Moonlight's Creed (Original Series)

Episodio 1×02

Flashback #1715: Tulum

Nell’aria si sentiva ancora il caratteristico odore di polvere da sparo delle armi usate dai Templari per attaccare il Covo di Tulum, nello Yucatan. I rumori erano invece quelli soliti della foresta, dei piccoli animali che si spostavano tra le foglie o dell’acqua che filtrava tra le rocce.
Ruotai la testa e mossi le spalle per sgranchire i muscoli ancora tesi dallo scontro appena terminato: mi sarebbe piaciuto poter risolvere anche le altre faccende con così pochi gesti. Invece, certe immagini e certe parole continuavano a lasciarmi un senso di fastidio difficile da ignorare.
Cosa era la Setta degli Assassini? Un gruppo di pazzi religiosi? Le regole del loro Credo potevano venirmi comode (“Tutto è lecito”) ma c’erano in ballo anche questioni di responsabilità verso l’umanità e la sua libertà che avevano del comico, a pensarci bene. E come è che chiamavano Ah Tabai? Il Mentore? Sbuffai divertito. Tutte cazzate.
Mi fidavo di James Kidd come pirata, e lui sembrava molto votato alla loro causa, ma queste cose non facevano per me… a meno che non mi avessero fruttato velocemente un ricco bottino in monete d’oro.
Mi avvia lungo il sentiero che portava alla spiaggia, per poter tornare alla mia imbarcazione, la Jackdaw, dove il mio equipaggio stava aspettando di far rotta verso nuove scorrerie. Questa è la vita che merita di essere vissuta, capitano Kenway ricordai a me stesso.
Colsi nella fitta vegetazione un movimento e subito mi allertai, le mani già sull’impugnatura delle mie fidate pistole. Amico o nemico? Distinguevo solo una sagoma chiara, poi vidi spuntare un cappuccio bianco. Mi rilassai impercettibilmente: Assassini dunque, ma potevo veramente chiamarli alleati? Mi avevano appena cacciato via dalla loro base, considerandomi il colpevole dell’attacco templare che, comunque, solo grazie a me era stato sventato.
Parlai con il mio solito tono di sfida: “Allora? Avete già un ripensamento? Il tuo capo ti ha mandato per convincermi a dare un aiuto alla vostra missione? Gli conviene prepararsi un bel po’ di grana, perché sennò non lo starò neanche a sentire!”

Nonostante avessi iniziato a portare il cappuccio da Assassina, le mie vesti non ingannavano una certa unicità. Avevo imparato negli anni gli usi e costumi di quella Confraternita che io e le mie compagne consideravamo amica e con la quale più volte avevamo avuto modo di collaborare, tuttavia senza mai rinnegare ciò che NOI eravamo. Il nostro di compito e di ruolo.
Dunque nonostante l’apparenza in un primo momento poteva farmi sembrare una di loro, bastava osservarmi con più attenzione per scoprire che vi era qualcosa di diverso.
Il lungo mantello con cappuccio ad esempio non era bianco, ma di un verde molto lieve… quasi pastello. L’abito poi di un verde più acido differiva da quelle indigene che le Assassine portavano, era molto più lungo sul davanti nonostante i due grandi spacchi lasciassero scoperte le mie lunghe e longilinee gambe e le braccia, a differenza di loro, non erano nude, ma coperte con una manica che giungeva fino a metà mano.
Un’altra cosa particolare era l’armatura che mi copriva collo, spalle e parte della vita… di un verde oliva che forse poteva farla apparire ossidata a chi non osservava bene, ma in realtà forgiata con un metallo del mio pianeta che mi permetteva incanalare l’energia elettrica senza alcuna conseguenza.
Le gambe poi, fin poco sopra il ginocchio, erano fasciate in stretti stivali che tenevano al sicuro le mie giunture e i miei muscoli dai combattimenti bruschi delle battaglie, aumentando così il mio equilibrio.
I capelli, scurissimi, erano sciolti e lunghi andando a delineare i tratti gentili del mio viso. La pelle chiara e le labbra carnose potevano ingannare, ero di certo una marchesa… conosceva le buone maniere e l’eleganza, ma sopra ogni cosa ero una guerriera.
Dovetti ammettere che il caldo tropicale di quella zona della Terra era molto difficile per me da sopportare, io che venivo da un pianeta ove la temperatura media sostava sui -121° preferivo di gran lunga le tundre siberiane o i poli che tanto avevo imparato ad apprezzare.
Ma ero lì per un motivo e non era abitudine di noi Guerriere lamentarci, quando si diventava tali non esistevano più titoli o ceti sociali, si era tutte allo stesso livello e si combatteva per gli stessi ideali.
“In realtà a me, non mi ha mandato nessuno…” esclamai con cadenza lenta e un accento assai particolare. Imparare le lingue di quel pianeta non era poi stato così difficile, seppur il mio accento originario di Giove non riuscivo a perderlo, lo stesso che a quanto pare per loro terrestri assomigliava moltissimo a quello inglese.
Uscita dalle foglie della foresta che mi nascondevano, mi mostrai alla luce del sole su quella spiaggia dorata e desolata. Di fronte a me solo l’immensità del mare e l’imponenza della Jackdaw.
“So che sei alla ricerca di alcune Chiavi Templari…” esordì ancora celandomi al suo sguardo, voltata verso la distesa salata e con il cappuccio a nascondere il mio viso.
“Se mi aiuterai a localizzare una Templare, io posso farti venire in possesso di quella che lei custodisce…” esclamai sapendo molto bene, dai racconti di Kidd, che quel pirata non era solito far niente per niente. Dunque se volevo il suo aiuto dovevo offrirgli qualcosa e considerando quando Ah Tabai non era disposto ad aiutarmi nella mia missione, dovevo trovarmi alleati alternativi.
Dopotutto Guerriere e Assassini erano alleati, ma la nostra caccia verso i Templari a volte differiva. Io in quel caso dovevo trovare la Marquez ed eliminarla prima che riportasse informazioni importanti su me e le mie compagne. La sua gente ci stava già abbastanza con il fiato sul collo senza che conoscesse l’ubicazione di alcuni artefatti alieni che dai nostri pianeti avevamo portato.
“Che dici, ti va di aiutarmi?” chiesi infine voltandomi completamente verso di lui e solo allora abbassando il mio cappuccio e dandogli così modo di potermi guardare in volto.

Ero impressionato. Non mi ero aspettato di trovarmi davanti ad una donna, tanto meno di una bellezza così devastante. Bella come una dea. Quegli occhi verdi, così intensi, quell’aria indecifrabile, come se il mondo e le sue atrocità non la potessero minimamente sfiorare. Eppure, quella donna sembrava abituata alla battaglia, lo riuscivo a percepire dalla sicurezza con cui si muoveva e parlava.
Mi aveva stregato nell’istante stesso in cui avevo posato lo sguardo sul suo viso. Strinsi i denti, cercando di non far trapelare la mia confusione. Cercai di racimolare la mia consueta lucidità e velocità di pensiero, quella che mi aveva maggiormente aiutato a diventare uno dei pirati più famigerati e temuti delle Indie Occidentali.
Inarcai un sopracciglio, sfoderando un mezzo sorriso e squadrandola apertamente dall’alto in basso: “E tu chi saresti, dolcezza? Ti avevo scambiato per qualcuno di meno importante, ma, accidenti, a quanto pare mi sono sbagliato di grosso!”
Risi. Non mi aspettavo una sua risposta, ed in effetti rimase zitta. Mi aveva fatto un’offerta, ed era in attesa della mia mossa.
Neanche sotto tortura le avrei confessato che avrebbe potuto bussare alle porte dell’inferno avendo me come sua guardia del corpo. Che la storia delle chiavi templari passava in secondo piano rispetto al bisogno che avevo di avvicinarmi a lei, di sentire di nuovo la sua voce, di rientrare nel raggio d’azione dei suoi occhi incredibili.
Spostai l’attenzione sulla Jackdaw, il mio brigantino, dove alcuni uomini dell’equipaggio erano indaffarati a stivare l’acqua e le provviste per la partenza imminente. Finsi di valutare seriamente la sua proposta, mentre mi stropicciavo il mento e fissavo intensamente l’orizzonte. Non ero solo un pirata, ma un abile stratega, e anche nelle condizioni più critiche avrei dovuto mantenere un minimo di facciata, dannazione.
Infine, mi volsi a guardarla e dovetti fare forza su me stesso per non farmi catturare nuovamente dai suoi occhi. Deglutii a vuoto, ma poi riuscii a trovare la giusta arroganza: “Non so chi ti abbia spifferato che sto cercando quelle chiavi, ma in effetti potrebbe averti detto il giusto. A te questa Templare, a me la chiave e tutti gli oggetti preziosi che troveremo durante la missione… Mi pare un buon accordo, dato che il trasporto ed il vitto saranno a mio carico…”



Mi ritrovai inesorabilmente a sorridere con fare sprezzante a quel pirata. Ciò che Ah Tabai non riusciva a vedere in lui era quel potenziale di cui Kidd mi aveva tanto parlato e che dovevo ammettere che anche io scorgevo.
Feci dunque qualche passo verso di lui, mentre questo pensieroso osservava la sua nave probabilmente decidendo se gli convenisse o meno accettare la mia offerta.
Su Giove era pieno di uomini come lui, ricchi di valore e coraggio che lottavano per un solo principio fondamentale: la vittoria e qualche volta la fortuna. Ecco dunque perchè sapevo riconoscere in quel suo essere approfittatore un qualcos’altro che sfuggiva ai più di quel mondo.
Quando finalmente si voltò verso di me, per darmi la sua risposta, ormai ero a meno di due metri di distanza di lui e non potei non mostrarmi compiaciuta e forse anche divertita quando ci tenne a sottolineare che qualsiasi tesoro avremmo trovato sarebbe stato suo.
“Affare fatto Kenway!” conclusi infine allungando una mia mano, avendo imparato quanto sulla Terra una stretta valesse più di mille parole.

Inutile dire che sulla Jackdaw ebbi le mie belle attenzioni, non che io ci davo troppo peso… ma sia io che le mie compagne ci eravamo accorte che il nostro essere aliene influisse sui terrestri. Non differivamo in loro nell’aspetto eppure a quanto pare avevamo un quid che le donne di quel pianeta non possedevano. Ci vedevamo “esotiche” e per questo attraenti o per lo meno era quello che Kidd mi aveva detto.
Poco meno di 400 miglia marine ci dividevamo da Grand Cayman ove speravo avremmo potuto raccogliere informazioni utili per trovare Lucia Marquez…
Tuttavia eravamo ancora in viaggio e io ero decisa a godermelo totalmente, appoggiata alla balaustra in legno del brigantino osservando la spuma delle onde e percependo l’elettricità nell’aria. Si stava avvicinando una tempesta, ma per fortuna avevamo ancora dei giorni prima che ci cogliesse. Fu allora che percepì immediatamente una presenza alle mie spalle e fu allora che voltandomi non mi sorpresi di trovarmi di fronte Kenway.
“Posso chiederti come mai queste maledette Chiavi Templari ti affascinano tanto?” non lo capivo, dovevo essere sincera. Ero cresciuta in un tempio in cui mi erano stati insegnati i valori della guerra, del rispetto e dell’onore senza soffermarmi troppo sugli oggetti, perchè considerati mere distrazione al percorso di crescita spirituale. Certo alcuni oggetti avevano un valore diverso dagli altri, erano artefatti o reliquie da custodire, ma mai da collezionare per puro egocentrismo personale.
Lo guardai senza paura di affondare nel suo sguardo azzurro, affrontandolo come nessuna donna aveva mai fatto con lui: con la spavalderia degna di un gran pirata, ma al contempo priva della malizia di chi lo approcciava solo per uno scopo. Non era nella mia indole, io che preferivo di gran lunga la mente alla carne.
“Che c’è hai perso la lingua?” lo beffeggiai non avendo ancora ricevuto una sua risposta, mentre istintivamente mi portai una mano al collo lì dove portavo un choker a cui era appeso un piccolissimo frammento di roccia. Anche le mie compagne lo avevano, era un simbolo delle Guerriere. Quando si diveniva tali si veniva invitate a raccogliere sul proprio pianeta una piccola scheggia da portare con sé, così se per via della missione non si fosse più rivista casa quella sarebbe stata sempre con noi. E se questo normalmente era dovuto per il dover viaggiare in lungo e largo nella galassia, senza la certezza di rivedere un giorno casa… per noi era diverso… i nostri pianeti erano andati distrutti e ormai erano lande desolate in cui, anche volendo, ci era impossibile tornare.

Avevamo già diversi giorni di navigazione alle spalle, fortunatamente sempre con il bel tempo ed il vento a favore. Navigare in questo periodo dell’anno non era rischioso, dato che la stagione degli uragani sarebbe arrivata tra qualche mese. La meta non era più così lontana anche se Grand Cayman, la maggiore delle tre isole Cayman, non era famosa per la vita o per le ricchezze che ci si potevano trovare, trattandosi più che altro di un villaggio di pescatori. Ma secondo le informazioni di Nike era lì che avremmo trovato il nostro bersaglio, questa templare di nome Marquez.
Il nuovo ospite a bordo della nave aveva creato inizialmente qualche disordine, qualche piccolo tafferuglio o rallentamento nello svolgimento del lavoro che avevo prontamente troncato sul nascere: anche se eravamo uomini e la carne qui ai tropici bruciava di più, non ammettevo l’indisciplina e l’indolenza quando si trattava di navigare.
Nonostante questo, non l’avevo mai persa di vista un solo istante, e la mia tensione si affievoliva solo quando si ritirava la sera nella cabina del capitano. Già. La mia cabina, che le avevo graziosamente ceduto per il viaggio: una signora non avrebbe mai dovuto viaggiare e dormire in mezzo alla ciurma.
Questa decisione mi era valsa dei lazzi da parte di Adéwalé, il mio quartiermastro, mentre ci dividevamo del buon rum la sera. A mia difesa, sostenevo che fuorilegge sì, ma anche galantuomo, o ne andava del mio onore!
Quella mattina il tempo era particolarmente favorevole per la navigazione, e la Jackdaw procedeva spedita sulle onde appena accennate dell’oceano. Lei era appoggiata alla murata, assorta in chissà quali pensieri. Nonostante i giorni di convivenza, quella donna era per me ancora un mistero. Non conoscevo i suoi scopi, le sue origini, niente di niente. E questo non mi piaceva.
Feci una prova, avvicinandomi a lei silenziosamente. Di solito, nessuno si accorgeva della mia presenza fino a quando, purtroppo per le mie vittime, era troppo tardi per salvarsi. Ma lei si girò per tempo, come avevo immaginato. Interessante. Sembrava quasi possedere un sesto  senso, lo stesso intuito che avevo io, ovvero la capacità di vedere attraverso le cose e sentire le intenzioni delle persone. Era speciale, ed ogni cosa nuova che imparavo su di lei me lo confermava.
“Posso chiederti come mai queste maledette Chiavi Templari ti affascinano tanto?”
Mi appoggiai di schiena alla murata, le braccia conserte. Non mi sarei scoperto più di tanto con lei, non prima di aver ricevuto le risposte che volevo. E poi, cosa c’era di tanto interessante in quelle chiavi? Nulla, erano solo degli strumenti, dei mezzi per arrivare al mio obiettivo: diventare ricco e togliermi finalmente di dosso il puzzo da contadino gallese che aveva ammorbato la mia infanzia.
“Che c’è hai perso la lingua?” Mi girai a guardarla: “Diciamo che non mi piace parlare di me. E tu che mi dici? Cosa ha fatto finire una gran dama inglese in mezzo all’oceano, con dei pericolosi pirati come compagni di viaggio? Vendetta? Passione per il rischio? Amore non ricambiato?”
Ero sinceramente curioso.

Lo guardai lasciando che il mio istinto come sempre mi guidasse nelle situazioni, in quello io e Ares avevamo sempre trovato una qual forma di complicità che ci aveva reso simili, seppur spesso la sua impulsività rendeva non sempre così affidabili le sue scelte.
Edward, nonostante quello che ostentava, emanava un’aura che mi dava la fiducia di essere onesta con lui, seppur ovviamente con le mie riserve.
“Non sono inglese…” dissi a mezza voce permettendomi di sorridere, non era il primo che me lo diceva e se da un lato a volte era un vantaggio, avevo scoperto a mie spese che dall’altro era un bell’ostacolo.
“Vengo da un luogo molto più lontano…” gli raccontai alzando istintivamente lo sguardo al cielo, seppur ad occhio esterno poteva apparire semplicemente come un gesto melanconico e poetico.
“Tristemente per tanto tempo è stata definita “stella fallita”, ma in realtà è sempre stata culla di giustizia, moralità e prosperità. E il suo popolo… oh le persone più allegre e gioviali che si potessero conoscere…” e seppur in cuor mio sapevo che non tutti erano perduti, che molti gioviani sopravvissuti avevano trovato rifugio su quel pianeta, mi dava tristezza l’idea che più nulla esisteva di ciò che una volta per me era casa.
“Capirai bene dunque che per chi come è me è cresciuta con questi ideali non esiste vendetta… solo giustizia ed è quella che porterò lì dove Lucia Marquez morirà…” la mia voce era tornata nuovamente ferma, come il mio sguardo combattivo. Lo stesso che per un solo istante prima invece si era addolcito al fronte di ricordi lontani.
Fu allora che senza alcuna malizia, ma senza nemmeno alcun timore, mi avvicinai a lui, tanto da poter vedere esattamente ogni singola pagliuzza nascosta nel suo sguardo. Era importante per noi gioviani gli occhi perchè in essi si nascondevano ogni verità celata.
Rimasi lì in silenzio a pochissimi centimetri da lui in silenzio in quella complicità che non aveva bisogno di movenze o di parole per divenire palpabile, la stessa che venne interrotta solo dall’avviso che eravamo arrivati.
Voltai così il capo, senza allontanarmi da lui, e osservando Grand Cayman aspettarci. Come sempre brulicante di pescatori e di vita.
“Dovresti cercare Alvin…” esclamai improvvisamente tornando a guardarlo. Imperturbabile e con un leggero ghigno sul volto.
“Potrebbe avere notizie interessanti sulla Marquez…”
Solo allora mi allontanai pronta a sbarcare, inutile dire che non mi sarei dilungata a spiegargli in che modo sapessi tante cose. Forse faceva semplicemente parte del mio mistero…



“Terra! Terra in vista, capitano!” Ritornai velocemente alla realtà. Nei brevi attimi in cui Nike ed io ci eravamo scambiati solo e semplicemente uno sguardo, avevo quasi pensato che ogni miracolo fosse possibile. Riuscire ad amare in maniera totale e disinteressata una persona, intendo.
Solo quando si allontanò cominciai a riflettere su ciò che mi aveva detto poco prima sulla sua origine. Lei era un enigma, anche perchè riuscivo appena a scorgere le sue intenzioni, nel suo parlare di sentimenti e pensieri nobili che erano la bussola del suo agire, così lontani da quelli che invece guidavano me. Non mi era molto chiaro il riferimento che aveva fatto ad una stella, e mi ripromisi di indagare meglio in seguito.
Mi concentrai sulle operazioni di avvicinamento e ancoraggio al piccolo golfo a oriente dell’isola in cui era stato costruito il villaggio di pescatori che avevo già visitato in passato, quando mi era servito come base per le mie scorrerie.
Eravamo appena sbarcati a terra quando persi di vista Nike, così decisi di dirigermi subito all’unica taverna esistente, un posto misero ma ben rifornito di liquori, la “The Randy Cayman”.
Non sapendo nulla di più di questo Alvin che avrei dovuto cercare, tenni le orecchie ben aperte dopo che mi fui seduto ad uno dei tavoli sgangherati, con una bottiglia di rum quasi piena come mia compagna.
Gli avventori erano pochi, e nessun viso mi era familiare, ma me la presi comoda, e passai lì buona parte della mattinata. Ogni tanto qualcuno si avvicinava, per chiedere notizie sul mondo oltre l’oceano oppure per vedere se ero alla ricerca di marinai da ingaggiare per la Jackdaw.
Nulla di interessante, fino a che un gruppo di uomini poco più in là cominciò a parlare di una fortuna sfacciata capitata ad un altro pescatore: un tizio di nome Alvin aveva venduto tutto il suo pescato ad un prezzo esorbitante ad un pirata di nome Vargas, che era accompagnato da una misteriosa signora.
Questo sì che era interessante. Pagai il rum con qualche corona che lanciai sul tavolo, e mi avviai verso le case più vicine al mare, attraversando pontili e scale costruiti per collegare le palafitte che formavano il villaggio.
Il mio senso speciale mi guidò fino ad una catapecchia, non tanto diversa dalle altre. Le porte e le finestre erano chiuse e non si notavano altri segni di vita dall’esterno, ma osservando meglio le ombre profonde create dal sole abbacinante di mezzogiorno, notai un movimento. E un paio di occhi che mi stavano già fissando. E un ghigno di sfida.
Sorrisi a mia volta. Questa missione stava quasi diventando una gara tra noi due, tra chi era più svelto e più coraggioso. Ho sempre amato le sfide e questa mi stuzzicava più di tutte.

Avevo lasciato Edward solo a sé stesso di proposito, dandogli l’impressione che lo avessi perso di vista, ma era il contrario. Avevo il presentimento che Ah Tabai si sbagliasse su di lui e ne ebbi la conferma quando lo vidi all’opera. Il suo sesto senso, le sue capacità e quel profondo senso di giustizia che possedeva seppur preferisse nasconderlo. Non mi ero sbagliata. Non lo facevo mai. Sapevo riconoscere molto bene, se non benissimo un giustiziere… qualcuno che credeva in leggi e regole e che seguiva i valori della morale e seppur era facile puntare il dito contro Kenway e dargli del maledetto pirata, c’era quel guizzo in più che mi aveva fatto credere in lui.
Aveva trovato una pista e il mio sguardo nel suo indicava che adesso doveva mostrarmi se era in grado di seguirla fino in fondo, ne ebbi la conferma nel momento in cui Vargas ci sfuggì. Era chiaro che avesse percepito che qualcuno lo stava osservando, che era in pericolo e così uscì dalla finestra l’unico angolo della casa che non era coperto da uno di noi due, visto che quello opposto da dove era fuggito dava sull’acqua. Prese a correre sui pontili di legno come una furia, io e Kenway all’inseguimento, ma io avevo qualcosa in più e non si trattava unicamente di un’agilità fuori dal normale, tuttavia non potevo farne mostra così alla luce del giorno. Dovevo usare l’intelligenza e così per un attimo diedi l’impressione ad Edward di lasciare a lui l’inseguimento, mentre io presi a correre per i tetti. Quello mi offriva meno occhi addosso e di conseguenza la possibilità di richiamare a me tutta l’energia elettrica nell’aria, si stava avvicinando una tempesta e nei avrei approfittato.
Vargas era appena saltato dal molo su una nave in partenza, quando una forte scarica elettrica lo colpì.
“Maledizione!” imprecai con i pugni lungo i fianchi, il mio colpo lo aveva appena ferito di striscio e lui adesso era in fuga. Non persi tempo e saltando al lato di Kenway lo seguì sulla sua nave.
“Dobbiamo fermare quella nave ad ogni costo!” esclamai non lasciando il suo fianco in preda alla concitazione e anche alla frustrazione, se non fosse stato che dovevo nascondere la mia vera natura e che quel maledetto mi serviva vivo, avrei già scaricato tutta la potenza dei fulmini sull’imbarcazione.

Quando vidi la schiena di quel bastardo sparire oltre le casse e i barili che ingombravano i pontili del villaggio dopo essere saltato giù da una delle finestre sul retro della catapecchia, non mi stupii più di tanto: immaginavo che una persona abituata a vivere sul chi va là fosse in grado di aspettarsi una visita come la nostra in qualsiasi momento.
Mi buttai subito all’inseguimento, non senza un guizzo di soddisfazione, inoltre. Dopo essere stato troppo tempo fermo in ascolto del chiacchiericcio dei clienti del pub, un bella corsa a rotta di collo era quello che ci voleva per sgranchirsi le gambe. Il tizio era abbastanza veloce, e si vedeva che conosceva a menadito il villaggio e ogni più piccola scorciatoia possibile in quel dedalo di passaggi, ma anche io sapevo il fatto mio, e stavo guadagnando terreno.
Anche perché, sapevo per certo quale sarebbe stata la sua meta: attraccata al piccolo molo avevo notato un’imbarcazione che poteva solo essere la sua, l’unico altro pirata sull’isola, oltre me.
Quello che non avevo previsto è che i suoi uomini fossero pronti a salpare all’istante, quindi quando vidi, ancora comunque troppo lontano dalle mie lame, Vargas attraversare come un demonio volante il molo e saltare oltre la murata del brigantino che già si stava staccando dal pontile, ringhiai di rabbia.
Non potevo pensare che ci sfuggisse, e non volevo dover affrontare un inseguimento, dato l’alta probabilità che si dileguasse in mare aperto.
Poi, successe qualcosa che non avevo mai visto in vita mia, ma solo sentito in alcuni racconti troppo fantasiosi: l’uomo si immobilizzò all’improvviso e venne quasi sollevato da terra, come se una mano invisibile lo trattenesse. Invece, era stato colpito da un fulmine.
Rallentai, sbalordito. Un fulmine in un cielo così terso? Come era possibile?
Mi ritrovai di fianco Nike, il viso alterato dalla rabbia: “Dobbiamo fermare quella nave ad ogni costo!” le rivolsi un secco cenno d’assenso, e con poche falcate raggiunsi l’imbarcazione. Il puzzo di legno e di carne bruciata mi riempì le narici. Superata la murata con un agile balzo, atterrai facilmente il nostro bersaglio. Infatti era in piedi solo per una pura casualità. Puntai velocemente la lama nascosta alla sua gola. “Dove è la Marquez?” Per qualche istante, temetti che non avremo mai ricevuto risposta.
Una parte del corpo di quel poveraccio era orribilmente ustionata, e quelli a cui stavamo assistendo erano i suoi ultimi istanti di vita. Avevo dato la morte a troppe persone per non riconoscere subito la vita che abbandona la vittima prescelta.
Un sibilo, poi capii che si trattava di una risata, uscì dalle labbra spaccate del malcapitato: “Troppo tardi, la mia signora si trova già a Juventud, al sicuro da voi cani…”
Alzai il capo per incrociare gli occhi verdi della mia compagna. Vargas era morto, ma noi avevamo l’informazione che ci serviva.




Sapevo che aver usato i fulmini non era stata un’idea saggia, non quando ero così esposta e facilmente Kenway si sarebbe potuto fare domande da dove arrivassero, ma purtroppo la situazione era grave tanto da non permettermi di badare troppo alle precauzioni e poi perchè in cuor mio sentivo che quell’uomo , da che tutti dicevano, ci si poteva fidare…
Lo lasciai fare dunque, lasciando che fosse lui ad aver a che fare con il nostro nemico seppur il mio colpo ormai lo stava uccidendo…
“Juventud è l’isola dei nostri nemici, se si trova lì… noi siamo il suo bersarglio!” esclamai visibilmente preoccupata, non mi aveva turbato la morte di quell’uomo, dimostrazione che tante ne avevo già viste e provocate, ma quello che disse…
Tornata sulla Jackdaw lasciai che Edward riprendesse il comando e indicasse la nuova rotta, mentre io non smettevo di giocherellare con la mia collana estremamente preoccupata.
“La tregua stipulata con suo padre non reggerà… se offre una buona somma… può riaccendere la miccia…” osservai pensierosa rispondendo ai dubbi e alle domande di Adewalè circa la situazione in cui ero coinvolta, ignara che Edward ci stesse ascoltando.
“Ciò che siete fa gola ai Templari, useranno qualsiasi mezzo per distruggervi e rubarvi ciò che vi appartiene…”
“Per questo la mia amica è in pericolo, attualmente lei è laggiù e non sa che questa donna sta tramando alle sue spalle… farà credere loro che Selene li ha traditi e solo Jupiter sa cosa potrebbero farle… ci ha messo così tanto a guadagnare la loro fiducia…” e lo aveva fatto con piacere. Lei era così, il suo animo non era cambiato e adesso che il suo popolo era perduto sembrava che volesse salvare tutti gli altri che incrociava sul suo cammino.
Mi strinsi un po’ nelle spalle, in parte timorosa, come mai fino a quel momento mi ero mostrata. Mi portai una ciocca di capelli scuri dietro l’orecchio e lanciai uno sguardo all’uomo di fronte a me.
“Tu cosa sai… di noi?”
“Voci… ho sentito molte persone nei miei anni da schiavo parlare di donne venute dal cielo e in possesso di un senso di giustizia senza pari… non ho mai saputo se ci fosse verità in tali racconti, ma dopo averti visto… oggi… inizio a credere che non siano solo storielle…”
Gli sorrisi debolmente, mentre guardandolo congedandosi, mi sentì un poco spersa. Io e le mie compagne non volevamo si parlasse di noi, non volevamo che ci vedessero come Dee o ci considerassero tali, seppur così era nata la nostra avventura su quel pianeta… noi stavamo solo combattendo contro un antico nemico e che in quel momento aveva trovato nei Templari degli alleati. Tutto qui. Eppure Ade come tanti prima di lui non riusciva a fare a meno di celare nel suo sguardo una grande riverenza quanto una profonda paura…

“Credo proprio che io e te dovremmo parlare!” Sibilai. Per una volta tanto, mi resi conto che materializzandomi così al suo fianco, l’avevo colta di sorpresa. Ma la soddisfazione fu minima, accecato come ero dalla rabbia.
Nulla succedeva sulla mia nave che non mi giungesse alle orecchie, nulla sfuggiva al mio sguardo. La conversazione cui avevo partecipato a loro insaputa mi era servita per cominciare a ricostruire per tasselli la storia della misteriosa Nike, ma altrettante domande si erano imposte.
La afferrai per il braccio all’altezza del gomito e la trascinai nella mia cabina. La spinsi dentro e, chiudendo la porta, lancia un’occhiata di fuoco ai miei uomini, che si affrettarono a riprendere i loro compiti lasciati in sospeso per assistere alla scena.
Rimasi qualche istante a fissare la porta chiusa, respirando profondamente. La piccola stanza era satura del suo profumo, intenso e speziato. Non servì a calmarmi. Mi sentivo preso in giro e, con grande disappunto, notai anche che mi sentivo ferito. E questa mia debolezza mi faceva infuriare ancora di più. Nessuno, nessuno doveva osare sottovalutarmi.
Mi girai per fronteggiarla e piantai gli occhi nei suoi, ad un palmo dal suo viso.
“Ed ora, mia lady, avrai la cortesia di spiegarmi meglio chi o cosa sei” Sentivo la rabbia montare ad ogni istante; avrei voluto costringerla a spiegarsi usando la forza, ma avrei anche voluto baciarla, contemporaneamente.
“Parla, ma bada bene che non amo le favole da bambini. Non mi propinare le fandonie che invece incantano Ade. Non mi conosci a sufficienza, per questo ti avverto che giocare con me è parecchio pericoloso. Io ho sfidato re e regine, nessuno ha mai avuto la forza di farmi piegare la testa, e non sarà certo una strega o qualcosa del genere a prendersi gioco di me!”
La sua espressione era indecifrabile, ma non accennò ad aprire bocca. Fu saggia, perché io non avevo ancora finito e non amavo essere interrotto: “E’ questo ciò che sei? Una dea in incognito? E quali poteri hai? Forse il fulmine di poco prima non era poi un caso, o mi sbaglio?”
Mossi la mano e trovai una piccola brocca appoggiata ad un tavolino. Per diminuire la frustrazione, la afferrai e la lanciai verso la parete, dove si sbriciolò in mille pezzi. Il mio tono di voce era salito progressivamente al mio sfogo, così mi trovai ad urlare: “Parla, maledizione!”

Lo lasciai fare per niente impressionata dai suoi modi rudi e violenti, non mi spaventava. Non il suo carattere quanto meno, ma il suo sguardo… la gente tendeva irrimediabilmente ad iniziare a guardarci in modo diverso quando scoprivano cosa eravamo e questo era sempre stata una ferita aperta per tutte noi. Sapevamo di essere ospiti su quel pianeta e proprio in virtù di quello ci eravamo prese l’impegno di tenerlo al sicuro, di proteggerlo, come a volerlo ripagare di essersi trasformato in una nuova casa per noi e i sopravvissuti dei nostri pianeti.
Lo lasciai sfogare, urlare, gli permisi perfino di trattarmi in un modo cui nessuno aveva mai avuto il lusso di riuscirci prima… Rimasi in silenzio, arrendendomi all’idea che adesso anche per lui sarei diventata inesorabilmente qualcosa da odiare o da venerare, perdendo completamente il mio essere semplicemente Nike.
Fu al suo ultimo urlo, al suo ultimo sfogo, che alzai una mano e lasciai che su essa iniziasse a formarsi un groviglio elettrico… emetteva scintille… era pura energia, puri fulmini… Ero io stessa a produrre elettricità… Era una qualità unica delle famiglie reali dei pianeti, gli unici che possedevano poteri e capacità che si tramandavano di generazione in generazione. Era stato in quel modo che poco più che adolescente avevo scoperto che ero la figlia perduta di una monarchia ormai estinta su Giove.
Chiusi improvvisamente la mano a pugno e tutta l’energia sparì, nuovamente assorbita nel mio corpo.
“Sul tuo pianeta mi hanno chiamato in molti modi: dea, strega, mostro, sirena… Ho perso il conto degli aggettivi con cui sono stata etichettata. Io e tutte le mie compagne. Ma sai che c’è Edward? Da te non me lo sarei mai aspettato…” e c’era davvero tanta delusione nella mia voce che si mostrava anche per gli occhi leggermente lucidi.
Lo avevo chiamato per la prima volta per nome e forse perchè avevo visto lui qualcosa oltre il pirata. Un’animo forte e coraggioso, impenetrabile, ma allo stesso tempo plasmabile. Avevo visto un uomo che andava oltre ai pregiudizi, io non ne avevo avuti considerandolo per quello che era e non per quello per cui era etichettato.
“Se non vuoi aiutarmi. D’accordo. Non puoi nemmeno immaginare quanto sia abituata all’abbandono e al cavarmela da sola, lo farò anche questa volta…” lo dissi a denti stretti.
Ma non ero intenzionata a umiliarmi ulteriormente di fronte a lui. Così feci dietrofront pronta a raggiungere la porta della cabina e saltare giù dalla nave anche in piena navigazione. Se avevo fatto bene i conti avrei avuto tutta la forza necessaria per raggiungere la riva più vicina e così facendo ripartire alla ricerca della Marquez. Io a differenza di lui non avevo tempo da perdere, non quando la vita di Selene -una delle mie migliori amiche, compagna e Principessa- era in pericolo…



Feci un passo indietro involontariamente, quando quella sfera cominciò a materializzarsi davanti al mio naso: sembrava qualcosa di vivo, di crepitante. La stanza improvvisamente fu illuminata a giorno, quella strana luce arrivò fino agli angoli più reconditi e altrettanto improvvisamente tornò la penombra, quando lei chiuse la mano. Sbattei le palpebre per riabituare la vista.
“Sul tuo pianeta mi hanno chiamato in molti modi: dea, strega, mostro, sirena… Ho perso il conto degli aggettivi con cui sono stata etichettata. Io e tutte le mie compagne. Ma sai che c’è Edward? Da te non me lo sarei mai aspettato…”
Non reagii alle sue parole, ma davanti al suo dolore, parte della mia rabbia evaporò. Non avevo mai messo in dubbio le sue buone intenzioni, ma odiavo essere tenuto all’oscuro di informazioni preziose. Ora potevo capire meglio le sue allusioni ad una stella, ad un pianeta lontano. Ora potevo dare una spiegazione soddisfacente al senso di meraviglia e di estraneità che provavo guardandola.
“Se non vuoi aiutarmi. D’accordo. Non puoi nemmeno immaginare quanto sia abituata all’abbandono e al cavarmela da sola, lo farò anche questa volta…”
La osservai dirigersi verso la porta. Capii che se ne stava andando, e forse la sua forza ed i suoi poteri erano tali e tanti da permetterle di fare a meno dell’aiuto che io potevo darle. Una domanda cominciò a martellarmi il cervello: se era così potente, cosa le serviva l’aiuto di esseri a lei così inferiori?
“Aspetta”. Il mio tono di voce era basso e teso. Nike non si girò, così parlai alla sua schiena, e forse era meglio, perché mandare giù il mio dannato orgoglio era una cosa che non avevo mai fatto in tutta la mia vita, e si stava rivelando assai difficile.
“Non ho paura di quello che sei, ma ho bisogno di capire cosa aspettarmi da te”. Strinsi i pugni, trattenendo il respiro. L’avrei convinta a cambiare idea? Negli ultimi anni, alla ricerca ossessiva di fama e ricchezza, avevo allontanato tutte le persone a cui volevo bene, e ora sentivo suonare la campana dell’ultima possibilità.
Lei si girò lentamente a guardarmi. Le avrei chiesto perdono? No, non era nel mio stile.
Continuai: “Riparleremo in un altro momento dei termini della nostra collaborazione futura, se vorrai, però ora finiremo insieme la ricerca della templare, perché non mi piace lasciare le cose a metà”.
Le rivolsi un lungo sguardo, poi uscii dalla cabina, chiudendo la porta dietro di me. Presi una profonda boccata di aria salmastra, sollevando lo sguardo verso il cielo vasto. Forse più esteso e pieno di bizzarrie di quanto lo avessi mai immaginato. Avevo bisogno di chiarirmi le idee, ma prima, sarei andato a cercare Adéwalé: le favole da bambini potevano rivelarsi interessanti, qualche volta.

La distanza che Edward aveva preso da me mi ferì molto di più di quanto lo diedi a vedere. Inevitabilmente lui, come tutti gli altri che lo avevano preceduto mi guardava in modo diverso ed era questo che io e le mie compagne cercavamo e nessuno capiva…
Per noi loro non erano esseri inferiori, quanto più un popolo diverso a cui speravamo un giorno di appartenere. Volevamo essere viste semplicemente come loro pari, come loro sorelle e l’unica cosa che ricevevamo in cambio era il distacco. Vivevamo ormai su quel pianeta da un tempo che non consideravamo tanto lungo quanto il valore che aveva per i terrestri eppure ancora non avevamo trovato la chiave per apportarci a loro senza essere rifiutate o venerate. Mentire sulla nostra natura, dunque, si era mostrata una delle poche strade percorribili…
“Non è mai stato nelle mie intenzioni mentirti…” fu le prime parole che gli rivolsi dopo le distanze prese. Dopo aver dato lui lo spazio di cui necessitava. Eravamo ormai a pochi metri dalla riva, dall’attraccare e poggiando la mia mano sulla sua gli avevo rivolto quelle parole sperando che ne cogliesse la veridicità. Una leggera scossa lo percorse, era normale, io emettevo continuamente energia, ma non era mortale per loro, nemmeno spiacevole. Dopotutto l’intensità che emanavo era anche sinonimo dei miei sentimenti e del mio umore, un contatto così con un nemico se solo avessi voluto avrebbe potuto significare la sua morte… ma con lui… era energia strana, diversa… era quella dell’attrazione.
Sostenni il suo sguardo per abbandonarlo una volta pronti a scendere.
Mi guardai intorno stringendomi le mani sulle braccia, per me e le mie compagne era divenuto dolorosamente comune passare del tempo una accanto all’altro quanto separate.
“Non vengo qui da un po’ di tempo… Eravamo d’accordo con Selene di riunirci una volta avesse concluso la sua missione, ma…” adesso per colpa della Marquez tutto era cambiato.
Alzai lo sguardo al cielo, si stava annuvolando ed era perfetto. Un buon temporale non avrebbe altro che esserci d’aiuto in quel contesto.
Vidi Edward avanzare e ben presto lo raggiunsi solo per posare una mano sul suo braccio e fermarlo.
“La giungla è ancora piena di liane e tranelli. La Marquez ne approfitterà sicuramente…” lo avvertì.
Non volevo però iniziare quella missione non prima di essermi chiarita con lui. Glielo feci capire. Ne avevo l’esigenza. Mi era stato insegnato che non si scendeva in battaglia con conti in sospeso, non se poteva officiare l’esito della stessa.
Ecco perchè dunque gli poggiai una mano sul viso e glielo voltai costringendolo così a guardarmi. Non ero tanto più bassa di lui, per la mia razza quella era un’altezza normale… ma lì… ero considerata assai alta per essere una donna.
“Da me devi solo aspettarti amicizia… Non ti ho mentito per ingannarti, ma perchè avevo paura che tu mi guardassi in modo diverso… Io e le mie compagne desideriamo solo essere considerate al pari delle donne e uomini di questo pianeta. Perché lo siamo… Una volta avevamo una casa e lì eravamo viste al pari di chiunque altro, ma qui… i vostri sguardi benigni o maligni che siano… ci ricordano ogni giorno che siamo ospiti… Ai nostri occhi non siete inferiori a noi, per cosa poi? Per questo?” chiesi staccando appena le dita dal suo viso affinché una piccola scarica elettrica si formasse tra le punte delle stesse e la sua pelle. A lui doveva dare una piacevole sensazione di pizzicore, come il calore del sole estivo nelle ore meno calde…
“Questo non è niente in confronto a quello che voi avete qui…” e così dicendo la mia mano scivolò sul suo collo, fino alla porzione di pelle scoperta del suo dorso, alla ricerca del cuore.
“Alcuni di voi lo hanno nero come la pece, ma altri… Per questo abbiamo bisogno di voi… Io ho bisogno di te… Tu conosci queste terre meglio di me, conosci il mare meglio di me, sai come muoverti e come agire e tutte queste conoscenze a me i miei poteri non li danno…”
Solo allora mi permisi di tirarmi indietro e riprendere le distanze tra noi. Ma avevo bisogno di dirgli quelle cose, non sarei mai riuscita altrimenti a concentrarmi per quello che sarebbe venuto ora.
“E’ importante ora che troviamo la Marquez… dobbiamo farla parlare e mettere fine a tutto questo… Mi aiuterai Edward?” e questa volta glielo chiedevo non aspettandomi che mi rispondesse che lo avrebbe fatto per la chiave o perchè non gli piaceva lasciare le cose a metà. Ma perchè LUI voleva farlo.

La sua mano sul viso, che poi scendeva lungo il collo e si fermava sul mio cuore. Come poco prima di sbarcare, lei aveva cercato con me un contatto che non mi aveva lasciato indifferente. Anzi, sentivo un brivido lungo la schiena che, lo sapevo, non era dovuto solo a quella strana energia che lei emanava, e che mi trasmetteva con il suo tocco.
Per giorni avevo rimuginato su questa creatura, avevo ragionato sui possibili sviluppi che avrebbe avuto la missione se lei avesse usato senza ritegno i suoi poteri. Lo ammetto, avevo anche accarezzato l’idea di usarli a mio vantaggio, per ottenere più facilmente i miei obiettivi: questo ero io, anche se Nike mi aveva mostrato con il suo comportamento quanto avesse fiducia in me, nel buono che pensava di scorgervi.
Era la stessa fiducia che mi aveva concesso James Kidd, portandomi al loro Covo, mettendomi a parte dei loro piani segreti. Io però, dubitavo che questa fiducia fosse ben riposta. Ma quello che avevo visto a Tulum continuava a tornarmi fastidiosamente in testa, come se si fossero formate delle crepe nella mia corazza di egoismo che andavo ostentando.
Ogni volta che i miei pensieri arrivavano a questo punto, li ricacciavo indietro rabbioso: ero il temuto e famigerato pirata Kenway, avevo sacrificato tanto per ottenere questo e ciò mi era sempre bastato. Doveva continuare così, no?
Eppure, non potei fare a meno di posare la mia mano sulla sua, che era ancora sul mio petto. Come se la mia fosse una risposta tacita: nonostante le mie azioni, un cuore che batte lo possiedo ancora. E batte per te.
Quando mi chiese se intendevo aiutarla, ristetti qualche secondo, indeciso: dovevo continuare a mostrarle la maschera dell’individuo arrivista che tutti conoscevano, lei compresa, oppure essere finalmente sincero a sufficienza da mostrarle che avrebbe potuto fidarsi di me?
Mentre ancora mi arrovellavo, dal folto della foresta arrivò un sibilo, che mi passò ad un soffio dall’orecchio.
Reagii d’istinto: afferrai Nike per farle da scudo con il mio corpo, e mi buttai dentro un grosso cespuglio, togliendoci da fare il bersaglio ambulante. Non potevano essere altro che gli uomini della Marquez. Masticai un’imprecazione sottovoce. Avevamo perso ogni minimo vantaggio che potevamo avere.
Mi mossi di soppiatto, sfruttando il nascondiglio di foglie, con Nike che mi seguiva dappresso. Studiai la traiettoria del proiettile per capire da dove fosse arrivato. Aggirammo, sempre nascosti, un gruppo di alberi, dietro a cui si trovavano alcuni uomini armati. Erano una decina e noi solo due, ma il combattimento in inferiorità numerica non mi aveva mai spaventato. Il più vicino riuscii a sopraffarlo colpendolo da dietro con un’azione improvvisa: sbucai fuori dal cespuglio, e la mia lama celata gli penetrò il cervello passando dalla base del cranio;morì senza un fiato.
Mi girai per fronteggiare gli altri, sul viso un ghigno minaccioso, sguainando le mie due spade.



Quel suo rispondermi in modo silenzioso solo con gesti o sguardi mi valse più di mille parole forse ancor più perchè nemmeno sul mio pianeta di origine ero riuscita a trovare un uomo, che come lui, mi donasse certe scariche di pura energia. Era erotismo allo stato puro, attrazione, ma anche qualcosa in più. Su Giove si aveva la credenza che se due persone facevano scintille tra loro, letteralmente, che voleva dire che si aveva trovato il compagno o la compagna di una vita e lui incredibilmente riusciva a farle con me. Le scintille che si provocavano quando eravamo vicini era un’energia statica che ci circondava, erano dei brividi che ricoprivano la nostra pelle e la netta sensazione che da un momento all’altro avremmo potuto provocare un temporale.
Gli sorrisi per la prima volta forse con un velo di malizia voluta e poi fummo interrotti da dei rumori, lui istintivamente si protrasse a proteggermi, anche se non ce ne era bisogno e poi si gettò in una corsa in cui silenziosa lo seguì.
Ci stava aprendo la strada fino alla Marquez, seguendo le sue guardie e uccidendole ad ogni passo, io dal canto mio lo lasciai fare ben più concentrata a far vagare lo sguardo in giro e assicurarmi di vederla la mia acerrima nemica e quando accadde un’orda di suoi uomini ci venne incontro, ormai alle pendici della piramide di Tulum.
“Chiedere aiuto a un pirata? Sei davvero messo male strega! Non mi fermerai le ore della tua amichetta sono segnate e il Cristallo d’Argento sarà mio!”
“Giammai!” urlai correndogli incontro, ma quella rise e dopo aver dato l’ordine ai suoi di ucciderci scappò. Ma io non potevo permetterglielo, l’avrei seguita ad ogni costo e lo feci con Edward alle mie calcagna che combatteva contro i soldati, mentre io richiamai il fulmine nella mia mano ed esso divenne la mia spada.
Ciò che non prevedetti in quello scontro fu un colpo sleale alle spalle, lo stesso che percepì quando sentì il caldo del sangue scivolarmi sulla gamba destra per via della lama che mi aveva ferito. Strinsi i denti e voltandomi uccisi il mio assalitore e così tutti gli altri.
Ringraziavo Giove per avermi fatto sua figlia, forte e resistente. Certo era una ferita non grave, ma se un umano quanto meno lo avrebbe costretto a fermarsi per via del dolore per me era poco più che un graffietto.
“Dovrai impegnarti di più se vuoi uccidermi!” urlai vedendola su i gradoni in alto della piramide, osservai indispettita. Una mano sulla ferita e con la mia energia la cauterizzai, quello pizzicava, ma almeno non avrei dovuto badarci più.
“Io la distraggo, tu prendila alle spalle!” dissi voltandomi verso Edward, era chiaro che lei non gli dava due lire. Non lo considerava, presa com’era a voler raggiungere Selene ed uccidere me.
Tuttavia fu quando fece per scattare che per un attimo, lo presi per un polso e mi avvicinai pericolosamente a lui. Il mio corpo perfettamente contro il suo tanto che poteva percepire ogni mia forma, la mani che scesero sulle sue che impugnavano l’elsa della spada e le mie labbra così vicine che quasi sfioravano la sua bocca.
Una leggera scarica partì dal mio corpo e si propagò leggera nelle sue spade, attraverso le sue mani e l’elsa.
“E’ un colpo solo, usalo saggiamente…” gli dissi prima di sfrecciare via veloce come il vento all’inseguimento della Marquez, da che ero su quel pianeta non mi ero mai affidata a donare il mio potere, seppur una lacrima, ma lui se l’era ampiamente guadagnato e se poteva aiutarlo contro il nemico che avevamo comune, allora non mi sarei tirata indietro a lasciarlo nelle sue mani…

Non ero certo di ciò che Nike aveva fatto, avvicinandosi inaspettatamente a me e toccando le mie spade, quello che so è che queste presero quasi a brillare, e l’acciaio delle lame, sempre ben oliato e affilato, rivelava al suo interno dei piccoli lampi blu.
Lei schizzò via all’inseguimento della templare, che era già oltre la metà della piramide, maledetta lei. Io avevo il compito di aggirarla e di prenderla alle spalle, ma prima avrei dovuto affrontare gli uomini che ancora rimanevano. Sentivo però che le mie forze stavano diminuendo, poco alla volta: le spade sembravano sempre più pesanti e il sangue colava giù da diverse ferite, non troppo gravi fortunatamente.
I miei avversari però si diedero tutti alla fuga: avevano visto il gesto di Nike e dato che da lei e dalla sua furia tempestosa si erano tenuti a preoccupata distanza, capii quanto ora temessero anche me.
Rimisi le spade nei foderi e cominciai a salire i gradoni sul retro della costruzione, il fiato corto; dovevo essere più veloce di così, se volevo arrivare per tempo su in cima.
All’improvviso mi trovai di fronte un ostacolo: un colosso tutta una spanna più alto di me che sembrava quasi stesse aspettandomi; era la guardia del corpo della Marquez, messo lì per evitare tranelli come quello che mi apprestavo a compiere io. Come regalo di benvenuto il bestione aveva in mano un machete e tutta l’intenzione di usarlo per ridurmi a pezzettini.
Scansai per un pelo il suo primo attacco: era più veloce di quello che pensavo, nonostante la sua mole. Non mi diede il tempo di studiarlo, ed io potevo solo tentare di schivare il meglio possibile i suoi micidiali colpi. Sapevo che non si stava mettendo troppo bene per me: i pochi colpi che ero riuscito a rifilargli a mani nude sembravano non sortire effetto, come se fossero innocue punture di zanzare. Non potevo neppure utilizzare le mie pistole, il loro rimbombo sarebbe stato rivelatore del mio gioco. Dopo un ennesimo attacco schivato, mi ritrovai con le spalle al muro, senza più tanto spazio per evadere.
Sguainai le spade come ultima difesa, il loro luccicare diventò una risposta rassicurante. Le incrociai davanti a me per parare un colpo violento di quell’energumeno, e un lampo accecante si sprigionò quando le lame si scontrarono tra loro. Il contraccolpo fu violentissimo e mandò il bestione a volare a qualche iarda di distanza, per poi ripiombare pesantemente alla base della piramide, gli arti e la testa piegati in maniera innaturale.
Morte tua, vita mia Pensai con ironia. Ero certo che se non avessi avuto l’asso nella manica dei fulmini di Nike, lo scontro non si sarebbe risolto a mio vantaggio.
Respirai a fatica, il sudore che mi ruscellava giù per la schiena. Mi arrampicai su per gli ultimi gradoni, sperando di non essere in ritardo. In cima, mi nascosi dietro un muro per studiare la situazione: Nike e la Marquez si stavano fronteggiando.
“Questo è il mio ultimo avvertimento! Morirai velocemente se mi dirai dove si trova la mia amica Selene, oppure ti pentirai di essere nata!” Nike.
I loro toni irosi mi avrebbero dato la possibilità di raggiungere la templare alle spalle con facilità, e così feci. La buttai a terra, e la rigirai sulla schiena bloccandole le braccia e facendole sentire il freddo della mia lama celata sulla gola. “Sorpresa!”
Il suo volto, seppur bello, era distorto dalla rabbia: “No! Non deve finire così!” Ringhiò.
Alzai gli occhi su Nike, in una muta domanda. Toccava a lei decidere la sorte della sua nemica.

Vedere la Marquez a terra mi provocò un moto di piacere, non ero certo una donna che amava togliere la vita a una persona, ma la consapevolezza di essere riuscita a fermarla prima che le sue macchinazioni l’avrebbero portata a far male a Selene, quanto impossessarsi del Cristallo d’Argento, era forte abbastanza da permettermi perfino di aprirmi in un lieve sorrisino di sfida. Mi inginocchiai dunque al suo lato, Edward che la teneva sotto tiro, pronto ad ucciderla a un mio solo gesto.
“No! Non morirò per mano di una strega come te… Mio padre aveva visto il potenziale di queste isole. Oro… Industria… Libertà… tutto andato perduto per colpa della tua amichetta… Ma io potevo fermarla, costruire tutto ciò e impossessarmi del Cristallo…”
Non potei fare a meno di guardarla con un moto di pietà. C’era così tanta superbia in quei Templari che avevo conosciuto, persone che non riuscivano minimamente a guardare al futuro preferendo di gran lunga il successo immediato. Sì provai pena per lei e lo mostrai alzandomi in piedi e scuotendo il capo.
“Come potete portare libertà a chi già vive libero?” chiesi con amarezza. Quegli umani erano così accecati dalla loro avarizia di non accorgersi minimamente della vita da schiavi che conducevano.
“Muori prigioniera della tua gabbia Templare…” mormorai infine toccando la mano di Edward e così facendo rilasciando la mia elettricità che dalla sua spada arrivò nel suo corpo uccidendola all’istante, fermando il suo cuore.
Fu solo allora che abbassandomi le strappai la collana che indossava, quella che nascosta sotto la camicia nascondeva il bottino che ad Edward avevo promesso e che ora gli stavo porgendo.
“Oggi mi hai aiutato a salvare molto più della mia amica e di un’intera popolazione…” e lui non ne aveva nemmeno l’idea.
Il Cristallo d’Argento era una reliquia molto importante per me e le mie compagne, era l’unica cosa che della nostra vecchia vita avevamo e che Selene aveva preso dal suo palazzo distrutto per conservarlo e proteggerlo dalle mire distorte di Kaos. Giungendo su quel pianeta avevamo però scoperto che esistevano moltissime genti plagiate dalla sua oscurità e che dunque anche lì non fosse mai al sicuro. Ci sarebbe stato sempre qualcuno che avrebbe desiderato il potere ad ogni costo e a noi il compito di evitarlo. Gli Assassini stessi si erano fatti promotori della nostra crociata condividendo il pensiero che nessuno meritava così tanto potere nelle proprie mani.
“Ho come la sensazione che… qui le nostre strade si dividano, ma…”
“…qualcosa mi dice che non sarà un addio” quello mi premurai di non dirlo, ma lo pensai così intensamente che non riuscì a trattenere l’impeto che mi mosse a fare quei pochi passi che mi dividevano da lui e poggiare le mie labbra sulle sue.

Il bacio fu lungo e appassionato: le presi il viso tra le mani e le accarezzai i lunghi capelli neri, che mandavano riflessi blu alla luce del sole. Quando ci separammo, le passai il pollice sulle sue labbra, così dolci e morbide. Non ne avevo certo avuto abbastanza.
“Resta con me”. Il mio sussurro era quasi una preghiera “Ho una villa a Great Inagua, è una sistemazione sicura e là ti farò vivere come una signora…” La abbracciai stretta. Dove il mio corpo toccava il suo, nonostante i vestiti e le protezioni, si irradiavano dei brividi continui e intensi.
Capii subito che avrebbe rifiutato. Lei non era disposta a rinunciare alla sua missione e ai suoi principi per gli agi e le comodità.
E, quasi con sorpresa, mi resi conto che era per quello che la amavo. Perché era così diversa da me. Così retta e onesta. Per la prima volta, provai della riprovazione per i miei gesti, per i miei obiettivi. Mi vennero in mente James Kidd e i suoi Assassini: il loro credo era sicuramente più rispettabile del mio, e forse non erano poi dei pazzi religiosi.
Nike scosse lievemente la testa, c’era tristezza nel suo tono: “Non puoi chiedermi questo. Anche se tra di noi si è creato un legame, questo non pregiudicherà mai la missione mia e delle mie sorelle”. Si sciolse dal mio abbraccio e armeggiò qualche secondo prima di porgermi un piccolo braccialetto, che non avevo notato prima. “Ti lascio un pegno, così come è usanza su Giove, il mio pianeta d’origine”. Lo presi, e il ciondolo attirò la mia attenzione: “…una rosa?” C’erano rose anche su Giove?
Lei rise: “E’ la forma del nostro cuore! Quando una donna gioviana lo dona ad un uomo, è una promessa di amore eterno!” La guardai senza parole, la bocca asciutta. La mano tremava, quando la poggiai sulla sua guancia.
Lei diventò seria: “Le nostre strade si dividono qui, ma io sono sicura che ci ritroveremo. Siamo destinati a stare insieme, ne ho la certezza!”.
La baciai di nuovo. Avrei voluto fermare il tempo per prolungare quello che avremo mai potuto passare insieme. La vita di un pirata è troppo pericolosa, il rischio della morte non ci infonde maggior buon senso nelle ossa, ogni abbordaggio potrebbe essere l’ultimo, ogni rissa una scommessa azzardata. Ogni tramonto poteva non essere seguito da una nuova alba, ma eravamo pirati, bramavamo più ancora della ricchezza la libertà: questa era la vita che mi ero scelto, come lei aveva scelto la sua.

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