Moonlight's Creed (Original Series)

Episodio 1×05

Flashback #1758: New York

Erano millenni che non sentivo più parlare del Cristallo d’Argento, ed ora scoprivo che era in possesso di un essere insignificante come Midar. Come poteva quell’inutile scimmia esserne il nuovo proprietario? Non aveva senso e soprattutto chi aveva osato consegnargli ciò che era mio?
Nemmeno quando avevo distrutto l’Impero Galattico e le 8 Colonie ero riuscita ad ottenerlo, non quando la Famiglia Reale Lunare nell’ultimo atto prima della loro morte si erano impegnati a nasconderlo e impedire che ne entrassi in possesso. E ora cosa scoprivo? Che era su quella roccia chiamata Terra ed era in mano di una persona che ne disconosceva il potere infinito.
Io ero la sola ed unica proprietaria di quell’oggetto magico. Io dovevo possederlo per poter così ottenere finalmente la mia vendetta oltre che avverare il mio più grande desiderio. Per riuscirci però dovevo giocare con furbizia e così insinuai nella testolina vuota di Midar l’idea di organizzare una giostra, come quelle medievali di un tempo, e di mettere in palio il gioiello che volevo. Ovviamente il tutto doveva svolgersi secondo le mie regole. Gli esseri umani erano esseri pigri ed io avevo tutta l’intenzione di godermi un po’ di competizione, anche perché avevo già puntato da diversi anni, il mio fidato cavaliere.
Volevo vedere sino a che punto delle misere scimmie potessero spingersi per ottenere quel trofeo.
Ma qualcosa non andò esattamente come avevo immaginato. Le scimmie spinte dal desiderio di risultare i vincitori della giostra, giocarono oltre le regole e la mia pedina finì per restarne uccisa.
Erano anni che non mi divertivo così tanto. Amavo scatenare la loro indole e quella brutta copia delle battaglie di un tempo mi stavano regalando un po’ di quella gioia ormai persa che da tempo non potevo assaporare. La morte però di Michael aveva sconvolto i miei piani, costringendomi a cambiarli in corsa.
Potevo scatenare una vera e propria battaglia tra quelli che consideravo delle simpatiche marionette, ma non sarebbe stato divertente e poi potevo fare di meglio in quanto la morte di Michael mi aveva dato la possibilità di avvicinarmi al Gran Maestro dell’ordine degli Assassini, la cui aurea era la cosa migliore che avessi visto da molto tempo.
Fu proprio durante il funerale di Michael che decisi che era giunto il momento di palesarmi ai Templari, in fondo il cavaliere morto mi apparteneva. Così vestita a lutto mi avvicinai ai presenti affiancando il Gran Maestro Haytham.
Non potevo negarlo amavo quel genere di festa, proprio come amavo il campo di battaglia. Solo che non amavo perdere i miei giocattoli e Michael, sin dalla sua nascita, era stato uno di questi.
Durante l’intera cerimonia, nascosta dal velo nero che mi copriva il viso osservai attentamente tutti i presenti, nessuno escluso.
Era palese quanto la morte di Michael non interessasse a nessuno, se non al Gran Maestro ed al suo carnefice. Corroso dai sensi di colpa. Una sensazione che mi premunii di accentuare. In fondo ero pur sempre la “Dea della Discordia” e amavo crearla tra le genti e nelle loro anime corrotte.
Conclusa la cerimonia decisi che era giunto il momento di avvicinare il Gran Maestro e fare la mia trionfale entrata in scena. Avevo scoperto, al mio arrivo su quello scoglio nell’universo, che la mia bellezza era diversa da quella di qualsiasi altra scimmia femmina. Era più perfetta, più attraente, più accattivante, di fatto non serviva che sapessero che non fossi di quel mondo per capire che in me c’era qualcosa di diverso… Avevo ammaliato ogni uomo sul mio cammino ed Haytham non avrebbe fatto eccezione, anche perchè c’era qualcosa di diverso in lui… figlio di un destino avverso, testimone di una morte violenta, plagiato dalla colpa e dalla vendetta era divenuto il maestro degli inganni, della dissoluzione, del travaglio, del dolore, dei combattimenti e delle dispute e per questo era p-e-r-f-e-t-t-o. A confermarmi tutto ciò le mie fidi Erinni, che appollaiate sul ramo sopra la sua testa lo scrutavano con i loro occhi color pece.
Aletto, Megera e Tisifone erano un tempo le Eumenidi, ma quando le avevo strappate a Notte le avevo trasformate in quei tre splendidi corvi, miei servitrici e capaci di torturare le vittime da me designate fino alla pazzia.
«Le miei più sentite condoglianze, Mr. Kenway…» sussurrai avvicinandomi lentamente e sollevando il velo che mi copriva il volto, rivelandomi a lui.

Avevo da poco proceduto all’iniziazione del novizio Shay Cormac, ex Assassino che aveva preso la saggia decisione di passare sotto l’ala Templare, quando mi giunse voce di una vicenda alquanto spiacevole. Un mio fedele sottoposto, Michael, aveva perso la vita partecipando a quella che sembrava essere la rievocazione di una giostra medievale.
A complicare la situazione, oltre all’aver perso un’abilissimo e fedele guerriero, restava il fatto che il ragazzo stava indagando per me su delle informazioni che circolavano su delle reliquie di grande valore.
Un gioiello in particolare, noto con il nome Cristallo d’Argento, destava il mio interesse, poiché si diceva avesse il potere di predire gli eventi futuri.
Ma ora Michael mi era scivolato via bruscamente, lasciandomi con le spalle scoperte e con tante domande.
Sospirai, sconfortato, mentre un po’ in disparte assistevo alla cerimonia funebre. Pur essendo turbato dalla sua perdita anche dal lato umano, non riuscivo a togliermi dalla testa dei dubbi ricorrenti.
Il ragazzo, da qualche tempo, aveva iniziato a comportarsi stranamente, come certi protagonisti delle favole quando cadevano preda di una maledizione.
Scossi la testa, scacciando i fanciulleschi pensieri e pensando che, con tutta probabilità, quello sciocco aveva perso la vita in maniera così stupida per far buona impressione ad una donna. Eppure, era un Templare abile e non si era mai comportato così…
«Le mie più sentite condoglianze, Mr. Kenway…»
Una figura femminile mi si era affiancata, durante la funzione, e mentre pronunciava quella frase si era scoperta lentamente il volto, sollevando il velo di sottile rete nera.
Ne emerse un viso dai lineamenti… pittoreschi, quasi scolpiti, freddi e affilati. Gli occhi, color pece, mi scrutavano con sguardo languido da sotto l’ombra delle sopracciglia perfettamente delineate.
Ella era abbigliata a lutto, ma dal suo tono di voce e la sua espressione imperturbabile si evinceva che non era per nulla catturata emotivamente dal funerale del povero Michael.
Sollevai un sopracciglio, senza scompormi.
«La ringrazio, Miss..?» Non si era presentata e non avevo idea di chi fosse.
«Immagino che conoscesse il caro Michael, povero ragazzo. Ha lasciato un vuoto in tutti noi. Ora, se vuole scusarmi…» Conclusi garbato, inclinando leggermente il capo in segno di saluto.
Mi voltai per andarmene, ora che la funzione era terminata dovevo assolutamente discutere di certi dettagli con gli altri, e porgere omaggio alla famiglia del defunto.

Il danno ormai era fatto. La morte di quel piccolo ingrato stava per compromettere un piano assolutamente perfetto.
Nell’istante esatto in cui avevo percepito la morte di Michael avrei voluto distruggere Midar e tutta quell’accozzaglia di scimmie che gli stavano intorno, ma questo mi avrebbe impedito ancora una volta di entrare in possesso del Cristallo d’Argento. Questa volta ero determinata a non commettere errori, di nessun genere, desideravo quel gioiello sin dalla mia creazione e su questo scoglio, che chiamavano Terra, in un modo o nell’ altro, ne sarei entrata in possesso.
Nonostante sentissi crescere dentro di me, ad ogni secondo che passava il desiderio di radere al suolo l’intero pianeta, decisi ancora una volta di utilizzare una vendetta ancora più appagante, di una semplice distruzione. Tutti desideri che sentivo da quando avevo iniziato ad abitare questo corpo.
Decisa la strategia da tenere, dovevo solamente metterla in atto e mandate in esplorazione le mie fidate servitrici ottenni le informazioni che cercavo del Gran Maestro.
Era inutile negare che il corpo che abitavo avesse molti pregi, ma anche dei difetti, e l’essere curiosa era uno di questi, ma come sempre le piccole imperfezioni di Eris mi sarebbe tornate, di grande utilità. Infatti al funerale di Michael riuscii ad osservare da vicino Haytham e la sua aurea oscura. Le Erinni avevano ragione quell’uomo aveva delle enormi potenzialità.
Il problema era ben altro volevo capire se ero effettivamente attratta dal Gran Maestro o se era solo la sua aurea quella che ammiravo. Come potevo resistere era più nera della pece ed era così sinistra da apparire quasi un gioiello prezioso.
Il tempo stava scorrendo troppo velocemente, certo avrei potuto fermarlo e leggere comodamente nella mente di Haytham, ma così non sarebbe stato divertente ed io volevo giocare secondo le regole. Poco tempo, significava raccogliere poche informazioni, ma da quel poco che potevo vedere sapevo perfettamente come utilizzarle a mio favore.
Visto che Haytham sospettava dell’esistenza di una donna nella vita di Michael,  non potevo fargli credere che quella donna ero io.
In fondo non era una menzogna, che tanto amavo, visto che a conti fatti Michael prima di tutto lavorava per me e dopo per lui. Era a me che doveva rivelare tutto ciò che scopriva e non a quella scimmia dalla magnifica aurea.
Ora la cosa più importante da fare era riuscire ad avvicinare il Gran Maestro ed estorcergli quel poco che quello scellerato di Michael gli avesse rivelato sul Cristallo d’Argento.
*Michael possibile che tu non ne faccia mai una giusta. * – pensai nascosta sotto il velo che mi copriva il viso – *Eppure devo dartene atto, questa volta non potevi servirmi meglio*
La mia occasione arrivò a cerimonia conclusa. Lentamente mi avvicinai al Gran Maestro porgendogli le mie, poco, sincere condoglianze, ma se volevo giocare con lui, dovevo farlo secondo le regole.
Ora con il viso scoperto, dovevo lasciare che la mia miglior maschera di dolore, maschera che utilizzavo raramente, prendesse vita.
”La ringrazio, Miss…?”
«Lady Eris» – sussurrai alzando il velo e mostrando così all’uomo i tratti perfetti del mio viso.
Non avrei mentito era chiaro come il sole che non ci fosse reale sofferenza sul mio volto, non quanto meno come quella di un parente o una donna amata.
”Immagino che conoscesse il caro Michael, povero ragazzo. Ha lasciato un vuoto in tutti noi. Ora, se vuole scusarmi… “
«Si Messere, conoscevo molto bene Michael e…» – avevo visto che stava facendo per andarsene, ma alla mia frase lasciata in conclusa si fermò e voltandosi tornò a darmi la sua attenzione.
Fu allora che mi guardai intorno donando gentili e cauti sorrisi a chi incrociava il mio sguardo, per non apparire fuori luogo e tanto meno maleducata. Il mio però guardarmi intorno lanciava un messaggio chiaro: volevo parlare di qualcosa e non potevo e non volevo farlo in quel momento nè in quel luogo. L’argomento in questione era dunque delicato.
«Non vorrei apparivi maleducata nè tanto meno invadente, ma… Avrei bisogno di parlarvi Mr. Kenway» esclamai con estrema educazione e calma.
In quel tempo ero riuscita a costruirmi intorno un’aura nobile infatti avevo un palazzo, servitori ed anche un titolo nobiliare. Ero una Lady sola e piena di risorse ed era il momento di condividerle con lui.

Mi ero appena voltato che la donna, che aveva detto di chiamarsi Eris, aveva iniziato d’un tratto a singhiozzare con voce tremante.
Mi bloccai un attimo. Non seppi nemmeno io per quale motivo le diedi corda ancora un momento, ma il suo comportamento mi insospettiva non poco. Da una voce calda e sensuale che aveva usato per tentare di approcciarmi, cosa che non mi aveva mai incantato delle donne, aveva avuto una improvvisa transizione a povera anima addolorata, altra cosa che non mi aveva mai intenerito, come probabilmente aveva ingannato il povero Michael. Aggrottai le folte sopracciglia mentre un ipotesi si formava nella mia mente.
Non sapevo con chi credeva di avere a che fare quella donna, ma se ero divenuto Gran Maestro non era certo perché usavo cadere nelle trappole del gentil sesso, che così spesso avevo scoperto essere anche più infido degli uomini.
«Lei ha il nome di una dea, Lady Eris… Dunque conosceva molto bene Michael?» Dissi con tono volutamente sospettoso, monitorando la sua reazione con la coda dell’occhio.
La donna, una lady dunque,come si rese conto di apparire estranea alla situazione accennò a porgere dei saluti e dei sorrisi lievi ai presenti. Poteva essere una situazione di greve carico emotivo, e stavo già elucubrando quando ella parlò ancora, catturando la mia attenzione.
«Non vorrei apparivi maleducata nè tanto meno invadente, ma… Avrei bisogno di parlarvi Mr. Kenway»
Mi voltai leggermente e osservai il suo viso di bambola, con le scure sopracciglia perfette leggermente inclinate e le labbra carminio lievemente tese in un’espressione velatamente preoccupata. I suoi occhi scuri erano penetranti come un abisso, e mi sentii quasi leggere l’anima da quelle iridi, mi sentii come da tanto tempo non provavo… vulnerabile, ma estremamente incuriosito.
Aggrottai le sopracciglia e sollevai leggermente il mento.
«Immagino che si tratti di una questione importante se è venuta a rivolgersi a me di persona. Per quella che è la situazione attuale, mi trovo costretto a rimandare la nostra discussione in un altro momento. La prego di scrivermi una lettera con i dettagli dell’incontro nei prossimi giorni, al mio indirizzo personale. Ora, se vuole scusarmi…»
Le feci un altro leggero cenno col capo, senza voltarmi, e mi diressi con passo tranquillo verso i miei collaboratori presenti alla veglia.
Avevo molte cose di cui parlare, al più presto, e avevo appena deciso che mi sarei mosso personalmente assieme a loro.
Quella donna non mi convinceva, aveva avuto un comportamento strano ma intrigante. Aveva detto di conoscere molto bene Michael, ma non si era nemmeno avvicinata ai suoi genitori, e l’unica persona con cui aveva parlato ero stato io, un completo sconosciuto per lei, tranne che per qualche cenno ai presenti. Non poteva essere stato un caso, forse sapeva dei Templari, qual era il mio ruolo e anche quello del ragazzo.
Nella mia mente si erano già formati diversi scenari plausibili, e dopo aver parlato con i miei uomini avrei deciso in che modo proseguire.
Come un’ombra mi spostai dietro a Thomas, mentre lontano dalla folla della funzione era intento a parlare ovviamente di libri con Norman e George, e feci loro cenno di restare in silenzio. Mi ressero il gioco egregiamente, come ogni volta, e mentre mi inclinavo verso la spalla sinistra del ragazzo, picchiettai con l’indice la sua spalla destra.
Inutile dire che, al solito, lui si interruppe bruscamente e si girò da quel lato. Vedendo che non c’era nessuno, riportò lo sguardo davanti a sé a riprendere il discorso per trovarsi quasi a naso con me, mentre esclamavo un innocente «Bu!».
Thomas spalancò gli occhi azzurri e boccheggiò, sbiancando visibilmente, e mentre noi scoppiammo in fragorose risate si portò una mano sul cuore e tirò un sospiro.
Ci divertivamo molto perché si spaventava sempre.
Recuperammo in fretta il contegno per rispetto dell’evento, ma eravamo abbastanza discostati e non avevamo attirato l’attenzione, anche perché avevo bisogno di quiete per discutere con loro di certi particolari.
«Ragazzi, ho un compito per ognuno di voi.» Esordii, posando lo sguardo su ognuno di loro.
«George, ho bisogno che tu indaghi sui motivi che hanno spinto Midar a mettere in palio quel gioiello in quei giochi, e come ne è entrato in possesso. Prendi pure con te gli uomini che credi.» George era un bravo guerriero, di presenza elegante ma con lo sguardo simpatico, aveva molte conoscenze e siccome era un po’ più esperto degli altri mi fidavo del suo giudizio anche nella gestione altrui per aiutarlo nei suoi compiti.
«Norman, tu dovrai cercare di scoprire qualcosa su una donna che è qui presente. E’ una lady con un titolo nobiliare, il suo nome è Eris, ma scopri in che rapporti era con Michael. La riconoscerai, anche se potrebbe portare il velo, ma avverti tutti gli altri di stare in guardia. Potrebbe già sospettare che la monitoreremo, anzi credo che lo sappia per certo. Prendi con te Hazel. Siate molto cauti, e non introducetevi nelle sue proprietà, dopotutto siamo dei signori rispettabili. Limitatevi ad osservare e controllare qualche suo affare in città.» Norman era perfetto per quel compito: abbastanza alto e snello, dai lineamenti delicati e pelle di talco, ma sopratutto completamente omosessuale. Non si sarebbe lasciato sedurre da lady Eris, e Hazel era una donna, non molto alta e dalle forme piene, giovane e con i capelli color grano, innamorata del marito e con una spiccata antipatia verso il suo stesso sesso, oltre che gran conoscitrice del linguaggio ed arguta. Nessuno dei due si sarebbe lasciato incantare se avessero dovuto avere a che fare con lei.
«Tu, Thomas, verrai con me se non ti dispiace. Faremo qualche domanda ai presenti, parleremo rispettabilmente con i genitori di Michael e dopo aver salutato i familiari andremo a raccogliere idee alla base parlandone agli altri.» Thomas era un ragazzo molto promettente che avevo preso sotto la mia ala come apprendista. In poco tempo era diventato molto abile ed era sempre pronto ad imparare pur proponendo ottime idee, dunque non un soldatino che eseguiva senza pensare. E poi quei capelli scuri e scarmigliati seppur medio corti accompagnati da un paio di occhi azzurri sempre meravigliati e curiosi, non potevano che ispirare simpatia.
Con un cenno, ci separammo diretti ad eseguire i nostri rispettivi compiti.

Sorrisi alla sua osservazione sul mio nome, ma non in modo esagerato in quanto dovevo rispettare l’etichetta e la situazione. Eravamo pur sempre a un funerale no?
«Me lo fanno notare in molti… Comunque provvederò a scrivervi come richiesto e perdonate ancora il mio comportamento, devo esservi apparsa arrogante e fuori luogo. Vi auguro una buona giornata Mr. Kenway»
Con estrema eleganza e portamento mi congedai non prima di porgere le mie condoglianze alla famiglia del caro Michael.
Quello era un giorno di grande amarezza. Avevo puntato sulle pedine sbagliate. Michael morto. I suoi genitori più inutili di un granello di polvere, il Cristallo d’Argento in mano ad un perfetto idiota.
Rendermi invisibile agli occhi degli abitanti di quel pianeta era ormai facile, avevo imparato a manipolare le loro emozioni e i loro desideri, mai come su questo scoglio chiamato Terra avevo trovato terreno fertile per piantare le radici del caos. Un pianeta che già di natura suo era propenso alle guerre e al potere, era un pianeta perfetto per essere conquistato dalla Regina del caos e la discordia.
«Karl, Eleonor vorrei porgervi le mie più sentite condoglianze per la morte di Michael» – sussurrai avvicinandomi, come si faceva in quelle circostanze.
«Mia Signora» – rispose Eleonor fissandomi con la bocca aperta, erano anni che non ci vedevamo, da quella sera in cui gli avevo messo tra le braccia un bimbo in fasce – «Perché Michael…» – sussurrò un attimo dopo in lacrime.
«Se potessi ridarti indietro tuo figlio, lo farei, ma non mi è possibile» – sussurrai stringendola tra le braccia. Cosa che non amavo fare, ma Eris in quel momento mi venne in aiuto prendendo le redini della situazione – «Fatti forza cara Eleonor, è quello che Michael vorrebbe…» e senza aggiungere altro mi congedai dalla coppia.
Una carrozza mi stava aspettando e sulla stessa salì per essere riportata alla mia residenza. Nei giorni successivi mi accorsi di essere spiata e seguita da almeno due Templari, ma invece di agire preferì fingere di non essermene accorta e lasciare che osservassero tutto ciò di cui avevano bisogno e di conseguenza riferire al loro superiore.
Lady Eris Mitchell era moglie di un baronetto inglese rimasta vedova poco dopo l’arrivo nel nuovo mondo. Lui era un fervente Templare e gli piaceva fare sfoggio della sua nuova moglie molto più giovane di lui, un trofeo da mostrare. Lui che aveva scalato velocemente la politica, solo grazie alla sottoscritta. Tanti mariti avevo avuto e tanti ne avrei avuti ancora. Avevo la capacità di adattarmi ad ogni mondo come un camaleonte e avevo capito che in quel posto solo attraverso unioni importanti si aveva il potere. Tutti uomini che credevano di avermi nelle loro mani e poi era esattamente il contrario.
Una volta vedova avevo portato avanti gli interessi del nostro campo di cotone, donavo una somma di denaro ogni anno ad alcuni istituti caritatevoli e dispensavo finanziamenti per campagne politiche o missioni templari lì dove la loggia ne aveva bisogno, ma mai esponendomi in prima persona. Jerome, il mio uomo di fiducia, agiva per me.
Non che mi interessassero davvero quelle funzioni o per lo meno fino ad un certo punto lì dove mi avrebbe permesso di raggiungere il mio scopo ed entrare in possesso del Cristallo d’Argento a cui davo la caccia per secoli e che passava di mano in mano senza che nessuno ne comprendesse realmente le potenzialità.
Come richiesto da Kenway gli avevo scritto una lettera in cui lo invitavo alla mia residenza per un tè e gli chiedevo di porgere i miei saluti a William Stewart, I conte di Blessington oltre che Gran Maestro dell’Ancient Grand Lodge of England, giusto per fargli capire quali fossero le mie conoscenze.
Lo attesi dunque nel giorno indicato facendo preparare il tutto nel grande giardino della residenza, che rialzato affacciava sulle piantagioni nelle quali gli schiavi lavoravano. Indossavo uno dei miei migliori abiti in stile “redingote”, una sopravveste dapprima nell’uso maschile composta da una giacca da equitazione blu aperta dietro per comodità che aveva sostituito l’abit a la française molto meno pratico.
In testa un cappello a falda larga nero sotto la quale i capelli erano acconciati in modo semplice, ma sempre curato.
Una tenda era stata allestita per ripararci dal sole e uno schiavo faceva aria con una grande piuma per allietarci dalla caldura di quel giorno.
Sorrisi vedendo arrivare il mio ospite accompagnato da Jerome e a cui porsi la mano per accettare il suo baciamano.
«Sono assai lieta che avete accettato il mio invito. Prego Mr. Kenway si unisca a me, ho preparato tutto questo unicamente per voi. Spero che sia di vostro gradimento…» e doveva esserlo, perchè avevo una questione importante di cui parlargli quanto più era tornare da Midar prima che il Cristallo cambiasse nuovamente mano. Voleva risposte sulla morte di Michael e gliele avrei date, ma gli avrai dato anche qualcosa in più…

Thomas si portò una mano davanti alla bocca e sbadigliò vistosamente, chiudendo gli occhi chiari e sgranchendosi leggermente le spalle. Mi schiarii la gola per avvertirlo di darsi un contegno, e lui si rimise subito diritto al mio roteare degli occhi. Non potei però trattenere un sorriso.
Era un così bravo ragazzo, talentuoso per il nostro Ordine ma che conservava un’innocenza fuori dal comune. Mi ero molto affezionato, gli volevo un gran bene, e dunque non passava giorno che il mio cuore non venisse torturato poiché sapevo quanto in una vita da Templare fosse pericoloso provare affetto per qualcuno. La nostra esistenza era così fragile da potersi spezzare in qualsiasi attimo di disattenzione, e la morte di Michael ce lo aveva fatto ricordare nuovamente, dunque anche per quello seguivo con attenzione e severità gli allenamenti del mio pupillo cercando di insegnargli tutto ciò che avevo imparato.
Attendevamo il nostro turno per porgere le nostre condoglianze ai genitori del ragazzo.
Allacciai le mani dietro alla schiena, nel mio solito atteggiamento irreprensibile, ragionando sui possibili significati delle parole della donna. Sarei sicuramente andato a fondo della questione prima di agire, come avevo ordinato ai miei uomini, ma senza dispiegare troppe forze poiché l’obbiettivo principale era ancora il recupero del Cristallo d’Argento.
Venne la nostra opportunità di parlare con i genitori di Michael, e mi si strinse il cuore.
Posai una mano sulla spalla dell’uomo, Karl, mentre Thomas abbracciò la povera Eleonor.
«Mi dispiace immensamente, Michael ha lasciato un vuoto in tutti i nostri cuori. Era un caro ragazzo e che se ne sia andato così improvvisamente…» Dovetti fare una pausa. «… Siamo devastati. A nome di noi tutti, le nostre più sentite condoglianze.» Conclusi, con voce rotta dall’emozione.
Vedere i loro volti così lacerati non mi dava pace, così strinsi il padre fra le braccia. Karl era un uomo tutto d’un pezzo, un gran lavoratore che non trovava riposo se non sapendo che la sua famiglia si trovava in buone condizioni. Ero certo che soffrisse terribilmente quanto la moglie, ma aveva comunque trovato la forza di restare legato alla realtà ed era disposto ad ascoltarmi… era un grande uomo, e nessuno dei due meritava di sopportare un dolore tanto grande.
«Il dolore pervade noi tutti, compresa lady Eris, nonostante non avessi avuto il piacere d’incontrarla prima di questa infausta circostanza.» Dissi circospetto. Mi doleva molto cercare un’informazione in questo giorno proprio da Karl, ma dovevo farlo anche per suo figlio, per far luce sulla vicenda, ed ero certo che mi avrebbe capito. E anche se il mio cuore nel corso degli anni si era indurito, in particolar modo ricoprendo la carica di Gran Maestro e avendo il peso di così tante vite dipendere dalle mie scelte, mi risultava comunque difficile gestire questo tipo di circostanze.
L’uomo mi guardò negli occhi, che per un momento si illuminarono di tenerezza. «Lady Eris… c’è sempre stata per noi come meglio poteva, voleva un gran bene a Michael. Sa, gli voleva bene quasi come il figlio che non ha mai avuto.» Per un momento, sul suo volto addolorato, comparve l’ombra di un sorriso, e il suo sguardo smeraldino si perse in ricordi lontani.
Il peso che mi si era formato sul petto per aver provato a sapere qualcosa di più su lady Eris da lui si sciolse leggermente, poiché così facendo aveva avuto almeno un piccolo attimo di serenità.
«Capisco Karl, sono lieto che abbiate un’amica così fidata. Sono certo che saprà starvi ancor più vicina in questo momento terribile. E, Eleanor, mia cara…» Le rivolsi un sorriso. «… non dovrete più preoccuparvi per quella stalla che vi è stata saccheggiata. Entro qualche giorno la riavrete sistemata e nuovamente piena di ottimi animali.» Era il minimo che potessi fare per loro.
I suoi occhi arrossati si colmarono di commozione, e la donna mi abbracciò grata.
«Grazie Haytham, siete un uomo buono e nobile.»
Ci scambiammo infine i saluti, e mi allontanai con Thomas al fianco, diretti ai cavalli per tornare alla base
«Sei stato bravo.» Mi limitai a dirgli, ripensando a come aveva supportato Eleanor con parole gentili, e anche se non rispose i suoi occhi brillarono.
Un volta usciti, slegammo i cavalli e ci accingemmo a partire.
Thomas saltò in sella al suo destriero grullo di razza Kiger, una bestia affidabile e versatile, che aveva acquistato da poco grazie all’Ordine ma con cui si intendeva già molto bene, mentre io montai il mio giovane Etere.
Era un giovane stallone PSI da caccia alla volpe che mi ero fatto recapitare dall’Inghilterra, molto alto e ben conformato, dalla particolare colorazione morello sabino con i crini bianchi e gli occhi che parevano due specchi. Stavo ancora lavorando con lui, ma aveva una gran testa e per la sua razza selezionata nessuno poteva competere in velocità e resistenza.
Ci avviammo al piccolo trotto sulla larga strada di terra, leggermente umida della pioggia della notte, ma fortunatamente non scivolosa.
Affondai il mento sotto al bavero del mantello, sistemandomi meglio il tricorno sul capo; avrei discusso a breve della faccenda con il resto dei miei uomini e in qualche giorno avrei avuto le idee più chiare.

Diversi giorni dopo, stavo seduto alla mia scrivania scura, con il mento adagiato sul dorso della mano, mentre leggevo la lettera d’invito per un thé inviatami da lady Eris Mitchell. Doveva immaginare che fossi inglese, perché la specificazione mi colpì positivamente.
Nel frattempo i miei uomini avevano indagato sul suo conto, e con mia non troppa sorpresa era emersa una rete di stretta colalborazione con il nostro Ordine. Il suo defunto marito era un Templare piuttosto altolocato, ed era in buoni rapporti con il buon vecchio William Stewart, Gran Maestro dell’Antica gran loggia d’Inghilterra. Pareva anche che ella si accompagnasse solo a uomini facoltosi, e la donna traeva i suoi maggiori guadagni dalle piantagioni di cotone intorno e nella sua tenuta precedentemente del consorte, si adoperava in opere benefiche e inoltre finanziava o co-finanziava molte delle più importanti missioni della gran loggia.
Attendevo ancora notizie da George su Midar, ma immaginavo ci sarebbero volute delle settimane.
Dopo essermi consultato con i miei colleghi, risposi alla lettera comunicando il giorno del mio arrivo, che giunse in fretta.
La mattina designata, mi agganciai al polso la lama celata e mi diressi alle stalle con le mani allacciate dietro alla schiena, mentre il pastrano mi volteggiava sulle spalle.
Thomas era lì, e mi bastò un cenno del capo per ordinargli di prepararsi.
Nel mentre, incapezzai Etere e con calma presi a pulirlo con scrupolo poiché amavo che il suo manto d’ebano risplendesse e le sue marcature bianche brillassero. Gli applicai anche delle generose pennellate di grasso sugli zoccoli, che li resero lucenti e neri, dato il clima assolato e secco.
Il tempo che io ci avevo messo a preparare il cavallo, infine anche bardato, era stato sufficiente a Thomas per preparare se stesso, la sua cavalcatura, e fare un paio di giri del quartier generale per scaldarlo. Montai in sella e lo raggiunsi.
«Dove siamo diretti?» Mi chiese con la sua voce cristallina quando lo affiancai.
«Lo sai già.» Gli risposi semplicemente, ricordando di non averlo avvisato, ma dopotutto faceva anche quello parte della gavetta. Spronai Etere ad un trotto sostenuto per farlo scaldare, e intervallando l’andatura con qualche minuto di galoppo arrivammo in perfetto orario all’elegante residenza.
Ci fu spalancato innanzi il grande cancello scuro di ferro battuto, e percorremmo al passo la lunga e ampia strada bianca che conduceva alla villa. Due stallieri ci vennero incontro per prendere i cavalli, e dopo essere sceso cedetti loro a malincuore le redini di Etere, ma solo dopo una serie di precise raccomandazioni su come rigovernarlo mentre Thomas ridacchiava con una mano davanti alla bocca. Non riuscì a trattenersi nemmeno quando gli lanciai un’occhiataccia, ma ciò mi mise di buonumore.
Fummo condotti alla presenza della signora, che aveva allestito una graziosa tenda per ospitarci con la presenza di uno schiavo per alleviare il caldo sventolando un grande mazzo di piume di struzzo. Un elegante set inglese da thé era posizionato al centro del tavolino di mogano, e lady Eris si alzò per accoglierci, allungandomi il braccio.
«Sono assai lieta che abbiate accettato il mio invito. Prego Mr. Kenway, si unisca a me, ho preparato tutto questo unicamente per voi. Spero che sia di vostro gradimento…»
Mi chinai garbatamente e appoggiai le punte delle dita sotto al suo palmo minuto, avvicinando le labbra al dorso della sua mano badando a non posarle, accarezzandole la pelle candida unicamente con il mio respiro, senza distogliere gli occhi dai suoi.
Thomas si inchinò semplicemente, e tutti e tre ci sedemmo infine al tavolo, mentre il collaboratore di lei restava educatamente in disparte ma abbastanza vicino da poter partecipare al convivio se interpellato.
«Il piacere è nostro, lady Mitchell. La prego di chiamarmi Haytham, sarà sufficiente. Spero non le dispiaccia che io abbia portato con me il mio discepolo, Thomas Lafayette.» Risposi sorridendo leggermente, dopo essermi tolto il tricorno ed averlo appoggiato sulla sedia.
La donna era abbigliata squisitamente, in un completo di gran classe che fasciava le sue forme minute. Era indubbiamente molto attenta a come si presentava, sia in pubblico che in privato.
«Le faccio i miei complimenti per la sua eleganza e la bellezza di questa magione. Ma immagino che non mi abbia invitato qui per il solo motivo di mostrarmi la sua incantevole residenza e godere della vostra compagnia, è corretto?» Dissi infine, posando il mio sguardo scuro sul suo volto di porcellana.



Sorrisi e quella volta lo feci come raramente mi capitava, sinceramente colpita dalle sue lusinghe e complimenti che sempre mi facevano piacere. Mi guardai dunque intorno fiera di quel piccolo pezzo di terra, era poco rispetto a tanto che in passato avevo avuto, ma se una cosa l’eternità mi aveva insegnato era di apprezzare ciò che si costruiva. Avevo vissuto in tanti corpi e in tante vite, ma Eris si era dimostrata l’ospite più interessante. Colei che mi aveva fatto vedere più mondi e vivere più esperienze diverse. Chi lo avrebbe detto che anche un’entità primordiale come me potesse ancora stupirsi?
«Siete il benvenuto Mr. Lafayette…» esordì rivolgendomi al ragazzo, per poi fare segno ad entrambi di accomodarsi e a Jerome di servirci il tè.
«Le vostre parole mi lusingano Mr…» mi bloccai e alzando gli occhi al cielo con quel giusto pizzico di imbarazzo, che mai stonava in certe situazioni, mi morsi la lingua e ripresi «Haytham» mi presi tutto il tempo del mondo per pronunciare il suo nome e degustarlo tra le labbra. Un nome così fiero, così forte, eccitante oltre ogni modo.
Ero una donna affascinante oltre che giovane, la mia eterna giovinezza dovuta che l’età dell’ospite di cui mi impossessavo cessava di progredire nel momento in cui ne prendevo possesso. Eris, la vecchia Eris, non era proprio morta, ma ormai di lei esisteva solo una flebile scintilla che ancora non si ostinava a spegnersi, ma non mi preoccupava. Tuttavia quella dolce maledizione mi costringeva, sopratutto su quel pianeta, ogni tot tempo a sparire e ricominciare da qualche altra parte e il che era snervante. Ogni volta dovevo iniziare nuovamente scalate sociale, farmi amicizie importanti, era tanto duro lavoro che solo la mia infinita pazienza mi permetteva di riuscire a compiere.
Di fatto dunque in quel momento era in bilico. Karl ed Eleonor erano già consci dell’aura “magica” che mi avvolgeva. Quando li avevo conosciuti avevano la mia età apparente, poco più di trent’anni e trent’anni dopo io ero ancora identica. Tuttavia ciò che avevo fatto per loro era stato così importante, dandogli un figlio, che saggiamente avevano mantenuto il mio segreto.
Era facile immaginare perchè Mitchell amava esibirmi, lui storpio per via della gotta e settantenne poteva solo sognare una donna come me. Peccato che la sua morte era sopraggiunta così presto.
Tornando al thè, dopo un breve chiacchiericcio che mise in chiaro i miei contatti con la loggia e il mio essere una fedele Templare, decisi finalmente di addentrarmi al motivo per cui lo avevo contattato.
«Venendo al sodo vi ho contatttato per parlarvi della morte di Michael, so che per la loggia è stato un duro colpo ancor più perchè è accaduto in modo imprevisto, tuttavia sono certa che sapevate di come ultimamente sembrasse… strano…» iniziai cauta e decisa a parlare chiaro senza tuttavia venir meno ai modi.
«Ebbene se vi stavate chiedendo come mai fosse in contatto con Midar fu per una strana giostra che questo aveva organizzato. Midar è sempre stato un ricco mercante eccentrico, ricettatore dei migliori manufatti sul mercato. Mio marito ci ha avuto a che fare e i suoi modi di mercanteggiare sono a dir poco bizzarri, basti vedere l’idea della giostra medievale per mettere in palio un antico Cristallo…» lo dissi con tono altezzoso e infastidito, quando affogando il viso nella tazza di tè non mi persi lo sguardo di Haytham che si accese a quella mia ultima parola, voluta.
«Come avrete scoperto al funerale sono amica della famiglia e ho saputo da Eleonor che una donna ultimamente lo aveva… ammaliato. Lo aveva convinto a partecipare alla giostra desiderosa di tale prezioso, ma ahimè come sappiamo non è finita bene…» e quella era una mezza verità. Era vero della manipolazione che Michael aveva avuto e anche di come era morto, stavo solo omettendo che la donna che lo aveva sedotto ero io.
«Grazie a Sir Stewart sono venuta a sapere di come il Cristallo sia d’interesse dell’Ordine, ma anche come sia impossibile recuperarlo visto che non è possibile iscriversi a giostra iniziata…» e seppur loro stavano impiegando tempo e denaro per trovare un modo alternativo, io ne avevo uno a portata di mano. Semplice e veloce.
«E se vi dicessi, Haytham, che Midar sa del ferimento di Michael, ma non della sua morte? E che dunque Michael è ancora iscritto alla giostra e potrebbe portarla a termine per vincerne l’ambito premio?» feci quella domanda non lesinandomi di sorridere ammaliante, sapevo che le donne non erano ben viste, non quando si parlava di strategie, ma dopotutto non ero mai stata brava a starmene in un angolo. Non quando sapevo di poter parlare liberamente con lui, certa che non mi avrebbe risposto che dovevo solo pensare al cucito o alla casa. Con la tenuta e molte altre opere avevo dimostrato di poter gestire gli affari come, se non meglio di un uomo.
Sapevo oltretutto che era una strategia che poteva funzionare. Le gare della giostra erano quattro e tra ognuna vi era del tempo per dare ai campioni tempo di riposarsi, curare le ferite e riprendere sani e forti. Midar dall’altro lato non era uno che si interessava della sorte dei partecipanti si divertiva solo a puntare denaro sugli stessi e far baldoria. Quando dunque Michael erano stato portato via era stato facile mantenere viva la notizia al torneo della sua ferita, grave, ma non mortale. Certo far entrare in gioco Donnie voleva dire espormi, ma qualcosa mi diceva che forse sarebbe stato anche divertente farlo con Haytham Kenway.

Thomas quasi si strozzò con il sorso di thé che stava bevendo quando lady Eris si riferì a lui con il cognome di sua madre.
«Semplicemente Thomas… a-andrà bene…» Sussurrò timidamente, tossicchiando, mentre posava sul tavolo la tazzina.
Io non potei trattenermi dal sorridere e lanciare uno sguardo di sottecchi alla donna: doveva conoscere più cose di quanto pensavo. Oltremodo intrigante.
Sopratutto mentre assaporava la pronuncia del mio nome con quelle labbra rosso carminio, e quegli occhi penetranti che sembrava leggessero l’anima.
Dopo qualche minuto speso in piacevoli conversazioni di cortesia, con mio grande piacere lady Eris decise che era il momento di passare alle questioni più importanti.
Mi spiegò ciò che Midar aveva organizzato, e di come Michael avesse perso la vita probabilmente perché ammaliato da una donna a partecipare alla competizione per vincere il Gioiello.
E cosa ancor più interessante, di come ella sembrasse avere un piano.
«E se vi dicessi, Haytham, che Midar sa del ferimento di Michael, ma non della sua morte? E che dunque Michael è ancora iscritto alla giostra e potrebbe portarla a termine per vincerne l’ambito premio?» Concluse, sorridendo in un modo che nemmeno la Venere più bella di Tiziano avrebbe potuto eguagliare.
Posai il mento sulla mano, mentre tenevo il gomito appoggiato al bracciolo della sedia, e lasciai vagare lo sguardo sul suo volto, osservandola da sotto le sopracciglia che gettavano un’ombra sui miei occhi scuri.
Quella donna…
Mi presi il mio tempo per risponderle, senza spostare la mia attenzione da lei.
«Ebbene…» Dissi infine. «Che cosa avevate in mente, lady Mitchell?»
Il suo perfetto viso di porcellana si illuminò al mio interesse, anche se avevo la sensazione che fosse ben conscia della mia curiosità. Era una donna sicura di sé, perfettamente consapevole delle sue capacità, e possedeva un’intelligenza quasi palpabile, in grado di serpeggiare nella mente e nei cuori delle persone per raggiungere tutto ciò che voleva.
Allora non lo sapevo ancora, ma nonostante mi credessi al suo livello, sarei presto caduto anche io nella sua rete di inganni.
«Haytham, io sono in possesso di una carta coperta che sarà potenzialmente decisiva.» Tagliò corto lady Eris, con un ampio sorriso sul volto e le sopracciglia inclinate a darle un’espressione di maliziosa furbizia. «E sarò lieta di mostrarvela io stessa.»
Un mezzo sorriso mi distese le labbra, e mi raddrizzai sulla sedia.
«Ciò mi riempie di aspettativa e speranza, lady Mitchell, provvederò a mantenere sotto controllo la fuga di notizie del funerale e vi sarò oltremodo grato se decideste di collaborare con l’Ordine. Sono certo che si potrà discutere di una ricompensa adeguata e in linea con i vostri interessi, una volta risolta la questione.» Dissi garbato, nonostante dubitavo esistesse qualcosa che quella donna potesse desiderare senza poterla raggiungere da sé. Un sospetto aveva preso forma in un angolo della mia mente, ma era ancora sopito e restava una mera sensazione.
«Immagino che potremmo vederci nuovamente per discutere di questo suo… asso, quanto prima. Al momento siamo costretti a congedarci, dunque attenderò una sua lettera con tutti i dettagli per fissare un incontro.» Mi alzai, mentre la donna e Thomas facevano lo stesso, ed ella mandava il suo sottoposto ad avvertire gli stallieri di riportare all’ingresso i nostri cavalli.
Una volta giunti all’entrata della villa, chinai il capo in segno di saluto incrociando il mio sguardo con il suo, e rimisi il tricorno.
Thomas ed io scendemmo la bianca scalinata e fummo riuniti alle nostre cavalcature, che ci accolsero emettendo rumori sordi con le nari leggermente dilatate e le orecchie puntate verso di noi.
«Haytham, questa volta devo farle io i miei complimenti per il suo meraviglioso destriero. Deve essere un cavallo di purissimo sangue inglese, ancor più di quello del povero Michael, poiché non ho mai visto un colore come il suo e delle forme così perfette.» Esclamò lady Eris, sporgendosi dal parapetto sopraelevato.
«I miei più profondi ringraziamenti, questo cavallo è il mio orgoglio.» Risposi gonfiando il petto, mentre montavo in sella. «Sono lieto che siate un’estimatrice di questi splendidi animali. Mi farebbe piacere tornare in possesso del purosangue del povero Michael, poiché sarebbe un’ulteriore perdita per il nostro Ordine.»
La salutammo ancora, e poco prima di allontanarci non potei trattenermi dal dar voce ad un pensiero che dal giorno del funerale mi riecheggiava nella mente.
«Le porgo ancora le mie condoglianze, lady Mitchell. Questo deve essere un periodo molto duro per lei, e apprezzo ancor più il vostro impegno per la Causa. Prima suo marito, con il quale avete condiviso molti anni, ed ora Michael… che consideravate come il figlio che non avete mai avuto…» Mi premurai di sottolineare l’ultima considerazione, poiché le parole di Karl non mi avevano lasciato indifferente.
Come poteva una coetanea del ragazzo, considerarlo come un figlio? Come aveva potuto vederlo crescere se ella era di aspetto così giovane?
Sorrisi mentalmente mentre la donna si irrigidiva e per un momento un’espressione di sgomento le attraversava il volto, che con grandissima padronanza di sé tornò subito quello sorridente e luminoso di poco prima.
Ci voltammo salutando lady Eris un’ultima volta, e partimmo al galoppo mentre gli zoccoli dei cavalli sollevavano polvere e pietrisco dietro di noi.

Ciò che Haytham mi aveva detto mi martellò in testa per ore, era un osservatore, ma anche un ottimo ascoltatore e ciò voleva dire che non sarebbe stato così facile ingannarlo, anche se quella parola ora pareva stonare in quel contesto.
Le Erinni erano appollaiate sul trespolo della mia camera da letto, lì dove alla toletta mi stavo pettinando i capelli. L’incontro con Haytham era passato da due giorni e tra uno sarebbe ripreso il torneo, ecco perchè avevo fissato il nostro incontro in mattinata per svelargli il mio asso nella manica. Tuttavia ero tesa e pensierosa e le mie compagne di una vita lo notavano. Quell’entità -personificazioni femminili della vendetta- cambiavano aspetto in base al pianeta in cui soggiornavo, così d’avere sempre quello più adatto all’occasione per passare inosservate. Loro che non solo rappresentavano la mia unica famiglia di un’esistenza intera, ma anche le uniche capaci di leggere i miei pensieri.
L’origine della mia nascita, non di quella di Eris e dunque del mio ospite, era da associare a un tempo lontano così tanto che anche io a volte stentavo a ricordare. Figlia ultima di 24 figli, l’Oscurità -nostra genitrice- aveva dato a tutti un compito. A tutti tranne me. Io che per secoli fui costretta a vivere all’ombra dei miei fratelli che venivano rispettati e onorati per i loro ruoli. Così che la mia invidia e il mio dispetto mi rese portatrice naturale di scompiglio e malessere fin quando in preda ad un senso di onnipotenza sempre più grande uccisi la nostra genitrice e dal suo sangue nero come la pece presero vita le Erinni che con la loro incessante voglia di vendetta mi resero Regina del Caos. Un Caos che a macchia d’olio si sparse nell’universo e creò la confusione senza la quale non sarebbe mai esistito l’ordine. Rendendomi la madre di elementi considerati ormai naturali in tutte le civiltà come: la disobbedienza alle leggi, l’errore, la rovina, il travaglio, la fatica, l’oblio, la dimenticanza, la fame, i dolori, i combattimenti, gli omicidi, le stragi, i litigi, le bugie, le dispute ed il giuramento. Per quest’ultimo figlio ero stata assistita dalle Erinni, cui sarebbe poi spettato il compito di perseguitare e uccidere chiunque non avesse tenuto fede ai propri voti.
«Non è compassione quella che provo Aletto» dissi improvvisamente ad alta voce infastidita dal tono che quella aveva usato e che sentivo riecheggiare nella mia testa. Mi voltai e non mancai di incatenare il mio sguardo con quello del corvo.
«E’ orgoglio! Haytham rispecchia gran parte di ciò che io stessa ho creato. Merita il mio rispetto come in millenni nessun essere che ho mai incontrato ha anche solo osato immaginare…» pensare anche solo lontanamente di colpirmi di aspettarsi che io potessi portare riverenza verso qualcuno era fuori da ogni schema, ma lui… lui aveva qualcosa di diverso.
«Sì Megera, la mia è sempre stata un’esistenza lunga e solitaria, ma che ho accettato per il bene della missione di cui sono stata investita e ho come la netta sensazione che lui sia l’unico che capisca questo…» conclusi tornando a voltarmi verso lo specchio e a finire i colpi di spazzola sui lunghi capelli scuri.
Era sbagliato pensare che la Regina del Caos non amasse, non provasse sentimenti e non aspirasse a condividere quel percorso con qualcuno, tuttavia quando avevo distrutto l’Oscurità dissipandola in tanti mali e trasformando le Eumenidi in Errini con il mio gesto… lo avevo fatto per sperare di colmare un vuoto dovuto all’essere sottostimata, sottovalutata e messa da parte…
«Ebbene Tisifone ha ragione. Facciamo tutto questo per il Cristallo, averlo metterà fine a questa mia solitudine eterna…»
Povere sciocche le Guerriere che credevano che ogni mio agire contro di loro fosse per chissà quale senso di onniscenza o onnipotenza. Lo ero già e lo avevo dimostrato distruggendo l’Impero Galattico e le 8 Colonie, un sistema millenario messo in ginocchio in un attimo. Lo avevo fatto spinta dai desideri di vendetta della mia ospite, ma ora volevo di più… volevo quello che la mia condizione non mi permetteva avere. Un corpo vero. Una vita vera. Una in cui avrei potuto continuare ad essere la Regina del Caos con un mio volto e una mia esistenza, basta corpi ospiti, basta vite vissute come quelle nella menzogna per non essere riconosciuta. Non volevo più adeguarmi. Volevo vivere liberamente e allungando i miei lunghi rami oscuri in ogni parte del cosmo, ma volevo farlo non più da sola e forse credevo che Haytham sarebbe stato il compagno giusto con cui condividere tutto quello.

Le Erinni volavano basse, non tanto da dare nell’occhio, ma abbastanza per seguirci quando in groppa al mio cavallo avevo raggiunto il punto di incontro concordato nella lettera che avevo spedito ad Haytham. Avevo un completo da cavallerizza, con tanto di pantaloni e un cappello non troppo vistoso. I capelli sciolti erano legati con una coda portata di lato e che faceva ricadere sulla spalla i boccoli con i quali li avevo acconciati.
«Felice di rivedervi Haytham…» mormorai prima di invitarlo a seguirmi. Una cavalcata tranquilla, tanto da apparire una passeggiata ad occhi estranei, che non ci portò poi così lontano.
Eravamo poco fuori New York e ci eravamo spinti in una zona rurale e più precisamente a una casa di poveri pastori lì dove la donna vedendomi si spaventò così tanto da incitare il figlio che stava chiudendo il recinto con le pecore, di entrare in casa.
Quello un po’ restio lo fece, mentre io aiutata da Haytham scendevo da cavallo e affrontavo la mia vecchia conoscenza.
«Chi non muore si rivede…» mormorai melliflua e glaciale, ma sempre tranquilla, mentre quella indietreggiava ad ogni mio passo.
«No vi prego… vi prego… l’altro mio figlio no… vi prego…»
I suoi occhi erano iniettati di puro terrore.
«Tu ti sei disfatta di Michael non io e lo hai fatto per puro e vile denaro e anche adesso sei negli stessi problemi giusto? Tuo marito è morto e Donnie è la tua unica opportunità… ho sentito che gli stai cercando un buon partito… difficile per un pastorello come lui…» c’era ironia nella mia voce, ma velata sempre di eleganza.
La donna aveva iniziato a salire le scale della baracca così in fretta che cadde e quando il figlio uscì la soccorse pronto ad affrontarci. Era la copia sputata di Michael.
«Oh buongiorno Donnie, stavamo parlando proprio di te. Tua madre ci stava raccontando la brutta situazione in cui siete…»
Glielo dissi con puro spirito caritatevole di chi voleva aiutare e lui un po’ sul chi va la, ma ingenuo, abboccò.
«Ehm sì… La morte di mio padre ci ha lasciato molti debiti e… probabilmente saremo costretti a vendere tutto…»
Immediatamente misi le mani in avanti e mi avvicinai al giovane passandogli una mano intorno alle spalle.
«Sia mai! Non sarete costretti a tanto anche perchè tua madre ha appena accettato la mia offerta!» lo dissi con un sorriso contagioso, mentre al giovane gli si illuminavano gli occhi. La madre spaventata voleva negare, ma non lo fece.
«E’ vero mamma?»
«Diglielo Margaret…»
«Ehm… Ehm… sì… sì… ascolta la donna…» biascicò a fatica.
«In cambio abbiamo solo bisogno del tuo aiuto per una piccolissima questione. Lascia che ti presenti una persona. Sir Haytham Kenway, Gran Maestro Templare» e dicendolo con fierezza e forza, il giovane Donnie rimase ammaliato.
Dopotutto non sapeva cosa i suoi genitori avessero fatto e Margaret ci teneva troppo a tenere nascosto il suo segreto, dunque preferì tacere e lasciare che suo figlio venisse usato dall’ordine per i suoi scopi.

Non mi sarei mai aspettato di assistere a quello che vidi quel giorno, mentre accompagnavo lady Eris alla sua meta per svelarmi la sua chiave di volta.
Ci incontrammo ad un bivio fuori città, e percorremmo a cavallo strade fino a giungere ad una casupola di pastori situata lungo uno stretto sentiero.
La donna montava un grazioso castrone baio, probabilmente un argentino, animale forte e affidabile ma poco adatto ad una persona del suo calibro, sopratutto se abbigliata deliziosamente com’era quel giorno. Sceglieva sempre i suoi capi molto accuratamente, poiché nonostante la scelta di un guardaroba più comodo per il viaggio manteneva sempre un’eleganza fuori dal comune, e i capelli dai riflessi cenere erano acconciati con cura.
Non ero minimamente preparato a ciò che vidi una volta aiutata a scendere da cavallo, e mi colpì oltremodo positivamente.
Lady Eris aveva gestito la faccenda magnificamente, evidentemente con il coltello dalla parte del manico, e ora avevamo di fronte una copia esatta di Michael, e la donna che doveva essere sua madre che non osava alzare un dito.
Al più tardi, mi sarei fatto spiegare molte cose.
E averi dovuto spiegarne molte anche a me stesso, poiché avevo avvertito un peso improvviso allo stomaco vedendo lady Eris stringersi così vicino a Donnie.
«In cambio abbiamo solo bisogno del tuo aiuto per una piccolissima questione. Lascia che ti presenti una persona. Sir Haytham Kenway, Gran Maestro Templare.» Mi presentò la donna al giovane.
Mi si strinse il cuore a guardarlo: quei capelli ricci, gli occhi chiari, persino la voce… sembrava di rivedere il fantasma del ragazzo che ci era stato portato via.
«Piacere di conoscerti, Donnie.» Mi rivolsi a lui con un sorriso comprensivo ma un atteggiamento autoritario, che sortì il suo effetto, esaltandolo.
«Dimmi, ragazzo…» Gli dissi poi, mentre io e lady Eris lo accompagnavamo fuori, senza che la madre emettesse un fiato. «Come te la cavi con la spada?»

Avevamo condotto il ragazzo alla base di reclutamento dell’Ordine per procurargli una divisa come quella di Michael, dopodiché mi ero allontanato con la donna nei pressi della mia residenza, poco lontana dal magazzino, dalle stalle e dalla base operativa dove si trovava il mio ufficio, il tutto situato leggermente fuori città in una macchia boscosa per parlare in privato.
«Lady Eris, vorrei discutere di alcuni… dettagli riguardo a Donnie, ovvero riguardo la missione che dovrà affrontare fra un giorno, poiché non è molto preparato nel combattimento e ciò mi preoccupa, e riguardo alla sua… straordinaria somiglianza con Michael.»
Ella schiuse le labbra per rispondermi, ma alzai una mano e la bloccai.
«Mi perdoni, ma prima desidero mostrarle una cosa. La prego di attendermi qui.» E la lasciai per qualche minuto ad aspettare il mio ritorno, non poco sorpresa, vicino al gazebo ora ricoperto di fiori di glicine dall’aroma dolce come il miele.
Feci ritorno portando alla capezza una giumenta di razza frisone, dai crini ondulati e il manto nero come la pece.
«Mi sono permesso di aggiungere una ricompensa di mia volontà, oltre a ciò che chiederete una volta conclusa la missione.» Sorrisi con orgoglio, mentre davo una pacca affettuosa sul collo muscoloso e arcuato della cavalla.
«Questa è una delle migliori giumente frisone, nonostante la giovane età. L’ho fatta importare personalmente dall’Olanda per la sua bellezza e le straordinarie doti di questa razza, di grande vanto ma dal carattere dolce e per nulla incline allo spavento. Mi vorrà perdonare, ma credo che questa cavalcatura sia l’unica ad adattarsi al meglio alla sua persona, poiché dotata di insuperabile eleganza e circondata da un’oscura aura di mistero e meraviglia. Sono sicuro che vi occuperete di lei al meglio, e che le troverete un bel nome. Dopotutto, siete l’unica che può esaltare le sue qualità montandole in sella.» Conclusi, allungandole la corda con un sorriso.

Rimasi esterrefatta da tale dono ancor più perchè inaspettato. Ero abituata a ricevere doni e ad essere venerata, ma di solito accadeva perchè erano cose che ottenevo attraverso il mio giogo o il terrore che disseminavo. Mai nessuno in millenni di esistenza di sua spontanea volontà aveva fatto dono a me, Regina solitaria del Caos, di un regalo.
Dunque il mio stupore e la mia emozione fu genuina e questo mi tolse per un momento il respiro, fui dunque costretta a poggiarmi una mano sul petto e respirare a pieni polmoni per riprendere controllo di me stessa e del mio modo sempre composto di pormi.
«Non esagero se dico che è bellissima e che apprezzo questo dono più di quanto a parole sono in grado di dire…» sorrisi finalmente sentendomi libera di farlo senza falsa cortesia in un modo che quasi mi fece male.
Accarezzai dunque l’animale entrandovi subito in sintonia, era così triste pensare che la gente mi vedesse solo come un essere freddo e privo di qualsivoglia meraviglia. C’era così tanta bellezza nell’oscurità, perchè si poteva esplorare e mai finiva di stupire. La luce metteva tutto in chiaro e spesso accennava.
Una volta legato il cavallo ebbi modo di potermi concedere una piccola passeggiata con Haytham, mi aveva incalzato sulla questione Michael/Donnie, ma non ce ne era bisogno, io stessa desideravo parlare con lui.
Presi il suo braccio e mi deliziai di quel piccolo angolo di Inghilterra niente di meno che a pochi passi che da New York.
«Ci terrei a rassicurarvi su Donnie, sarà in grado di ingannare Midar e a vincere la giostra» ne ero sicura perchè io stessa avrei mosso i fili che lo avrebbero permesso e poi questo unito all’addestramento a cui era stato sottoposto, mi davano la certezza totale. Conoscevo Donnie, lo avevo visto crescere. Aveva un pregio: imparava in fretta.
Fu allora però che una dell’Erinni puntò verso di noi costringendomi ad allungare un braccio e accoglierla sul mio dito. Non era da loro scoprirsi così, ma ben presto capì l’urgenza. Il messaggio che mi diede Tisifone era nefasto.
«Informa le tue sorelle e tenetemi aggiornata sugli sviluppi!» ordinai prima di darle lo slancio per volare via, fu allora che voltandomi verso Haytham notai la sua confusione. Era ora che conoscesse i fatti.
Sospirai dunque e fermandoci di fronte a una panchina di ferro battuto mi sedetti aspettando che lui facesse lo stesso al mio fianco.
«Immagino che quello che avete visto vi confonde» esordì riferendomi al mio parlare apparentemente a un corvo quanto quello che era successo con Donnie. Non abbassai mai però lo sguardo e anzi sostenendolo inizia ad accarezzarmi i capelli, non senza una nota d’ansia.
Da quando in qua io ne avevo?
«Forse da quando hai incontrato l’unico essere per il quale vale la pena condividere l’esistenza»
La risposta mi era arrivata immediata, forse più di quanto mi aspettassi.
«Se il vostro sospetto è quello che ci sia qualcosa di strano in questa faccenda, non vi sbagliate. Conosco Donnie e Michael perchè alla loro nascita ho stretto un accordo con i genitori di quest’ultimo. Non erano ricchi, ma legati all’Ordine dei Templari abbastanza per farmi conoscere il mio defunto marito. Loro non avevano figli ed Eleanor dopo cinque aborti non poteva insistere. Facemmo un accordo, loro mi avrebbero aiutato se io avessi donato loro un figlio. Margaret e Richard erano una coppia di pastori indebitati che avevano avuto due gemelli e ne potevano mantenere a malapena uno. Fu facile far felice tutti, compresa me…»
All’epoca ero arrivata da poco a New York e rimembravo con orrore come mi ero dovuta donare al mio defunto marito per ottenere il rispetto e il ruolo che oggi avevo. Tutto solo per avvicinarmi al Cristallo. Da sola ci avrei messo troppo tempo, i Templari avevano i mezzi.
Mi interruppi, erano tante informazioni e difficili da elaborare e non perchè fossero difficili, ma perchè ovviamente c’erano strane incongruenze.
«Come ho potuto vederli nascere se sono mie apparenti coetanei?» posi quella domanda sorridendo quando lo sguardo di Haytham si pose su di me. Avevo dato voce alla sua domanda mentale. Fu solo allora che osai un gesto inaspettato e allungando una mano la posai sulla sua.
«La risposta potrebbe confondervi ancor più, ma vi basti pensare che questa è più una condanna che un dono…» lo dissi con amarezza ritirando la mano, decisa a ricompormi. Non mi sarei mai fatta vedere debole e tanto meno fragile.
«Ciò di cui sono appena stata informata è che le Guerriere sono qui…» e si poteva notare bene il mio disgusto nel pronunciare il loro nome «…alleate degli Assassini e vera spina nel fianco. Stanno puntando al Cristallo» conclusi sintetica, ma precisa.
Tuttavia la mia rigidità si ammorbidì solo un po’ preoccupata della reazione di Haytham davanti al mio rivelarmi. Ero sicura che non avrei accettato un rifiuto, che non sarei stata pronta a sentirmi di nuovo dopo millenni umiliata e spezzata.
«Temo di come il vostro sguardo possa cambiare quando incontrerete il mio e il che è… ironico… non temo nulla ormai da molto tempo…»
Quante emozioni ero tornata a provare dopo un periodo immenso di apatia, distacco e indifferenza?
Fu allora che sentì sbocciare in me una natura nascosta, ma sempre esistita nel mio animo e che se compresa poteva essere di lealtà assoluta. Era lo stimolo a superare i propri limiti e permettere a me stessa e non solo di conseguire risultati che altrimenti sarebbero stati irraggiungibili.

Con mio grande compiacimento e sollievo, la giumenta era stata molto gradita da lady Eris. Per un momento avevo potuto ammirare il suo volto illuminarsi di felicità vera ed inaspettata, aprendosi in un sorriso finalmente sincero.
Legato il cavallo, le porsi il braccio e potemmo godere di una piccola passeggiata poco oltre il quartier generale, lungo il grazioso sentiero lastricato di pietre piatte e ruvide, che serpeggiava fra gli alberi e i cespugli di fiori curati con attenzione.
La donna rassicurò i miei dubbi su Donnie, ma dovevo ammettere che al momento ero più catturato dal mio mondo interiore, perché ciò che stavo provando era nuovo e sorprendente.
La osservavo, e mi bastava. Rispondevo alle sue lettere, e mi bastava. Passavamo ore a conversare, e mi bastava.
Trascorrere del tempo con lei, di persona o dedicando parte del mio tempo a scriverle, mi ero accorto riempiva un vuoto che è dentro ad ogni essere vivente, umano o animale.
Non ero stato sedotto dalla donna dai modi sensuali e dagli infiniti intrighi, ma mi ero irrimediabilmente infatuato della Eris che sorrideva felice, che si perdeva con sguardo pensieroso, e che pian piano apriva a me un lato che probabilmente aveva tenuto sigillato da tempo.
Ciò in parte mi spaventava, poiché nessuno è mai veramente preparato al cambiamento e a ciò che si mette in gioco, ma mi riempiva anche di aspettativa e curiosità.
Stavo godendomi la cantilena della sua voce melodiosa e morbida, quando con un frullo d’ali un maestoso corvo si posò gracchiando sul suo braccio.
Spalancai gli occhi quando la vidi rispondergli come si trattasse di una persona, e quando l’uccello spiccò il volo non potei non fissare la donna con espressione incerta.
«Immagino che quello che avete visto vi confonde…» Sospirò lei, facendoci accomodare su di una vicina panca in ferro battuto.
Effettivamente ero piuttosto impressionato. Era certamente una donna eccezionale, ma non avrei mai pensato fino a quel punto.
Mi spiegò infine di com’era arrivata all’Ordine, dei gemelli, e diede voce ad un mio pensiero come se realmente mi avesse letto nell’anima, posando la sua mano candida sopra la mia. Fremetti.
Contrastavano così tanto… la mia grande, calda, dal palmo ruvido e la sua fresca, liscia e vellutata.
«Ciò di cui sono appena stata informata è che le Guerriere sono qui…» Disse con visibile disgusto verso queste entità, mentre ritraeva la mano. «…alleate degli Assassini e vera spina nel fianco. Stanno puntando al Cristallo.» Concluse, guardandomi negli occhi.
Sapevo che quegli esseri privi di logica e controllo stavano cercando di impossessarsi del Gioiello, e rabbrividivo al pensiero di come quell’enorme potere potesse essere abusato e usato per generare il caos nel mondo da quegli scellerati, che per così tanti secoli avevano cercato di distruggere le forze situazionali che regolavano l’equilibrio dell’esistenza intera.
Nel frattempo lady Eris aveva abbassato lo sguardo, e parlò con voce lieve.
«Temo di come il vostro sguardo possa cambiare quando incontrerete il mio e il che è… ironico… non temo nulla ormai da molto tempo…»
Nel corso della mia vita da Templare avevo visto molte cose che sfidavano la logica comune, ed ero entrato in contatto con entità fuori dalla comprensione comune, perciò avevo una visione del mondo che mi permetteva di interiorizzare, anche se solo in minima parte, ciò che avevo appena ascoltato.
Avevo molte domande, su chi fossero queste Guerriere, cosa avevano a che fare con gli Assassini, qual era la maledizione di cui parlava la donna di fronte a me, e come lei ed esse fossero arrivate in questo mondo…
I quel quel preciso istante, però, un momento perfetto in un mondo perfetto, la mia mente era occupata da un solo pensiero.
Mi sporsi verso Eris, senza riuscire a staccare lo sguardo dal suo volto attraversato da molte emozioni diverse, e accolsi la sua mano nella mia, mentre con l’altro braccio la portai vicino a me, stringendola al petto.
Era una donna forte, che aveva trattenuto molto senza poter ricevere sollievo, vincolata ad un destino che, per scelta o no, non le permetteva di avere totale libertà delle sue azioni. Non era fragile, né debole, ma desideravo proteggerla e sostenerla, condividere quel fardello che sentivo si portasse sulle spalle da troppo tempo, e sola.
Posai il lato del volto vicino al suo, e assaporai finalmente il suo profumo, ritrovandomi a desiderare che quell’attimo si protraesse all’infinito.



Rabbrividì a quel contatto insperato che però non rifiutai, anzi nel quale mi accoccolai lasciando che il suo calore mi avvolse totalmente con forza, ma anche con delicatezza.
Non avevo bisogno di protezione teoricamente non c’era nulla che potesse davvero scalfirmi, ma questo non voleva dire che desiderassi che qualcuno temesse per me, che desiderasse starmi accanto e darmi il suo appoggio.
Era facile essere venerata o rispettata quando questo lo si otteneva con la paura e il pugno di ferro, ma tutt’altra cosa era quando questo arrivava con naturalezza e senza che venisse cercato.
Rimasi dunque abbracciata a lui dimenticandomi per una parentesi di tempo di tutto il resto e in silenzio l’unica cosa che sentimmo stretti fu solo i nostri respiri e il rumore della natura che ci circondava.
«Sono l’ultima figlia di ventiquattro…» esclamai improvvisamente senza distaccarmi da lui, ma decisa a raccontargli un poco di me. Ironico. Non avevo mai raccontato la mia storia, ma perchè non c’era mai stato nessuno interessato a conoscerla.
«La nostra progenitrice diede a tutti uno scopo, un obbiettivo e una ragione di vita… a tutti tranne a me… Sono stata sottovaluta, dimenticata e spesso anche ignorata. Un errore nel grande disegno astrale…»
Il mio racconto era letterale, ma con quella note di poesia da renderlo quasi una storia di fantasia o semplicemente una metafora degli eventi. Peccato che davvero il cosmo si era impegnato a ricordarmi che fossi solo uno sbaglio.
«Mi sono dovuta da sola scrivermi una storia e darmi una missione, inconsapevole che una volta abbracciata non ci sarebbe stata possibilità di tornare indietro…» solo allora mi scostai appena dal suo corpo per guardarlo in volto e in ogni ruga leggere la sua di storia.
«Non me ne pento, ma… a volte mi chiedo a cosa ho rinunciato…» c’era malinconia sul mio viso, ma anche orgoglio.
Adesso sapevo di poter aver tutto e non vi avrei rinunciato.
Fu allora che in un gesto deciso presi la sua mano e la posai sul mio petto, sul mio seno che dopo il suo primo momento di smarrimento capì cosa volevo fargli sentire… Un lieve battito. Ebbene il mio cuore non batteva, non si percepiva il nulla, ma adesso come un battito di ali era percepibile il mio cuore. Batteva e non sapevo nemmeno cosa significasse… la vita per me aveva un significato relativo…
«E’ flebile lo so, ma non ha mai battuto… mai fino ad oggi…» mormorai prendendo quel coraggio solo perchè mi era sembrato coraggioso abbastanza per non fuggire di fronte al mio rivelarmi.
Forse per quello alzandomi in piedi lo guardai, il mio era un invito silenzioso che fui lieta che lui colse quando prendendomi sottobraccio mi accompagnò all’interno della sua piccola residenza. Finalmente arredate, ma rigida come lui. C’era ordine. Molto ordine e uno stile austero.
Sorrisi accarezzando il profilo di un mobile per poi fronteggiarlo quando mi raggiunse, fu lì che un mio dito corse sul suo viso scendendo sul suo collo e poi verso la piccolissima porzione di pelle lasciata scoperta dalla camicia che indossava. Fu allora che presi le sue labbra tra le mie e gli feci assaporare il sapore della mia bocca incredibilmente aspro e dolce allo stesso momento, come lo era il caos.
Quando però lui fece per cercare di nuovo le mie labbra lo fermai e guardandolo feci scivolare via la giacca da cavallerizza che indossavo, per poi iniziare a slacciare anche la camicia bianca e farla cadere a terra. Solo con il bustino mi voltai e lo invitai silenziosamente a slacciarmi lo stesso e fu una sensazione inebriante, le sue mani calde che sfioravano la mia pelle candida e fredda.
Ma c’era molto di più in quel gesto, un segreto.
Sulla mia schiena nuda vi era una sorta di tatuaggio, molto simile ai Frutti dell’Eden che Assassini e Templari tanto bene conoscevano.
«E’ esattamente ciò che pensi…» mormorai mentre lo sentivo accarezzare il disegno impresso sulla mia pelle.
«A lungo li avete cacciati senza sapere cosa siano… Sono la mia gabbia e la mia condanna…» dissi tristemente.
La Regina del Caos non si poteva uccidere, ma si poteva intrappolare e in quello Etere era stato bravissimo. Uccisa sua sorella la Notte mi aveva marchiato e aveva costruito l’unica cosa che poteva trattenermi. Il Cristallo in mano alla Guerriere voleva dire ricacciarmi lì.
«I Frutti dell’Eden sono stati anche conosciuti come il Pomo della Discordia, ti dice nulla?» chiesi ben sapendo che tutti conoscevano la storia della stessa e della Dea Eris.
«Sono più di uno. Tre per la precisione. Invisibile ai miei occhi, ma in grado di confinarmi in un luogo di tormento eterno se trovati e messi insieme… hanno anche l’effetto opposto… se trovati e distrutti…»
Ma Etere era intelligente e li aveva fatti troppo attraenti per i loro poteri per far sì che chiunque li avesse in mano, mai pensasse a una cosa del genere. Era frustrante perchè fin quando quel marchio non sarebbe scomparso io sarei sempre stata schiava di un potere che non potevo controllare…
Solo allora tornai a voltarmi verso di lui, non importandomi che fosse a seno nudo, non mi metteva a disagio.
«Sono stata posseduta da tantissimi uomini…» umani e non, pensai. Ma non lo dissi «…eppure non ho mai conosciuto l’amore…»
Mi ero permessa di essere un oggetto perchè quella era una debolezza riconosciuta in tutti gli essere maschili dell’universo, ma mai ero stata posseduta provando qualcosa.
Fu allora che cancellai ogni distanza tra noi e premendo il mio seno nudo contro quello coperto dalla divisa di lui, mi agganciai al suo corpo, alla ricerca disperata delle sue labbra.

Ascoltai la sua storia, mentre ancora la stringevo a me, e trovai conferma di ciò che avevo immaginato.
La solitudine, lo sconforto, il desidero di vendetta, di riaffermazione, e l’intraprendere un cammino senza possibilità di ritorno pur di avere uno scopo.
Mi prese la mano, e con decisione la fece posare al centro del suo petto, dove oltre al suo respiro potevo percepire un lieve battito cardiaco.
«E’ flebile lo so, ma non ha mai battuto… mai fino ad oggi…» Mormorò, lasciandomi la mano.
Indugiai ancora sopra a quel palpitare, e la ritrassi lentamente a mia volta. Non potevo credere che una creatura così bella potesse non avere un cuore caldo e fremente sotto a tanta leggiadria, ma ciò di sicuro la rendeva ai miei occhi ancora più esoterica della prima volta in cui il mio sguardo si era tuffato nel suo.
Senza dire nulla, si alzò e, semplicemente guardandomi, capii il suo invito silenzioso e la condussi all’interno della mia dimora.
Ero lieto che potesse vederla, poiché rispecchiava il mio mondo interiore e mi ero ritrovato a bramare più di ogni altra cosa il farmi comprendere e scoprire da lei.
Mi avvicinai alla donna, come trascinato da una forza misteriosa, ed ella mi posò un dito sulla guancia, percorrendone il profilo fino al collo.
Non ricordavo di essere mai stato accarezzato in tutta la mia vita.
Poi ci baciammo.
Fu un’azione naturale, come se quel semplice eppur profondo atto fosse il luogo naturale di entrambi, come se ci fossimo sempre appartenuti l’un l’altra.
Quando Eris mi voltò le spalle dopo attimi che parvero eterni, e fece scivolare via la giacca e la camicia, vidi ciò che la teneva prigioniera. Le slacciai il corpetto, con dita leggermente tremanti, mentre percorrevo prima con lo sguardo e poi con tocco lieve il complesso disegno impresso su di essa, così simile a ciò che il mio Ordine studiava e cercava di sottrarre alla brama di potere degli Assassini.
«I Frutti dell’Eden sono stati anche conosciuti come il Pomo della Discordia, ti dice nulla?» Sussurrò Eris, mentre io deglutivo a vuoto ricordando la mitologia che tanto amavo studiare.
«Sono più di uno. Tre per la precisione. Invisibile ai miei occhi, ma in grado di confinarmi in un luogo di tormento eterno se trovati e messi insieme… hanno anche l’effetto opposto… se trovati e distrutti…»
L’obiettivo dei Templari era sempre stato quello di recuperare i manufatti, ma poiché non eravamo certi di che tipo di forze essi potessero scatenare eravamo anche insicuri sul come comportarci una volta trovati. Ora, avevo un obiettivo da seguire.
Anche se avrebbe richiesto più tempo per ragionarci, almeno avevo un’idea su cosa fare. Ella lo meritava, e grazie a lei avremmo potuto garantire la stabilità di questo mondo una volta di più.
Eris si voltò inaspettatamente verso di me, e potei per un attimo ammirare la vista del suo corpo seminudo nella penombra della stanza, prima di distogliere lo sguardo per posarlo sul suo viso, che continuava ad attrarmi più di ogni altra cosa.
«Sono stata posseduta da tantissimi uomini… eppure non ho mai conosciuto l’amore…» Mi rivelò, con sguardo leggermente ferito probabilmente al ricordo di ciò che era passato, e si strinse a me sporgendosi verso il mio viso.
Il cuore mi martellava nel petto, mentre mi inebriavo della sensazione di essere almeno in quell’istante un’ancora, qualcosa a cui avvicinarsi, mentre venivo per la prima volta veramente cercato da qualcuno.
Chiusi gli occhi, mentre il respirare mi si faceva pesante, e posai le mani sui suoi fianchi esili.
Premetti la fronte contro la sua, mentre le sfioravo il naso delicato con il mio, e il suo respiro lasciava scie roventi sul mio viso.
«Al contrario, io non ho conosciuto donne e nessuna ha risvegliato mai il mio interesse fino a questo punto, ma… capisco solo ora cosa voglia dire amore.» Sospirai contro la sua guancia morbida e fresca.
Ero però combattuto. Da una parte spingeva la ragione, a sibilarmi incertezza su me stesso e ciò che provavo, mentre dall’altra il sentimento mi travolgeva fino a farmi quasi girare la testa, prevaricando finalmente ogni altra cosa.
Strinsi Eris contro di me, quasi imbarazzato perché ero certo potesse percepire chiaramente la mia virilità anche al di sotto degli abiti, e lasciai che le nostre labbra si incontrassero, mentre una sensazione di pienezza e calore si sprigionava dal centro del mio petto.
La mia divisa non ci mise molto a cadere a terra, insieme al resto degli abiti di lei, e mi lasciai un poco guidare verso ciò che non avrei mai dimenticato nei secoli a venire.
Le nostre anime si conobbero quel giorno, e non fu che il primo passo del formarsi di un legame che non avrei mai immaginato essere così forte e totalizzante.

Non esisteva emozione più grande di potermi legare il suo corpo, quanto alla sua anima e finalmente capire cosa si intendesse per “piaceri della carne”. Essendo un entità non era principalmente mai stata mia necessità “sentire”, ma il lungo tempo passato in Eris -il più lungo in un corpo ospite- mi aveva irrimediabilmente fatto cambiare prospettiva.
Ora scoprire il calore di un corpo unito il mio, le carezze sulla mia pelle o l’estasi per piacere li trovavo oltre modo affascinanti ed emozionanti.
Forse per questo finalmente fui ebbra di piacere in quell’atto. Haytham poté possedere il mio corpo quanto io feci con il suo, come un’amazzone con il più fiero degli stalloni. Quando la mattina ci venne incontro ero placidamente addormentata tra le sue braccia forti, già sveglia da qualche minuto lo stavo osservando con la completezza finalmente di chi aveva smesso di vivere a metà.
“Se potessi vedermi… O tu Notte che mi avevi condannato alla solitudine più eterna. Perfino Etere ed Erebo si sono presi lungamente gioco di me, con i miei fratelli e sorelle prima di loro e come perfino le Guerriere hanno fatto con la povera Eris. Io posso essere amata. La Regina del Caos può trovare il suo Re dell’Ordine e comportarsi…”
C’era poesia e logica in tutto ciò. L’ordine non poteva esistere senza che prima ci fosse stato il caos e viceversa. Ci completavamo. Perfettamente.
Potrei dunque contemplare per un breve momento la sua bellezza marmorea per ritrovarmi a sorridere quando vedendolo aprire gli occhi gli donai il più dolce dei risvegli, con le mie labbra velenose, ma estremamente dolci per lui.
Entrambi sapevamo che qualcosa di importante ci aspettava quel giorno e dunque non perdemmo tempo ad alzarci e prepararci. Avremmo assistito alla giostra e seguito Donnie, ma in incognito.
Anche altri templari sarebbero stati pronti ad entrare in azione se necessario, ma solo io e lui ci saremo esposti. Ci saremmo presentati come m: lui un collezionista di tesori e io la sua amante. Non erano certe belle persone quelle che frequentava Midar in quanto per la maggior parte erano trafficanti, mercanti e truffatori. Dunque la nostra copertura doveva essere altrettanto.
Per l’occasione dunque lui si sarebbe vestito elegante, ma non eccessivamente altrimenti non sarebbe stato credibile come arraffatore che amava mostrare la sua ricchezza, mentre io… Dovevo rinunciare un poco la mia eleganza.
L’abito che indossavo aveva al di sopra un bustino che lasciava poca fantasia al mio decolletè e anche la lunga gonna aveva uno spacco laterale di tutto rispetto. I capelli acconciati sul capo erano abbelliti con una piuma, quanto un neo disegnato vicino alle labbra aggiungeva malizia. Eppure anche in una veste che non mi rispecchiava io riuscivo a mantenere una certa finezza che sfoggiai quando mi presentai ad Haytham ed ad i suoi uomini pronti a partire.
“Donnie?” chiesi con un certo piglio al giovane Thomas Che dopo un momento di confusione guardò Haytham come a cercare il suo consenso a rispondermi e che fece solo dopo averlo ricevuto. Mi stupì piacevolmente il giogo che Kenway aveva sui suoi sottoposti perché era naturale e non ottenuto con la forza. Per un attimo il mio sguardo su di lui gli comunicó dunque tutta la mia ammirazione. Io che come regina del caos non la riservavo per nessuno.
“È già al palazzo di Midar. Lo abbiamo fatto arrivare a notte fonda, cosicché nessuno ponesse domande. Un nostro uomo è con lui come assistente…”
Sorrisi compiaciuta di tanta efficienza. Se le cose fossero andate come dovevano quel giorno Donnie avrebbe vinto la giostra e ci avrebbe consegnato il cristallo e noi saremmo stati pronti a prenderlo e fuggire.
Stavo ancora sorridendo loro quando un corvo che spaventó tutti volò sulle nostre teste prima di posarsi sulla mia mano. Poco lontano Tisifone e Megera erano ben visibili sul ramo di un albero. I loro sguardi sezienti, posati su tutti noi.
Ascoltare ciò che mi disse con un piccolo assenso lanci e lasciai volare Aletto dalle sue sorelle non prima di sorridere templari per rassicurarli. Dopodiché poggiare le mie mani sul braccio di Haytham E sporgendomi verso di lui gli dissi qualcosa all’orecchio. Era meglio che nessun altro oltre a lui conoscesse le mie “particolarità”.
“Le Erinni mi hanno informato che le guerriere e un manipolo di assassini sono a poca distanza dal palazzo di Midar. Vogliono tenderci un imboscata…” peccato che anche noi ora sapevamo di loro.
Scostandomi dunque da Haytham feci un passo indietro. Era lui a capo della missione e non avrei interferito con la catena di comando. Sapevo riconoscere un leader quando lo vedevo. Sarei stata pronta partire, ma toccava lui dare le direttive a tutti gli uomini. Io rimasi ad osservarlo persa nella sua magnificenza che ora conoscevo intimamente dal cuore alla mente, dall’anima fino ad ogni angolo nascosto del suo corpo.

Quando mi svegliai all’alba, stringevo ancora fra le braccia Eris, ed il suo sorriso mentre mi guardava fu la migliore accoglienza che avessi mai ricevuto.
Le sorrisi dolcemente a mia volta, godendomi ancora un poco la sua compagnia con languide carezze e qualche bacio affettuoso, un gradito cambio d’abitudine che pareva comunque fluire così naturale che non riuscivo a ricordare come avessi potuto viverne privo prima d’allora.
Ci attendeva però il giorno della resa dei conti, e così ci preparammo seguendo il piano prefissato.
Non amavo abbigliarmi di qualcosa di diverso dalle mie austere divise, ma per il Cristallo ovviamente avrei fatto un’eccezione. Eris d’altro canto, anche se condivideva il mio stesso disagio nel cambiare stile d’abito, risultava elegante e meravigliosa anche in quel completo seducente.
L’unica cosa che mi turbava, mentre la ammiravo acconciarsi i capelli e truccarsi con cura, era che altri uomini posassero il loro sguardo su di lei, anche se ciò era pressoché inevitabile.
Le posai le labbra sul retro del collo in un veloce bacio, e la lasciai terminare di prepararsi mentre andavo a sellare i nostri cavalli.
Quando uscì ci recammo a piedi con le redini alla mano di fronte al quartier generale poco distante, dove incontrammo i miei uomini.
Dopo i normali convenevoli, Eris andò diritta al punto e chiese a Thomas di Donnie, che un poco incerto prima di rispondere cercò con gli occhi cristallini la mia approvazione. Dovetti sorridere mentre annuivo e lui le rispondeva garbato.
«È già al palazzo di Midar. Lo abbiamo fatto arrivare a notte fonda, cosicché nessuno ponesse domande. Un nostro uomo è con lui come assistente…»
Il ragazzo terminò giusto la spiegazione quando uno dei corvi della donna volò maestoso a posarsi sul suo braccio, sotto lo sguardo stupito dei Templari, che si scambiarono delle occhiate perplesse ma non fecero domande quando feci loro un cenno. Sarebbe stato tutto spiegato loro a tempo debito, o meglio, lo stretto necessario che serviva sapessero.
«Le Erinni mi hanno informato che le guerriere e un manipolo di assassini sono a poca distanza dal palazzo di Midar. Vogliono tenderci un imboscata…» Mi sussurrò la donna quando ebbe terminato di ascoltare il volatile, alzandosi sulle punte per raggiungere il mio orecchio.
Annuii, e non potei non lasciarmi sfuggire un sorriso sardonico. Nulla che non mi sarei aspettato da quei viscidi soggetti; avrebbero ricevuto un’accoglienza degna della loro fastidiosa persistenza.
«Uomini, ascoltate attentamente; ecco come procederemo.» Esclamai. «Ci divideremo in tre gruppi principali. Lady Eris ed io assisteremo allo spettacolo pubblicamente, mentre Thomas e George guideranno gli altri due manipoli. I primi staranno direttamente nei pressi della lizza pronti ad intervenire, mentre gli altri resteranno nascosti nelle vicinanze. Eris, mia cara…» Mi rivolsi direttamente a lei, posandole delicatamente una mano dietro alla schiena. «Possiamo contare sull’aiuto dei tuoi corvi? Saranno gli occhi dei miei uomini per indicare loro lo spostamento del nemico, e potrai tu stessa fare da intermediaria per comunicare loro uno speciale linguaggio in codice.»
Ad un suo sorriso d’assenso, la lasciai discutere con i Templari capeggiati da George su come avrebbero dovuto interpretare i segnali delle Erinni, mentre io prendevo da parte Thomas.
«Ragazzo mio, hai già dato prova del tuo valore in passato, e perciò ti affido questo compito vitale: mentre comanderai gli altri, dovrai prestare attenzione a tutto ciò che ti circonda e mai abbassare la guardia, sii pronto a cogliere ogni avviso e resta lucido per decidere al meglio. Ne va delle nostre vite e della riuscita della missione. Ho piena fiducia delle tue capacità e so che non mi deluderai.»
Lui si illuminò, e drizzò la schiena nel rispondermi.
«Non lo farò, Maestro Haytham. Ho imparato dal migliore.» Concluse, e si congedò chinando il capo.
Quel ragazzo riusciva sempre a farmi quasi commuovere. Un po’ temevo per lui, ma sapevo che avrebbe utilizzato ogni energia a sua disposizione per sfruttare a suo vantaggio ciò che gli avevo insegnato negli anni.
Quando Eris ebbe concluso, la aiutai a montare a cavallo della giumenta color della notte e a mia volta montai in groppa ad Etere, mentre gli altri già partivano al galoppo diretti alle loro postazioni. Noi ci avviammo al passo, senza troppa fretta, verso il luogo della resa dei conti.

Le regole della giostra erano semplici: mandare il proprio destriero al galoppo con la lizza di divisione alla sinistra, e colpire l’altro cavaliere senza spezzare la propria lancia. Era proibito mirare all’elmo, e avrebbe passato il turno il cavaliere che avesse rotto meno bardiche. Disarcionare l’avversario non era richiesto, ma gradito.
Dopo aver salutato i presenti, che ad una mia occhiata bieca distoglievano prontamente i loro sguardi bramosi dalla mia accompagnatrice, Eris ed io ci accomodammo tra le prime file per assistere allo spettacolo.
Non potevo nascondere di provare una punta di nervosismo, anche se all’apparenza sembravo calmo ed impassibile. D’improvviso però, la mano piccola e delicata di Eris si era posata sulla mia, stringendola leggermente per infondermi fiducia, e così mi rilassai compiacendomi anche di come già il nostro legame fosse forte abbastanza da permetterci di comprendere l’uno i sentimenti dell’altra senza bisogno di parole.

I primi gironi si conclusero con Donnie a farne da padrone, arrivando ben presto alle battute finali. Anche se ad ogni scontro il cuore mi balzava nel petto, il ragazzo riusciva sempre ad uscirne vincitore con straordinaria abilità che, dal sorriso sornione onnipresente sul volto della mia amata, immaginavo fosse da lei in qualche maniera aiutato.
Ogni mio dubbio su di un suo intervento, però, si dissipò quando Donnie fu dichiarato indiscusso vincitore con sorprendentemente zero lance spezzate durante tutta la giostra, disarcionando persino l’ultimo avversario che vantava vittorie su vittorie accumulate in un decennio di esperienza.
Lanciai un’occhiata colma di fierezza ad Eris, che ricambiò con un sorriso felice, senza che io fossi stato capace di nascondere la mia contentezza quando, nel momento in cui il ragazzo aveva scagliato il rivale al suolo mentre il suo destriero sollevava zolle di terra e polvere nella carica del galoppo, le avevo stretto forte la mano nella mia.
Scrosci di applausi e grida ammirate ricoprirono Donnie mentre eseguiva il giro d’onore lungo il perimetro della lizza, e fu con i complimenti personali dell’eccentrico Midar che il Gioiello d’Argento gli fu posto fra le mani.
Compiaciuti, Eris ed io ci dirigemmo nei pressi dell’uscita, in disparte, mentre attendendo il vincitore tenevo d’occhio i Templari di Thomas, tutti ai loro posti e concentrati nella missione.
Dopo aver scambiato i dovuti saluti, il ragazzo accompagnato dallo scudiero affidatogli dall’Ordine, si diresse verso di noi con occhi scintillanti. Più che per il premio che ci stava per restituire, il suo petto era gonfio di felicità al sol realizzare di avere vinto una competizione di simile portata.
«Una dimostrazione eccezionale, caro Donnie. Siete stato magistrale.» Mi complimentai, regalandogli generose pacche sulle spalle, mentre di sottecchi lanciavo uno sguardo ad Eris, entrambi consapevoli del perché egli avesse vinto.
Dall’emozione il ragazzo non riuscì nemmeno a costruire una frase di senso compiuto, così tra i balbettii di ringraziamento ci porse il Gioiello e si preparò ad andarsene.
Fu così che, come ci aspettavamo, iniziò lo spettacolino di cattivo gusto dei nostri storici nemici.

Era indescrivibile la sensazione che avevo avuto per tutta la durata della missione, partendo da quando la mattina mi ero svegliata tra le braccia di Haytham che oltre a dimostrarsi un ottimo amante, aveva anche dato dimostrazione di una carica erotica e romantica che mi aveva totalmente sconvolta.
La nostra complicità silenziosa era già percepibile a chiunque ci vedesse, non c’era essere vivente che avrebbe potuto competere ai miei occhi. Nessun moscerino si avvicinava alla completezza del mio Re. Per questo i miei sguardi languidi e complici erano solo per lui, mettendo ben in chiaro a chiunque altro avrebbe voluto competere con me per attirare la sua attenzione, che sarebbe stato un sforzo del tutto vano. Le donne che osavano affrontarmi, anche solo con un’occhiata, impallidivano a quella che poi io riservavo loro.
Come richiesto da Haytham le Erinni funsero da occhi perfetti e per tutto il tempo rimasero in perlustrazione, tanto che quando ormai a giostra conclusa eravamo alla presenza di Donnie che ci stava consegnando il Cristallo, Megera si fece viva volando in picchiata verso di noi. Suo compito era di prendere lo stesso e portarlo al sicuro in caso di pericolo, ma la sua caduta fu interrotta da un fulmine che facendola cadere a terra ci mise sull’attenti.
Presi immediatamente Megera in mano preoccupata per la sua sorte, non era in pericolo di vita, ma Nike ci guardava beffarda, mentre Aphrodite aveva già sguinzagliato la sua catena magica e aveva recuperato il Cristallo.
Imprecai sotto voce mentre la nebbia fitta causata da Athena permise a loro di fuggire e a noi di disorientarci.
“ALETTO! TISIFONE! Inseguitele! Recuperate il Cristallo!” urlai fuori di me, mentre Donnie veniva uccisi sotto gli occhi miei e di Haytham e ben presto ci ritrovammo circondati da Assassini, duró poco perché l’arrivo dei Templari creó ben presto uno scontro acceso, lo stesso durante il quale io approfittai per allontanarmi.
Non volevo abbandonarli, volevo solo impedire che le Guerriere fuggissero e questo Haytham lo comprese, mentre rimanendo a combattere mi vide correre via.
Corsi a perdi fiato fin quando con mia somma sorpresa vidi Aletto e Tisifone abbattersi su Selene che a terra si riparava dalle loro beccate che cessarono solo al mio ordine.
Le foglie scricchiolavano sotto i miei piedi mentre camminando con fare algido mi piegai a recuperare il Cristallo e rimirarlo tra le mie mani in tutta la sua bellezza.
“Non crogiolarti troppo, Nemesi non sarà mai al tuo servizio…” disse quell’insulsa ancora a terra pronta a reagire nonostante i colpi ricevuti.
“Disse la triste imperatrice decaduta…” c’era sarcasmo nella mia voce e tanta voglia di deriderla.
“Come si invertono i ruoli mh? Un tempo era Eris nella tua posizione, una nullità al confronto della sontuosa famiglia reale… della bellissima e amatissima erede al trono e oggi?” le chiesi guardandola negli occhi, nello stesso momento in cui ancora a terra, si prendeva il collo sentendosi soffocare da una forza invisibile.
“Oggi sei una squallida guerriera non riconosciuta da questo mondo. Tu e le tue amiche venite etichettate nei peggiori dei modi e tacciate per la vostra natura, mentre io sono rispettata. Amata. Tutti pendono dalle mie labbra, desiderano il mio aiuto…”
“L’aiuto di una Regina della Discordia… guarda come hai ridotto questo mondo… hai interferito con il suo sviluppo!”
Lo disse tossicchiando e a fatica per via della mia presa invisibile, con lo stesso tono fiero e falso dei suoi genitori che mi fece scoppiare a ridere, mentre tornando a guardare il Cristallo finsi di non ascoltarla, anche se mi dava il volta stomaco.
“Questo pianeta è propenso al caos. Non rendermi colpevole di tutti i suoi conflitti e dispute. Gli umani sono portati di natura a ciò… hanno bisogno di disordine per essere in grado di creare ordine. Io sono una costante senza la quale nessuna civiltà potrebbe esistere…”
“Noi lo facevamo prima che tu ci distruggessi”
“No!” la corressi “Io ho solo sistemato un errore. Erebo e suo padre Etere hanno costruito un regno di pura luce, ben più distruttivo e pericoloso del Caos. Come ti ho già detto il disordine porta ordine, ma la luce? Se pura è accecante ed è quello che ha fatto con la Luna e le 8 Colonie! Vi ha reso ambiziosi, sopra le parti, vi siete sempre sentiti migliori e per questo in dovere di fare degli altri ciò che volevate… prendi Eris, tu e le tue amiche siete state mostruose. Vi considerate meglio di me?”
In quel nostro lungo confronto mi ero fatta così prendere la mano dalla discussione che ahimè non fui attenta al colpo che Ares mi inflisse con la sua freccia infuocata è che mi colpì al fianco facendomi cadere a terra e ruzzolare il Cristallo via dalla mano. Fu allora che Selene, libera dal mio giogo, usò il suo legame che aveva con lo stesso per frammentarlo in sei gemme che disperdette, azione che mi fece urlare. Avevo speso così tanto tempo, avevo a portata di mano la mia libertà e felicità ed ora era perduta… perduta… piangevo incredula che potessi dopo così tanti millenni provare una così pura ed atroce sofferenza…
“Ho sbagliato a credere che potevo tenere il Cristallo intatto. Nessuno lo ha mai frammentato da quando Erebo lo uní e per quanto so che questo devasta Nemesi di dolore, anche lei sa che è stato meglio così. Devo tenerlo al riparo dall’avarizia dell’uomo e da te…” mi sputò contro quell’essere prima che scomparendo con la sua compagna mi lasciò sola e ferita. La stessa era così grave che un umano ne sarebbe morto, io no, ma purtroppo era anche vero che il corpo di Eris ormai era consumato dal tempo e io non avrei avuto la forza per riprendermi in fretta. Mi ci sarebbero voluti anni in cui mi sarei dovuta auto infliggere un lungo coma per rigenerarmi, anni in cui Haytham sarebbe invecchiato fino alla morte. Per questo mentre continuavo a perdere sangue e divenivo sempre più debole pregai le Erinni di lasciarmi fare. Mi avrebbero portato via appena il mio corpo sarebbe stato abbandonato, ma prima dovevo dire addio al mio amato Re… Lui che sarebbe morto prima del mio risveglio e che dunque necessitavo salutare prima, morendo tra le sue braccia, facendogli credere che sarebbe stato impossibile per me sopravvivere…
Fu dunque così che mi ritrovò quando raggiuntami mi vide stesa sul manto di foglie secche della foresta, la ferita al fianco profonda e bruciata che tuttavia non smetteva di sanguinare. Le forze mi stavano venendo meno e tutto il mio sconforto era sincero… perché avevo avuto in mano la felicità, Haytham e il Cristallo, e li avevo persi entrambi…

Sapevo che gli Assassini avrebbero attaccato, ma non mi ero aspettato di vedere scendere in campo delle entità femminili in possesso di poteri leggendari, perciò la nostra capacità di reazione fu rallentata giusto quell’attimo che permise loro di uccidere Donnie e rubare il Cristallo.
Giusto il tempo per scambiarci uno sguardo complice, che Eris partì all’inseguimento delle ladre mentre io ingaggiavo battaglia insieme ai miei uomini.
Era sempre bello vedere l’espressione sgomenta sul volto degli Assassini mentre la vita veniva loro portata via dalla loro stessa diabolica arma che, assicurata al mio polso, mieté più vittime della mia spada.
Con la coda dell’occhio vedevo i Templari combattere con abilità, proteggendo i civili che ancora non erano riusciti a fuggire, mentre Thomas nonostante fosse ferito ad una spalla e potesse usare un solo braccio per difendersi, si batteva con ferocia contro due nemici che nonostante lo avessero raddoppiato non erano in grado di sopraffarlo.
Stavo per andare in suo aiuto dopo essermi appena liberato del mio rivale, quando i pochi Assassini rimasti ancora in grado di fuggire, si ritirarono lasciando indietro morti e feriti. Dopo un attimo di smarrimento, i miei uomini come da prassi presero ad organizzare il trasferimento dei nemici battuti alla nostra infermeria, mentre a me si gelava il sangue nelle vene.
Non erano avversari abbastanza intelligenti da arrendersi nemmeno se chiaramente inferiori militarmente, poiché preferivano perdere sino all’ultimo uomo nel tentativo di attendere un qualche miracolo che ribaltasse le loro sorti -salvo ovviamente i membri importanti, che si davano alla fuga se la situazione si faceva disperata-, dunque doveva essere accaduto qualcosa.
Partii di corsa verso la direzione presa minuti prima da Eris, mentre il cuore mi martellava nel petto e percepivo appena le gambe muoversi sopra al sottobosco.
Irruppi in una radura, e fu in quel momento che la crudeltà della vita si abbatté nuovamente sulle mie spalle.
Prima la mia famiglia, poi i miei amici, ed ora anche lei.
Eris era riversa a terra, mentre sangue scuro le sgrondava da una ferita aperta, inferta profondamente nel suo fianco, con le fedeli Erinni intorno alla sua esile e sofferente figura.
Mi avvicinai, ogni passo che si faceva più pesante del precedente, e caddi in ginocchio al suo fianco con le braccia che pendevano inermi a lato del mio corpo.
Accarezzai con lo sguardo il suo volto di porcellana, contratto in un’espressione di dolore, e nonostante ciò ebbe la forza di socchiudere gli occhi per osservarmi. Mi si formò un nodo in gola mentre le circondavo con cautela le spalle minute e me la stringevo al petto, posando una guancia tra i suoi capelli profumati. Inspirai quell’aroma, cercando di imprimerlo nella mia mente.
Eris emise un lieve rantolo, così chinai il viso a guardarla, e lei si sporse per sussurrare al mio orecchio.
Una lacrima mi rotolò lungo la guancia, mentre mi mordevo il labbro inferiore fino ad assaporare il mio stesso sangue, cercando di contenere il mio dolore nell’udire la sua dolce voce farsi sempre più flebile mentre mi diceva addio.
Le accarezzai una guancia fino a che, con un ultimo e profondo sospiro, chiuse gli occhi e il suo corpo senza vita si accasciò fra le mie braccia.
Mi chinai verso di lei e la abbracciai, stringendo per l’ultima volta il suo corpo contro il mio. Chiusi gli occhi mentre posavo il viso sul suo collo morbido, e scoppiai a piangere.
Era un pianto disperato, il mio, di chi aveva appena perduto la parte di sé che aveva appena incontrato e per troppo poco avevo avuto la possibilità di amare. Piansi, scosso da singhiozzi che partivano direttamente dal mio animo, piansi per la mia vita andata in frantumi, piansi per tutto ciò che avevo perduto fino a quel momento, piansi fino a non avere più voce od aria nei polmoni.
Con un ultimo lamento sollevai il viso verso il cielo che da rosso si era abbigliato di nero, e guardai il vuoto delle stelle mentre la brezza mi faceva bruciare gli occhi ancora pieni di lacrime.
Gli ultimi singulti lasciarono il mio corpo, mentre una sensazione di intorpidimento si impossessava di me.
Mi sentii vuoto.
Senza che me ne fossi accorto, le Erinni si erano strette al mio fianco e crocidavano piano, emettendo lievi versi da corvo. Sollevai debolmente una mano, e la passai con affetto sopra le loro piume, salutando silenziosamente ciascun volatile.
Adagiai infine il corpo della mia amata a terra, sopra il tiepido sottobosco, mentre un macigno si posava sul mio cuore ed altre calde lacrime mi rigavano le guance. Le Erinni mi osservarono con i loro occhi neri e perfetti come perle, lanciandomi un muto messaggio che non faticai a comprendere.
Posai un’ultima volta le labbra su quelle soffici di Eris e mi sollevai, con le membra straziate.
Chinai il capo e mi voltai, allontanandomi vacillando, senza mai più voltarmi e affidando la donna alla Notte e ai suoi amati corvi.
Mi era stato portato via tutto, ma grazie alle ultime indicazioni della mia amata avrei tentato di rendere il favore ai colpevoli.
Camminai nella notte, senza meta, ormai senza più lacrime da versare e come unica compagnia il mio straziante dolore.

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