Moonlight's Creed (Original Series)

Episodio 1×01

Present Day #2017: Nanda Parbat

“Jupiter” era il quarto pianeta per distanza dal sole, ma era in assoluto il più grande del nostro sistema solare…
Non mi era mai piaciuta l’astronomia, ero troppo pragmatica per curarmi di qualcosa di così teorico ed effimero eppure sapevo tutto riguardo Giove, come era possibile?
Ormai non c’era giorno, ora o minuto in cui i miei pensieri non fossero rivolti all’astronomia, tanto che mi ritrovavo sempre più spesso a passare le mie serate sul tetto del Covo della Confraternita con il naso all’insù a fissare il cielo, nel cuore immagini di un mondo impossibile da raggiungere eppure così vivo e conosciuto.
Questi erano i miei unici pensieri, mentre il vento freddo di novembre mi solleticava appena la pelle.
“Un umano morirebbe di freddo. IO dovrei morire di freddo” pensai confusa. Su Giove la media stagionale era di -121° dunque quello che per gli umani era inverno diventava, per me, la più calda delle estati: Non avrebbe dovuto essere così, no?
Le immagini che infestavano i miei sogni mi perseguitavano ogni volta che chiudevo gli occhi: camminavo sulla fanghiglia gassosa e rossastra, quasi come se gravitassi, senza sentire il minimo fastidio, come se lì fossi di casa. Le strade erano piene di persone, ma era come se non ci fossero… come se nulla fosse davvero importante nel mio campo visivo tranne quello.
Il Tempio della Saggezza.
Maestoso, bellissimo: scavato nella roccia rossastra e bianca di Giove, risplendete di Elio grezzo, con le sue alte colonne, ma i miei passi erano lenti e la distanza incolmabile.
Annaspavo per raggiungerlo ma i miei sforzi risultarono inutili. Sentivo una forte ansia crescere in me, poderosa e indomabile, come se avessi la consapevolezza che non potessi realmente raggiungerlo.
Sentii le lacrime pungermi gli occhi, dovevo farcela… Io… Io dovevo arrivare…

Se potevo, cercavo di dormire meno ore possibili, così da poter evitare quei maledetti incubi che mi lasciavano, ogni mattina, l’amaro in bocca e un peso sul cuore.
Quella, però, non era una mattina come le altre: Me lo ricordai nel momento in cui, aperti gli occhi, trovai mio fratello seduto sul bordo del letto, sul suo volto un’euforia incontenibile!
“Buon compleanno sorellina!” esordì lui, con quel buon umore che riusciva sempre a cancellare i miei brutti pensieri e che l’aveva portato, nella vita, ad essere un incontenibile ribelle (Al contrario di me, così riflessiva e posata).
Sentì un sorriso spontaneo nascermi sul volto, mentre sedendomi con la schiena poggiata alla testiera del letto, i capelli scompigliati mi ricadevano sulla spalla.
“Buon compleanno a te, svitato! Non dirmi che hai aspettato tutta la notte al mio capezzale per essere il primo a farmi gli auguri…” anche se, pensandoci bene, non sarebbe stato tanto strano per lui… lo avevo visto fare di peggio!

La mattina, se non costretto altrimenti, non mettevo mai piede fuori dal letto almeno fino alle undici, ma quel giorno era un’eccezione, una piuttosto importante, di quelle che si verificavano una sola volta all’anno. Le otto di mattina erano praticamente l’alba, per me, eppure eccomi lì, ben sveglio, a percorrere velocemente i pochissimi metri che mi separavano dalla camera di Evie — le nostre stanze erano praticamente adiacenti, con solo una parete di roccia non più lunga di dieci passi nel mezzo —, mosso da una fretta quasi infantile, simile a quella di un bambino il giorno di Natale. Era il nostro compleanno, un motivo più che sufficiente per perdere qualche ora di sonno.. certo, tecnicamente era solo il mio, però mi sembrava ormai strano, addirittura sbagliato, pensarla in quel modo, dopo tutto quel tempo in cui avevamo condiviso praticamente ogni cosa, come veri fratelli. Jacob e Evie. Come se i nostri nomi non potessero essere pronunciati separatamente, come se fosse implicito che dove andasse uno, l’altra lo avrebbe seguito, e viceversa. Nel corso degli anni era diventato incredibilmente difficile, per me, pensare a lei come a qualcosa di diverso rispetto a mia sorella gemella, tanto che ora mi era praticamente impossibile, un po’ come immaginare un futuro che non ci avrebbe visto fianco a fianco.
Ad ogni modo, compleanno. Doppio, per di più! Nanda Parbat non era esattamente il luogo adatto a dei festeggiamenti, anche se — con qualche accorgimento — ritenevo di poter dare un po’ di vita al Covo, se solo Ezio ed Altair fossero stati dello stesso avviso ( ne dubitavo fortemente ), quindi quella sera avrei portato Evie fuori di lì per qualche ora di sano divertimento.
( . . . ) Mi sorprese trovare Evie ancora addormentata.. lei che, solitamente, si svegliava molto prima di me, puntuale, con una diligenza ed una costanza che io non avevo mai posseduto, ma non dovetti aspettare poi troppo, prima che aprisse gli occhi.
« Ti voglio bene, Ev, ma passare la notte a fissarti sarebbe stato strano e pure un po’ inquietante. Però mi sono svegliato prestissimo, solo per te. » parlai con un sorriso sulle labbra, appena prima di allungare una mano e portarla tra i suoi capelli, scompigliandoli in un gesto affettuoso.
« Non penserai mica che ti lascerò passare il nostro compleanno qui dentro, vero? Sarebbe un crimine! Non abbiamo missioni in vista, quindi siamo liberissimi di andarci a— » mi interruppi piuttosto improvvisamente, interrompendo il discorso, inarcando le sopracciglia ed osservandola meglio. Avevo imparato a vedere dettagli nascosti alla maggior parte delle persone, sul suo volto, dunque mi saltarono subito agli occhi i segni evidenti della sua stanchezza, e la realizzazione mi fece affievolire il sorriso fino a disperderlo del tutto, sostituito dalla preoccupazione.
« Non stai dormendo bene, » lo affermai con una certezza che si rifletteva anche nel mio sguardo, prima di chiedere piano, in un tono di voce morbido, nettamente diverso da quello allegro e pieno di entusiasmo di poco prima; « che succede? »

Ridacchiai scuotendo vivacemente il capo, per potermi così alzare da letto e prendere velocemente le distanze da lui. Sapevo quanto era bravo a leggermi e questo non mi piaceva. Non in quella situazione in cui io per primis mi prendevo per matta.
“Cosa dovrebbe succedermi?” chiesi quasi a volerlo incitare a spiegarmi cosa pensasse mi stesse succedendo, quando in realtà il mio unico desiderio era deriderlo sperando di poter chiudere velocemente così quella storia.
Vicina alla mia cassapanca tirai fuori uno dei pochissimi abiti che non avevo da Assassina, far parte della Confraternita appariva molto come aver preso i voti soprattutto se si considerava che vivevamo in modo semplice oppure che indossavamo così spesso la divisa che erano rare le volte in cui potevamo essere normali civili. Ma questo lo sapevo fin da bambina, avevo abbracciato da subito quella vita con devozione e decisione che a mio fratello erano sempre mancati.
“Ti conosco da 170 anni Evie, credi davvero di riuscire a liquidare la faccenda così?”
Jacob non si era alzato dal mio letto, anzi con una gamba piegata sullo stesso mi stava guardando come chi non amava essere preso in giro, potevo dargli torto?
Mi ritrovai dunque a buttarmi sul letto accanto a lui, con ancora in mano gli abiti civili che avrei indossato per godermi con lui quella giornata da semplici fratelli che si godono il loro compleanno.
“E’ che sto facendo degli incubi… strani…” aggiunsi in un secondo momento, alzando un attimo gli occhi al cielo, non sapendo bene come spiegarglielo perchè insomma non era solo fare brutti sogni era sentirmi… diversa… e non capirne il motivo.
“Non parlo di incubi normali… come spiegartelo, sono… sono reali nella loro follia… e forse riuscirei davvero ad archiviarli solo come incubi se non fosse che a volte mi ritrovo a viverli anche ad occhi aperti… Jacob ti sei mai chiesto perchè io non soffro il freddo?” gli chiesi poi improvvisamente spiazzandolo, come se avessi cambiato discorso, ma in realtà no. Nella mia mente stavo seguendo alla perfezione un determinato filo logico.
“Anche durante gli inverni più freddi che abbiamo affrontato a Londra io… io mi rotolavo nella neve praticamente con la vestaglia da notte e… e non rabbrividivo… e quando sono caduta in quel lago ghiacciato? Te lo ricordi? Non potevamo accendere un fuoco per essere localizzati e la logica mi avrebbe voluto morta per ipotermia, ma… non è successo… Forse questi non sono solo sogni, forse sono ricordi o informazioni su di me che non sapevo di avere…” glielo dissi nel modo più chiaro e diretto di cui ero capace.
Non era da me girare intorno alle cose e tanto meno con lui, mi ero abituata nella mia lunghissima vita a fidarmi di lui al cento per cento perchè lui era una mia appendice, era la mia metà. Noi insieme eravamo Jacob ed Evie, non separati.
Dunque buttai fuori tutto e rimasi a guardarlo confusa e nervosa, mentre con le mani non davo tregua alla povera maglia che avevo in mano. Avevo bisogno di lui in quel momento più che mai…

Mi stravaccai per bene sul letto, non dando alcun segno di essermi allarmato, alle parole — comunemente definibili assurde — che erano uscite dalla bocca di Evie, ma tranquillo non lo ero per niente, in realtà. Ero stato avvertito, talmente tanti anni prima che solo pensarci mi faceva sentire sul punto di avere un enorme mal di testa, di quelli che solo dopo una sbronza colossale si potevano provare, che una cosa del genere sarebbe potuta succedere, ma ovviamente, trattandosi di me, non mi ero preoccupato di una simile eventualità, liquidando la questione troppo rapidamente. Non avevo ritenuto necessario fasciarmi la testa prima di romperla, ed eccomi lì, a farci i conti centinaia di anni dopo, preso alla sprovvista e senza una precisa idea di come fare, a distoglierla da ciò che realmente le stava succedendo. Non che quello fosse un gran problema, comunque; inventarmi piani sul momento era grosso modo la mia specialità, quindi sarebbe stato esattamente ciò che avrei fatto anche in quell’occasione.
L’idea di mentirle non mi piaceva un granchè, c’era da dirlo, tuttavia l’eventualità che, una volta scoperte come stavano le cose, avrebbe deciso di allontanarsi dagli assassini — ma soprattutto, a chi volevo prendere in giro, da me —era quello che, più di tutto, non sopportavo e temevo.
La guardai accigliato, quindi, palesando sul volto un’espressione incredula ed anche un po’ ironica.
« Oh, andiamo! Cos’altro credi che potrebbero mai essere? Le conseguenze di un rapimento alieno? » tentai di metterla sul ridere, ma quando voltandomi verso di lei la vidi ancora pensierosa e tesa mi feci più serio, buttando fuori un sospiro. Non sarebbero bastate un paio di battute a mettere a tacere i suoi dubbi, ormai lo sapevo, anche se ci avevo sperato comunque — così come avevo sperato, prima che iniziasse a spiegare, che si trasse soltanto di sogni un po’ più strani del solito.
« Evie, sul serio.. saranno solo suggestioni particolarmente realistiche, sono sicuro che non hai niente di cui preoccuparti. Il giorno del tuo compleanno, poi! »

Quando se ne uscì con la battuta sul rapimento alieno finì che mi alzai dal letto, non prima di avergli lanciato addosso gli abiti che ancora avevo in mano ed ero intenzionata di indossare quel giorno. Se lo meritava, compresa l’occhiata torva che non mi lesinai di fargli. Odiavo quando mi faceva sentire una pazza, perchè per quello ci stavo già riuscendo benissimo da sola senza che lui mettesse il dito nella piaga.
Tuttavia fu la sua successiva frase che mi fece per un micro secondo dimenticare quanto fossi arrabbiata con lui in quel momento e mi fece sciogliere nella consapevolezza che probabilmente aveva ragione e io mi stavo solo facendo degli inutili voli pindarici.
“Ok. Ok. Chiudiamo la questione, probabilmente hai ragione tu e io mi sto solo facendo suggestionare da non so nemmeno io cosa…” ironizzai decidendo di darmi una calmata e godermi quella giornata che sapevo si sarebbe rivelata intensamente e magicamente interessante.
“Ma dovrai impegnarti molto a fondo Frye, sappilo, perchè quella sul rapimento alieno me la sono legata al dito… dunque, come minimo questo vuol dire razione doppia per me di pancakes!” quindi lui mi avrebbe dovuto cedere la sua di razione, che gli piacesse o meno!
Gli feci l’occhiolino e dopo aver recuperato finalmente quello che avevo deciso da mettere, mi fiondai nel bagno on suite. Il Covo era un luogo semplice, senza fronzoli e chissà quali lussi, ma ogni Assassino aveva un proprio spazio personale: una camera da letto che poteva arredare come meglio voleva, con all’interno un piccolo bagno personale. Di fatto era l’unico posto in cui ogni singolo adepto poteva riservarsi un proprio spazio privato, in quanto tutti gli altri luoghi del covo erano condivisi e fatti per stare insieme tra conoscenza e addestramento.
Ciò che non seppi, una volta entrata in bagno per cambiarmi, fu che appena mio fratello era uscito dalla mia stanza per raggiungere il grande salone ove si consumavano i pasti, era che si era scontrato con qualcuno che -involontariamente (o no?)- aveva ascoltato l’intera nostra conversazione.

Un lungo e profondo sospiro di sollievo mi colse quando, una volta rimasto solo, pensai al pericolo appena scampato. Non era giusto. Lo sapevo. Come sapevo benissimo che quel momento prima o poi sarebbe dovuto arrivare eppure egoisticamente avevo deciso di fare l’impossibile pur di non perdere mia sorella, quell’estranea che quando mi era stata affidata -ormai più di un secolo fa- prima avevo visto come una tremenda palla al piede e poi come l’unica famiglia da cui non mi sarei mai voluto dividere.
Era con quella consapevolezza e in parte il sollievo di essere riuscita a deviarla dai suoi pensieri, che ancora un sorriso era disegnato sulle mie labbra piegate in un’espressione trionfa e sghemba. La stessa che però si raggelò quando incontro il viso scuro e pavido di Edward, che fuori dalla camera di Evie era -per i miei gusti- un po’ troppo in prossimità dell’uscio.
« Stavi andando da qualche parte Kenway? » chiesi in modo beffardo, con quel mio solito modo di fare che irritava i più.
« Vorrei ricordarti che oggi non è solo il compleanno di mia sorella, ma… » e facendo un passo indietro mi piegai in un inchino ironico « …anche di questo meraviglioso bellimbusto! »
Di solito Edward era tra i pochi che mi dava corda, così diverso dagli altri miei confratelli a volte un po’ troppo impostati per i miei gusti eppure in quel caso c’era qualcosa di diverso.
In un primo momento pensavo a una cosa stupida, giocosa, come il fatto che lo avessi battuto sul tempo per fare gli auguri ad Evie -tipico di noi che facevamo a gara per tutto- ma subito dopo capì che così non era.
Tornai serio, nervoso, passandomi una mano tra i capelli scompigliati e cercai di ignorare la brutta sensazione che lui avesse potuto sentire o vedere quello che avevo fatto.
« Quanto hai sentito? » esplosi infine, incapace di ignorare il fatto. Non era da me. Se era lì per rinfacciarmi qualcosa o per discutere, bé allora lo avremmo fatto… Non ero tipo da tirarmi indietro. Mai.

Incredibile. Per quanto fosse grande il Covo, e per quanto cercassi di passare la maggior parte del mio tempo in giro per il mondo, in missione per la Confraternita, ogni volta che mi fermavo qualche tempo in quella che noi Assassini chiamavamo “casa”, mi trovavo sempre lì, a girovagare in quel corridoio, senza avere niente di preciso da fare. Come se stessi aspettando un segno divino. E quel giorno, in effetti, la fortuna mi aveva mostrato il suo sorriso sfacciato, lo stesso che avevano le baldracche dei pub più malfamati che mi era sempre piaciuto frequentare: avevo appena ascoltato una conversazione molto interessante.
Il fatto di essere stato scoperto ad origliare non mi faceva scomporre più di tanto, non mi era mai interessato comportarmi in maniera socialmente accettabile, quindi, vedendo comparire Jacob, non mi mossi di un millimetro dalla mia posizione rilassata in cui ero, appoggiato al muro.
“Hey, buon compleanno, allora… “ dissi in un tono calmo, sornione, e alzai le mani, per dimostrare che non intendevo buttarla in rissa come avrebbe voluto lui. In verità, quello era esattamente ciò che avrei fatto anche io, di solito: non ero tipo da ignorare le provocazioni, sia fisiche sia verbali; la ragionevolezza e la diplomazia non facevano per me, mi buttavo sempre a testa bassa nei problemi e buonanotte al resto. Sentivo già la familiare tensione allo stomaco che anticipava lo scontro. Strinsi involontariamente le mani a pugno.
Ma quella volta no, QUELLA volta era diverso. Dovevo restare calmo e provare a farlo ragionare. Mi staccai lentamente dal muro, avvicinandomi a lui: “Vuoi sapere quanto ho sentito? Abbastanza. Abbastanza per capire che forse c’è un problema, e non puoi affrontarlo da solo. Nonostante i tuoi tentativi, arriverà presto il momento in cui lei capirà l’inganno”
O almeno, era quello che speravo io. Che Nike si svegliasse, al più presto, ricordandosi chi era stata. Perché la sua indifferenza mi faceva male, troppo male.

Con il senno di poi, Edward aveva ragione e se solo fossi riuscito a pensarci su ragionevolmente lo avrei capito, ma il punto era che di razionale, nel mio comportamento di poco prima, c’era stato ben poco; avevo reagito d’istinto, con un egoismo dettato dalla paura di rimanere senza una persona che, inaspettatamente, era diventata fondamentale, nella mia vita. Avevo dato per scontato, ormai, che niente ci avrebbe diviso e sentirla parlare dei suoi ricordi, ancora vaghi e poco comprensibili, della sua vita passata, mi aveva mandato nel panico.
Al momento, tuttavia, le parole di Edward mi sembravano solo fastidiose, irritanti, benchè non avesse detto altro che la verità — una a cui non volevo credere, che volevo ignorare il più possibile, per quanto sbagliato fosse.
« Non c’è nessun problema! » sbottai, forse a voce un po’ troppo alta. La roccia era spessa, certo, ma non mi andava proprio di attirare l’attenzione di altri passanti, o origliatori, nel caso di Edward, quindi feci un po’ più attenzione, nel riprendere parola, anche se decisamente non iniziai a bisbigliare. Ero troppo punto nel vivo per anche solo provare a farlo.
« Non c’è nessun problema, va bene? Ho tutto sotto controllo, non serve che ti metti in mezzo. »
Serrai la mascella, quando finii di parlare. Avevo dovuto fare un gran bello sforzo per non alzare nuovamente troppo la voce, ma ci ero riuscito, alla fine, per quanto il tono fosse uscito comunque a dir poco brusco, tagliente, come mai prima, non con lui, nè con nessuno all’interno del Covo, probabilmente. Non era mio nemico, ma mi sentivo alle strette, con le spalle al muro, e non capivo perchè gli importasse tanto quella faccenda, cosa che mi portò a mutare la mia espressione in una di rabbiosa confusione.
« E anche se ci fosse, perchè dovrebbe interessarti? »

“Non c’è nessun problema, va bene? Ho tutto sotto controllo, non serve che ti metti in mezzo.”
Trattenni il ghigno che si stava per disegnare sul mio volto. E allora era questo, il modo in cui pensava di poter gestire una situazione simile? A nascondere la testa nella sabbia c’erano capaci tutti, perdio. Maledissi mentalmente i nostri Mentori, che avevano scelto di affidare ad un ragazzino una pedina tanto importante quanto Nike. Per l’ennesima volta mi domandai, cosa pensavano di concludere? I primi tempi, poco ci mancò che si arrivasse allo scontro aperto con loro, e che lasciassi definitivamente la Confraternita. Poi, il senso di sacrificio che mi avevano mostrato persone molto migliori di me, mi fece desistere, e rientrai nei ranghi.
”E anche se ci fosse, perchè dovrebbe interessarti? “
Incrociai le braccia al petto. Mossi un passo verso di lui e lo fissai negli occhi, mortalmente serio: “Ascoltami bene. Cosa ti fa pensare che la questione possa riguardare esclusivamente voi due? Ti sei innamorato troppo dell’idea della famigliola felice, ma non è così. Ti ricordi o no le parole di Altair quando ti affidarono… te la affidarono?” Era più forte di me. Non riuscivo a pronunciare il suo nome falso, lei sarebbe sempre stata Nike per me. Ma pronunciarlo ora sarebbe stato uno sbaglio.
Presi un respiro profondo. Mi sentivo quasi una carogna ad infierire così su Jacob, in fondo lui era davvero l’unico con cui c’era una certa intesa, non eravamo temperamenti seri e compassati come Altair ed Ezio, anzi, le serate in cui ci trovavamo ubriachi fradici a raccontarci la nostra vita erano ricordi piacevoli.
Ma, a proposito di ricordi, ce ne erano altri che erano ancora più brucianti e difficili da ignorare, ed io stavo combattendo per quelli, affrontando il mio compagno di bevute.

Odiavo quella situazione che si era creata con Edward, ne stavo odiando ogni secondo, soprattutto perchè, sebbene avessi avuto modo di crescere, nel corso degli anni, conservavo ancora tutta la mia testardaggine e la propensione ad ammettere difficilmente che avevo torto. Odiavo, più che altro, il fatto che stessi avendo una discussione con qualcuno con cui, solitamente, andavo piuttosto d’accordo, con cui mi ero sempre trovato bene, vuoi perchè era decisamente meno rigido rispetto agli altri, vuoi perchè era un ottimo compagno di bevute — il migliore, oserei dire — e non riuscissi proprio ad appigliarmi alla calma, al momento, non quando c’era di mezzo Evie, la persona che reputavo più importante in assoluto.
Il punto era che me lo ricordavo bene, l’avvertimento che mi era stato dato da Ezio e Altair, al tempo, mi era tornato chiaramente in mente quella stessa mattina; me lo aveva detto, ovviamente, che sarebbe probabilmente stata una soluzione temporanea, che avrei dovuto lasciarla andare, quando fosse giunto il momento. Mi era sembrato semplice, lì per lì e soltanto adesso mi rendevo conto di essermi sbagliato alla grande, perchè al solo pensiero di non considerarla più mia sorella mi faceva sentire sul punto di soffocare.
« E’ mia sorella! Non lo è davvero, lo so , che diamine, ma.. lo è stata per tutti questi anni e questo conta qualcosa, deve contare qualcosa!. »
Tenni le mani contratte, strette a pugno, più per quella sensazione d’impotenza che mi stava tormentando, che per vera e propria voglia di uno scontro fisico, sorprendentemente e, quando parlai nuovamente, lo feci a voce un po’ più bassa, sommessa.
« Non voglio che le cose cambino tra noi. Che se ne vada. Considerami patetico quanto ti pare, ma è così. »

Cinicamente pensai che formavamo proprio una bella squadra: lui si sentiva un essere patetico, ed io mi valutavo una carogna. Me ne stavo lì, a provocare rimorsi e sensi di colpa in un mio compagno per guadagnare un mio tornaconto, senza provare un minimo di vergogna anzi, calcando se possibile ancora di più la mano.
Avevo sempre agito così, nella mia vita: ottenere qualcosa a scapito di chiunque e qualunque valutazione. Troppe volte era successo e con lucidità mi resi conto che nulla sarebbe mai cambiato. La cosa peggiore era la sensazione che provavo, nonostante tutto, la stessa di quando mi risvegliavo dopo una sbornia colossale, quando il sole era già alto, in qualche lurido vicolo dell’Havana, magari in una pozza del mio stesso vomito. Un reietto.
Questo fino a quando non ottenevo ciò che desideravo. Allora tutto diventava niente, le sofferenze degli altri, gli scontri, la delusione negli occhi di chi mi amava. Lo avevo fatto per cose forse meno importanti, mentre ora che era in gioco il mio diritto di stare accanto alla donna che amavo, avrei combattuto come un demonio dell’inferno a maggior ragione.
Nike era una splendida creatura, forte, indomita, e quei brevi mesi in cui eravamo stati amanti erano bastati a lasciare un segno profondo nel mio cuore. Era lei quella che volevo, le altre donne che avevano tentato di restarmi accanto erano finite bruciate dal fuoco della mia anima. Lei no. Lei aveva guardato dentro ai miei abissi, e ne era uscita indenne. Sapevo che non potevo più farmela sfuggire, e questa volta Ezio e Altair non dovevano mettersi in mezzo.
Poggiai una mano sulla spalla di Jacob e la strinsi; voleva essere un gesto di incoraggiamento: “Lo so quanto tieni a lei. Ma non è detto che ti lascerà, una volta che si ricorderà del suo passato. Devi aver fiducia in voi e nel vostro legame”. Ammiccai in direzione della porta della camera di Nike: “Quanto tempo ci metterà per essere pronta? Non molto, credo. Vuoi che ci trovi qui a chiacchierare come due ragazzini? Vai a prepararti, e goditi la giornata di festa…“
Cosa era disposto a fare un uomo per amore? Ecco la mia risposta: a diventare una carogna. Della peggior specie.

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