Moonlight's Creed (Original Series)

Episodio 1×04

Present Day #2017: Toronto

Vivevo sulla Terra da così tanto tempo che potevo tranquillamente dire di conoscere ogni singola sfumatura, nel bene e nel male di ogni singolo abitante di questo pianeta compreso coloro che dovevano ancora nascere. Conoscerli per potermi integrare tra di loro era stata la prima cosa che avevo fatto per poter vivere serenamente su un mondo che non mi apparteneva. Eppure in più di un’occasione lo trovato così simile a Marte, il mio pianeta d’origine. Non potevo ancora definire la Terra la mia casa, ma si, ci stavo bene ed avevo persino imparato ad amare, no amare è una parola grossa, diciamo che stavo iniziando ad apprezzare il luogo che avevo scelto come mia dimora. Il Canada non era così male come credevo, e persino Toronto dove risiedevo stabilmente era molto meglio di quel che pensassi. Anche perché era stato con piacere che avevo appreso una volta arrivata in questo paese che il mio accento originario, si l’accento di Marte è duro a morire anche dopo duemila anni, ma qui potevo adoperarlo senza problemi, come potevo concedermi una vita quasi normale. Nonostante il mio istinto fosse quello di una guerriera, potevo tranquillamente permettermi di vivere come qualunque terrestre ed il mio elemento non era quel gran pericolo come tutti credevano.
Non ricordo di preciso e nemmeno cosa mi spinse ad aprire un agenzia investigativa, come al solito mi ero lasciata guidare dalla mia impulsività, ma a parte questo ero soddisfatta di ciò che avevo raggiunto. Ero titolare di una prestigiosa agenzia investigativa ed il lavoro di certo non mancava, tanto che in più di un’occasione pensai di assumere un aiuto. Eppure non volevo uno sconosciuto tra i piedi, non mi andava di spiegargli per quale motivo il fuoco scorresse nelle mie vene e nemmeno perché di notte, il più delle volte, era impossibile contattarmi. Eppure la mia copertura funzionava meravigliosamente bene. Potevo essere una “Guerriera della Notte” senza per questo destare dei sospetti ed il mio lavoro in questo mi aiutava parecchio. Potevo tranquillamente dire ad amici, non così intimi ovviamente, e conoscenti che ero irreperibile perché occupata in qualche pedinamento e tutto finiva lì.
Eppure non poter trascorrere molto tempo con le mie sorelle ed amiche, perché noi guerriere eravamo questo delle sorelle, mi spingeva sempre più spesso a sentire la loro mancanza. Ai vecchi tempi, trascorrevamo molto più tempo insieme, ora ognuna di noi era impegnata il più delle volte in altre faccende. Così quando seppi da Aphrodite che Nike sarebbe venuta a vivere con noi, scattò l’idea. Sapevo che non dovevamo accelerare il suo processo di recupero della memoria, ma considerando che erano passati ormai 150 anni da che, per salvarla, lei era divenuta un’altra… forse quella piccola insistenza potevo permettermela. E se Aphrodite aveva fatto il primo passo facendola tornare a vivere con noi, io avrei osato qualcos’altro…
Da sempre noi, come i nostri pianeti, eravamo legate da un legame d’azione seppur lei più nel senso della giustizia e io della guerra.
Avrei aspettato il momento opportuno e quando sarebbe arrivato come di consueto mi sarei inventata qualcosa.

“E anche l’ultimo dettaglio è al suo posto!” a questo pensai quando una volta finita di sistemare la mia camera da letto, con le mani sui fianchi mi guardavo intorno assai soddisfatta. Le cose che avevo portato da Nanda Parbat non erano certo un camion intero di oggetti, ma comunque ci avevo comunque messo qualche giorno per mettere tutto a posto e trasformare quella stanza vuota nella MIA stanza. E adesso, mentre mi guardavo intorno, mi sentivo davvero soddisfatta. Ognuna di noi aveva uno stile diverso dettato dai differenti gusti eppure per qualche ragione da che ero arrivata a vivere con loro mi ero immediatamente sentita a mio agio. Erano state le due settimane più surreali della mia vita, mi trovavo tra ragazze totalmente normali, inconsapevoli della mia natura non solo di assassina, ma anche di immortale eppure ambientarmi era stata la cosa più semplice che avessi mai fatto…
Jacob continuava ad essere arrabbiato con me, ma tra i due ero sempre stata io quella più testarda e dunque che lo avrebbe voluto o meno io non avrei smesso di cercarlo, non fin quando non avremmo parlato e ci saremmo chiariti.
Con i capelli raccolti da un mollettone e le maniche della camicia alzata ero appena uscita in corridoio decisa a percorrerlo per raggiungere il salone e di conseguenza la cucina decisa a cucinare qualcosa per le mie nuove coinquiline, ero brava a cucinare e non mi andava certo di mostrarmi loro come una scansafatiche, fu allora che vidi Ares. Era seduta sul divano e con il portatile sulle gambe probabilmente stava controllando alcuni documenti del lavoro…
“Ehi ciao!” esclamai sorridente, era mezzogiorno e mezzo e quasi tutte in un modo o nell’altro cercavano sempre di essere a casa per quell’orario, per loro condividere il tempo era importante e questo mi aveva colpito. Era difficile trovare persone così in quel presente fatto ormai solo di appuntamenti e frenesia. Stare con loro dunque mi faceva sentire a mio agio, a casa.
“Stavo proprio per preparare qualcosa, pasta al sugo oggi. Che dici?” sia mai che mi fermassi solo alle specialità inglesi, il mio repertorio era un melting pop di ogni tipo di cultura. Sorridente dunque, e ripensando alla ricetta che Claudia stessa mi aveva insegnato, raggiunsi la cucina open space che affacciava sul salotto e tirando fuori pentole e mestoli mi misi all’opera!

Era dal giorno in cui Nike era venuta a vivere da noi che pensavo alla possibilità di accelerare i suoi ricordi. Eppure qualcosa mi bloccava. Già ero bloccata, quando si trattava delle mie sorelle, prima di muovermi prendevo in considerazione un trilione di possibilità e le mie ipotesi mi portavano sempre ad un’unica soluzione, avrei potuto farle del male ed io questo non potevo accettarlo. Già non potevo accettarlo, ma non potevo nemmeno aspettare che le tornasse la memoria da sola. Ormai era trascorsa un’infinità di tempo eppure i suoi ricordi tardavano a tornare. Forse se le avessi proposto di lavorare insieme, proprio come un tempo, avrei ottenuto che la sua mente si decidesse a sbloccare qualche altro ricordo. Era una possibilità. Certo potevo proporglielo, ma non avevo la certezza che avrebbe accettato, anche perché c’era voluto, come sempre, un bel po’ di tempo prima che accettasse di venire a vivere insieme a noi. Forzarle la mano, anche se per il suo bene, poteva rivelarsi una mossa molto azzardata, ed io ora come ora non avevo né la voglia, né tanto meno il tempo di sperimentare.
Anche se la cosa mi rammaricava il caso di Nike doveva passare in secondo piano, avevo un bel po’ di lavoro da concludere e fortunatamente per quel giorno non dovevo pedinare nessuno. A questo punto dovevo solamente preparare un bel reso conto di quanto scoperto ed il conto. Un buon lavoro, deve pur essere pagato ed io mi facevo pagare profumatamente, come era giusto che fosse.
Così mi buttai a capofitto su quella parte di lavoro che aveva il potere di distendermi i nervi. Scrivere non era gran brutta cosa e visto che potevo rilassarmi per benino mi buttai a capofitto nella stesura della soluzione del primo caso che avevo concluso poche ore prima. Dovevo solamente trovare le parole adatte per far ingoiare la pillola ad un padre alla ricerca del figlio.
Ehi ciao!
«Evie mi hai fatto venire un colpo!» – bofonchiai cercando di calmare il procinto di infarto che avevo in corso – «Beh ciao anche a te» – risposi sorridendo.
Stavo proprio per preparare qualcosa, pasta al sugo oggi. Che dici?
«Ok vada per la pasta al sugo, ma ti prego non esagerare con le dosi, questo pomeriggio devo lavorare e vorrei evitare di addormentarmi in ufficio» – forse avrei potuto approfittarne per chiederle di venire con me. Ma l’idea di un buon piatto di pasta non mi dispiaceva – «dai ti aiuto in due faremo prima» – così dopo aver riposto il mio fidatissimo ed inseparabile portatile mi preparai a seguire mia sorella in cucina.



Ridacchiai all’esclamazione di Ares pensando che in effetti non era opportuno cucinare qualcosa che potesse appesantirla, ma anche se fosse sarebbe stato impossibile in quanto per via dell’essere un’Assassina sapevo quanto contava essere sempre leggeri ed efficienti, ma ovviamente questo non potevo dirlo alle mie coinquiline.
Sta di fatto che alla fine quel veloce, ma appetitoso, pranzo insieme si concluse nuovamente con me ed Ares da sole e lei che mi aiutava a lavare i piatti prima di uscire e fu esattamente in quel momento che lei colse la palla al balzo per farmi una domanda che non mi aspettavo.
Io ero solita reagire sempre negativamente alle novità, ma dopo una lunga meditazione era anche vero che tornavo suoi miei passi e già lo stavo facendo nel momento in cui lei uscì di casa per andare a lavoro. Di quello si trattava, di lavorare con lei. Avevo declinato perchè forse non credevo che fare l’investigatrice privata fosse nelle mie corde, ma era davvero così? Il mio addestramento d’assassina avrebbe aiutato e poi in quel periodo di fermo non sarebbe stato carino non lavorare e condividere così le spese con le altre.
Ci pensai per tutto il pomeriggio riflettendoci come era mio solito fare, mentre rimettevo a posto casa, mentre mi allenavo, mentre mi facevo la doccia, in ogni secondo tanto è che quando qualcuno giunse a trovarmi dovetti riscuotermi a fatica. Ero troppo pensierosa, da sempre…
Ovviamente rimasi sorpresa nel vedere l’ascensore arrivare, nessuna delle ragazze era in casa e da come avevo scoperto la prima volta essendo che lo stesso arrivava direttamente in casa, fungendo da porta, solo le persone autorizzate dalle inquiline potevano aver il permesso del portiere per salirvi. Ero agitata, non sapevo chi mi sarei trovava davanti e quando fu il Mentore Altair per poco non ebbi un infarto. Non ero abituata a vederlo vestito come una persona di quel tempo e forse a dirla tutta non ero proprio abituata a vederlo senza la veste d’Assassino, ma la domanda era un’altra: come aveva fatto a salire?
“Non mi dire che sei sulla lista…” ironizzai con simpatia, ma anche un rispetto che mai veniva meno.
“Sono un Assassino da qualche anno Evie, so come aggirare un ostacolo…”
“Touchè” pensai e stupida io a chiederglielo! Gli feci segno di accomodarsi e fui ben lieta in quel momento che non ci fosse nessuna in casa, anche se avrei trovato un modo per giustificare la sua presenza.
“Ero curioso di vedere come stavi…”
Ero sicura che il Mentore volesse assicurarsi di come stessi a livello emotivo, ma anche cosa stavo facendo di quel periodo sabbatico che avevo chiesto e mi era stato concesso.
“Questa normalità è ciò di cui avevo bisogno per rimettere insieme i miei pensieri, lontano da chi possa causarmene altri…”
Non ebbi la necessità di approfondire quel discorso vago, che il Mentore aveva già capito tutto. Lui che sapeva assai bene la mia storia, la verità che nemmeno io ricordavo e credeva che il comportamento di Jacob non aiutasse il mio recupero, lo stesso che lui sapeva bene che un giorno avrei avuto.
“Ma se sei qui perchè hai necessità che io torni…” lo dissi con la fermezza e il senso di obbligazione che mi contraddistingueva anche se, dovevo essere sincera, lo avrei fatto con grandissima difficoltà.
Lui scosse il capo, di poche parole come sempre, e posò una sua mano sulla mia.
“Assolutamente. Prenditi il tempo di cui hai bisogno e anzi sono dell’idea che del tempo in questo luogo e con le tue nuove amiche non farà che farti bene…” lui ovviamente parlava con una condizione di causa a me sconosciuta, ma che in quel momento mi fece sentire grata nei suoi confronti.
Eravamo ancora seduti uno di fronte all’altro in pieno discorso, quando l’arrivo dell’ascensore indicò la presenza di Aphrodite. Dal canto mio saltai in piedi cercando di giustificare quella visita, non mi sembrava bello che ero lì da pochi giorni e già mi permettevo di invitare gente qua e là, ma per qualche strana ragione non ce ne fu bisogno perchè loro parevano già conoscersi. Non feci domande. Ci poteva stare con il nostro ruolo di Assassini di incontrare persone e magari presentarci a loro sotto falso nome e quindi magari lui aveva conosciuto così la mia coinquilina, la stessa che con un gran sorriso mi disse di non preoccuparmi e di uscire pure se dovevo -in effetti le avevo accennato di un impegno- che all’ospite se ne sarebbe occupata lei.
Io ero poco convinta, ma anche Altair mi invitò a non preoccuparmi e in effetti di cosa? Lui se la sapeva cavare anche meglio di me. Salutai dunque il primo e poi la seconda, ringraziandoli entrambi, seppur per motivi diversi, e poi uscì di casa lasciandoli di fatto soli…

Quando avevo messo per la prima volta piede sulla terra, avrei riso se mi avessero detto che, un giorno, sarei riuscita ad ambientarmi talmente bene da vivere in mezzo agli umani, a lavorare con loro, addirittura. Mi sarebbe sembrata nient’altro che un’idea strampalata, alla quale mi ero opposta ostinatamente per qualche tempo, portandomi dietro un rifiuto sprezzante che veniva direttamente dal dolore della perdita, da quel vuoto nel cuore avente forma del mio pianeta. La terra mi aveva conquistato pian piano, appena avevo cominciato ad accettare la situazione, presentandosi a me in tutto il suo sconfinato potenziale, ancora praticamente incontaminata, anche se nei confronti dei suoi abitanti avevo mantenuto a lungo un atteggiamento di superiorità altezzosa — adesso ne consideravo un buon settanta percento sgradevole o mediocre, ma era diverso, ero disposta a concedere loro una possibilità, a mescolarmi tra loro, condividere i loro stessi lavori, come secoli fa mi sarebbe apparso impensabile. Avevo sempre, però, ammirato la bellezza in ogni sua forma, naturale e non, fin dal principio, ne avevo incoraggiato l’esaltazione, dunque la scelta di aprire un centro estetico lì a Toronto non dovrebbe risultare affatto strana. Mi era sembrata subito l’unica cosa sensata da fare, una verso la quale potessi essere veramente interessata, oltretutto.
All’ora di pranzo, infatti, ero di ritorno da una riunione, la quale fortunatamente non aveva occupato in modo eccessivo il mio tempo e si era svolta serenamente, dal momento che il centro stava andando più che bene, dalla sua apertura. Mi ero scoperta volenterosa ed entusiasta di poterlo portare avanti, nonchè riluttante a delegare anche compiti noiosi come quello a terzi, anche se ne avevo la possibilità. Non fu lo scenario di tutti i giorni, ad ogni modo, ad accogliermi, e sul principio non riuscii davvero a nascondere l’effetto che mi fece trovarmi Altair davanti così all’improvviso, bloccandomi a qualche passo dalla soglia, il respiro incastrato in gola e il sorriso congelato sul posto.
Avrebbe sul serio dovuto conoscere le meravigliose magie della tecnologia e dei telefoni cellulari, anche se per qualche motivo il pensiero di lui con in mano uno di quegli aggeggi mi parve stranamente sbagliato, fuori luogo, avevo difficoltà ad associarlo a qualcosa di così moderno. Anche in quella stanza mi faceva uno strano effetto, in mezzo a tutto quel vetro e quell’acciaio. Mi riscossi da quei pensieri in tempo da salutare Nike, per poi togliermi dall’ingresso e qualche secondo più tardi mi trovai sola con Altair dopo non mi ricordavo nemmeno quanto tempo. Un profondo senso di mancanza mi colpì dal nulla, senza preavviso, accompagnato dal desiderio lacerante di farmi più vicina a lui, di sentire il contatto con la sua pelle, facendomi comprendere quanto fossi meno forte di quanto avessi pensato.
« Vuoi qualcosa da bere? » glielo chiesi direttamente, saltando tutti i convenevoli del caso, dopo aver quasi raggiunto il divano su cui era seduto — ero riuscita, in qualche modo, a non far tremare la voce e ne andai fiera. Io, comunque, avevo bisogno di alcool, ne ero certa.. sì, sì, lo sapevo, era terribilmente presto per gli alcolici, ma era una situazione particolare, va bene? In realtà, forse avevo ancora più bisogno di una scusa per rifugiarmi in cucina qualche momento, a riorganizzare i pensieri e a calmare il cuore, che batteva a velocità doppia rispetto al normale.

Di fronte a lei ogni mia certezza e fermezza cessava di esistere e seppur anche in passato mi ero sempre vantato di essere io tra i due quello capace di prendere le distanze e fare ciò che era giusto, mi bastava vederla per sentire ogni mia certezza venire meno.
Dunque restai in silenzio da parte, un blocco di marmo che non lasciava trasparire nessun tipo di emozione, aspettando che Nike ci lasciasse soli… Anche in quel momento mi ero preso tutto il tempo del mondo per fermarmi ad osservare i suoi gesti sempre estremamente precisi ed eleganti anche quando si trattava di movimenti semplici e quotidiani.
La sua bellezza poi era abbagliante, per qualsiasi umano era impossibile resistergli… Se solo il mondo avesse saputo che Aphrodite era vera, che lei aveva dato origine a quell’immagine della donna perfetta, armoniosa incarnazione ella stessa dell’amore… allora ogni donna sulla Terra si sarebbe sentita nulla in confronto a lei.
Tuttavia io avevo imparato a guardar oltre al suo aspetto, tanto da scoprire con stupore che quel suo essere ammaliante valeva anche per il suo cuore, la sua anima e la sua mente.
Fu quando finalmente mi rivolse la parola, senza tuttavia guardarmi, che scattai con la mia solita agilità d’Assassino. Nemmeno lei era riuscita a precedermi tanto che mentre già faceva per darmi le spalle, io le avevo cinto il polso e facendola voltare verso di me l’avevo costretta con il suo corpo sul mio. Nemmeno una parola, solo un lungo sguardo e poi la mia bocca cercò la sua in un bacio pieno di quel calore e passione che mai era cessata di esistere.
Anche se lei era di più… molto di più… era amore vero, puro, forte e anche distruttivo… noi che ci cercavamo, ci amavano e ci distruggevamo a vicenda incapaci poi di tirarci indietro di fronte alla necessità di ritrovarci.
Ero ancora con la mia fronte contro la sua, la mia mano su un suo fianco e l’altra a giocare con una ciocca dei suoi capelli biondissimi… le labbra che si cercavano in baci sfuggevoli, mentre ancora si sfioravano.
“Preferisco il sapore delle tue labbra…” le sussurrai in quel sorriso appena accennato in cui raramente mi aprivo, ma che lei riusciva naturalmente a scaturirmi.
“Scusami, ma è passato troppo tempo dall’ultima volta che ti ho visto…” un’eternità per un comune mortale, una pausa fin troppo lunga per me…



Mi ero sempre vantata della mia sicurezza, della superiorità con la quale gestivo le relazioni, la prontezza con la quale me ne distaccavo completamente, una volta finite, per un motivo o per un altro, senza il minimo ripensamento o rimpianto. Mi ero inoltre considerata migliore di quelle umane che rimanevano aggrappate ad un sentimento sfiorito, magari anche dannoso, per così tanto tempo. Che stupida ero stata, a pensarmi migliore di loro, a credere che tutto ciò non avrebbe mai potuto toccarmi.
Dopotutto i sentimenti, per me, erano sempre stati qualcosa di estremamente passeggero, superficiale — mi innamoravo della bellezza, delle linee precise e simmetriche, di un corpo solido sotto le mie dita —, di cui potevo tranquillamente fare a meno, se così avessi deciso, prima che l’arrivo di Altair nella mia vita scuotesse, una per una, ogni mia convinzione, ogni caposaldo della mia esistenza. Con lui ero stata travolta, per la prima volta, dalla forza delle emozioni; avevo assaggiato la lama appuntita della mancanza, in sua assenza; avevo provato qualcosa che andava ben oltre il semplice desiderio carnale e per me, quella, era stata la sorpresa più grande di tutte, in quegli anni passati sulla terra. Avevo assistito alla nascita ed alla conseguente caduta di diverse civiltà, eppure l’avvenimento che maggiormente mi aveva scosso era stato innamorarmi, quello sì che mi aveva tolto il fiato più di tutto il resto, più dei giardini pensili di Babilonia.
E dopo tutti quegli anni, riusciva comunque a sorpassare le mie difese con tanta facilità, a farmi tremare il cuore come se non fosse passato nemmeno un giorno; non era giusto, decisamente. Non avrebbe dovuto ed io non avrei dovuto permetterglielo, avrei dovuto respingerlo, perchè altrimenti avremmo finito per cadere nella solita spirale, avremmo finito per farci male e bruciarci al sole come Icaro. Non ci riuscivo, che io potessi essere maledetta. Non riuscivo a non stringermi a lui mentre prendeva le mie labbra tra le sue, a non portare istintivamente la mano dietro la sua nuca, a non sentirmi completa lì tra le sue braccia.
« Perchè continuiamo a farci questo, ogni volta? » sospirai, dopo aver appoggiato la testa contro la sua spalla.
« Comincio a pensare  che siamo maledetti, io e te. Condannati ad essere infelici per l’eternità. »

E forse maledetti lo eravamo davvero, perchè se solo fossimo stati abbastanza lucidi avremmo capito e compreso che continuare in quel modo era solo controproducente per entrambi eppure più provavamo a distanziarci e dividerci, più inevitabilmente l’assenza dell’altro cresceva nei nostri cuori fino a portarci alla disperazione di ritrovarci per non volerci lasciare mai più.
La tenni dunque stretta a me, con quella confidenza e quel calore che solo lei riusciva a provocarmi e rendendomi un po’ meno rigido e distaccato, come invece tutti mi conoscevano.
Le portai i lunghi capelli biondi dietro la spalla, per lasciare libero il suo collo e così prenderlo ad accarezzare con solo due dita che salendo arrivarono al suo mento e prendendolo la costrinsi a tuffare il suo sguardo nel mio.
“Una maledizione a cui, inizio a credere, di non poter fare a meno…” le sorrisi debolmente, non prima di prenderle una mano e portarmela alla bocca, lì dove vi posai un lieve bacio sul dorso.
“Lo ammetto, non sono venuto solo per vedere come il procedimento di recupero di Nike prosegue e… per la cronaca, sono lieto che tu l’abbia portata qui…” sapevo quanto loro avessero sofferto lontane per così tanto tempo da una parte integrante stessa di ciò che per loro era l’unica famiglia e passato che conoscevano, ma dall’altra stavo anche vedendo come il recupero di Nike stava ferendo inesorabilmente Jacob.
“Avevo bisogno di vederti, avevo bisogno di sentirti e …” sapere che ci fossi, che nonostante tutto e tutti fossi ancora mia. Era egoistico, lo sapevo, più e più volte l’avevo allontanata. Sempre io ero stato colui che l’aveva ferita eppure adesso ero lì, visibilmente disperato, di averla accanto.
Sapevo cosa si stava avvicinando, lo percepivo e forse mai come in quel momento nella mia lunga esistenza, mi stavo rendendo quanto vano fosse stato cercare di fare a meno del suo amore. Perchè potevo apparire spigoloso e superbo, lo ero, ma in egual modo la mia saggezza mi aveva insegnato che era inutile combattere contro qualcosa tanto forte come ciò che mi legava a lei… qualcosa che ci avrebbe ferito di nuovo, ma che ora sapevo, non potevo farne a meno.
“Forse oggi sarai tu ad allontanarmi, a cacciarmi e rinnegarmi…” il che era terribilmente spietato da dire da parte mia, visto che  io lo avevo fatto sempre con lei, ma era anche un modo per farle capire che se lo avesse fatto lo avrei accettato.
“… ma se puoi, io ti prego di non farlo…” un solo sussurro, quasi una preghiera, mentre un mio dito accarezzava le sue labbra… morbide e che tanto avevo sognato nelle lunghe notti distante da lei…

Avevo provato tante volte, prima di allora, a lasciarmi alle spalle quella storia tanto bella quanto distruttiva per entrambi, che non facevamo altro che venirne risucchiati sempre di più, consumati da un fuoco che non si spegneva mai del tutto — proprio come fosse una maledizione scagliata da un qualche dio adirato —, eppure si era sempre trattato di un sollievo momentaneo. Settimane, qualche mese quando ero particolarmente fortunata, poi la stessa vecchia sensazione tornava a mangiarmi il cuore, quella che mi diceva nessuno ne valesse davvero la pena, che nessuno mi coinvolgeva come era in grado di fare Altair, per quanto sperassi ogni volta di trovare qualcuno che mi facesse battere il cuore altrettanto forte e mi facesse provare emozioni altrettanto intense da darmi assuefazione. Avevo provato tante volte, prima di allora, a trovare la carezza confortevole di un amore normale, magari non totalizzante e nemmeno troppo profondo, ad accontentarmi di esso, ma il problema, per quanto mi piacesse lamentarmi del contrario, non era soltanto il non essere all’altezza degli altri, era proprio che, infondo, non volevo la felicità opaca, dal sapore finto e plastificato, sarebbero stati in grado di darmi. Anche se sarebbe stato più semplice e meno doloroso accontentarmi, non volevo farlo.
Potevo cercare sollievo tra le braccia di tutti i Kyle del mondo, tuttavia nessuno di loro avrebbe mai avuto il mio cuore, era inutile sperare nel contrario.
Portai entrambe le mani ad incorniciargli il volto, prendendo a carezzare lentamente la pelle lungo la linea della mascella, sotto le orecchie, vicino la nuca.
« Ci ho provato, sai? A.. non a dimenticarti, no, ma ad andare avanti. Ho provato a capire se potevo essere felice con un’altra persona e.. lo sono stata, ma per così poco tempo che mi sembrava di battere le ciglia e di tornare nella stessa situazione di partenza. E’ stato frustrante. » parlai piano a mia volta, come se ci trovassimo in un tempio, guardandolo negli occhi.
Non avevo ammesso tutto ciò per farlo soffrire, quanto per essere del tutto onesta nei suoi confronti.
« Forse dovrei allontanarti, dirti di andare via, ma non ci riesco. Credo di poter fare a meno di te, a volte, poi arrivi all’improvviso e… mi rendo conto di essermi illusa tutto il tempo. »



La mia mano poggiata sul suo braccio finì per scorrere sullo stesso e arrivando alla sua mano, la presi nella mia, solamente per stringerla e così facendo con lei camminare fino al divano sul quale finimmo entrambi seduti uno di fianco all’altro.
“E’ egoistico da parte mia piombare qui e dirti queste cose, lo so…” avevo l’intelligenza e la saggezza per notarlo, ecco perchè dunque le sue parole le capivo e non le giudicavo. Rimasi tuttavia lì al suo fianco, incapace di lasciarle andare la mano che ancora era “prigioniera” tra le mie.
“… ma un qualcosa mi ha spinto a non trattenermi oltre…” il che era strano in effetti. Ero stato indubbiamente impulsivo in un passato ormai lontano e adesso ero solo mosso da una cieca ragionevolezza e concretezza che sapevo che ad occhi esterni mi faceva apparire freddo e calcolatore. Mi toccai il petto facendo una pausa, come a volermi accertare che le sensazioni che stavo avendo non fossero solo mie. Sapevo che Selene aveva la capacità di “percepire” gli eventi, in parte un dono della sua defunta madre passata alla storia nei miti terrestri come Theia, la Dea della Preveggenza… Se solo il mondo avesse saputo che quello che chiamava miti erano in realtà abitanti di mondi lontani, che grazie ai suoi pochi superstiti avevano fatto sopravvivere le loro storie narrandole oralmente fino a farle divenire leggende…
“Non so come dirtelo…” avevo ancora negli occhi i suoi racconti sulla fine del suo Pianeta, della sua casa. Di come un giorno tornata da una missione lontana lo aveva visto ridotto in cenere, con tutti quelli che amava morti e la responsabilità di farsi ambasciatrice dei pochi venusiani rimasti e costringerli a trasferirsi su un Pianeta sconosciuto e lontano: la Terra, da sempre considerata tabù per tutti loro…
“Il mio sonno è disturbato da pensieri perversi e perturbatori, avrei voluto che fosse solo un mio brutto momento, ma ho visto succedere lo stesso tra molti membri della Confraternita… La violenza è aumentata, l’odio e il razzismo è a livelli mai visti e il sangue delle persone ribolle di pregiudizi e rabbia…” non erano parole casuali le mie, erano parole che in passato lei mi aveva raccontato per dirmi in che modo la venuta di Kaos era stata preannunciata da sintomi invisibili, ma al contempo sotto gli occhi di tutti… di come quella forza oscura tramite Eris, conosciuta a noi terrestri come la Dea della Discordia, aveva consumato le persone con l’oscurità più profonda fino a distruggere ogni cosa…
Non smisi di osservare il suo viso per studiarne l’espressione e capì immediatamente che qualcosa in lei si era spezzato, un incubo che sperava mai avrebbe dovuto vivere di nuovo. Strinsi maggiormente la sua mano dunque per darle il mio conforto e poi mi feci più vicino per posarne una delle mie sul suo viso.
“Nessuno meglio di te sa che in questi momenti è solo l’amore e l’unione a darci la forza…” e le mie non erano parole vuote e banali, ma erano una verità ben più antica e profonda, che solo adesso -con una gigantesca di mole di anni sulle spalle- capivo…
“Forse dovrei essere grato a queste percezioni…” esclamai ad un certo punto quasi con sarcasmo, ma pieno di una verità amara che riconoscevo “… perchè senza forse sarei stato codardo e ti avrei allontanata… come ho fatto in questi ultimi ottocento anni…”

Lo seguii sul divano e mi feci istintivamente ancora più vicina, in modo da far aderire quasi completamente le nostre gambe; ero stata privata per così tanto tempo della sua presenza che non sopportavo di averlo più lontano di così, non quando potevo far qualcosa di concreto ed immediato in merito. Mi sarei pure adagiata su di lui, con la testa sul suo petto e un braccio attorno alla sua vita, ma aveva quello sguardo negli occhi, lo intercettai e riconobbi all’istante, che mi faceva comprendere quando era sul punto di fare un discorso serio. Mi feci più attenta, quindi, e notai una certa oscurità nella sua espressione, un’ombra inquieta, portatrice di tormento; la vidi nel solco in mezzo alla sua fronte, sopra la base del naso, nella linea delle labbra, più dritta e stretta rispetto a quando era rilassato ed era disposto a lasciarsi andare almeno per un po’. Lo conoscevo e continuavo a conoscerlo, a dispetto di quanti anni avessimo passato lontani l’uno dall’altra, e vedevo oltre rispetto a ciò che di norma coglievano le persone che avevano a che fare con lui.
Francamente cominciavo a provare un senso di allarme, alle sue parole, alla serietà cupa con la quale le stava pronunciando, quindi raddrizzai la postura, poggiandogli poi le dita sul dorso della mano che stava usando per stringere la mia, passandogli il pollice sul dorso e sulle nocche, in un gesto lento e delicato, per rassicurarlo, dirgli che poteva andare avanti senza alcun timore, perché sarei stata abbastanza forte, di qualsiasi cosa si fosse trattato e, al tempo stesso, per comunicargli la mia vicinanza, nonostante tutto. Non avevo modo di dubitare di Altair e non lo feci, prendendo con la massima serietà le sue parole, anche se una fitta di angoscia mi prese a morsi lo stomaco, crudele e vivida, come se ci fosse effettivamente qualcosa a straziarmelo sul serio — erano solo ricordi, stralci di sensazioni vissute e mai dimenticate, eppure non per quello mancavano di intensità. Rimasi in silenzio per diversi secondi, i quali si dilatarono ben presto in minuti, tesi, durante i quali cercai di mantenere il controllo di me stessa e delle mie emozioni, ma quando ripresi a parlare lo feci guardandolo negli occhi, non nascondendogli la paura che si annidava lì, tra l’azzurro delle iridi, non a lui.
« Hai fatto bene a dirmelo. Non so se ti avrei perdonato, se tu fossi rimasto in silenzio, anche con l’intenzione di proteggermi, magari. Lo sai, dopotutto, non sopporto essere sottovalutata. »
Mi arresi al suo tocco, inclinando il volto per approfondire il contatto con la sua mano e chiusi qualche attimo gli occhi.
« Stai dicendo che non ti allontanerai come le altre volte? O semplicemente che Guerriere e Assassini devono essere uniti, per affrontare quello che ci aspetta? » lasciai cadere il quesito con molta schiettezza, in contrasto con il mio gesto di poco prima, dolcemente accorto, e non lo feci perchè mi divertissi a girare il coltello nella piaga, a porre domande probabilmente difficili da gestire, ma perchè avevo bisogno della sua risposta.

Chi giudicava Aphrodite solo dalla sua bellezza, avrebbe fatto l’errore più grande che poteva esserci perchè sottovalutarla era assai pericoloso. Avevo imparato, in tutti quegli anni, che i venusiani (e non solo lei a detta anche delle sue compagne) fossero tra gli esseri viventi più attraenti e perfetti dell’intera Galassia. Resistere loro era impossibile, ad un popolo che aveva fatto di ciò che era bello la loro forza.
Erano esteti e nella loro morale assumeva un’importanza fondamentale la forma esteriore, il culto della forma prevaleva sulla virtù e tendevano a rendere piacevole la vita e la socialità.
I venusiani erano convinti che fosse impossibile conoscere la verità, possedere l’assoluto e vivere nella virtù e che quindi l’individuo era destinato a non andare oltre al momento estetico, senza mettere da parte l’intuito che prevaleva sulla razionalizzazione. Niente che di più diverso poteva esserci tra lei e me.
Per Aphrodite il realismo era visto come un totale fallimento nella ricerca della bellezza e sosteneva che le uniche cose belle sono quelle che non riguardano valori oggettivi ma i gusti e la sensibilità estetica di una persona.
Lei era nata e cresciuta in una società che ha sempre avuto come scopo quello di trasformare la vita in opera d’arte, sostituendo alle leggi morali le leggi del bello e andando continuamente alla ricerca di piaceri raffinati, effimeri, impossibili… Era un popolo che aveva orrore della vita comune, dei ceti inferiori, della volgarità borghese, di una società dominata dall’interesse materiale e dal profitto… E per quanto Aphrodite poteva essere mutata e cresciuta nel suo lungo tempo passato sulla Terra  era stata sempre contrariata dal mio allontanarla, dal mio isolarmi in una Torre d’avorio, in una sdegnosa solitudine circondato solo da concretezza e realismo.
Ecco perchè la sua domanda non mi stupì… così diretta, così decisa, di chi nonostante fosse mosso dal potere dell’amore in ogni aspetto della sua vita sapeva in egual modo leggere le trappole dei materialisti, come me.
Sorrisi dunque abbassando lo sguardo, per tornare poi a guardarla colpito nel segno e affondato. Era in quei momenti che capivo quanto poco fossi di fronte a lei, quanto i miei ottocento anni fossero nulla in confronto ai suoi duemila divisi tra terra e universo. Solo in quel momento, in così tanto tempo da che la conoscevo, mi stavo rendendo davvero conto di quanto la mia saggezza e la mia conoscenza fossero un misero granello di sabbia…
Fu dunque abbassando le mie difese da saccente quale ero che prendendo una sua mano la intrecciai alla mia, la mia pelle scura che stonava con la sua chiara… ma di un chiarore innaturale, alieno…
“Dobbiamo essere uniti sì…” chiarì sicuro di vederla per un istante quasi sospirare affranta, di chi aveva paura di ricevere solo l’ennesima conferma, ma io non avevo concluso.
“Come alleati e come amanti” conclusi poi.
Assassini e Guerriere ora più che mai dovevano essere vicini, perchè la Confraternita da sempre aveva cercato di capire e svelare i segreti della Prima Civilizzazione tenendo al sicuro il mondo dai suoi pericoli, quanto solo le Guerriere conoscevano davvero l’entità di ciò che stava arrivando. Ma ora avevo una conoscenza in più e cioè che niente sarebbe valso la pena salvare se non si aveva al suo fianco con chi condividerlo…
“Inizio a credere che dopo tutto questo tempo il tuo senso esteta di vedere le cose abbia fatto breccia nel mio cuore di pietra…” lo dissi con quell’ironia pacata di chi doveva sapere leggere il mio viso quasi sempre serio e composto, anche nella leggerezza. E seppur era una breccia, piccolissima, era abbastanza per farci entrare tutto il suo amore…

Ero stata ad un passo dal rabbuiarmi, quando aveva preso a replicare, certa mi sarei alzata dal divano per allontanarmi da lui di qualche passo, forse per dirigermi in cucina come nelle mie originali intenzioni, poi accantonate, eppure dovetti aspettare solo qualche altro secondo per essere smentita, fortunatamente. Non impedii minimamente ad un largo sorriso di prendere posto sulle mie labbra, nel guardarlo mentre finalmente faceva qualcosa per se stesso, per la sua felicità personale, invece di rinchiudersi in un martirio perenne, senza mai fine. Ammiravo il suo senso del dovere, ma lo avvertivo soffocante, non comprendevo il modo in cui aveva lasciato per tutto quel tempo che prendesse piede così totalmente sulla sua vita, e certamente non sarei mai riuscita a condividerlo — una vita che valeva la pena di essere vissuta, per me, doveva essere assaporata fino in fondo, senza precludersi i piaceri che poteva dare. Non avevo condiviso le sue decisioni, ma le avevo rispettate, con quella saggezza e pazienza che tradiva probabilmente la mia reale età, senza mai implorarlo di rimanere, senza mai presentarmi alla porta del Covo degli Assassini pretendendo di vederlo. Era stata un’attesa irta di sofferenze, piena di speranze disattese e piaceri effimeri, destinati ad appassire rapidamente, eppure averlo lì con me, in quel momento.. sentirgli dire che dovevamo essere uniti, sia come coppia che come alleati, mi rese certa ne fosse valsa la pena. Tutto si fece nullo, di fronte alla consapevolezza che quella volta, finalmente, non sarebbe andato via, scomparso dietro una saracinesca di principi, un muro freddo fatto di razionalità, ma sarebbe rimasto, solido e reale al mio fianco, come tante volte avevo sognato avrebbe fatto.
Sbuffai una lieve risata, spontanea e cristallina, contro il suo viso, quando salii sulle sue gambe, incastrandolo al divano, un sollievo chiaramente percepibile in quel suono ilare. La preoccupazione, la paura cupa e sorda, pulsanti nel petto, c’erano ancora, tuttavia Altair era lì e sarebbe rimasto, dunque mi era concesso di non volerci pensare, momentaneamente.
« Promettimi una cosa, allora; domani parleremo alle ragazze di ciò che mi hai confidato, ma oggi.. oggi è solo nostro. »
Glielo soffiai sulle labbra, le quali sfiorai leggermente con dei baci leggeri, giocosi, prima di tornare a guardarlo negli occhi, con l’accenno di un sorriso, ma lo sguardo serio di chi non stava affatto scherzando.
« Oggi tutto ciò che è fuori dalla porta di questa casa non può entrare. »

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