con una prigioniera e magari sarei sbarcato con un’alleata. Chi poteva dirlo?
“Aphrodite…” ripetei pensieroso dopo aver finito di masticare il mio pezzo di pane, assai perso con lo sguardo tra le stelle.
“Non ho mai sentito un nome del genere…” era così lontano che quasi appariva inafferrabile.
“Qualcosa mi dice che sei molto lontana da casa…” conclusi tornando a guardarla e notando un ombra nel suo sguardo, uno che conoscevo molto bene. Era malinconia di chi era costretto ad abbandonare il luogo che gli aveva dato i natali…

Non potei farne a meno, la curiosità e quello scampolo di fascinazione che, mio malgrado, mi stava facendo provare, vinsero sulla freddezza che avevo cercato di imporre alle mie fattezze fino a quel momento; piegai appena la testa di lato, nell’osservarlo, ed inarcai appena le sopracciglia. Era diverso dagli esseri umani che avevo incrociato sul mio cammino prima di lui, e non era soltanto il suo essere chiaramente un guerriero da molto tempo a distinguerlo, era quel fondo greve nell’espressione, quel controllo che pareva esercitare in modo impeccabile su se stesso, con una disciplina ferrea, mancante in molti dei piccoli umani — ai miei occhi erano tutti così giovani da dividermi tra il divertimento e la pietà — che avevo visto in quei mesi di fittizia alleanza con i Templari. E ancora, era la considerazione che stava mostrando nei miei confronti, il fatto che si trovasse lì, disposto a parlarmi, a cercare una sorta di dialogo, benchè me ne sfuggisse il motivo. Altair Ibn-La’Ahad, il primo essere umano che mi avesse veramente sorpreso, se ne stava placidamente vicino a me, a trattarmi più come sua pari che come prigioniera.
« Non ti sbagli, assassino. » fui breve, scarna nella mia ammissione, vaga nel confermare le sue deduzioni sul mio conto, ma l’appellativo che avevo usato non portava più il morso feroce usato durante lo scontro e i miei occhi brillarono per un attimo, nel cercare i suoi. Piacevole sorpresa, riconoscimento del suo intelletto.
Ero quasi pronta a divergere lo sguardo altrove, a perdermi nuovamente tra i meandri della mia mente, quando dalle sue labbra uscì una frase che ebbe il potere di lasciarmi la sensazione di essere scoperta, vulnerabile, troppo aperta a quel suo sguardo acuto.
-Qualcosa mi dice che sei molto lontana da casa…-
Fui tentata di non rispondergli, di chiudermi nuovamente nel silenzio assorto nel quale mi aveva trovata, ma presi un respiro un poco più pronunciato rispetto agli altri e volsi gli occhi alle stelle, le quali non mi furono di alcun conforto, distanti e morte da tempo, anche se belle alla vista, libere di brillare liberamente.
« Più di quanto tu possa anche solo immaginare di comprendere. » mormorai distante, andando istintivamente a toccare il pendente che portavo al collo, formato da una catena semplice e sottile ed un frammento di roccia di basalto, liscio e levigato.
« La mia casa è perduta, ormai. Non desidero parlarne. » riportai l’attenzione su Altair, chiudendo in fretta la breccia che  aveva aperto, cercando di ritrarmi in un muro di distacco.

Non avevo dato peso al suo sguardo perso tra le stelle era un gesto così comune, dettato dalla malinconia nel ripensare alla sua casa lontana. Mai avrei potuto immaginare che il suo non era un gesto verso l’infinito, ma nel punto esatto in cui la sua casa era, ancora galleggiante tra le stelle, ma ormai ridotto a un pianeta privo di vita.
Era così persa e distante che nemmeno si accorse, nel mio silenzio più totale, che l’avevo raggiunta alle spalle abbassandomi solo un poco per poterle sussurrare qualcosa all’orecchio.
“لا تستسلم. هل خطر على القيام بذلك قبل ساعة من معجزة”
Non arrenderti. Rischieresti di farlo un’ora prima del miracolo
Solo allora la vidi voltarsi e guardarmi e io senza aggiungere altro le sorrisi appena e con le mani dietro la schiena mi ritirai nella mia cabina, il viaggio verso Cipro era ancora molto lungo.

A soli due giorni dall’isola di Cipro, acquistata dai Templari di Re Riccardo, stavo pianificando le mie azioni. Sapevo che dovevo cercare a Limassol, l’uomo che mi era stato detto essere a capo della resistenza cipriota contro i templari. Grazie a tale appoggio avrei iniziato le mie indagini nei confronto di Bouchart e una volta ottenute tutte le informazioni del caso avrei creato una strategia per poter accerchiare lui e i suoi uomini e finalmente distruggerlo.
Fu però mentre stavo riesaminando alcune delle carte che mi ero portato, relative a tutto ciò che finora avevamo raccolto contro Bouchart e la sua missione, che il tempo di dare le spalle al piccolo tavolo di legno che nella mia cabina avevo trasformato in scrivania da lavoro, che una volta tornato a voltarmi con il bicchiere d’acqua ormai pieno nella mano, che la vidi. Aphrodite era entrata senza che io la sentissi, una cosa che mi stupì moltissimo, e stringeva tra le mani uno dei fogli con sguardo allarmato.
Potevo strapparglielo e impedire che leggesse che informazioni avevamo, ma chiamatemi sciocco o imprudente, ma rimasi fermo. Curioso di scoprire se dalla sua reazione finalmente avrei scoperto di più su quella donna misteriosa.
“Quindi è vero? Bouchart ha il Cristallo?” il tono con cui lo chiese era preoccupato, agitato e nervoso più di quanto ero in grado di comprendere. Noi Assassini avevamo capito che si trattava di un manufatto dal potere simile alla Mela dell’Eden, e per questo da recuperare, ma forse non ne conoscevamo fino in fondo le sue proprietà come sembrava invece fare Aphrodite.
Solo allora decisi di poggiare il bicchiere da dove l’avevo preso, abbandonando il proposito di bere e raggiungendola dall’altra parte del tavolo, con le mani ben piantate sullo stesso, sporgendomi verso di lei.
“E tu cosa sai di questo Cristallo?” domanda lecita considerando la concitazione con la quale mi aveva posto la domanda.
“Perchè la risposta è sì. Bouchart lo ha e sta facendo tutto questo teatrino per tenerci occupati ed ostacolarci, per arrivare in Inghilterra prima che riusciamo a fermarlo. Si dice che con questo oggetto Re Riccardo potrebbe mettere fine una volta per tutte alle crociate, ma è il come che ci preoccupa…”



Non c’era stato un solo momento, a bordo di quella nave, durante il quale mi ero mossa con la cautela e il timore di una prigioniera, a testa china, mostrando anche solo un briciolo di sottomissione. Nemmeno un singolo istante. Avevo sempre tenuto la postura dritta, quasi austera e regale, ed avevo riservato sguardi di sufficienza la maggior parte del tempo, a tutti coloro che avevo ritenuto indegni della mia attenzione — ovvero ogni singolo mortale presente, con l’unica eccezione di Altair, sorprendentemente. Lui, che avrei dovuto disprezzare con maggiore intensità e che continuava ad attirare la mia attenzione, più di quanto avrei voluto ammettere anche solo a me stessa.
Non mi interessava affatto cosa ne potessero pensare gli altri, quali tensioni il mio atteggiamento avrebbe potuto sollevare tra l’equipaggio, quello era un problema che relegavo volentieri a colui che li stava guidando in quella missione, il quale oltretutto non si era mai prodigato a trattarmi come una come prigioniera; non mi aveva limitato i movimenti, nè mi aveva chiuso gli arti in dei ceppi. Forse aveva intuito quanto mi avrebbe oltraggiata, o forse semplicemente era troppo tenero per riservare un trattamento simile ad una donna — speravo fosse la prima, dal momento che ero stanca di essere sottovalutata per le mie fattezze delicate e il volto angelico.
Naturalmente, nonostante mi trovassi a bordo contro la mia volontà, sfruttai la situazione come meglio potevo, cercando di cogliere quante più informazioni possibili, raccogliendo stralci di conversazioni dalle cabine, in cerca di qualsiasi indizio che avrebbe potuto condurmi al Cristallo e, finalmente, quella sera venni ripagata dei miei sforzi; mi introdussi, non vista, all’interno della cabina di Altair e trovai un documento, in particolare, che confermò i miei timori. Il cristallo si trovava nelle mani di Bouchart, a quanto pareva, e tale consapevolezza era tutto meno che rassicurante. Senza pensare, lasciai scivolare a terra il foglio e mossi qualche passo in avanti, afferrando gli avambracci dell’assassino con urgenza.
« Bouchart deve essere fermato a tutti i costi, allora. Prima che possa giungere alla sua destinazione, perchè se accadrà ciò che dici.. » la mia voce tremò appena, di rabbia e d’orrore « non ci sarà pari alla distruzione che verrà scatenata su questo mondo. »
Normalmente sarei stata restia a condividere con lui informazioni simili, tuttavia avevo la necessità che capisse quanto fosse grave la situazione, quanto quella non fosse semplicemente una caccia al tesoro, una gara a chi arrivava prima e che fosse molto più grande di qualsiasi fazione.
« Il cristallo non è un oggetto comune, non appartiene alla terra. Contiene un potere inimmaginabile, che non può e non deve essere maneggiato da esseri ignobili e distruttivi. Bouchart, questo Riccardo di cui parli.. diventeranno succubi di esso, se dovessero usarlo. E lo useranno.. da quello che ho visto da quando sono arrivata.. lo useranno e distruggeranno la bellezza di questo posto, pezzo dopo pezzo. »
Una lacrima scese lungo la mia guancia, ma non me ne curai, continuai a guardarlo dritto negli occhi.

Il suo impeto mi colpì violentemente in pieno petto lasciandomi per un attimo barcollare, anche se preferì dare colpa al moto ondoso del mare per quel cedimento. La verità era che l’avevo conosciuta in quel breve tempo come un blocco di marmo impossibile da scalfire, e non troppo diversa dal sottoscritto, mentre adesso emanava un calore e una fragilità che per un attimo mi confuse.
Certo poteva essere un suo tiro meschino, una giocata strategica per rubarmi informazioni, ma quando le misi un dito sotto il mento e glielo alzai per tuffarmi nel suo sguardo improvvisamente non ebbi più dubbi. Era sincera.
Sospirai dunque deciso a non muovere un passo indietro da quella posizione e a non staccare il mio sguardo scuro dal suo. Non temevo nel sostenerlo e nemmeno nel perdermici dentro anche se era un labirinto che lentamente mi stava facendo perdere il senno.
“Dalle tue parole evinco che si tratti di un manufatto ben più pericoloso di quello che abbiamo osato immaginare” esclamai grave prima di asciugare la lacrima che le era sfuggita, ma non venendo meno dal analizzare ciò che mi aveva detto.
“Non appartiene alla Terra” quella frase continuava a bombardarmi in testa pericolosa, non ero sicuro di capire cosa intendesse, non ne avevo le facoltà, ma stranamente per un secondo piccolissimo pensai che nemmeno lei appartenesse a quel mondo.
“Aphrodite” esclamai il suo nome lento e pronunciandolo con quel forte accento arabo che lo riusciva a rendere più suadente e caldo “Combatti con me. Non c’è motivo che stiamo uno contro l’altro e tu hai già dato prova di valere più di mille uomini messi insieme. Aiutami a recuperare il Cristallo e metterlo al sicuro… Tempo fa ho già recuperato un manufatto antico e dalle proprietà inspiegabili e l’unica cosa che ho fatto è stato poi nasconderlo per assicurarmi che nessuno avrebbe mai potuto metterci più mano…” lo dissi con tanta rabbia e frustrazione.
Quell’oggetto maledetto aveva avvelenato la mente del mio Mentore, lo aveva reso diverso dal padre che per anni avevo servito e onorato, fino a costringermi ad ucciderlo a fronte del suo senno perduto.
La vicinanza tra noi in quel momento era tanta. Troppa. Non ero solito prendermi certe confidenze. Tanto meno con prigionieri e anche con le donne, di cui avevo imparato trucchi e stratagemmi sempre ben celati dalla loro innata capacità a sedurre. E poi adesso più che mai, ora che c’era una donna nella mia vita che avevo promesso di sposare e amavo. O per lo meno era ciò di cui ero certo fino all’istante in cui Aphrodite non si era messa sulla mia strada…
C’era qualcosa in lei che mi rendeva maledettamente debole, incapace di stare sulle mie posizioni e trattarla come avrebbe meritato al pari di un prigioniero o male che vada possibile alleato e non era per il suo essere donna. Era altro. Era molto più di quello, ma io non sapevo spiegarlo nè tanto meno capirlo… Come non capì il mio gesto avventato di baciarla, forse nel folle tentativo di dar atto a quel capriccio per poi metterlo di loro… peccato che di capriccio non si trattava…

Il bacio mi tolse il fiato per un attimo — una porzione infinetisimale di esso, in realtà — in una maniera del tutto umana e vulnerabile, tipica delle persone che vengono colte di sorpresa delle azioni altrui. L’istante successivo curvai le labbra in un sorriso, soddisfatta e consapevole; avevo percepito la netta sensazione che Altair fosse diverso, temprato con il rigore dell’acciaio, dai principi inamovibili, ma non avevo ritenuto possibile avrebbe potuto resistermi per sempre, avevo conservato la convinzione si sarebbe arreso, presto o tardi, lasciando vincere l’istinto che faceva gran mostra di tener sotto controllo, spezzando la catena che si era stretto addosso con le sue stesse mani. Assaporai la libertà sulle sue labbra, finalmente, e mi resi conto, un po’ all’improvviso, un po’ come se lo avessi saputo fin dal principio, dell’intensità con la quale avevo aspettato quel momento, quella rivelazione concreta dei suoi desideri — i quali erano anche i miei. Aveva le labbra morbide, sebbene appena secche, e fu difficile per me smettere di ricambiare il bacio anche solo per un secondo; mi spostai, ma tenni le mani allacciate al suo collo, come ad impedirgli di prendere le distanze da ciò che era successo ed ammirai, con le palpebre abbassate, il contrasto creato dalla mia pelle candida contro la sua, ambrata, del colore dello zucchero bruciato. Profumava di sale, sangue e, più sotto, di spezie, pungenti ed esotiche, sconosciute alle mie narici. Mi ritagliai ancora un altro po’ di tempo per sfiorare con la bocca la linea della sua mascella e quella del suo collo, prima di tornare alla gravità del discorso, la pressante minaccia all’orizzonte e alla proposta che mi era stata fatta.
« Combatterò al tuo fianco, Altair Ibn-La’Ahad, perché sembri un uomo degno, ma lo farò come tua pari. »
Lo avevo visto come un ostacolo, fino a poco tempo prima, alla stregua di un masso fastidioso lungo la mia strada, eppure adesso che lo guardavo alle luci delle candele della sua cabina, ero convinta saremmo stati più forti uniti, anziché separati da futili rivalità — eravamo, oltretutto, una coppia formidabile anche dal punto di vista estetico, io con la mia bellezza ultraterrena e lui con i suoi lineamenti in ferro battuto, i quali potevano assumere la durezza del granito, se la situazione lo richiedeva, o essere addolciti da una serenità composta.
« Voglio credere alle tue parole e tu puoi essere sicuro di poter credere alle mie: se la forza del Cristallo dovesse vincere la tua… farò qualsiasi cosa necessaria per metterlo al sicuro. » sciolsi una mano da dietro la sua nuca per portare un dito alla sua bocca, placando in anticipo qualsiasi sua protesta e, anche, mitigando ciò che gli avevo detto, « Non averne a male. »

Quella donna era tremenda mi aveva appena giurato un’alleanza e il momento dopo mi aveva messo all’erta che l’avrebbe disfatta al primo segno di pericolo. Esattamente ciò che avrei fatto io.
Forse per quello sorrisi più di quanto ero solito concedermi prima di lasciarmi travolgere nuovamente dal suo impeto e da una padronanza della sessualità, dell’arte amatoria e della bellezza che non avevo mai scorto in vita mia.
Finì improvvisamente sulla sedia della mia piccola scrivania con lei a cavalcioni su di me, mentre i nostri baci divenivano sempre più profondi e cercati e le nostre mani correvano avide alla ricerca l’uno dell’altra.
Tuttavia Aphrodite conosceva perfettamente i tempi della seduzione e la sua improvvisa lentezza nel lasciarsi scoprire mi portò lentamente alla follia, mentre lei già mi aveva liberato della tunica da Assassino e lo stesso aveva fatto con la mia maglia, concedendosi il piacere del contatto con il mio dorso nudo. Lo stesso che nonostante pieno di cicatrici riluceva di luce bronzea che sottolineava maggiormente ogni mio muscolo.
Lei invece rifuggiva ai miei tentativi di spogliarla ed anzi aumentava i movimenti su di me strusciandosi e lasciandomi percepire le sue forme solo attraverso la stoffa.
Se quella era una tortura era la peggiore che mai mi era stata inflitta, ancor più quando le sue labbra iniziarono a giocare con la pelle sensibile del mio collo prendendo perfino le redini della situazione e lasciandomi inerme.
Con uno scatto improvviso fui in piedi e lei si ritrovò violentemente poggiata sulla scrivania, mentre io ormai impaziente e stanco dei suoi giochetti le alzai la gonna che indossava ed insinuandomi tra le sue gambe sentirgliele allacciarle contro la mia vita, mentre finalmente le mie mani correvano sulla pelle liscia delle sue cosce.
I baci si erano fatti più urgenti come il desiderio di sentirla completamente mia, ma lei nuovamente rifuggì allontanandomi e scendendo dalla scrivania. Fece il giro intorno ed io ero già pronto a rincorrerla se avesse fatto per scappare. Ma lei no. Mi guardava maliziosamente ridendo e un passo dietro l’altro raggiunse la porta, io ero già corso, quando fermandomi improvvisamente la vidi chiudere la porta e con ancora il corpo contro la stessa rivolgermi la sua schiena e l’invito silenzioso, finalmente, di toglierle quell’ingombrante indumento…

Avevo tutta l’intenzione di fargli dimenticare — anche se solo momentaneamente — le parole affilate e contenenti una niente affatto vaga minaccia che gli avevo rivolto, con ogni bacio e tocco sulla pelle, con ogni sospiro che si sarebbe liberato dalle nostre labbra, come io soltanto ero in grado di fare. Non era presunzione, la mia, era una totale ed assoluta convinzione; non aveva mai avuto nessuna come me e mai avrebbe potuto trovare qualcuno, sulla terra, che sarebbe stato alla mia altezza. Ed ero altrettanto sicura che nessuna avesse compreso come amarlo — nel senso puramente carnale del termine — davvero, nel modo giusto, quello di cui aveva bisogno; io potevo leggerglielo negli occhi, vi potevo scorgere cose che nemmeno lui, forse, sospettava.
Doveva lasciarsi andare del tutto. Doveva lasciare, per una volta, le redini del comando e permettermi di fargli provare sensazioni sconosciute, o soltanto vagamente immaginate nelle ore più scure della notte.
La sua impazienza nel raggiungermi mi divertiva e, soprattutto, mi deliziava, compiacendomi, mi confermava quanto mi desiderasse, anche se era già piuttosto chiaro dal suo sguardo, quasi del tutto nero, dal momento che la pupilla si era dilatata sensibilmente, dunque continuai a far finta di sfuggirgli per qualche minuto, negandomi a lui soltanto per gioco, per prolungare quella dolce tortura a cui lo stavo sottoponendo. Anche quando gli permisi finalmente di togliermi la casacca che indossavo, però, mostrandogli così prima la schiena, poi i seni, i fianchi, e il ventre, tutta pelle che avrebbe potuto — e dovuto — saggiare con calma e dedizione.. tra non molto.
« Lasciati andare, Altair, fidati di me. » lo mormorai contro il suo orecchio, prima di porre l’accenno di un morso al lobo, il tutto mentre lo conducevo verso il letto.
« Se lo farai ti prometto che non dimenticherai questa notte per il resto della tua vita. E che il solo ricordo sarà capace di scaldarti anche nelle notti più fredde. »
Gli cinsi i fianchi tra le gambe, come avevo l’ardire di credere nessuna donna avesse fatto prima e scesi a baciargli il torace, l’addome, il basso ventre, fermandomi appena vicino all’ombelico per sollevare per qualche attimo lo sguardo verso di lui, prima di scendere ancora più in basso e liberarlo di qualsiasi costrizione.
( . . . ) La mattina seguente mi svegliai, soddisfatta e piacevolmente indolenzita in tutti i punti giusti e presi a delineare con un dito il suo volto, piano, con un tocco a malapena più pronunciato dello sfiorare del polpastrello sulla carne.
« Hai l’aria di chi ha passato una notte intensa, Altair.. ma piacevole, spero. » quell’ultima parte, naturalmente, era del tutto ironica; ero stata testimone di quanto avesse trovato piacevole le ore trascorse assieme, lunghe e passionali, durante le quali nessuno dei due pareva mai avere abbastanza dell’altro.

Sarebbe stato facile credere che le promesse sussurrate da Aphrodite al mio orecchio fossero solo le parole di una bellissima arrogante convinta di essere la Dea dell’arte amatoria, ma ora sapevo per certo che le sue non erano solo parole al vento…
Non lo avrei mai ammesso ad alta voce, ma quello che lei mi aveva fatto vivere era stato totalmente e completamente inspiegabile, perchè non esistevano parole a descrivere ciò che era stata in grado di fare e non parlo solo del suo piegarmi come nemmeno il miglior guerriero poteva ambire a fare, ma anche per quello che mi aveva fatto provare.
Quando mi svegliai dunque e la trovai nuda accanto a me, totalmente a suo agio con la situazione e le nostre nudità, arrossì istintivamente al ricordo di ciò che ci aveva avvolto. Il senso di colpa scavava brutale nel mio cuore eppure non vi era il minimo rimpianto nel mio sguardo scuro, lo stesso che venne velato di una nuova forza quando vedendola di nuovo così vicina non resistetti dal poggiare una mia mano sul suo viso chiaro e accarezzarglielo lento prima di avvicinarlo al mio e perdermi di nuovo nella dolcezza dei suo baci, gli stessi che divennero più intensi quando stringendola a me mi inebriai del suo sapore…

Attraccammo nel primo pomeriggio a Ciprio e tutto appariva normale tra noi seppur non era così. O per lo meno ero io ad ostentare un distacco che in realtà faticavo a mantenere, ancora scosso da ciò che ci aveva unito, mentre lei aveva tutta l’aria di chi in effetti non era minimamente turbata e quello un po’ mi confuse. Che mi avesse usato? Che fosse una trappola? Davvero contavo così poco? E soprattutto, perchè mi interessava?
Con quelle mille domande e la certezza che non potevo lasciarmi trascinare dai miei istinti, non durante quella delicata missione, decisi di lasciare Aphrodite nelle mani di Alessandro quando, una volta trovato, ci dette riparo e aiuto. Io dovevo girare per la città, cercare informazioni e capire che strategia attuare, ma per farlo dovevo essere un’ombra solitaria…
“Spero che non avrai intenzione di giocarmi un tiro mancino…” fu l’avvertimento che le lanciai prima di uscire e lasciarla al covo. C’era una punta di risentimento e fastidio nella mia voce, che fosse per il fatto che mi feriva il suo apparente distacco a tutto ciò che tra noi era accaduto?

Gli rivolsi un sorriso quasi intenerito, pigro nel formarsi, il quale rimase ad aleggiare sulle mie labbra mentre gli lasciavo una lieve carezza sul braccio, un tocco accennato e all’apparenza casuale, nonchè breve, ma che speravo servisse a placare almeno un po’ i dubbi e la confusione che vedevo nel suo sguardo, nella rigidità delle sue spalle. Non risposi, non dissi niente, lo lasciai semplicemente andare. Non era certamente quello il momento di parlare di ciò che c’era stato tra noi, dopotutto. Lo avremmo fatto; ne sentiva il bisogno, lo percepivo chiaramente, era stampato in netti caratteri nei suoi occhi, perché doveva sempre razionalizzare tutto, sospettavo, doveva sempre trovare la logica in ogni cosa ━ a differenza mia. Io avrei volentieri lasciato che fossero le nostre azioni a parlare al posto nostro, facendo crescere la sintonia che ━ non si poteva negare ━ era già nata tra noi.
Altair non era il mio primo mortale, e dubitavo fortemente sarebbe stato l’ultimo. Il suo corpo si sarebbe indebolito sempre di più, anche se adesso era solido e prestante, e poi la morte se lo sarebbe portato via, mentre io sarei rimasta la stessa, cristallizata in quella forma dall’aspetto giovane ed etereo, senza che né il passare degli anni, né alcuna malattia potesse scalfirmi minimamente. Ma non volevo pensarci prima del dovuto, mi sarei goduta il tempo che avevamo a disposizione, sapendo che era contato, ma senza darci peso. Sì, avrei fatto così, mi decisi.
( . . . ) Altair non era ancora tornato, dopo ore di assenza ed io cominciavo a stancarmi di essere chiusa all’interno del Covo degli Assassini. Contrariata e vagamente indispettita, stavo percorrendo la zona in cerca di una spazzola, quando mi venne un’idea migliore; ero vicina all’uscita, dopotutto, no? Ed ero stata al chiuso fin troppo a lungo, per i miei gusti. Fu soltanto naturale pensare di far qualcosa per porvi rimedio. In buona fede, ovviamente, senza intenzione di scappare chissà dove.
Dapprima mi avvicinai furtivamente alla porta, guardandomi intorno, per essere certa di non venire intercettata e, di conseguenza, rallentata da quesiti che davvero non avevo voglia di ascoltare, nè di trovare modi per aggirare. Avevo pur sempre una missione da compiere, del resto e rimanere tra quelle mura altro tempo non mi sarebbe servito a niente se non a farmi venire una crisi di nervi, quindi sgusciai fuori senza farmi vedere, decisa a fare qualcosa di utile. Presa dalla frenesia di uscire, tuttavia, non misi in conto di trovarmi su un territorio a me sconosciuto e di trovarmi, quindi, più vulnerabile della norma per quanto riguardava eventuali attacchi a sorpresa o trappole e non feci poi molta strada prima di imboccare un vicolo che mi fu fatale. Lì trovai Bouchart ed alcuni dei suoi uomini ad aspettarmi e non potei fare molto, prima che riuscissero ad immobilizzarmi del tutto.
Forse quell’attimo in cui mi ero paralizzata nel vederlo mi aveva penalizzata, o magari sarei stata condannata ugualmente, però non mancai di maledirmi; il tramonto aveva creato uno strano gioco di luci ed ombre, sul viso di Bouchart, e per qualche istante lo avevo quasi scambiato per Efesto, benchè certamente così non potesse essere.
– Dovrei farti giustiziare pubblicamente per avermi tradito, ma quello è un trattamento che riserverei ad un soldato e tu non lo sei. –
Lo schiaffo che mi arrivò in viso mi aprì il labbro, facendomi sanguinare, ma per lo meno mi riscosse del tutto dalla trance in cui sembravo essere finita; Efesto, per quel poco che lo avevo conosciuto, non era mai stato violento e dubitavo fortemente lo sarebbe stato, per quanto poco avrebbe apprezzato l’atteggiamento che avessi mostrato. Più che lui avevo odiato il doverlo sposare, il suo aspetto fisico.. Bouchart, invece, mi risultava spregevole sia dentro che fuori e glielo dimostrai immediatamente, sputandogli del sangue dritto in faccia. Lottai con le unghie e con i denti prima di farmi rimettere in catene, poco importava che ne avessi pagato il prezzo sul mio corpo.

Potermi distaccare da Aphrodite mi aveva permesso di concentrarmi al 110% di nuovo sulla missione e questo consisteva prima di tutto in ciò che un Assassino doveva sempre saper fare prima formulare un qualsiasi piano: perlustrazione e raccolta informazioni. Così feci in modo semplice girando per le vie della città come un fantasma e captando conversazioni qua e là, seguendo guardie, appostandomi su tetti… fu facile capire quanto il controllo di Bouchart sulla città di Cipro fosse forte: aveva già occupato il castello lì dove suo fratello, Federico il Rosso, comandava sull’isola. Ora che lo aveva raggiunto sapevo che ucciderlo voleva dire colpire uno dei punti deboli di Bouchart e di conseguenza non solo indebolirlo, ma anche colpirlo nel vivo in quanto lui era non solo suo parente, ma anche braccio destro. Ucciderlo voleva dire dare possibilità ad Osman, spia tra i templari di cui mi aveva parlato Alessandro, di far carriera ed essere promosso nuovo capitano.
Con quelle informazioni in mano e la situazione in mente molto più chiara tornai al covo deciso di organizzare al più presto con gli uomini di Alessandro un’assalto a Federico e assicurarci la sua morte.
Ero arrivato da pochi minuti quando dando indicazioni qua e là feci ben presente a tutti che durante la cena gli avrei parlato del piano che avevo partorito, ma prima dovevo vedere Aphrodite e parlare di alcune cose. Peccato che, giunto sulla soglia della sua stanza Alessandro mi raggiunse avvertendomi che era scappata. Dal canto mio mi sentivo già livido e pronto a ripetermi mentalmente “te lo avevo detto” quando il confratello mi bloccò assicurandomi che lo aveva fatto sì, ma non per correre nelle braccia dei Templari in quanto era giunto in tempo solo per vederla sì andar via con Bouchart, ma come sua prigioniera…
Quella notizia per qualche strana ragione mi colpì più di quanto fosse lecito, forse pensando anche oltre a ciò che tra noi c’era stato e che non riuscivo a togliermi dalla mente. Se così importante per Bouchart lei era, perchè imprigionarla? Mi era bastato averci a che fare quel poco per capire che non era facilmente manipolabile, motivo per cui dubitavo che il Templare l’avesse trattata così solo perchè credeva che aveva ceduto agli Assassini. Era molto più lecito comprendere che ne fosse prigioniera.
“Non c’è senso in tutto ciò…”
“Ad essere sincero è esattamente ciò che penso anche io Altair. Da quello che mi hai detto non comprendo come mai Bouchart l’ha trattata così a meno che…”
“Ella non lavori per i Templari” conclusi capendo che ciò che avevo intuito e in parte lei mi aveva confermato, era certo. Era una sorta di guerriera indipendente che in cerca del Cristallo in questo caso non sapevo giudicare. Era pericolosa? Più dei Templari? Perchè era interessata a quel manufatto? A che scopo?
Ero ancora fermo nei miei pensieri, lo sguardo lontano, quando Alessandro attirò la mia attenzione.
“Come dobbiamo considerarla? Dobbiamo occuparci di salvarla?” domande lecite a cui, da Mentore, mi toccava dare delle risposte.
“Per ora occupiamoci di studiare l’assalto al castello, una volta dentro decideremo il da farsi…” tagliai corto.
Potevo sembrare brusco ed insensibile, ma ero solo pragmatico ancor più se ripensavo alle parole di Aphrodite sulla nave. Potevo giudicarla in molti modi, ma non potevo dire che non teneva alla missione. Lei stessa mi aveva pregato di dare priorità il Cristallo, di metterlo al sicuro e non cadere in tentazione. Dunque sicuro anche lei avrebbe voluto che continuassi così e non che abbandonassi tutto solo per salvare lei e poi qualcosa mi diceva, nonostante la tenaglia di preoccupazione che mi stringeva il cuore, che se la sapeva cavare anche da sola. Che i suoi occhi avevano visto più di quanto il suo aspetto cangiante potesse lasciar trapelare…



Ci avevo messo un po’ ad abituarmi a tutta quell’oscurità, all’interno della cella dove ero stata rinchiusa, ma scoprii ben presto che non ci fosse molto da vedere; era una stanzina piccola, di al massimo dieci passi in ogni direzione, ed assolutamente spoglia, fatta eccezione per una brandina malandata, lasciata per terra senza alcun tipo di supporto. La porta era spessa, fatta di ferro, buttarla giù mi sarebbe stato impossibile anche se mi fosse stato possibile raggiungerla e non fossi, invece, impedita nei movimenti da solidi ceppi che mi avvolgevano le caviglie ed erano collegati al muro da una catena.
Mi guardai i dorsi delle mani, dove le nocche erano sbeccate e coperte di sangue secco e mi sedetti a terra — era più pulito lì, rispetto al sottile materasso poco distante —, con la testa appoggiata al muro. Quello era l’unico segno, da che ero arrivata nella prigione, a testimonianza che avessi perso il controllo, sfogando la rabbia che non avevo potuto far assaggiare ai templari sul muro della cella. Un gesto inutile, certo, che non mi aveva dato alcun conforto e naturalmente non mi aveva portato più vicina alla libertà, nè al Cristallo, ma che aveva placato per lo meno il grido che mi era salito su per la gola come fuoco ardente. Mi ero fatta una promessa, dopotutto, prima di perdere conoscenza in quel vicolo di Cipro; non avrei urlato, nè implorato perdono, poco importava ciò che mi avrebbero fatto, sarei rimasta forte e lucida, a dispetto di tutto. Non mi piaceva dover contare su qualcun altro per completare la mia missione, ma al momento l’unica mia speranza era Altair e scoprii di non odiare il pensiero come avrei fatto in qualsiasi altra circostanza, di non darlo per fallito, non quell’uomo che mi aveva mostrato il vero valore della sua razza e una gamma di sentimenti che mai avrei creduto di poter provare con tanta intensità e sincerità, men che meno per un mortale.
Non sapevo, con esattezza, quanto tempo fosse passato dal momento della mia cattura, ma ero certa non fosse potuto passare più di qualche giorno, sebbene stesse diventato sempre più difficile tenere traccia dello scorrere delle ore. Sapevo solo fosse troppo, troppo tempo rubato alla missione, al recupero del Cristallo e il pensiero non la smetteva di tormentarmi, giorno e notte — scanditi soltanto dall’arrivo di un soldato con una scodella di cibo, una alla mattina e l’altra alla sera. Non ero in grado di dire, quindi, che punto della giornata fosse, ma avevo la certezza che quei passi che sentivo lungo il corridoio fossero anomali, spezzavano la ferrea routine nella quale ero piombata, fatta di penombra e cibo che mi costringevo a mandare giù; mi portarono ad alzarmi di scatto, dal momento che avrei odiato farmi trovare da Bouchart rannicchiata per terra. Lo avrei affrontato, come al solito a testa alta — anzi! Ero addirittura un po’ contrariata dal fatto che mi avesse per lo più ignorata, dopo avermi fatta rinchiudere.
Piantai bene i piedi per terra e sollevai il mento, osservando impotente mentre il chiavistello veniva girato e la porta aperta. Mio malgrado persi un battito, quando mi resi conto di trovarmi davanti Altair.
« Il cristallo.. lo hai trovato? »
Furono esattamente quelle le parole che decisi di rivolgergli, come primissima cosa.

Era stato molto facile a dirsi con Alessandro di pianificare l’attacco al castello e compierlo senza interessarci di Aphrodite fino all’ultimo momento, ma molto meno lo fu mettere in atto le mie stesse parole.
Concentrarmi sull’attacco era la priorità anche e sopratutto considerando quanto fosse importante ai fini dei nostri scopi oltre il numero copioso di uomini che Bouchart aveva messo e di cui dovevano tener conto, essendo in inferiorità numerica.
Per questo una volta dentro la tattica scelta con la Confraternita era stata semplice: avremmo combattuto lo stretto necessario che mi sarebbe servito a me per recuperare il Cristallo ed uccidere Bouchart e poi ce ne saremmo andati.
Avevo fatto la prima, ma non la seconda trovandomi a riuscir ad uccidere suo fratello Federico, intervenuto per dargli vantaggio per la fuga. Avrei dovuto correre dietro Bouchart, ma appena mi ero reso conto che sarebbe stato impossibile riuscirci, considerando la schiera di Templari che lo scortava, preferì accontentarmi di almeno una vittoria: aver recuperato il Cristallo.
Al che la mia missione era finita, potevo andarmene e raggiungendo Alessandro battere ritirata, ma no le mie gambe corsero fin giù… verso le prigioni… fino a dove trovai Aphrodite, che salvai dopo aver ucciso l’uomo che era di guardia.
Il vederla piegata, ma intera mi sorprese. Era molto più forte di quanto avevo osato anche solo immaginare, ma ciò non toglieva che il sangue secco e gli ematomi sulla sua pelle perfetta mi disturbava come se non concepissi che qualcuno aveva potuto deturpare una bellezza così eterea. Così perfetta.
La liberai dal ceppo e le catene e le porsi la mano senza risponderle, non c’era tempo. Corremmo uccidendo chiunque trovammo sulla nostra strada, ma fu quando passando di fronte all’ufficio di Bouchart che la vidi fermarsi ed entrarvi.
“Dobbiamo andare!”
“Non prima di recuperare la mia catena!”
A quella risposta mi congelai sul posto. La guardai confuso e poi uccisi un templare che ci vide e ci venne addosso, fu facile, ma non lo sarebbe stato a lungo se non ce ne fossimo andati. Stavo sacrificando dei confratelli solo per salvarla…
“Come se fosse necessario…”
Lo era, ma era chiaro che non potevo capirlo, perchè lei si immobilizzò dalla sua ricerca e lanciandomi uno sguardo stizzito riprese con più furia di prima.
“Come se tu possa capire…” mi fece il verso lei, facendomi scattare infastidito dalla sua superbia se non fosse che un fascio di luce potente mi distrasse.
Era stata lei che trovando la sua catena l’aveva subito usata per uccidere un Templare alle mie spalle, quella brillava di luce propria e tornando morbida nelle mani della sua legittima padrona, dopo averla usata, avvolse il suo corpo… un baglio ed eccola che era tornata perfetta. Nessuna ferita. Niente. Perfetta come la conoscevo…
“Ma… ma come è …”
“Dobbiamo andare!” mi ricordò con lo stesso tono perentorio con il quale io glielo avevo detto solo cinque minuti prima. Corremmo veloci per raggiungere gli Assassini e mentre Alessandro già mi strigliava con lo sguardo un bagliore ci costrinse a chiudere per un attimo gli occhi. I rumori della battaglia era conclusi in quanto tutto quel rumore era divenuta improvvisamente luce.
Al ritorno al covo eravamo tutti scossi e pieni di domande, io poi ne avevo una valanga verso Aphrodite che adesso iniziavo a sospettare nascondesse un Frutto dell’Eden.
“Il Cristallo è al sicuro…” mormorai alle sue spalle, quando raggiungendola nella stanza che le era stata data, questa volta ne fu chiusa dentro.
“Ti chiederei come stai, ma è chiaro che stai benissimo… dimmi perchè volere il Cristallo, quando è evidente che hai già un Frutto dell’Eden? Dove lo nascondi mh? Come mai sai usarlo così bene?”
Era un terzo grado? Senza dubbio.
Ero arrabbiato? Altrettanto.
Ormai ero di fronte a lei e il mio sguardo scuro era diventato notte fonda…

Ebbi a stento il tempo di togliermi l’odore della prigionia di dosso, prima di essere portata nella mia stanza. Sentii molto bene il rumore della porta che veniva chiusa a chiave, dalla mia posizione vicino alla finestra, dove potevo finalmente bearmi della luce del sole, tiepida e benevola sul mio volto, e dovetti prendere un profondo respiro per star ferma, per non ribellarmi all’ennesimo tentativo di segregarmi in una cella — l’attuale era considerevolmente più ampia e confortevole, certo, ma mi ritrovavo comunque impossibilitata ad uscire e la ritrovata consapevolezza di ciò mi fece fremere appena per porvi rimedio, in qualche modo. Un brivido sommesso, sotto pelle, dietro la nuca, come se una mano gelida mi avesse appena sfiorata. Mi intimai di rimanere il più calma possibile, però, dunque continuai a respirare in silenzio, dando la schiena ad Altair. Non avevo permesso a nessuno di loro di sfiorare anche soltanto con un dito la mia catena, su quello ero stata irremovibile, dunque essa era assicurata come al solito alla mia vita, un peso tanto familiare quanto quello del mio corpo stesso. Vi passai distrattamente un dito sopra, traendovi conforto, prima di voltarmi verso di lui. Lentamente, troppo, in un movimento studiato, trattenuto.
Non avrei saputo dire quale, tra le frasi che aveva pronunciato, mi avesse procurato maggiore fastidio, tuttavia fu un insieme decisamente infelice, alle mie orecchie e quando puntai il mio sguardo su di lui non c’era niente della tiepidezza affascinata che avevo spesso mostrato nel guardarlo, neppure il più sottile barlume. Erano due pozze fredde, quelle che si trovava davanti e non potevo assicurare quanto sarebbero rimaste tali.
Non era odio, il sentimento che provavo al momento, e certamente avrei preferito non dover discutere con lui, eppure vi era troppa rabbia in me, al momento, affinché potessi semplicemente lasciar correre, permettergli di farmi il terzo grado in quel modo, pretendendo spiegazioni che, in realtà, non gli erano dovute quanto pensava. Non rispondevo a lui, mi dispiaceva avesse pensato il contrario.
« Chi ti credi di essere? » sibilai, battendogli un dito contro il petto, dal momento che si era fatto tanto vicino.
« A stento sei consapevole di ciò di cui stai parlando, eppure ne parli come se ne avessi la massima autorità. E’ mio dovere recuperare il Cristallo, Altair, ma ti ho già detto che non intendo usarlo. »

Era chiaro come la luce del giorno che io e quella donna non eravamo fatti per condividere più del tempo necessario insieme o meglio che non era possibile che il nostro stare insieme si trasformasse in passione che divampava violenta che fosse attrazione che ci impediva di allontanarci l’uno dall’altra o che fosse ira che sfociava in brutali scontri.
La temevo quanto temevo il riflesso nel mio specchio e la consapevolezza che potevo sfuggire a tutto e tutti, ma non a lui. Lei era anche peggio perchè il suo sguardo riusciva a scovare in me così a fondo in luoghi in cui anche io temevo arrivare.
Non risposi dunque subito alla sua provocazione rimasi impettito e con lo sguardo duro ad osservarla, mentre allungando una mano le porsi niente di meno che il Cristallo. Segno che poteva prenderlo ed andarsene.
Era libera, anche perchè stentavo a credere che mai fosse stata davvero prigioniera di qualcuno…
“Chi ti credi di essere?” le feci eco ripetendo la sua domanda con un certo fastidio.
“Tu chi ti credi di essere!? Tu che sei entrata nella mia vita come un uragano e senza chiedere permesso l’hai messa sotto sopra. Prima di incrociare il mio cammino con il tuo sapevo esattamente chi ero o quanto meno lo credevo…”
“Sapevo chi amavo…” ma quello evitai di dirlo preferendo abbassare lo sguardo frustato e lasciare che, una volta che il Cristallo dalla mia mano era finito nella sua, allontanarmi di qualche passo e raggiungere il letto della stanza per sedermici sul bordo.
Ora lei se ne sarebbe andata e avrebbe fatto chissà cosa, di sicuro era chiaro che mi avrebbe lasciato con mille domande e dubbi. Chi era? Che strani poteri possedeva? Erano suoi? Come era possibile?
Ma cosa ancor peggiore mi lasciava ad affrontare i miei demoni e le mie paure, la consapevolezza che adesso che avevo scavato così a fondo dentro me stesso non potevo tornare indietro…
Con che sguardo avrei riguardato Maria negli occhi? Come avrei fatto nuovamente l’amore con lei? In che modo l’avrei toccata e baciata? Come avrei potuto nuovamente immaginare la mia vita accanto a chi, ora ne ero consapevole, non amavo?

Rimasi a dir poco stranita, non vi era altro modo per definire l’ondata di confusione che mi attraversò alle parole di Altair, sebbene mi ostinai a mantenere un’espressione corrucciata e non certo a fatica. Ero furiosa, eccome se lo ero, eppure non mi accingevo ad andarmene, a voltare le spalle definitivamente a quell’uomo e tutto ciò che rappresentava — perchè, in fondo lo sapevo, in un modo o nell’altro ci sarei potuta riuscire, se lo avessi voluto davvero—, rimanevo lì a fissarlo con braci al posto degli occhi, senza accennare a scostare l’indice accusatore dal suo petto.
Ecco che, incredibilmente, lottai per non ammorbidire lo sguardo, sotto ai colpi delle sue parole. Strinsi i denti, piuttosto, chiudendo la mano attorno al Cristallo prima di farlo sparire all’interno di una tasca.
« Cosa.. cosa c’entra? »
A dispetto dei miei sforzi boccheggiai, quasi, quando decisi di aprire bocca per parlare, in un tono decisamente più dimesso ed attonito rispetto a prima, quando mi ero mostrata tagliente e decisa quanto una lama. Quell’intensità pareva essere momentaneamente svanita, per lo meno dalla mia voce, e tutto a causa di un paio di frasi — le quali, potevo anche tentare di mentire a me stessa, mi avevano dato l’impulso di raggiungerlo sul letto e prendergli il viso tra le mani per baciare via il tormento da ogni centimetro di esso. Ed era arduo rimanere immobile, a distanza, quando il mio corpo intero fremeva per fare l’esatto opposto.
« Tu— » avrei potuto recriminargli ogni cosa, in quell’esatto momento ( ero dopotutto partita con quell’esatto intento ), a partire di come mi aveva fatto prigioniera sulla sua nave, ma mi scoprii incapace di fare persino quello, guardandolo, dando ascolto al sobbalzo che il ritmo del mio cuore aveva quando gli ero vicina. Cambiai del tutto direzione, dunque, senza razionalmente volerlo del tutto; « Credi di essere da meno? Ero in controllo, prima di incontrarti, sapevo cosa volevo e come ottenerlo e una volta ottenuto non mi facevo problemi a lasciarmelo alle spalle, già alla ricerca di qualcosa di nuovo. Ho avuto tanti uomini, Altair, non te lo nego, ma prima di te non c’è stato nessuno che mi abbia fatto desiderare di più. »

Quella sua frase non ci voleva, non quando già ero talmente tanto confuso da non poter processare una tale dichiarazione. Avrei preferito che mi avesse dato le spalle, avrei preferito che se ne andasse, avrei preferito che mi avesse lasciato solo… Forse così, e dico forse, sarei riuscito a dimenticarla o quantomeno ci avrei provato. Ma averla lì, così vicina, tanto da sentirne il profumo e udirne il battito del cuore non mi aiutava per niente. Non mi aiutava non dopo le sue parole.
Fu allora che alzai il capo e trovai il coraggio di affrontare il suo sguardo, quello che mi entrava in profondità, così a fondo che credevo sarebbe stato impossibile riuscire a liberarmene… La guardavo e perso nella sua magnifica bellezza pensavo che non avevo mai trovato qualcuno di tanto perfetto e di tanto forte allo stesso tempo. Fragile, ma anche incredibilmente coraggioso… Era un misto incredibile di contrasti e il più evidente di tutti era quello visibile ad occhio nudo, non solo perché io avevo la pelle scura e lei la pelle chiara, ma anche di carattere, di scelte, di cuore, di azioni… Non c’era niente che ci rendesse simili eppure proprio per questo eravamo attratti l’uno dall’altra come magneti.
“È questo il problema!” dissi con un filo di voce eppure con fermezza allo stesso tempo “Perché lo stesso vale per me, ma non posso, capisci? Non posso perché c’è già una donna nella mia vita. Una donna a cui ho promesso il mio cuore, una donna a cui ho promesso il mio amore, una donna a cui ho promesso di condividere la mia vita con la sua… È mia moglie e non posso lasciarla…”
Le dissi quelle parole senza smettere di guardarla negli occhi. Facevano male, ma non solo a lei, anche a me. Perché non ferivano solo il suo cuore, ma anche il mio… era la consapevolezza di dover lasciare andar via l’unica che era stata in grado di trovarne le chiavi.
“Ma non ti dimenticherò Aphrodite… non ti dimenticherò mai e questa è la mia condanna…” e lo sarebbe stata perché mi avrebbe fatto vivere ogni singolo minuto della mia vita con il rimpianto di averla lasciata andare ed il rimorso di aver tradito Maria.

Avevo compreso le sue parole, naturalmente, ma non riuscivo ad accettarle, non ero in grado di accontentarmi di rimanere nei suoi ricordi, per quanto credessi non mi avrebbe, effettivamente, dimenticato — ritenevo sarebbe stato a dir poco impossibile. Non mi bastava qualcosa di tanto incorporeo, semplicemente, nè tanto meno saperlo felice con qualcuno che non fosse me, il solo pensiero mi lasciava un tremendo sapore amaro in bocca ed un vuoto all’altezza del petto che faceva male. Era peggio di un rifiuto, quello che stava proferendo, benchè non avessi mai conosciuto qualcosa di anche lontanamente simile, ma decisi praticamente subito che non mi sarei arresa tanto facilmente, annuendo e ricacciando indietro le lacrime senza far altro, vivendo passivamente la situazione, non me lo sarei mai perdonata. Dopotutto se lui era così disposto a lasciar perdere quello che avevamo condiviso, io non ero certamente dello stesso avviso!
Mi avvicinai, finalmente, prendendo posto accanto a lui sul letto, superando l’insieme piuttosto violento di emozioni contrastanti — parte di me voleva prenderlo a schiaffi per non aver pensato prima a tutto quello, se per lui era tanto importante, parte di me voleva mostrargli quanto si stesse sbagliando ad arrendersi in quel modo — ed appoggiandogli una mano sulla guancia affinchè mi guardasse e lo facesse bene e fisso, senza perdersi nemmeno uno sbattere delle mie ciglia. Se solo avessi saputo che quella sarebbe stata soltanto una delle tante volte in cui mi sarei scontrata con il suo senso del dovere…
« E’ davvero questa la tua scelta? Ti arrendi prima ancora di averci dato una possibilità? » chiesi, quasi indulgente, con un tocco di durezza appena percettibile. Il nostro modo di percepire il matrimonio, come potevo intuire da ciò che aveva detto, differiva non poco; per me non era altro che una gabbia, per quanto dorata potesse essere, una catena che non avevo mai voluto e che mi era stata forzata addosso, senza che io potessi fare niente a riguardo. Qualcosa da cui liberarsi al più presto, alla prima occasione, con chiunque avesse attirato la mia attenzione. Ed Altair era ben più di quello, era qualcuno che non ero disposta a lasciarmi alle spalle come tutti gli altri.
« Vuoi davvero passare la vita a chiederti come sarebbe potuto essere? Rimani con me. »

No non volevo farlo, ma quale altra scelta avevo?
Sì l’avevo, ma il mio senso del dovere mi imponeva di prenderne un’altra.
Non risposi per un lungo momento, tenendo lo sguardo basso sulle mie mani che intrecciate le une all’altra sembravano aggrapparsi ad un appiglio invisibile, come in cerca della forza di fare ciò che istintivamente non desideravo compiere.
“Non dimenticherò mai ciò che ha significato incontrarti…” esclamai con voce calma e cadenziata finalmente alzando il mio sguardo scuro su quello chiaro di lei.
Quella frase così banale nascondeva tante cose perchè non si riferiva solo a ciò che tra noi era successo, ma anche alla domande che la sua essenza mi aveva suscitato, all’instabilità che le sue azioni mi avevano mostrato di avere, quanto più all’incertezza che con la sua forza su di me mi aveva mostrato.
Era chiaro che non ero l’uomo che credevo di essere, che c’era ancora tanto che di me dovevo capire e scoprire e accettare di rimanere con lei voleva dire cedere alle stesse. Era una scelta difficile, tra le  peggiori che avevo dovuto prendere, ma al contempo era la dimostrazione a me stesso che potevo farcela. Non credevo nel fato, ero una persona pragmatica, ma per la prima volta in vita mia stavo lasciando quella scelta al caso. Forse se l’avessi ritrovata un giorno sul mio cammino, allora quello avrebbe significato che sarei stato pronto per accoglierla…
“Ti affido il Cristallo contro ogni logica, quanto mettendola da parte ti lascio andare…” perchè ciò che avrei dovuto fare invece sarebbe stato farla prigioniera e tenere la reliquia tra gli Assassini.
Ecco. Quella era l’ennesima dimostrazione che non ero pronto per lei… Aphrodite era speciale e sicuramente non solo per la sua straordinaria bellezza, quasi divina, nè tanto meno per quelle peculiarità che non sapevo spiegare… era molto di più. Maria era bella, forte, ma anche estremamente comune e normale. E per quello sarei rimasto al suo fianco.
“Spero che troverai ciò che tanto stai cercando…” esclamai infine in piedi vicino alla porta aperta, la mano stretta sul pomo della stessa. Era chiaro come il sole che nonostante la sua unicità, fosse come un animale in gabbia… lo stesso che con le unghie e con i denti stavo lottando, alla ricerca di un qualcosa… qualcosa che la completasse…

In cuor mio sapevo già di averlo perso, forse per sempre, ancora prima che schiudesse le labbra per darmene certezza, eppure sperai comunque, contro ogni logica, di sbagliarmi. Mi illusi, per dei brevi, bellissimi, istanti che saremmo potuti stare insieme come era ovvio desideravamo entrambi, lo feci mettendo da parte la donna che mi aveva detto di aver sposato e i suoi doveri da assassino, i quali certamente non prevedevamo il mio uscire di lì tanto facilmente. Lasciai, nella visione dorata e splendente nella mia mente, solo noi due, incredibilmente diversi, ma in grado di combaciare alla perfezione, in una versione del tutto utopica degli eventi. Poi Altair si pronunciò, mandando tutto in frantumi, annullando le speranze che mi ero costruita, facendomi comprendere che fosse finita lì, ancora prima di iniziare veramente.
“Quindi è questo che si prova ad essere rifiutati.” pensai amaramente, scostando la mano dal suo volto. Gli occhi pizzicavano, ma trattenni le lacrime. Sapevo per certo che, chiunque fosse la donna di cui parlava, non sarebbe mai potuta essere alla mia altezza, in quanto mortale, del tutto comune e per niente paragonabile a me, che sarebbe impallidita al mio cospetto, e per un momento pensai di essere tanto crudele da esprimere chiaramente la mia opinione, dicendogli tutto ciò in faccia, ferirlo ━ desiderai farlo, credendo per un folle istante che mi avrebbe appagata, salvo poi rendermi conto dell’inutilità di un tale gesto. Non mi avrebbe fatta sentire meglio, nè tanto meno avrebbe mutato in alcun modo la situazione, sarebbe soltanto servito a farmi apparire infantile e non era ciò che aspiravo ad essere ai suoi occhi.
« Allora è un addio, per adesso. » curvai le labbra in un sorriso, delicato, ma sorprendentemente dolce, sotto al velo di tristezza. Un giorno, forse, avrebbe imparato a compiere delle scelte per se stesso, a scegliere il cuore e non il dovere, ma evidentemente non era ancora pronto.
Mi alzai a mia volta, passandogli vicino, ma soltanto con l’intenzione di superarlo. Non gli diedi alcun bacio d’addio, semplicemente perché avrebbe significato mettere concretamente la parola fine ed io non volevo; preferivo ricordare quelli che ci eravamo scambiati in precedenza, privi di pena e colmi soltanto di possibilità. Ero fiduciosa, dopotutto, del fatto che lo avrei rivisto, in quel vasto mondo, certa le nostre strade fossero desistinate ad incrociarsi nuovamente.

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