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Capitolo 3: “Yo No Sé Mañana”

Photo by ©Priscilla Du Preez

Essere un’adolescente non doveva essere una cosa tanto brutta, non quando potevi contare su una migliore amica meravigliosa, una famiglia strana ma presente, una scuola piccola ma con standard di apprendimento piuttosto elevati.
Eppure, per Christine Booth, così come per tutti gli adolescenti del pianeta, vivere questo “passaggio” richiedeva una dose smisurata di volontà, ottimismo e spirito di sacrificio. Soprattutto, quando ci si ritrovava con un quoziente intellettivo di gran lunga superiore alla media e una madre che era una specie di guru dei cadaveri… No, d’accordo, detta così sembrava un vero disastro, ma di fatto, la vita per Christine non era semplice come poteva apparire a un occhio esterno.
I suoi genitori erano semplicemente magnifici, li adorava, tanto quanto adorava i due fratelli Parker e Hank. Ciò nonostante, tutti loro, si portavano dietro un bagaglio talmente pesante di esperienze e responsabilità che a volte si sentiva soffocare.

Le aspettative su di lei erano tante, non la pressavano, questo no, ma conosceva bene la pignoleria della madre. Se fosse stato per lei, a quest’ora, Christine sarebbe stata già diplomata con tre anni di anticipo. Suo padre, invece, aveva insistito affinché completasse le scuole “nei giusti tempi”, perché “la scuola non è solo studio, ma soprattutto esperienza di vita!” E la piccola Booth-Brennan avrebbe voluto saltare in braccio al padre per ringraziarlo di quelle parole, se non avesse avuto troppo timore di offendere sua madre.
La dottoressa Brennan era irreprensibile, a volte troppo rigida, ma sapeva che voleva solo il meglio per la sua bambina, per questa ragione odiava deluderla. Entrambi, ognuno a loro modo, rappresentavano per Christine un esempio da seguire… solo, che a volte, le sarebbe piaciuto essere solamente sé stessa.

Non era neppure tanto sicura di piacersi così com’era diventata, ma forse era ancora troppo presto per giudicarsi davvero.
«Christiiii, andiamoooo, oppure farai tardi a scuola!» Eccola la voce del suo fratellone Parker, fratellastro in realtà, ma era riuscito a farle dimenticare fin da subito questo dettaglio. Aveva da poco finito il college e si era preso una piccola pausa prima di buttarsi nel mondo del lavoro. Sotto sotto, ma questo l’aveva confidato solo alla sua sorellina, stava ancora cercando di capire cosa fare. Perciò, aveva approfittato dell’assenza del padre e di Temperance, alle prese con un caso difficile fuori dallo Stato, per tornare a casa e godersi la famiglia, o quel che ne rimaneva! Hank frequentava a sua volta il college, perciò di fatto erano rimasti solamente lui e la sua “sorellina”. Christine lo raggiunse, zaino in spalla e un sorrisone stampato sul volto levigato.

La pelle chiara accentuava le labbra naturalmente rosse, il tutto sottolineato ancor di più dalla completa assenza di trucco.
«Pronta!» lo apostrofò pimpante.
«Sei l’unica liceale felice di andare a scuola quando c’è una verifica di matematica! E magari fosse solo la matematica… secondo me, non sei umana… nessun adolescente ama le verifiche in generale!!!» Parker adorava prenderla in giro perché fin troppo amante dello studio, ma il gioco finiva presto, perché Christine non accennava mai a un’arrabbiatura, anzi a sua memoria, non ricordava di averla mai vista perdere le staffe. A volte, dubitava che fosse sua sorella… al suo contrario era molto più istintivo, amava affrontare le questioni di petto, era la sua eredità paterna, mentre Christine in questo aveva preso tutto dalla madre, con un’unica controindicazione: non sfogandosi mai e razionalizzando tutto, rischiava di tenersi dentro emozioni che potevano trasformarsi in veleno.

Photo by ©Grace Hues

«Non è colpa mia se ho ereditato la genialità di tutta la famiglia…» La ragazza fece una linguaccia al fratello, prima di correre dritta in macchina, pronta per una nuova giornata di scuola in cui essere l’adolescente geniale che tutti conoscevano… ma qualcuno sapeva che non era solo quello…

«No, Emma, te lo proibisco!» Christine aveva provato a fare la voce grossa ma con Emma equivaleva a spingerla nella direzione indesiderata. Emma Geller-Green era la migliore amica di Christine, insospettata migliore amica, perché di fatto erano l’una l’esatto opposto dell’altra. Se a Christie piacevano i colori, Emma preferiva il bianco e nero; se la prima amava il gelato, la seconda andava matta per i crostini salati; Christine adorava la musica classica ed Emma impazziva per i gruppi rock. Insomma, erano la prova vivente che per essere amiche non era per forza necessario avere le stesse passioni.
«Non posso continuare a permettere questo stillicidio. Christy, è esattamente un anno che sospiri senza remissione di peccati. Devi dirgli tutto!»
Ed ecco un’altra cosa su cui le due amiche erano in totale antitesi: l’approccio con gli esponenti dell’altro sesso.

I ragazzi erano una specie di tabù per Christine, era intelligente, spigliata, a suo modo divertente – per chi considerava divertente lo humor all’inglese – ma quando si entrava in argomenti simili diventava una persona diversa: balbettava, sudava freddo e perdeva tutte le sue sicurezze. Emma? Era ovviamente il contrario e la sua giovane età non le permetteva di essere più tollerante con l’amica, soprattutto quando la vedeva soffrire. Da quando si conoscevano si era messa in testa di capire cosa generasse questo assurdo blocco emotivo.
«Emma, non sono te! So già come andrebbe a finire…» Di fronte a quelle parole, Emma perse del tutto le staffe, tanto che rischiò di far crollare il bricco di latte che aveva sul vassoio. Il cibo “pseudo-tedesco” abbandonato nei piatti faceva da triste spettatore.

Photos by ©Jaredd Craig & ©Siora

«La devi smettere di paragonarti a me. È vero, non ho peli sulla lingua, né filtri tra cervello e lingua, ma ciò non significa che sia sempre un bene. Però, il punto è un altro. Devi buttarti! Devi smetterla di rimandare, se non ci provi non saprai mai se sarà davvero un fiasco… e se invece, lui ricambiasse? Vuoi restare col dubbio fino alla fine dei tuoi giorni?» Emma era tutta rossa in viso, le trecce castane si muovevano impazzite sulle spalle, al ritmo del suo stesso nervosismo.
Christine la guardava da sotto le ciglia scure, non voleva farla arrabbiare, ma era più forte di lei. Il solo pensiero di dichiararsi le mandava in pappa il cervello, si sentiva già andare in iperventilazione, tanto da farle venire la nausea. Emma se ne rese conto e le prese una mano.

«Stai calma, non devi starci male. Dovresti invece goderti questi momenti che, ne sono convinta, quando sarai grande rimpiangerai!» Le strinse le dita con decisione, per costringerla ad alzare lo sguardo e guardarla negli occhi.
«Sei troppo saggia per la tua età…» la stuzzicò Christine, con un piccolo sorriso spuntato più per farle piacere che per reale volontà. Poi, i suoi occhi chiari seguirono un’altra traiettoria, superarono i vassoi, il profilo del tavolo e sfiorarono quello di due postazioni più avanti. Era occupato da una sola persona e tutti giorni si ripeteva lo stesso rito.
Finn Malone sedeva un po’ scomposto, ma solo perché le sue gambe erano troppo lunghe per stare comode sotto quel trabiccolo. Aveva un paio di cuffiette nelle orecchie, mentre i capelli si disperdevano in riccioli castani e ribelli, erano troppe le volte che ci passava dentro con le dita.

Tra le mani stringeva un libro con la copertina scura, ideata proprio per non far sapere agli altri che cosa stesse leggendo. Ma questo era solo uno dei tantissimi modi che Finn Malone aveva per chiudere tutto il mondo fuori in quei pochi momenti di solitudine che la scuola gli permetteva di avere.
Christine lo osservava spesso, sicura che non sarebbe mai stata colta in flagrante. Mai, ma proprio mai, lui aveva alzato il suo sguardo dalla sua occupazione… né tantomeno, aveva mai incrociato il suo di sguardo. Come poteva andar lì, di punto in bianco, e dirgli che voleva conoscerlo meglio? Come diavolo avrebbe potuto imporre la sua presenza a qualcuno che “palesemente” non voleva compagnia?
«Fidati di me, Christy, se anche dovesse andar buca, almeno potrai toglierti il pensiero! Ci soffrirai per un po’, ma non avrai rimpianti.» Eccola Emma che tornava all’attacco. Quegli sguardi rubati avevano il potere di farle ribollire il sangue nelle vene.
«A una condizione!»

Photo by ©Alisa Anton

«Cosa sentono le mie orecchie? Mi stai proponendo un patto per vincere la tua più grande paura? Lo sai che accetterò qualsiasi cosa, vero?» Emma era super eccitata adesso, gli occhi sgranati e i denti bianchi in bella mostra. Eppure, avrebbe dovuto aspettarselo da Christine, la conosceva fin troppo bene.
«Io andrò a parlare a Finn, se tu farai lo stesso con Leonardo!» Sapeva benissimo di esserci andata giù pesante, ma se Emma voleva il suo bene, per Christie non era da meno, anche se la sua situazione era di gran lunga più complicata. Infatti si beccò una occhiataccia in tralice e un sonoro sbuffo.
«Ti piace girare il coltello nella piaga, eh?! Lo sanno tutti che sta con Elizabeth…»
«Io non li ho mai visti baciarsi! È vero, si abbracciano, a volte si tengono per mano, ma per quanto ne sappiamo potrebbe essere un forte rapporto di amicizia!»

L’occhiata seccata di Emma si trasformò ben presto in disperata.
«Christy, sono una casta, nessuno può entrare in una cerchia come la loro. Sembrano una fottuta pigna. Mi conosci, non mi sono mai fatta problemi a farmi avanti, ma c’è una bella differenza tra essere intraprendente e un’aspirante suicida sentimentale.»
«Ti piace e anche tanto. Hai provato a vederti con altri, ma il tuo pensiero corre sempre a lui. A questo punto, ti rigiro le tue stesse parole: cos’hai davvero da perdere?» Christine sapeva essere convincente quando lo voleva, ma era lo scopo comune che le spingeva a essere così determinate: la felicità dell’altra.
«Affare fatto! Però pongo anche io una condizione! Tra due settimane ci sarà la festa di Halloween, io proverò a parlargli in quella occasione… devo riuscire a beccare Leonardo lontano dalla sua cricca. Ma TU, signorina, dovrai farlo adesso!»

Christine Booth, Finn Malone & Emma Geller-Green

«Ma l’ora del pranzo è ormai terminata!» si giustificò Christie, benedicendo l’orologio e la sua imminente verifica di matematica.
«Allora dopo le lezioni, ma dovrà essere oggi, altrimenti il nostro patto salta e la nostra amicizia ne uscirebbe irrimediabilmente danneggiata!» Emma aveva il melodramma nel sangue, questo era certo. «E non fare quella faccia da cerbiatto quasi investito da un’auto in corsa… me lo devi, visto che hai posto tu per prima condizioni infauste…»
«Va bene, va bene, hai vinto!» Christie cedette ma era certa che non avrebbe pensato ad altro fino alla fine delle lezioni, al diavolo anche la verifica.

Finn Malone appoggiò lo zaino contro il tronco dell’albero, tolse le cuffiette dalle orecchie e si sedette sull’erba del piccolo parco che costeggiava la strada verso casa. Vi si fermava ogni pomeriggio, in un cantuccio in particolare, dove si rimetteva in contatto col mondo esterno, la natura e i suoi pensieri.
Le ore trascorse a scuola le viveva come in una sorta di apnea. Teneva sempre la mente occupata, gli spazi morti pieni fino all’orlo, attento a non intrecciare rapporti non strettamente essenziali. Non era un misantropo per natura, ma aveva capito che questo era il modo migliore per non avere grane, non dover rispondere a domande indiscrete, non essere costretto a subire i conseguenti cicalecci. L’attacco era la miglior difesa… questa era una delle poche cose che aveva imparato da suo padre. Certo, Finn aveva studiato un attacco silenzioso, ma si era rivelato molto efficace.

Rispondeva agli insegnanti, studiava, partecipava ai gruppi di studio per guadagnare i crediti extra, ma nulla di più. Si teneva ben lontano da qualsiasi complicanza adolescenziale, la sua vita era già abbastanza incasinata così.
Perciò, quel posticino nella natura, era dove si ritirava per far “decantare” i pensieri prima di ritornare nell’ennesima bolla di finzione e solidi muri. Casa sua: non era diversa dalla scuola, anzi era il motivo per cui in quest’ultima aveva adottato tale comportamento.
Finn lasciò che le dita accarezzassero i ciuffi d’era, che dopo le prime piogge autunnali stavano tornando verdi. L’aria era frizzante, però non tanto da impedirgli di sdraiarsi e fissare il cielo come faceva in estate. Le nubi si addensavano e sarebbe piovuto ancora, ma non prima di quella notte, aveva ancora qualche ora.
Poi, sarebbe tornato in teatro. Fingere di non sapere lo stava avvelenando, di questo ne era consapevole.

Aveva smesso di sorridere, aveva smesso di essere l’anima gioviale e piena di vita degli anni infantili. Quel bambino non c’era più, così come non esisteva più la sua famiglia… quella che aveva sempre considerato il suo rifugio. Perché? Perché era tutta una menzogna: la famigliola felice non era mai esistita.
Uno scricchiolio di rami secchi calpestati lo distolse dalle sue elucubrazioni. Da un lato ne fu felice, perché cercava sempre di evitare di contaminare il suo nuovo rifugio con i problemi che lo assillavano; dall’altro, però, ne fu infastidito. Nessuno aveva mai “violato” quel fazzoletto di paradiso… Quando alzò lo sguardo sul disturbatore la speranza che si trattasse di un senzatetto o un ragazzino in cerca della sua palla sfumò, assieme al benessere che aveva provato toccando l’erba umida.
Si trattava di una ragazza della sua scuola, gli sembrava frequentasse il secondo o il terzo anno. Christine Booth.

Photo by ©Alisa Anton

Figlia di un agente dell’FBI e di un’antropologa forense che lavorava con i federali. Già solo il mestiere di suo padre gli faceva tornare i crampi allo stomaco, era logico, visto che il suo di padre faceva lo stesso lavoro, anche se non si occupava di omicidi ma di persone scomparse… poco importava!
Ciò nonostante, la conosceva anche per un altro motivo: a pranzo non faceva altro che fissarlo, si aspettava che prima o poi avrebbe tentato di parlargli. Beh, quel momento era arrivato.
Christine era talmente nervosa che quando incrociò lo sguardo di Finn perse la presa sui due volumi scolastici che aveva tra le mani, che finirono dritti dritti in una piccola pozzanghera, con buona pace di numeri e problemi geometrici. Per un attimo fu indecisa se abbassarsi a raccoglierli oppure fuggire via a gambe levate…

Finn lesse quell’atroce dubbio negli occhi della ragazza e qualcosa si mosse dentro di lui. Qualcosa di indefinito. Faceva davvero così paura? Allora perché si era decisa ad avvicinarlo? Lui, dal suo canto, si accostò a Christine e afferrò i suoi libri…
«Credo che ormai siano da buttare…» disse con voce atona, mentre tentava di scrollare via il fango dalle pagine bagnate.
Christine era ancora in cerca d’aria, perciò riuscì a ribattere dopo attimi infiniti.
«Non fa niente, ho quelli di mio fratello a casa!» E annuì convinta, quando Finn fece cenno di gettarli nel cassonetto dell’immondizia. Poi, gli porse delle salviette per pulirsi le mani dalla terra… che disastro!
«Come mai da queste parti?» Finn non amava i convenevoli, soprattutto se entrambi conoscevano – o credevano di conoscere – il motivo di quell’incontro poco fortuito.

Photos by ©Sean Pollock (Sede FBI) & ©Olena Sergienko (Ufficio Jack Malone)

Si sedette sulla panchina sotto il suo albero e attese. Forse, avrebbe dovuto trovarsi un altro posto dopo quel pomeriggio…
«Beh, stavo tornando a casa e dalla strada ti ho visto, cioè, in realtà ti vedo ogni giorno, abitiamo vicini, lo sapevi? Quindi praticamente abbiamo percorso gli stessi passi, tutti i giorni degli ultimi tre anni.» Christine stava per farsi prendere dal panico, ma inaspettatamente Finn le fece posto sulla panchina in un chiaro invito a sedersi. Le sue sinapsi erano in fase di fusione, ma riuscì a trovare due sole motivazioni per quel gesto: uno, anche lui aveva piacere a parlarle; due, voleva che la smettesse di battere i tacchi sul terreno e torcersi nervosamente le mani. Propendeva per la seconda opzione.

Gli occhi di Finn erano persi tra le fronde degli alberi più lontani, sembrava rassegnato, forse pensa che fosse l’unico modo per far finire in fretta il supplizio… che era lei!
«Lo so… che abitiamo vicini, intendo» le rispose una volta che Christie si fu seduta. Con la coda dell’occhio scorse le dita di lei finire tra le gambe, per costringersi a tenerle ferme, invano però, lo strofinio con i jeans le arrossò malamente.
Non erano affari suoi. Non lo erano affatto. E allora perché con la sua mano grande prese quelle di Christine e le distese sulle sue ginocchia tremanti? Non se lo sapeva spiegare.
«Avete fatto una scommessa con la tua amica? Sai, credevo che sarebbe stata lei a provarci. Insomma, tra le due mi è sempre sembrata la più intraprendente.»
Christie ebbe la sensazione di ricevere uno schiaffo in pieno viso dopo aver toccato il cielo con un dito.

Finn sembrava dire certe cose con i gesti e cose completamente diverse con le parole. Queste ultime però avevano fatto male, molto male. Cercò di ribattere con qualcosa di intelligente, ma…
«Scoprire il segreto di Finn Malone. Quanto avete scommesso? Una cena? Un paio di scarpe? Perché nessuno di voi riesce a farsi gli affari propri?» Eccolo, il fiume aveva rotto gli argini. Non ce l’aveva con Christine, né con la sua amica, ma non era la prima volta che capitava che qualcuno lo avvicinasse per scoprire il motivo del suo comportamento non proprio tipico di un adolescente. E l’interesse delle due ragazze a mensa non poteva avere altre ragioni…
«No, aspetta! Emma e io non abbiamo fatto nessuna scommessa! Volevo solo, ecco io, volevo solo parlarti…» Idiota, idiota, idiota. Christie doveva spiegare quello stupido equivoco, ma non sapeva come trovare le parole senza rendersi ancora più ridicola.

Photo by ©Joseph Gonzalez

Finn, a quel punto, si voltò verso di lei, trovandola ancora più in difficoltà di poco prima. Cosa diavolo tentava di dirgli?!
«Vorresti dire che sei venuta fin qui perché volevi conoscermi… e basta?» Era sorpreso, doveva ammettere che questa opzione non l’aveva proprio presa in considerazione. Christine Booth era incuriosita da lui… come ragazzo? No, questo era fin troppo assurdo, perciò rise, rise di se stesso.
«Cosa ci sarebbe da ridere?!» Christie aveva ritrovato la voce, il moto di vergogna che era salito dopo quella risata di scherno anziché farla scappare, le diede il coraggio di battersi. «Non sono certo Molly Ziegler, ma questo non ti autorizza a ridicolizzarmi così!» Le lacrime erano dietro l’angolo, ma non gli permise di fare capolino. Strinse i pugni attorno alla tracolla della sua borsa e si alzò di scatto.

Finn parve essere colto da una illuminazione, cadendo letteralmente dal cielo. In quale enorme equivoco si era infilato? Afferrò la ragazza per un polso, bloccando la sua onorevole ritirata.
«Aspetta, non ridevo di te. Solo, non avevo neppure immaginato che tu fossi qui per… me… tutto qui.» Le sue dita erano ancora strette attorno alla pelle morbida di Christy e lì restarono fino a quando non incrociò anche il suo sguardo fatto di cristallo liquido. Era sorpresa, forse più di lui.
«Perché non dovrei essere qui per te. Sei bello, misterioso, i tuoi occhi sembrano fatti di cioccolato fondente e cerco il coraggio di avvicinarmi da un anno intero.» Cosa. Aveva. Detto??!! Doveva essere impazzita, del tutto rincitrullita, assolutamente fuori di testa. «Cioè, volevo dire che, insomma…»

«Siediti, ok?» Finn era rimasto colpito, forse troppo, dalle parole spontanee della ragazza. Non avrebbe dovuto crederle, era abituato a diffidare di tutto e di tutti. Dietro l’angolo c’era sempre qualcuno che voleva fargli lo sgambetto perché non sopportava il suo modo di tenere il mondo fuori dal suo spazio vitale. Non sapeva bene il motivo di quell’astio nei suoi confronti, ma era lì, forte e tangibile. E lui aveva smesso di credere nella buonafede delle persone, tanto quanto aveva imparato a non cedere alle loro moine o provocazioni.
«Prima dell’estate, uno dei giocatori della squadra di football mi ha fatto un brutto scherzo, così sono diventato ancora più sospettoso di quanto già non lo fossi prima…»

📚Story By Anne Louise Rachelle📚

«Tanto brutto da farti dimenticare di essere un ragazzo carino e che magari potresti interessare per altro?!» Christine lo scimmiottò nel tentativo di replicare la sua voce maschile, ma ne venne fuori una bruttissima imitazione, che li fece ridere entrambi. Poi continuò. «Sembri più adulto della tua età, ti comporti come se il peso del mondo fosse tutto sulle tue spalle… non voglio scoprire i tuoi segreti, ognuno di noi ne ha ed è giusto che restino tali, ma vorrei solo alleggerire quel peso con qualche chiacchiera, di tanto in tanto… ecco…»
Finn la osservò meglio, si era rimessa al suo fianco, un po’ più vicina. I balbettii erano scomparsi, ma si vedeva ancora quanto ogni parola le costasse. Era timida, impacciata, ma sincera, di questo ne era certo.

«Solo questo? Qualche chiacchiera?» La domanda del giovane era chiaramente provocatoria e colse nel segno. Christine, allora, lo fissò di colpo, le iridi trasformate in quelle di un cucciolo curioso.
«In realtà, una cosa da chiederti ce l’ho, una cosa che non mi fa dormire la notte… a cui penso anche di giorno, quando dovrei studiare…»
Finn iniziò ad agitarsi, perché la sua voleva essere una provocazione giocosa, ma rischiava seriamente di pentirsene. Non avrebbe dovuto lasciarsi tanto andare, di sicuro aveva aperto troppo quel minuscolo spiraglio che Christine aveva individuato…
«Cosa diamine stai leggendo?! Insomma, sempre con quella copertina nera, impenetrabile, assomiglia a una sorta di scudo radioattivo, che tortura!»

Finn sgranò gli occhi, sorpreso, no… di certo non si aspettava una curiosità simile, davvero genuina… e dolce. Christine era una ragazza onesta, non avrebbe forzato la serratura per entrare, avrebbe atteso il suo “avanti”, fino a quando non fosse arrivato.
Scosse il capo, un leggero sorriso sulle labbra. Poi, si alzò e rovistò nello zaino per qualche istante prima di tirarne fuori il suo libro oscuro.
«Scoprilo tu stessa…»
Christine afferrò l’oggetto che Finn le porgeva con gesti lenti, quasi solenni. Neanche lei si aspettava una risposta simile, ci aveva provato certo, usando l’arma del sarcasmo che suo padre le aveva lasciato in eredità e che aveva sempre creduto inutilizzabile con l’universo maschile. Poi, incoraggiata dallo sguardo di lui, tolse la copertina nera, leggendo il titolo della brossura: “L’arte della guerra” di Sun Tzu.

«Ci vai giù pesante!» esordì lei, senza celare la sua ammirazione.
«Ci provo soltanto…» si schernì Finn, rimettendosi al suo fianco.
«Ti va di leggermi i passaggi che ti son piaciuti di più fino ad ora?» Il sorriso di Christine era adesso aperto, non c’era traccia di dubbio o paura. Certo, l’impaccio non sarebbe svanito nel nulla, tuttavia, doveva riconoscere che Emma aveva ragione: la soddisfazione di aver provato era enorme, ma quella di esserci riuscita era ancora più grande.
Finn annuì piano, consapevole che accettare sarebbe stato l’equivalente di una mano tesa. Non sapeva come sarebbe andata a finire, forse avrebbe sofferto ancora, forse no, solo il tempo gli avrebbe dato torto o ragione.
La novità era che, con Christine, si era ritrovato disposto a rischiare.

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