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Cos’era l’amore a 16 anni?
Un soffio, un tocco, un battito di ciglia. Forse. O forse no.
L’amore poteva essere una valle di farfalle tanto quanto una valle di lacrime, avendo sedici o cinquant’anni. L’età non era così importante quando dentro percepivi spilli roventi conficcarsi nel cuore, quando lo stomaco si intestardiva a rimanere chiuso, quando le palpebre erano ormai secche perché avevano espulso ogni goccia disponibile.
Emma Geller-Greene aveva vissuto tutti gli stadi di quello che molti etichettavano come il primo amore adolescenziale. Aveva guardato l’oggetto di quell’amore dapprima sospirando, da lontano, subito dopo aveva fatto una follia che l’aveva portata all’attenzione del soggetto, successivamente si erano vissuti momenti idilliaci come solo i primi baci e le prime esperienze sanno essere. Infine, era arrivata la rottura. Quella più dolorosa, perché determinata da fattori esterni: i suoi genitori.
Leonardo era pericoloso, la sua famiglia lo era: la vita della loro figlioletta non poteva essere di nuovo messa a rischio. Così erano arrivati i divieti, le imposizioni, i rimproveri, le discussioni.
Emma, ad ogni no, sprofondava sempre di più in uno stato prima di ribellione, poi di apatia. Lei e Leonardo si erano visti di nascosto, in luoghi appartati, con la complicità di qualche amico… ma poi, lui era cambiato. Aveva potuto vedere nella sua testa ogni singolo ingranaggio muoversi. Leo non voleva che la sua vita fosse stravolta… o messa in pericolo, di nuovo. Non voleva che Emma avesse contrasti con i genitori, i quali lui comprendeva perfettamente. Era consapevole che sarebbe arrivato il momento in cui l’avrebbe dovuta lasciar andare… per il suo bene. Emma lo sapeva e aveva atteso quel momento con un’ascia piantata nel cuore. Non aveva fatto scenate, non aveva proferito una sola parola in risposta al razionalissimo discorso di colui che aveva amato fino al punto di rischiare la sua stessa vita.
Emma aveva solo guardato i suoi occhi scuri, ne aveva impresso ogni singolo riflesso dentro di sé, prima di abbassare il capo sulle scarpe e mordersi a sangue il labbro inferiore. Poi, se n’era andata, si era rifugiata nella sua cameretta – felice di essere sola in casa dopo settimane di sorveglianza speciale – e allora aveva urlato, con il viso sprofondato nel cuscino, tutta la sua disperazione.
Dopo diverse ore, era ancora nella stessa posizione, ormai senza più voce e lacrime. La trovò lì la sua migliore amica: Christine Booth.
La signora Greene l’aveva chiamata molto preoccupata e indecisa sul da farsi. Appena rientrata in casa, era subito andata nella stanza di Emma. Era immobile sul letto, la testa appoggiata sul cuscino, gli occhi aperti ma non aveva dato segno di averla vista. L’aveva salutata piano, ma temeva che fosse in bilico, sull’orlo di un precipizio, e aveva capito che se fosse stata lei a intervenire avrebbe potuto farla cadere. Così aveva chiamato Christine.
La ragazza dai capelli corvini e dalla pelle diafana si accostò al bordo del letto. Si sedette adagio, prima di appoggiare il palmo aperto sulla testa dell’amica.
«Emma, parlarmi. Tua mamma mi ha chiamata preoccupatissima e non hai risposto a nessuno dei miei messaggi. Se continui così, potresti davvero perderti…» La sua voce era delicata mentre si esprimeva in un carezzevole rimprovero. Sì, anche lei era preoccupata.
La sua amica non diede segno di averla udita. Batteva le palpebre, era sveglia, respirava – piano – ma lo faceva. Di sicuro l’aveva udita, ma non era arrivata nessuna risposta.
«Un giorno, quando saremo più grandi, ci racconteremo questa storia. Io ti dirò quanto tu sia stata fantasticamente coraggiosa e allora tu sospirerai orgogliosa, perché hai salvato la vita del tuo primo amore. Passerà, passa tutto, Emma. E io sarò sempre al tuo fianco.»
Non avrebbe detto altro. Non ce n’era bisogno, perché vide silenziose lacrime scendere dagli occhi della sua amica, di nuovo arrossati. Ci sarebbe voluto del tempo, ma Christine sapeva quanto fosse forte… sperava solo che quel futuro lo avrebbero potuto vivere davvero assieme. L’idea paventata dai coniugi Geller-Greene di trasferirsi l’aveva terrorizzata. Non voleva perdere la sua migliore amica, ma avrebbe comunque accettato tutto pur di saperla di nuovo serena. Aveva detto con chiarezza ai suoi genitori che non la trovava una buona idea, allontanare la figlia da tutto ciò che conosceva e amava avrebbe solamente peggiorato le cose. Emma era una ragazza in gamba, avrebbe saputo incastrare ogni cosa nella giusta composizione, fino a far venire fuori un dipinto perfetto. Il consiglio di Christine non era dunque ispirato dall’egoismo, ma dalla consapevolezza raggiunta grazie ai tanti racconti di casi simili che i suoi stessi genitori avevano affrontato. Sarebbe stato un trauma ancora maggiore… ne era certa.
Mentre rifletteva su ciò, non aveva smesso di accarezzare i capelli dell’amica con una mano e con l’altra giocherellava con le dita di lei appoggiate sul cuscino. Fu quando Emma le afferrò che capì che la sua presenza non era stata vana… così si accoccolò al suo fianco, canticchiando una melodia fanciullesca che le accompagnava fin dall’infanzia. Era il loro modo segreto, un codice, per consolarsi quando dovevano nascondersi da grandi… quello le parve il momento adatto.

Christine Booth & Finn Malone

Quando Christine percepì il cellulare vibrare nella tasca, fuori dalla finestra sembrava già pomeriggio inoltrato. Emma pareva dormire e, forse, si era appisolata per un po’ anche lei. Si mosse con cautela, slegandosi dall’abbraccio e facendo attenzione a non svegliare l’amica adorata. Guardò il display e trovò un messaggio di Finn. Lo aprì, emozionata come sempre, e vi trovò un testo alquanto strano: una stringa di caratteri alfanumerici. Che avesse sbagliato a digitare? Perché inviarlo così? Non aveva gatti, perciò dubitava che un micetto impertinente avesse deciso di giocargli un brutto scherzetto.
Rispose più per togliersi un pensiero e prenderlo un po’ in giro, che per reale interesse.

Ti sei addormentato sulla tastiera del cellulare?

La visualizzazione e la risposta furono quasi in contemporanea all’invio del suo messaggio.

Tutto ok. Scusa.

Nessuna faccina. Nessun preambolo. Nessun saluto nonostante non si sentissero da diverse ore. Non che si aspettasse davvero delle emoticon, Finn non le aveva mai usate in alcun caso, però… le era parso freddo e frettoloso.
Le sue antennine si drizzarono all’istante. Le succedeva di rado, ma altrettanto raramente si sbagliava. Suo papà si vantava del fatto che avesse ereditato il suo intuito infallibile, mentre la sua mamma sosteneva che fosse frutto del suo QI di molto sopra la norma, e ovviamente questa era una sua eredità. Quando accadevano questi battibecchi, lei restava a guardarli sconsolata, ma con un leggero sorriso di orgoglio sulle labbra…

Stai bene? Dove sei?

Christine voleva andare fino in fondo. Qualcosa la spingeva a non lasciar correre anche se di fatto non aveva alcuna prova che ci fosse davvero qualche dettaglio fuori posto.
Visualizzato. Nessuna risposta. Che stai combinando, Finn?, si chiese improvvisamente preoccupata. Poteva significare tutto e niente quel silenzio, ma a lei non convinceva affatto.

Finn, non evitarmi. Lo sai che non funziona. Stai bene?

Visualizzato. Qualche attimo di attesa. Poi la risposta:

Sto bene. Stai tranquilla. Ti chiamo dopo.

Non aveva risposto alla domanda di prima. Dove si trovava? Non poteva dirglielo? La stava evitando, era chiaro come il sole.

Se vuoi, ci possiamo vedere. Io sto uscendo ora dalla casa di Emma.
Come sta?

Tergiversava, eludeva le sue domande importanti. Perciò fu Christine, questa volta, a visualizzare e non rispondere. Spense la applicazione di messaggistica e andò ad aprire la sua app trova famiglia e amici, era molto comoda per capire se aveva a disposizione passaggi immediati in caso di necessità. L’aveva installata anche sul cellulare di Finn, anche se con qualche difficoltà perché si trattava di uno smartphone antidiluviano. Lo usava pochissimo, perciò non ne aveva molta cura. Glielo aveva detto per correttezza, ma dubitava se ne ricordasse ancora visto che era tutto impegnato a leggere un romanzetto qual era l’Iliade di Omero. Sperava che non l’avesse nel frattempo disattivata o cancellata.
Cercò il suo numero e la fortuna fu dalla sua parte. Benedisse lo stato di trance in cui Finn precipitava quando si immergeva in una lettura impegnativa.
Il segnale lo dava a qualche chilometro di distanza, anche se era piuttosto lontano da casa sua. Che stava combinando?
Christine non voleva spiarlo, non era il genere di ragazza gelosa che guarda il telefonino del ragazzo e lo sorveglia h24, tutto il contrario, detestava comportamenti del genere che lei definiva infantili. Non credeva che fosse con un’altra, però temeva che si stesse mettendo in qualche guaio.
Nelle ultime settimane, benché non le avesse fatto mancare la sua presenza, lo aveva visto distratto, irrequieto, una volta anche agitato. Ma le scuse erano state tante… e a volte anche molto vaghe.
Non ci stava più. Era brava a capire quando le persone mentivano e a Finn lo aveva permesso in virtù del fatto che stavano insieme da poco, non poteva costringerlo a raccontarle ogni cosa.
Però, quel messaggio, il comportamento evasivo, le antennine che si erano drizzate. Doveva capire che cosa si celava dietro tutto quel mistero…

Come vuoi che stia. Distrutta. Ora però sta riposando. Io torno a casa. Chiamami appena puoi.

Sperava di non aver destato sospetti a sua volta. Christine, a differenza degli altri adolescenti, non era brava a mentire, neppure per messaggio, a volte era persino fastidiosamente sincera – proprio come sua madre – anche se non le accumunava la mancanza di tatto della dottoressa Brennan.

Sii prudente. A dopo.

Photos by ©Mahad Aamir

Si preoccupava sempre per lei, si sentiva davvero in colpa a fare ciò che stava per fare…
Christine si diede un buffetto sulla guancia per riportare in alto la sua razionalità. Doveva essere ferma nelle sue decisioni, senza farsi fuorviare dai sentimentalismi, con le conseguenze avrebbe fatto dopo i conti.
Seguì le indicazioni dell’app, il gps funzionava bene in quel quartiere, altro piccolo colpo di fortuna. Ringraziò il cielo di aver deciso di mettere le scarpe da tennis, perché qualche chilometro si trasformò in diversi chilometri, addentrati in un boschetto a cui si arrivava attraverso un sentiero piuttosto sterrato.
Ma chi diavolaccio me l’ha fatto fare?, si domandava a ogni passo, col dubbio che quello stupido coso la stesse mandando a finire in qualche burrone. Se fosse caduta e si fosse rotta qualcosa, avrebbe potuto urlare per giorni, nessuno l’avrebbe mai udita… Si diede un altro pizzicotto. Era il suo modo per non distrarsi.
Era esausta, sudata fino al midollo, i vestiti le si erano appiccicati addosso, così come la frangetta aveva aderito alla fronte. Stava iniziando a valutare che forse era il caso di tornare indietro, quando iniziò a udire una serie di voci in lontananza. Voci di ragazzi… e ragazze.
Senza rendersene conto, Christine accelerò il passo, incurante del crepuscolo sempre più imminente, seguendo i nuovi suoni e ritrovando la speranza che si era ormai ridotta a una flebile fiammella. Più si avvicinava, più le voci erano forti. Chi rideva, chi scherzava, chi riportava l’ordine…
Quando fu a pochissima distanza, poté intravedere un grande falò recintato – che illuminava la piccola radura quasi a giorno – delle tovaglie da picnic, diversi tronchi facevano da sedute mentre un grosso tavolo di plastica – un po’ fuori contesto dalla scampagnata che aveva immaginato – campeggiava al centro, ricoperto da quelle che sembravano cartine topografiche, tablet pc, apparecchiature elettroniche di vario genere.
Sorpresa da ciò che stava guardando, non si rese subito conto dell’identità dei presenti, si era sporta per vedere meglio ma la fortuna decise di abbandonarla proprio in quel momento. I lacci delle scarpe, durante la leggiadra avanzata, si impigliarono in una radice affiorante.
La caduta fu inevitabile quanto imprevista. Christine finì, rumorosamente, lungo distesa. Evitò di farsi davvero male solo grazie al letto di foglie secche che ricoprivano il terreno battuto. Tuttavia, non fu piacevole.
In realtà, fu ancora più spiacevole ritrovarsi gli sguardi di tutti i ragazzi sorpresi puntati su di lei.
Che vergogna. Era stata beccata con le mani nel sacco. Ma… ormai che era lì, che cosa avrebbe potuto fare? Scappare non era una opzione, lo capì quando si rese conto che di fronte aveva alcuni suoi compagni di scuola, anche se il gruppo era, a dir poco, eterogeneo e fuori da ogni sospetto: Georgina Ford, Colin James, Crystal Humphrey, Mileva Epps e… Finn, il suo Finn.
Una festa senza invito. Non la voleva tra i piedi. Aveva degli amici di cui non ne sapeva niente. Era plausibile, eppure, sentiva che non fosse tutta la verità.
Christine si rimise in piedi, un po’ impacciata, dopo aver osservato quella scena pseudo bucolica dall’umiliante posizione in ginocchio. Percepì subito il profumo di Finn – quel misto di menta piperita e carta antica che adorava -, le si era avvicinato, forse preoccupato per le sue condizioni, forse arrabbiato per quell’intrusione gratuita. Non aveva neppure il coraggio di guardarlo in viso. Aveva un nodo in gola e le lacrime pungevano dietro le palpebre.
«Christy, ti sei fatta male?» La voce di Fin fu come un balsamo per le sue orecchie, poi con le mani le spazzolò via la terra e le foglie dai vestiti, controllando le ginocchia per vedere che non ci fossero ferite. Poi le guardò bene i palmi, erano escoriati, si era infilata qualche scheggia di legno dolorosissima, ma non ebbe il coraggio di dir nulla. «Che ci fai qui? Come mi hai trovato?» le chiese infine, ma non sembrava arrabbiato, era tutto intento a togliere con le unghie quelle schegge. Sapeva quanto facessero male.
«Con la app trova famiglia e amici. Sono imperdonabile. Ho interrotto qualcosa… di importante. Sono inqualificabile. Me ne vado. Fai finta che non abbia visto nulla, io farò altrettanto. Sono una brutta persona…» Com’era prevedibile, dal silenzio assoluto, Christine era passata al fiume di parole compulsivo.
«Shhh, va tutto bene.» Finn le mise un dito sulle labbra, sembrava sollevato che stesse bene, ma non solo per quello. Il suo sguardo aveva una espressione ambigua, come se fosse lieto di averla lì… in una situazione tanto spinosa. «Certo che sei coraggiosa… Perché mi hai seguito?»
«Quel messaggio.» Un lampo di comprensione balenò negli occhi di lui. «E poi il tuo comportamento evasivo. Le mi antennine si sono drizzate. Ciò non toglie che non avrei dovuto impicciarmi…»
Erano rinchiusi in una bolla strana, ovattata, pochi attimi parevano essersi dilatati in minuti interi. Bolla che venne infranta da una voce femminile: Georgina Ford aveva rotto ogni indugio.
«Finn Malone non fare il cafone, porta qui Christine!» La diretta chiamata in causa sobbalzò. Pensava che sarebbe stata linciata, non accolta. E invece si sbagliava di grosso.
Finn la lasciò libera dallo scudo che le stava facendo con il corpo, le si mise al fianco e la invitò ad avvicinarsi all’assortito gruppo. Il tavolo era stato riordinato, le cartine messe via e tablet pc spenti: chiaramente nascondevano qualcosa, ma Christine non poteva neanche lontanamente immaginare in quale mondo era appena inciampata, anzi… letteralmente cascata dentro.

Crystal Humphrey & Emma Geller-Greene

«Pensi che sia stato saggio introdurla nel gruppo?» Crystal stava mangiucchiando uno spiedino di verdure, seduta accanto a Georgina che le accarezzava distrattamente i capelli scuri, lasciati liberi sulle spalle. Fissavano entrambe Christine e Finn che parlottavano, vicini vicini, all’altro capo della radura. Era stato strano scoprire che un gruppo tanto atipico nascondesse una verità tanto profonda, ma Crystal non ne era rimasta scioccata… o traumatizzata. Tuttavia, lei non era Christine, non la conosceva bene al punto da sapere come avrebbe giudicato tutto ciò. Georgina, invece, pareva sapere sempre quel che faceva.
«È una ragazza intelligente oltre la norma, spigliata e avventurosa. Di quest’ultimo pregio non ne è ancora consapevole ma lo diverrà. Con i genitori che si ritrova conosce bene certi meccanismi, certo, suo padre è un puro idealista, ma sua madre è molto più pragmatica. In lei sguazzano i geni di entrambi… un mix molto interessante. Per gradi, non tutto e subito, ma credo potrebbe essere un soggetto notevole da valutare…» Georgina aveva parlato con voce bassa, rilassata, mentre creava e disfaceva un boccolo della capigliatura di Crystal, la quale la osservava, adesso, quasi a bocca aperta.
«A volte mi fai dimenticare che abbiamo la stessa età. Mi fai sentire così piccola… una farfalla di fronte a una montagna.» Le parole erano venute fuori spontanee, sull’onda di quella ammirazione profonda che provava per la ragazza che – piano piano – le stava anche rubando il cuore.
«Ma le farfalle possono volare e raggiungere la vetta delle montagne più alte…» Un’altra stoccata da manuale, colorata da un sorriso dolce e ammaliatore al contempo. Crystal si sporse per darle un bacio fugace, un ringraziamento a fior di labbra, ma Georgina approfondì il contatto, dando più forza a ciò che aveva appena detto. Insieme erano complete, lo stavano scoprendo poco alla volta, ma erano felici di poter finalmente esprimere i propri sentimenti senza preoccuparsi del giudizio altrui… in fondo, tutto quel gruppo aveva lo stesso problema in fatto di stranezza apparente, eppure tutti loro si erano ben amalgamati… in maniera naturale… come acqua limpida che sgorga da una fonte e diventa fiume. Il destino, forse, vi avrebbe fatto aggiungere una goccia in più, ma avrebbe dovuto dimostrare di essere all’altezza del fiume.

Photo by ©Jaden Hatch

«Cosa significava quel codice che hai inviato per messaggio?» Christine era ancora un po’ frastornata, ma non quanto avrebbe dovuto. In realtà, era certa che non le era stata detta tutta la verità su quel manipolo di ragazzi con abilità straordinarie. D’altro canto, cosa poteva pretendere?
La sua schiena era appoggiata al torace di Finn, tra le sue gambe lunghe, lei vi si era accoccolata per godersi la sua vicinanza. Avevano steso una coperta sul prato e si erano appartati un po’, avevano bisogno di parlare, ma soprattutto di ritrovarsi. Le stelle tra le fronde scure facevano da birichine spettatrici…
«Dovevo mandarlo a Colin. Indicava questo posto» rispose Finn, un po’ in imbarazzo, conscio che aveva fatto un brutto passo falso. Elliot lo avrebbe strigliato per bene.
«Passerai guai a causa mia?» chiese ancora la ragazza, una strana emozione nella voce, a metà tra il rimpianto e la curiosità. Finn le baciò la fronte, facendole alzare la testa con due dita sotto il mento sottile. Così le baciò le ciglia lunghe e la punta del naso. No, forse non era stato un passo falso.
«Nulla che non possa sopportare. Ma non ne potevo più di stare in silenzio su… questa cosa… Ogni giorno diventava sempre più difficile.» Era stato sincero, lo doveva a quell’angelo che era entrato in punta di piedi nella sua vita e sembrava non volerlo lasciar andare.
«Lo sai, il caso non esiste, forse il destino?»
«Tu ci credi nel destino?» chiese Finn, il tono di solito profondo si era trasformato in un sussurro. Lo sguardo di Christine lo inchiodava dal basso, senza possibilità di sfuggirle.
«Mio papà sì, mia mamma no. Io? Direi di sì, ma sono consapevole che ha bisogno comunque di qualche aiutino…» Un luccichio vispo fece capolino nelle iridi chiare, che parvero davvero brillare sotto il riflesso del fuoco. Vivendo con dei genitori come i suoi, aveva capito che le posizioni estreme non potevano essere sostenute. Non esisteva solo il bianco o il nero. Non si poteva mettere una etichetta basata sulle apparenze. Perciò, non lo avrebbe fatto, non avrebbe giudicato Finn per le sue bugie, né tutti quei ragazzi per ciò che nascondevano. Era lì, insieme a loro, in attesa che la ritenessero degna di entrare nel gioco. Tanto le sarebbe bastato fino a quando le sue antennine non avrebbero nuovamente avvisato di qualche nota stonata… per ora, sembravano essere ritornate a riposo.
«Allora direi che possiamo ritenerci soddisfatti, oggi abbiamo fatto la nostra parte.»
Il sorriso che Christine regalò a Finn fu il dono più spettacolare che il giovane potesse ricevere, dopo anni di solitudine, smarrimento, rabbia repressa. Era riuscito a trovare amici sinceri che lo avevano aiutato a dare una direzione a tutto quel dolore e una ragazza stupenda capace di leggergli nella mente, ma anche nel cuore.
Poteva di certo ritenersi soddisfatto…

Henry Bass & Colin Jane

«sᴀʟᴠᴀᴍɪ ᴅᴀʟʟᴀ sᴏʟᴜᴛᴅɪɴᴇ (sᴀʟᴠᴀᴍɪ sᴏɴᴏ sᴛᴀɴᴄᴏ) ᴍɪ ᴘɪᴇɢᴏ ᴀʟʟᴀ ᴛᴜᴀ ᴠᴏʟᴏɴᴛᴀ̀ (sᴀʟᴠᴀᴍɪ ᴅᴀʟʟ’ᴏʙʟɪᴏ)

««Ti manca?»
Colin Jane sussultò, facendo cadere il telefono.
«Anche a me.»
Georgina era arrivata alle sue spalle, silenziosa come un gatto. Aveva notato che il suo amico si era messo in disparte da un po’, lontano dagli schiamazzi degli altri ragazzi che facevano acrobazie attorno al fuoco: capriole, calci rotanti, piegamenti, una sfida e una birra bevuta per penitenza. Il momento del lavoro era già finito quando la tipetta dagli occhi di cristallo aveva fatto il suo bizzarro ingresso nella radura. Poi, si erano concessi una serata sotto le stelle nel più totale relax…
Ma se i sorrisi, complice un po’ di alcool, erano diventati giochi per tutti loro, Colin non ne aveva preso parte. Il suo carattere un po’ rigido ci aveva messo lo zampino, ma era la malinconia ad averlo tradito… Georgina ne era stata certa quando aveva sbirciato la galleria di foto che stava scorrendo.
Bree Witter. La loro ex migliore amica. La sua ex ragazza.
Colin riprese il cellulare e lo oscurò. Non voleva essere compatito da Georgina, anche se sapeva che anche lei ne soffriva ancora. Il suo carattere però era più pragmatico rispetto a quello del giovane, il quale faticava ancora a digerire la comune decisione di lasciarla andare… Bree era davvero tanto ingenua, pura, persino Christine Booth non riusciva a superarla in questo, anche se – a parte Georgina e Finn – nessuno di loro lo avrebbe mai detto. Avevano dunque preferito non coinvolgerla nel loro mondo segreto, evitando così tante complicazioni da un lato, ma dall’altro si erano trovati a dover rinunciare a un affetto enorme… e forse anche al vero amore.
«Sì, mi manca. Non riesco a credere che si faccia girare ancora intorno quel viscido di Bass. Prima non potevo proteggerla perché ero un totale inetto, ora che potrei farlo, in realtà non posso perché non ho più alcun diritto nei suoi riguardi.» Colin sbuffò, irritato da quella paradossale beffa.
«Bree è ingenua, ma non è stupida. Saprà fin dove spingersi. Ha accettato la decisione di separarci con una maturità che non mi aspettavo, sai… le possibilità che valuterà bene le chance di Bass sono molto alte.» Georgina gli aveva dato un punto di vista totalmente diverso. Non aveva tutti i torti, anche se una fitta di gelosia bruciante gli fece contrarre lo stomaco.
«Riuscirò ad abituarmi alla sua assenza, Gina?» Quel vezzeggiativo lo usava di rado, solo nei momenti in cui si sentiva davvero vulnerabile. La sua amica lo abbracciò di slancio, consapevole di quanto ne avesse bisogno in quel momento.
«Sei più forte di ciò che pensi, Colin. Devi solo crederci.»
«Ci proverò. Grazie.»
Appoggiarono la fronte l’una contro l’altra e un sospiro di lui sancì quella promessa.

🙏🏻Story By Anne Louise Rachelle🙏🏻

A diversi chilometri di distanza, un ragazzo fissava l’infrangersi burrascoso delle onde oceaniche sulla spiaggia. I suoi occhi di solito ambrati erano altrettanto tempestosi, tanto da sembrare quasi neri. Anche i suoi capelli, di solito perfetti nella loro costosa piega, erano a dir poco scombinati, a causa delle centinaia di volte in cui ci aveva infilato dentro le dita. Continuava a martoriarsi con i denti le labbra, rovinando l’aspetto curato che per anni aveva fatto cadere ai suoi piedi le ragazze più belle e popolari. Belle e popolari. Ecco il suo target.
Perché diamine doveva essersi ridotto in quello straccio per una ragazzetta senza charme, né stile, né chissà quale bellezza. Anzi, se ripensava al suo viso, la simmetria non era affatto sua amica… ma il suo sorriso era grande e dolce; i suoi occhi enormi ed espressivi; la sua bocca carnosa e invitante.
Il vento che veniva dall’oceano frustava i suoi vestiti, la temperatura era mite, ma la notte era ormai profonda e non aveva neppure portato la giacca… Ciò nonostante, non aveva voglia di tornare a casa, né di partecipare a una di quelle feste super esclusive in un club ancora più esclusivo che di sicuro si stava tenendo da qualche parte… mentre lui si torturava come un comune mortale per una ragazzina qualunque.
Più se lo ripeteva, più non ci credeva. Forse per questo il suo rifiuto lo faceva stare così male? Lo aveva capito troppo tardi, dopo che l’aveva umiliata, derisa, ingannata. Era questo che si poteva definire karma… e lui che non ci aveva mai creduto.
Erano passati tanti giorni – o erano settimane? Aveva perso la cognizione del tempo con la fine della scuola – da quando le aveva inviato un ultimo messaggio.

Mi hai detto che hai bisogno del tempo per te. Devi elaborare la rottura con Jane, comprendere cosa vuoi dalla vita. Lo capisco. Però, anche se so che non mi crederai, sappi che ti aspetterò. Non rispondere adesso. Ti aspetterò tutte le sere al lungomare, sotto la statua del tritone, di fronte l’oceano. Non so per quanto riuscirò a farlo o se cancellerò questo messaggio prima che sia consegnato… mi sento così stupido, eppure non posso continuare a mentire. Sarà anche per me una prova. Mi troverai lì se e quando vorrai rivedermi…

Questo aveva significato serate perse, divertimenti andati, occasioni perdute. Sì, doveva decisamente essere impazzito!
«’Fanculo!» si ritrovò a urlare contro la notte.
«Ti sembra questo il modo di salutare?» Quella voce. Non poteva essere.
Henry si voltò verso la strada, come aveva fatto a non udirla arrivare?
«Cammino… da un po’» rispose Bree alla sua muta domanda, il rumore dell’oceano aveva coperto i suoi passi. Aveva passeggiato per tutto il lungomare fino a raggiungerlo. Era notte fonda.
«Volevo schiarirmi le idee prima di arrivare.» Altra risposta senza che nessuna sillaba fosse pronunciata da Henry, che sembrava pietrificato. Non si era mai concesso di immaginare quel momento, convinto che mai si sarebbe avverato, e ora non aveva la più pallida idea di cosa fare.
«Henry Bass rimasto senza parole? Direi che possiamo annotare questa giornata negli annali…»
«Bree…»
«In carne e ossa, non sono un’allucinazione. Giuro.» Poi sorrise, sorrise proprio a lui. Fu tentato di chiudere e riaprire gli occhi, o di darsi un pizzicotto, per essere certo che non stesse immaginando tutto.
«Certo che ce ne hai messo di tempo!» Fu la prima cosa che disse, prima di mordersi la lingua.
«Eccolo il Bass che conosco, stavo cominciando seriamente a preoccuparmi che non fossi tu l’allucinazione…» lo prese in giro lei, scuotendo il capo e abbandonandosi a una risata cristallina.
Erano passati secoli da quando l’aveva udita l’ultima volta. Henry annullò la distanza che li separava e la abbracciò stretta, tanto da seppellirla in una prigione di torace e braccia.
Bree fu presa alla sprovvista e il magone che aveva avuto per tutta la passeggiata tornò a premere forte in gola. Lasciò che il suo viso si plasmasse al petto di Henry, era sincero, l’aveva fatto davvero, l’aveva aspettata. Per tutti quei giorni: lo aveva visto… sempre più tormentato… era stata dura non raggiungerlo già dopo la terza sera. Passava, silenziosa, alle sue spalle… sua madre era divenuta complice di quegli appostamenti furtivi, aveva intuito anche lei che il messaggio di Henry non poteva essere solo dettato dal momento di sconforto… e andava verificato. Così avevano fatto.
«Mi hai aspettata davvero» riuscì a mormorare tra le pieghe della sua maglietta. Nessuna camicia elegante copriva il suo petto… anche questa una stranezza per il nuovo Henry Bass.
Lui la lasciò un po’ andare, ma solo quel tanto per poterla guardare negli occhioni lucidi.
«Non pensavo nemmeno io che lo avrei fatto. Ma è successo» confessò con voce limpida, come non lo era mai stata. La sorpresa era passata, adesso era rimasta solo una gioia incontenibile.
«E adesso? Cosa succede?» Bree lo chiese senza troppe aspettative, ma il cuore batteva fortissimo.
«Adesso succede che ti bacio e poi diventerai ufficialmente la mia ragazza…» La risposta arrivò sicura.
«L’unica ragazza… vorrei sperare…» specificò lei con uno sguardo fintamente sospettoso.
«Ci puoi scommettere!»
Henry non ebbe dubbi, aveva avuto tanto tempo per riflettere, i fatti avevano dimostrato che senza di lei era incompleto. Nessuna festa o vizio avrebbe potuto sostituire quel vuoto, quel sentirsi a metà. Ora si sentiva tutto intero, completo, invincibile. Era l’“effetto Bree” non c’era più alcun dubbio.
Si baciarono, mentre schizzi di oceano arrivano quasi a benedire quel nuovo amore.
Era stata una prova sia per Henry quanto per Bree, ormai ne erano certi.
Una prova decisamente superata… per entrambi.

sᴀʟᴠᴀᴍɪ ᴅᴀʟʟ’ᴏsᴄᴜʀɪᴛᴀ̀ (sᴀʟᴠᴀᴍɪ sᴏɴᴏ sᴛᴀɴᴄᴏ) ɴᴏɴ ʟᴀsᴄɪᴀᴍɪ ᴄᴀᴅᴇʀᴇ, ᴍᴀɪ

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